25 ottobre 2009 – Lafuma Trail del Monte Casto

“Non ho voglia, non ho proprio voglia”. Da una settimana a questa parte, il mio sport preferito è la lamentela. Una lagna continua, una litanìa che risuona solo entro la spessa corazza della mia scatola cranica: non ho voglia. So già quale ovvia risposta riceverei, se solo provassi a rendere partecipe qualcun altro, a casa, del mio tormento interiore: “Se non hai voglia, stai a casa, no? Chi te lo fa fare?”. Gretti materialisti, non possono capire. E’ tutta colpa del meteo, dei giorni uggiosi di pioggia, del freddo che si ficca nelle ossa ed è ancora più freddo, se le nuvole tengono in ostaggio i raggi del sole. Odio il freddo, l’inverno, i maglioni, i cappotti, le tazzone di the bollente da trangugiare nel vano tentativo di scampare alla morte per congelamento; odio scostare le coperte al mattino ed affrontare i rigori della Siberia in appartamento; odio persino fare la doccia, perché tocca svestirsi, quando io avrei bisogno di una seconda pelle di lana e magari di una terza in Goretex, da indossare da ottobre ad aprile. Perché il mio cagnone mette su la livrea invernale ed io no?

Mi inquieta la prospettiva di una domenica pari all’intera settimana, di pioggia, di freddo, di disagio, di fango. E il pensiero della sveglia alle tre, tre e mezza, con il minimo conforto del ritorno dell’ora solare. Un’ora in più di sonno, magra consolazione. Anzi, altro che consolazione: il cambio d’ora manda in tilt il mio povero neurone, gli sottrae ogni stilla di energia nel tentativo di decidere l’ora a cui puntare la sveglia. Il cellulare si cambierà l’ora da solo oppure no? E la radiosveglia? Di sei mesi in sei mesi, non mi ricordo mai. Come la punto ‘sta benedetta sveglia? E poi, quando trillerà, come faccio ad essere proprio sicura di che ora sarà? Meno male che Matteo viene in soccorso del neurone agonizzante: “Dai, alla peggio ci svegliamo un’ora troppo presto”. E provvede a sistemare l’allarme del suo cellulare: va bene, mi fido. Tanto non ho voglia. Se anche noi si restasse addormentati, non sarebbe poi quel gran dramma. Per me. Per lui no, sarebbe una tragedia, una sciagura di proporzioni bibliche; a quanto pare, il Trail del Casto rappresenta un momento cruciale della sua carriera di corridore, destinato a cambiare per sempre la sua esistenza…. Almeno, credo, a giudicare da quanto ci tiene. Ogni tanto dimentico di quanto fossero tormentose le notti che precedevano le gare ai miei esordi ciclistici e podistici. Ma è acqua passata da un pezzo! Ormai ho conquistato una flemma che neanche il Buddha…

Al trillo del cellulare, non riesco a replicare altro che un muggito. Ormai non ho scelta, posso solo lasciarmi trasportare dagli eventi. Il bagaglio è già pronto da ieri sera: zainetto con portafoglio, giacca, borraccia e pappatoria. Sul divano, l’abbigliamento da indossare per la gara: anche lì, una sofferenza, buttarsi addosso canotta e maglia fredde. Colazione da trangugiare come le oche; nella borsa del cambio d’abito per il dopo gara precipita anche, in extremis, un quadrato di cioccolato Ritter al latte. Servirà come “richiamino” prima del via. Poco dopo le quattro siamo già in viaggio: Matteo non sta più nella pelle. Ben lieta di non dover guidare, io mi imbozzolo sul sedile, arrotolata nel vecchio giubbetto di pile che porta i segni secolari dei miei pasti distratti seduta al computer; lascio scorrere i chilometri senza entusiasmo, rintronata dal sonno e dal buio. Il mio compare si strugge nell’angoscia della corsa; teme di non rientrare nei primi cinquanta classificati, povero lui.,.. Il mio problema è portare il fondoschiena a superare l’arco di arrivo, possibilmente entro il tempo massimo; però, oggi nemmeno questo obiettivo riesce a scuotermi dalla catalessi. Sono quarantasei km di sentiero e poco più di duemila metri di dislivello in salita; nulla di che, se non fosse che il tempo massimo concesso è di otto ore. Poche, pochissime per le mie possibilità: significa una media dei sei km all’ora, circa. Significa che bisogna correre, ed io ho tutto fuorché voglia di correre. Non amo la corsa su sentiero; squinternata come sono, ci rischio la cotenna. Lo schianto faccia a terra è sempre in agguato! E poi oggi non sono nemmeno in vena di far fatica. Una bella passeggiata, ecco cosa ci vorrebbe.

