26-27 agosto 2020 – EVERESTING 10K

Avevo già sentito parlare qualche volta dell’Everesting: per sommi capi,avevo intuito che dovesse trattarsi di una prova, da affrontare in bici o a piedi, in cui accumulare un dislivello pari alla quota dell’Everest, ripetendo più volte la stessa salita. Ma avevo considerato la questione con un certo scetticismo. Non perché la ritenessi una faccenda facile, per carità, ma perché più volte avevo letto di tentativi organizzati ed affrontati con preparazione di mesi, gran dispiegamento di mezzi e persone di assistenza e quella solita aura di impresa epica che tanto mi è indigesta, fatta di annunci roboanti, proclami, atleti descritti come semidei. Quel gran parlare di sofferenza, di fatica, di sacrificio, manco si trattasse di andare alla guerra o di lavorare in miniera. Se lo sport fosse sofferenza, fatica e sacrificio, per giunta senza compenso economico,io non sarei una sportiva, poco ma sicuro. Mi ritengo, al contrario,una privilegiata per tutto ciò che ho potuto fare fin qui, in bici ed a piedi, con il sostegno della salute, nonostante la pinguedine.

Proprio leggendo uno di questi annunci clamorosi, intercettato per caso sulla pagina Facebook di un mio contatto, mi è partito un moto di stizza: “Oh, miseria, ma quante scene – mi son detta – vuoi vedere che, senza tanto contorno, ce la faccio anche io?”. Così, mi sono collegata al sito internet dedicato alla manifestazione. Ho scoperto che ne esistono quattro versioni, tre dedicate al ciclismo, una al podismo.

In bici si può scegliere la versione “Everesting tradizionale”, che richiede un dislivello di 8.848 m, oppure la versione “Everesting 10k”, che prevede un dislivello di 10.000 m: in entrambi i casi, si tratta di ripetere N volte la stessa salita, scelta dal ciclista, fino a superare il limite di dislivello scelto. In ogni caso, l’ultima salita non può essere troncata prima della vetta, se anche il limite di dislivello si raggiunge prima del termine. Non è previsto un tempo massimo in cui concludere la prova, ma non ci si può fermare a dormire.

Sempre per il reparto ciclismo c’è poi l’”Everesting ROAM”, che prevede invece un percorso a scelta, lungo almeno 400 km, che abbia almeno 8.848 m di dislivello, da coprire al massimo in 36 ore.

Infine, è possibile partecipare all’Everesting a piedi, scegliendo una salita da ripetere fino a raggiungere il dislivello di 8.848 km. In questo caso è possibile percorrere la discesa su un tracciato diverso da quello di salita ed anche con un mezzo, non necessariamente a piedi.

Ho pensato di provare l’Everesting in versione 10k, sfruttando da una parte la mia arcinota pazienza in salita e, dall’altra parte, il fatto di non essere costretta a rispettare un limite di tempo. La scelta della salita è stata, tutto sommato, facile. Volevo rimanere nelle vicinanze di casa; cercavo una salita che non fosse troppo arcigna, per avere qualche tratto di respiro, che fosse alpina ma non lunghissima e che fosse, ovviamente, bella. Escluso il Colle dell’Agnello perché il tratto significativo, da Chianale alla vetta, è davvero troppo aspro per essere ripetuto una decina di volte da una ciclista di 70 e passa kg; escluso il pur amatissimo Colle di Fauniera lato Demonte perché troppo lungo (25 km), lato Pradleves per via del lungo tratto iniziale in salita lenta ed estenuante a fondovalle, lato Marmora per via dell’asfalto in condizioni disastrose. Escluso il Colle di Sampeyre perché troppo breve dal lato di Sampeyre, troppo discontinuo dal lato di Stroppo, chiuso dal lato di Elva e su tutti e tre i lati caratterizzato da asfalto pessimo. Esclusi i colli francesi per ragioni di distanza da coprire in auto… Restava il Colle della Lombarda. Paesaggio bellissimo, salita ricca di tornanti nella prima metà, molta ombra nella parte bassa, 21 km per 1.469 m di dislivello, quindi da ripetere 7 volte per conquistare l’Everesting 10k.

Il processo di meditazione si è concluso credo in un paio d’ore, con la spedizione della mail all’organizzazione per prenotare il tentativo. Data fissata per la settimana successiva a quella della mail: 26 e 27 agosto, a condizione che le previsioni meteo fossero buone, perché non sono abbastanza suicida da andare a zampettare oltre i 2.000 m con previsioni di pioggia o temporali. Non ho mica ucciso nessuno, per meritarmi un supplizio ed un rischio del genere.

Non conosco nel dettaglio le storie degli altri ciclisti che hanno sperimentato quest’avventura, ma credo di poter affermare con certezza che il mio sia stato l’Everesting più “Armata Brancaleone” che si potesse immaginare. Ci sono arrivata con meno di 4.000 km nelle gambe dall’inizio dell’anno, parlando di bici, anche se avevo anche un buon numero di km percorsi a piedi. Non ho previsto alcun genere di assistenza: l’idea di vincolare qualcuno al mio servizio anche solo per parte delle infinite ore necessarie a completare la prova, che sia questa o qualunque altra, mi metterebbe ansia. Preferisco cavarmela da sola. E con una prova che prevede di ripetere un tot di volte lo stesso itinerario, è facile: basta parcheggiare l’auto lungo la via ed è fatta. Il giorno prima del via, ho preparato due borse con la riserva alimentare, scegliendo ciò che mi avrebbe fatto più piacere mangiare, sulla base dell’esperienza: quindi, formaggi grassi, maionese, pane, yogurt, frutta disidratata, succhi di frutta, lattine di bibita energetica, miele, Nutella, marmellata e qualche gel. Ho sistemato in un’altra borsa l’abbigliamento per la notte e quello per potermi cambiare il giorno successivo, più ciò che serve per darsi una lavata “a secco”, perché, dopo un giorno intero ed una notte in sella, diventa difficile sopportare anche il proprio odore. Alla manutenzione della bici ha pensato il buon Matteo, cambiando un copertone ormai consunto e le pastiglie dei freni a disco.

E poi, il giorno della prova. Sveglia alle 2.50, preparazione e distribuzione delle pappe canine, veloce colazione. Quasi due ore di viaggio, compresa l’immancabile sosta al bagnetto di Aisone, per arrivare alla base della salita del Colle della Lombarda. Sono quasi le sei e si vede appena il primo cenno di chiarore in cielo. Ciò mi fa pensare che la notte sarà davvero lunghissima.

Scarico la bici con un’ansia che non ha motivo d’esistere ma c’è. Devo costringermi ad essere attenta, non dimenticare alcunché di fondamentale. Soprattutto il GPS ed una batteria per la ricarica, con il cavetto di collegamento. L’aspetto più angosciante di tutta la faccenda è che l’intera fatica della prova dipende dalla traccia registrata dal GPS, che dovrà essere inviata ai responsabili per l’omologazione. Se il GPS dovesse rendere l’anima, sarebbe un bel guaio. Ne ho portati tre, ma uno è vecchietto assai, uno è il Garmin da polso che sarebbe ben difficile da ricaricare in corso di prova, uno solo è quello buono. Speriamo bene.

Nel borsello da manubrio metto i documenti, la batteria con il cavetto, il cibo. Nel borsellone sottosella metto la giacca ed i guanti lunghi per la prima discesa. Non è ancora chiaro quando abbandono la Corsa nello spiazzo e mi avvio per la salita, partendo precisamente dal bivio.

La prima salita è fresca ma travagliata. Condivido la strada con i pellegrini che salgono, pochi ed in piccoli gruppi, verso il Santuario di Sant’Anna di Vinadio. Tribolo, ho il fiatone, me lo porto appresso fino in cima. Mi fermo più volte a riempire le borracce, onde evitare, almeno all’inizio, l’errore di bere sempre troppo poco. La strada rimane, per fortuna, in ombra fino agli ultimissimi km: si vede la luce “scendere” lungo le pareti, ma la valle è profonda e stretta e ci vorrà un po’ perché il sole arrivi in fondo. In cima, provo a scattarmi una foto, poco convinta, proprio perché qua e là mi hanno raccomandato di farlo. Il panorama è meraviglioso, ma mi basta guardarlo. Mangio alla svelta un po’ di frutta secca e mi preparo per la prima discesa, travagliata dall’agitazione come la prima salita, anche se non c’è ancora gran traffico di auto a peggiorare la situazione.