Uno spicchio di luna accompagna il nostro arrivo ad Andorno Micca, poco a nord di Biella, al campo sportivo La Salute. Non sono ancora le sei: riusciamo a trovare un buon parcheggio per l’ingombrante furgone di Matteo. Già nel breve tragitto verso il locale ove sono distribuiti i pettorali, sono bersaglio di un bel po’ di saluti e pacche sulle spalle: son questi i momenti in cui vorrei sprofondare… Perché, se qualcuno ormai è volto noto, altri dovrebbero esserlo ma non lo sono affatto; per quanto scavi nella mia memoria, non riesco a ricordare nomi né volti. Il bello è che, senza dubbio, con tutti costoro ho già scambiato qualche parola in qualche gara, diviso un po’ di chilometri e fatica; eppure… Nulla, il buio, più buio nella testa che fuori, all’aperto. Che figura da imbecille: meritatissima del resto!
Tra i personaggi indaffarati nella consegna dei pettorali, trovo il buon “Mulo”: colui che mi ha fatto conoscere l’esistenza della 100 km Torino Saint Vincent! La gioia di quella straordinaria esperienza la devo, in primis, a lui. Quando mi fa i complimenti per la prestazione, beh, mi spunta sulle terga un’enorme variopinta ruota di pavone…

Il furgone di Matteo è comodissimo per poltrire ancora un po’, in attesa delle sette, ora del via. Del campanile si vede solo il quadrante illuminato; il resto è ancora buio pesto. Attacco il cioccolato, mentre il mio compare, più virtuoso, fagocita la pasta che si è portato dietro nel solito contenitore di plastica. Tutt’intorno fervono i preparativi; il parcheggio si riempe, brulica di vita. Il colore del cielo, alla mia sinistra, cambia repentino dal nero più profondo ad uno squarcio di blu intenso, segno che l’aria è limpida… E che si preannuncia una splendida giornata. Anche se il freddo è pungente ed io ho sempre meno voglia di abbandonare il mio bozzolo. Ormai rinuncio persino a zittire Matteo: lascio che frigni e si disperi… Da uno che più volte ha conquistato i primi posti delle classifiche di varie corse di tutto rispetto, dover subire la litanìa dell’autocommiserazione, “Non ce la faccio, arrivo indietro, qui sono tutti forti”, e via dicendo, mi dà ai nervi; l’istinto suggerirebbe di mandarlo al diavolo. Anche perché io stessa, che pure faccio delle mie avventure sportive la mia più bella ragione di vita, credo che conti solo l’esperienza da vivere. Che poi si arrivi alla fine presto o tardi, in tempo o fuori tempo, non è di fondamentale importanza. Quindi, tutto quel che mi viene di rispondere a chi teme di non essere tra i primi cinquanta classificati è una domanda: “E se anche non ci rientri, cosa cambia?”. Elementare Watson: nulla… Freno i nervi, conto fino a ventisettemiladuecentotre e rinuncio alla discussione. Non è un valido motivo per litigare.

Quando la massa informe dei corridori sparpagliati si raccoglie in un’unica onda che corre verso l’ingresso del campo da calcio, Matteo ed io decidiamo che è proprio ora di muoversi. Il marrano mi ha persino sequestrato il buono pasto: non si sa mai, io corro il rischio di perderlo… Sa benissimo che il più delle volte, a fine gara, io salto il pasta party; in quel caso, a lui toccherà doppia razione di rancio. Ergo, si premunisce: come dargli torto? Già durante il breve discorso introduttivo dell’organizzatore, Matteo è in piena trance agonistica. Lo sguardo vitreo, perso nel vuoto. A pochi istanti dal via, già scalpita in primissima fila: lo rivedrò solo tra parecchie ore.
Finalmente la folla si mette in movimento. Meno male: ancora qualche minuto di immobile attesa e sarei ibernata. Si parte sull’asfalto, corricchiando e chiacchierando, almeno nelle retrovie. Ancora poco convinta, nonostante il sole che splende limpidissimo, parto tuttavia di gran carriera, per evitare, se possibile, di ruzzolare subito in fondo, ad anni luce di distanza da chi mi precede. Non è una preoccupazione di classifica, bensì di natura molto pratica; ho timore di sbagliare strada, se non dovessi più vedere nessuno davanti a me! L’itinerario è bel segnalato da frecce color arancione per terra, e pallini arancioni su pietre, muri, tronchi d’albero.
Il cuoricino reagisce bene al via. Le gambe, pure, almeno all’apparenza. Si va al trotto sull’asfalto, tra le case, con un po’ di fatica per i tratti in salita; abitato, sentiero e poi ancora abitato, la frazione Piane di Locato. E lo sapevo, io: è bastato partire, vedere in alto i primi raggi del sole, per dissipare la nebbia di paturnie e svogliatezza che mi ha tenuto compagnia fino a poco fa. La giornata non potrebbe essere più bella: aria frizzante, luce violenta, limpidissima, che disegna una linea di confine molto netta tra ombra ed aree già raggiunte dai raggi del sole, sui pendii erbosi e sulle chiome degli alberi. Il contrasto nitido della stagione autunnale. Colori e suoni sono quelli dell’autunno inoltrato, il giallo ed il crepitio delle foglie secche sotto le scarpe.
La prima salita conduce al Monte Casto: anche se, a dire il vero, non mi sembra così evidente il fatto di essere in cima ad un monte. In compenso, resto a bocca aperta alla vista del panorama meraviglioso: questo no, proprio non me l’aspettavo. Eppure c’è qualcosa di strano: siamo appena oltre quota mille metri, ma questi pascoli e questi declivi erbosi mi danno l’impressione di alta montagna; insomma, immagini così dovrebbero vedersi più in su… Salgo di buon passo ed in silenzio, faccio finta di non sentire i lamenti del ginocchio destro che strepita ogni volta che l’appoggio e ci carico il mio dolce peso. Che diavolo gli succede adesso? Ovvio che il pensiero corre subito ai menagramo che mi hanno preannunciato sciagure dalla mia ostinazione a correre su asfalto… Vuoi vedere che hanno ragione loro? Ma no, non sia mai. Questo dolore è solo un’impressione. Avanti tutta.

Un breve tratto di discesa, per mia fortuna facile, porta al primo ristoro: quindi, se la memoria non m’inganna, qui siamo al km 7. Ho una gran voglia di Coca Cola: infatti, confesso senza pudore tra le risate dei volontari, “Io partecipo a queste corse solo per i ristori!”. E qui ne vale davvero la pena; c’è grande abbondanza di leccornie. La mia scelta cade su un’appetitosa fetta di crostata, che trangugio a mo’ di oca proseguendo la discesa. Si torna all’ombra, si scende lungo una strada sterrata ampia, abbastanza facile da percorrere al trotto. Di lì a poco, il bosco si apre, scompare, lascia il posto ad un prato e scopre alla vista un quadretto da favola, da cartolina: due alpeggi, bellissime costruzioni in legno e pietra, con il recinto in legno e qualche vecchio attrezzo da lavoro accatastato intorno, tendine alle finestre, anche se non sembra esserci qualcuno qui, oggi. Ci passiamo in mezzo: piovono espressioni di meraviglia. Proprio non me lo spiego, ma questo luogo mi infonde un’allegria senza senso; ed io che avrei voluto restare a casa…

Si torna a salire, in compagnia di due colleghi che mi rassicurano sul tempo massimo: secondo loro, ce la farò… Già, peccato che loro siano più veloci di me. Uno dei due si premura di elargirmi un consiglio per andare più forte in salita: perdere qualche chilo… Già: facile a dirsi, ma impossibile a farsi, almeno per me. E dire che, ironia della sorte, non sono affatto un’amante della buona tavola; non m’importa nulla della buona tavola, anzi non faccio mai nemmeno un pasto degno di questo nome; solo che non riesco a fare a meno di mangiucchiare… Si aggiunga poi che, lavorando a casa, la dispensa è a portata di mano… E la mamma spesso interviene a rimpolpare le scorte alimentari, con quantitativi tali che potrei resistere a due mesi di assedio. Ditemi voi come si fa a dimagrire, in queste condizioni…

Si sale lungo una strada comoda, ampia, anche se ripida; faccio forza sui bastoncini per limitare la fatica del povero ginocchio sinistrato. Capperi, fa male davvero, speriamo non peggiori. Ovunque un ruscelletto, una piccola cascata: l’acqua da queste parti non manca. Man mano che si sale, la vista spazia all’orizzonte sulle cime innevate della Val d’Aosta, che fanno capolino oltre le vette ancora verdi di questa vallata. Da strada a sentiero; raggiungo e sorpasso qualche avversario. So bene, però, che è una gloria del tutto effimera per me: mi riacchiapperanno non appena la strada spiana, là dove io non saprò correre e loro, ahimé… Sì. Avanti di gran carriera, sgranocchiando torrone, anche se, di lì a poco, si arriva al punto di ristoro del Bocchetto Sessera. Altra tavolata da affamati: Coca Cola e the, più biscotti e dolciumi vari. Dicono che da qualche parte ci sia anche la birra; la Menabrea è uno degli sponsor principali della corsa. Ma a me la birra dice poco; soprattutto, l’alcool non è l’alimento più indicato per lo sport. Quindi la lascio a chi l’apprezza e mi rimetto in cammino. Pochi istanti di sosta, all’ombra, sono stati sufficienti a gelarmi la maglia umida sulla pelle: che brivido! Provo a ripartire di corsa, almeno per scaldarmi un po’, ma non c’è verso, qui dove la salita, sia pure appena accennata, c’è. Mi rassegno al solito passo svelto e mi godo il panorama che si ammira da quassù: cime arrotondate e pelate come zucche, impianti da sci. Si supera un colletto, si sale ancora un po’, finalmente in pieno sole, anche se il conforto del sole di metà ottobre è forse solo un placebo. Bello: per un istante mi ricorda, fatte le dovute proporzioni, alcuni scorci dell’ambiente di una delle corse a cui ho partecipato a luglio, La Montagn’Hard, nei dintorni del Mont Joly. Ma qui siamo molto, molto più in basso.

Facile discesa nei paraggi degli impianti da sci e risalita verso l’Alpe Scheggiola: la vista spazia sui pendii dall’aspetto morbido, nei colori autunnali, verde scuro, marrone; chiome ancora folte, ma di foglie che avranno vita breve, qualche tronco già nudo. Ho già visto, in pochi chilometri, piante di tutti generi, conifere, castagni e, credo – non vorrei produrmi in una boiata botanica – anche faggi e betulle. Si corre poi lungo un torrente, gonfio, impetuoso, mentre di tanto in tanto uno schiocco distrae la mia attenzione. Impiego un po’ a capire da dove arriva: sono i ricci delle castagne che si staccano, picchiano sulle foglie ancora vive sugli alberi ed atterrano sul morbido strato di quelle già a terra. Ne vedo uno rotolare lungo il pendio alla mia destra; rotola, rotola, arriva fin sul sentiero ed incrocia la mia strada, proprio a pochi centimetri dalla punta della mia scarpa. Curioso… Sembra quasi che l’abbia fatto apposta!

Si passa nei pressi di un alpeggio che, se non ricordo male, dovrebbe chiamarsi Baraccone. Oltre il ponte di pietra si riprende a salire, ascesa non impegnativa ma molto molto panoramica, fino alle Baite dell’Artignaga. I concorrenti nei miei paraggi ormai sono pochi; la maggioranza è già fuggita. Chissà Matteo, dove può essere a quest’ora? Già, per avanzare un’ipotesi sensata, bisognerebbe almeno avere idea di che ora sia. Io non ce l’ho e non ci tegno ad averla, così come non voglio sapere a che chilometro siamo, quanto manca. Il paesaggio mi distrae quanto basta: non riesco a capacitarmi di quanto sia bello quassù. Di tanto in tanto, i saluti ed i complimenti di qualche escursionista mi riportano bruscamente alla realtà: ho la testa tra le nuvole! Meglio, così non sento le lamentele del ginocchio, che però, a dire il vero, già da un po’ ha smesso di protestare. Dev’essersi censurato, visto che non gli ho dato retta. Il guaio è che non è l’unica parte del corpo a lamentarsi. Duole ammetterlo, ma i 100 km della Torino Saint Vincent qualche segno l’hanno lasciato; altrimenti non sarei così fiacca, non farei tanta fatica a respirare, non avrei quella fitta di dolore che ogni tanto mi si conficca nel petto, come un colpetto inferto, non troppo forte per carità, con la punta di un bastoncino. E’ normale, almeno credo. Ma va benissimo così, tanto oggi per me quel che conta è rimediare un buon allenamento su una buona distanza: se fossi rimasta a casa, certo sarei uscita a correre o in bici, ma non avrei avuto lo stesso sprone a darmi da fare.

Strada larga, sterrata, anche corribile, se si avesse voglia di correre; un po’ ci provo, un po’ torno al trotto. Anche qui l’acqua non manca; già in molti tratti di sentiero in mezzo al bosco m’è sembrato di camminare in mezzo ad un acquitrino. Nei giorni scorsi, del resto, di acqua ne è piombata giù parecchia! Si abbandona poi la strada in favore di un sentiero sulla destra, appena più ripido. C’è un capannello di persone con bambini piccoli: è evidente che quassù si arriva in auto, o ci si arriva molto vicino. A stento rispondo ai saluti, quasi soffocata da un boccone di torrone galeotto. Non ho più da bere, ma poco importa; la giornata non è certo torrida. Farò il pieno al prossimo ristoro. Baite del Monticchio. Da lì, altra strada molto panoramica. Osservo le ombre lunghe: eppure dovrebbe essere circa mezzogiorno, poco più, poco meno… Ovvio, le ombre sono lunghe perché è autunno, anche se io non mi ci voglio rassegnare. Tutta persa nelle mie elucubrazioni, le gambe soddifatte di un bel passo di marcia, a momenti sbaglio strada; mi richiama uno dei volontari, meno male.

Con sorpresa, mi accorgo che si ritorna al punto di ristoro del Bocchetto Sessera: come al solito, non ho nemmeno considerato l’esistenza della cartina del percorso, prima del via. Purtroppo è finita la Coca Cola… Ma c’è del the caldo ed anche una buona dose di bevanda con sali, dal colore verde psichedelico ma dal gusto gradevolissimo. Pochi metri di strada asfaltata; mi segue un cagnetto interessato più alla mia porzione di crostata che alle mie coccole. Poi svolto a sinistra, giù per un sentiero ancora una volta facile: quasi quasi posso anche azzardare qualche passo di corsa.
La salita successiva inizia appena oltre un ruscello: ci arrivo alle spalle di un corridore francese, dall’aria molto giovane, che, mors sua vita mea, mi risparmia un solenne volo con bagno fuori stagione. Il malcapitato appoggia gli scarponcini da montagna, calzature davvero poco adatte a questo genere di percorsi, sul pietrone tondo e viscido sotto un velo d’acqua, e precipita senza poter frenare in alcun modo la caduta. Per un attimo temo il peggio: sembra aver battuto malamente la schiena… Invece no, si rialza con un gran sorriso ed attraversa il fiumiciattolo. Lo seguo, ma con tutte le cautele possibili, scegliendo un punto appena più basso per tentare il guado. Benedette scarpe con rivestimento in GoreTex: non entra nemmeno una goccia d’acqua. Ringalluzzita, mi lancio all’inseguimento del Francese, che, sul ripido pendio fangoso nel bosco, cede quasi subito il comando della marcia. Via! Salgo di buona lena, contenta di aver trovato finalmente un po’ di pendenza, anche se il gaudio è di breve durata. Ancora una volta poi uno dei volontari mi richiama all’ordine, quando sto per tirare dritto; e dire che la segnaletica è perfetta… Si vede che oggi il neurone è in sciopero. “A che chilometro siamo?”, gli chiedo; “Trenta… Al ristoro ne mancano quattordici”. Trenta? Possibile? Ero convinta d’aver percorso meno strada… Corricchio in discesa, prima sentiero, qualche tornantino, pietre umide e fango, poi prato. Mi ritrovo allo stesso ristoro a cui ero già passata al km 7: e anche questa volta non mi faccio mancare la rituale dose di Coca Cola, nonché la fetta di crostata. Ringrazio i simpaticissimi volontari: mi offrono del vino, o qualcosa del genere… Ma è meglio di no. Riparto, ancora lunghi saliscendi in mezzo al bosco. Una valanga di castagne che occhieggiano dai ricci aperti… Peccato non potersi fermare a raccoglierle. Mi piange il cuore all’idea che tutto quel bendidio vada sprecato: e pensare che a me neanche piacciono, le castagne!

Man mano che procedo, alle mie spalle si forma un gruppetto di colleghi. Qualcuno passa avanti, qualcuno resta al seguito; non so chi sia, perché è mia abitudine non voltarmi mai… Ma si tratta di qualcuno che mi conosce e che, di lì a poco, mi chiama per nome. “Sai se ci sia un cancello orario?”. Ohibò, no, non lo so. Pare che ci sia, all’una e un quarto, al km 38. Così confabulano alle mie spalle. Che posso farci? Più veloce di così non riesco a procedere; quindi, se ci passerò in tempo, bene; in caso contrario, manderò tutti al diavolo e raggiungerò comunque il traguardo con le mie gambe personali.
Ancora qualche guado improvvisato, ancora una rampetta in salita. Dietro di me il toto-cancello orario, ce la facciamo, non ce la facciamo; nella discesa successiva, un paio di colleghi si involano tentando di riacchiappare i minuti in fuga… Li lascio andare, non ci provo nemmeno. Non ho tutta questa grinta; devo badare a restare in piedi! Insieme a me, una coppia di corridori sulla sessantina, preoccupati anche loro d’essere a rischio di ritardo. Attraversiamo l’abitato di Locato e continuiamo a correre come forsennati… Anche se a me viene il dubbio che il fatidico km 38 sia già alle spalle. Dubbio che nasce spontaneo anche nelle menti dei miei compagni di viaggio: ma allora, che fine ha fatto il temuto cancello? Non c’era nessuno in paese… Forse abbiamo sbagliato strada e ci siamo persi un punto di controllo? Ma no, non è possibile; ricordo d’aver prestato attenzione alle tacche di vernice colorata. Ad ogni buon conto, non ha importanza. Un breve tratto di strada sterrata porta all’ultima ascesa: meno di duecento metri di dislivello e circa un chilometro e mezzo, annuncia il maturo podista accanto a me. Mi ci butto con entusiasmo: solo qui posso provare la magra soddisfazione di staccare i colleghi di qualche decina di metri, almeno finché l’ascesa è ripida davvero. La pacchia dura poco; la strada ben presto spiana. Sento vicinissimi i rumori del traffico di auto: infatti, di lì a poco, spunto fuori dal bosco, al sole, proprio nel curvone di una strada asfaltata. Attraverso e trovo un altro punto di ristoro, un banchetto con bevande e qualcosa da mangiare. E’ la sete che devo abbattere; la fame, pazienza, provvederò stasera. Rubo due cubetti di zucchero, mentre i gentilissimi volontari mi annunciano che mancano poco più di cinque chilometri. Ancora una brevissima salitella, quasi un cavalcavia; poi saliscendi, ancora un incrocio con la strada statale… E via, al galoppo. Chissà perché… Mi riesce di correre bene, senza fatica, senza dolori, solo adesso che le gambe sono ben calde, il fiato è rotto. E’ una stranezza che ho già notato innumerevoli volte; ad “entrare in temperatura” impiego sempre un’eternità. Così, su un itinerario breve come quello di oggi, la mia caldaia va in pressione quando ormai è tutto finito, o quasi.

Matteo? Chissà se mi verrà un pezzo incontro? Chissà come si è piazzato? Vai Gian, corri, occhio a dove appoggi i piedi. Correre su un sentiero coperto di foglie è insieme bellissimo e pericoloso: si appoggia sul morbido, ma spesso il morbido cela ostacoli, sassi, radici. Un paio di volte le bacchette mi salvano in extremis da un atterraggio di fortuna a faccia in giù. Sembra di nuotare, le scarpe spostano onde di foglie secche dai riflessi dorati. Sento più vicine le voci, ancora auto di passaggio; quando arrivo ad attraversare una strada asfaltata, sono già agli sgoccioli: “Ultimo chilometro”, mi dicono. Quindi, sono ad Andorno. Di corsa nel paese, lungo la strada centrale lastricata, pochi viandanti di passaggio, che mi guardano con aria perplessa. Qualcuno azzarda un “Forza!”. Lontano, avanti a me, c’è un corridore, un punto bianco che all’improvviso sparisce: quando arrivo a quel punto, davanti ad una botteguccia di fioraio, capisco perché. Si svolta a sinistra; per caso leggo “Via Verona”: mi torna in mente che questa mattina, sonnecchiando sul sedile del furgone, ho posato lo sguardo sulla targa della via accanto al campo sportivo. Via Verona, appunto. Un gruppo di persone in strada applaude; al trotto, cercando di mantenere un buon contegno nonostante la stanchezza, raggiungo l’arco di arrivo: una festa calorosa di saluti e complimenti tocca anche a me, che pure sono a fondo classifica. Ma non mi lascio distrarre, non prima di aver cercato affannosamente tra le figure assiepate lungo le transenne: eccolo qui… Matteo, 35° assoluto, 5h 1′ di tempo. Lui che tanto frignava e si lagnava. Per me, 7h 30′, per 46 km e poco più di 2000 m di dislivello: diciamo che il tempo massimo m’è bastato… Ma non avrei potuto permettermi sprechi.

Nel campetto da calcio inondato di sole, riconsegno il numero di gara e seguo Matteo, verso il furgone prima, verso le tavolate del pasta party poi. C’è folla, confusione: non posso dire di sentirmici a mio agio… Infatti l’impazienza mi fa scappare prima che la pasta, in fase di lunga cottura dopo il passaggio della prima tornata di cavallette, sia pronta per noi. Ovunque viaggiano boccali di birra: lo sponsor alcoolico di questa manifestazione è stato quanto mai munifico! Ma a me la birra non fa per niente gola; gradirei al massimo una tazza di latte caldo, una cioccolata, qualcosa che riscaldi le ossa. Non appena ci si ferma, il freddo è pungente.

Ce ne andiamo, digiuni ma soddisfattissimi della bella giornata. Per me, davvero una piacevole sorpresa, anche se il percorso del Trail del Casto è troppo corribile per i miei gusti di camminatrice incallita. Preferisco itinerari più aspri. Ma vale la pena tornare da queste parti. Intanto, un suggerimento da Matteo per la locale polizia: “Se si piazzano qua fuori del campo sportivo con il palloncino…”. Lo so io cosa succede: falcidia di patenti, e le casse del Comune saranno stracolme per i prossimi dieci anni!

(Visited 4 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!