Scendo giù fino al bivio, a fine discesa, con le mani già indolenzite dalla stretta dei freni. Poi mi fermo all’auto, senza pensare che, così facendo, il tempo della pausa sarà incorporato, nelle misure del GPS, in quello della salita. Risulterò ancora più lenta di quanto già non sia. Ma, in fondo, poco importa.

Mangio qualcosa con calma, riparto. La seconda e la terza salita vanno via tranquille, senza particolare fatica. Comincio la seconda nella tarda mattinata, la terza nel pomeriggio; mi tocca, ahimé, la convivenza con il traffico di auto, moto e persino camper, che non mi aspettavo così fitto a fine agosto ed in giorno feriale. Davvero quest’anno tanta, troppa gente ha scelto la montagna per le ferie. I prati a fianco degli ultimi km di strada pullulano di camper e gente che fa picnic. Salgono anche mia sorella e mio cognato, che incrocio quando sono quasi al fondo di una delle discese e poi quando sono nell’ultimo tratto della successiva risalita.

Il buio mi coglie sulla quarta ripetizione della salita: accendo la luce posteriore quando sono più o meno a metà, sul pianoro che concede alle gambe un po’ di respiro. Lì mi raggiunge Giorgio, arrivato in Vespa da Vigone per portarmi una bibita energetica. Poche parole veloci, perché finché pedalo sto bene ma, se mi fermo, sento subito il freddo. Non accendo tuttavia mai la luce anteriore, se non per pochi istanti quando incrocio qualche veicolo che scende: in cielo c’è una bella luna a metà che permette di vederci bene e fa addirittura le ombre.

Quando arrivo in vetta, mi costringo ad una sosta per vestirmi bene di tutto punto: non è che faccia freddissimo, per essere a quota 2.350 m, ma comunque ci sono 9 gradi ed io sono ben sudata. Quindi giacca, guanti, gambali, calze, dopo aver viaggiato finora con i sandali. Intanto mi sembra di scorgere in lontananza una luce che si muove lenta e traballante. Sarà qualcuno che sale in bici?

Conclusa la vestizione, mi affretto a ripartire, per evitare di raffreddarmi troppo. Ma a poche centinaia di metri, ecco la luce di fronte a me. E’ un ciclista. Quando sgancia il pedale, capisco che in effetti è lì per me, ma, con la sua pila frontale puntata verso di me, non lo riconosco. Chiedo “Chi sei?”. “E chi vuoi che sia!”, risponde l’inconfondibile voce. Ivano! Proprio lui che, alla notizia della mia stramba iniziativa, aveva storto il naso. Eccolo qua! Baci ed abbracci in barba al Covid. Mi chiede perché non l’abbia aspettato sul colle: un po’ perché faceva freddo ed un po’ perché… Come potevo immaginare che qualcuno salisse in cima al Colle della Lombarda a quell’ora, le undici passate, per me? Decide di andare fino al Colle, a cui mancano davvero poche centinaia di metri, per poi raggiungermi in discesa. “Ma prima – aggiunge con solennità – tiro fuori l’uccello. Per non perdere l’abitudine”. Per fortuna è buio; mi avvio rischiando il soffocamento per le risate e lo lascio alla sua minzione. Una cosa è certa: i poveri camperisti venuti a dormire quassù in cerca di un posto tranquillo e silenzioso hanno scelto la notte sbagliata.

Non ho percorso molta strada, quando Ivano mi raggiunge. In discesa, siamo il peggiore assortimento possibile: lui un pazzo suicida, io un’instancabile consumatrice di pattini dei freni. Ovviamente tocca a lui aspettarmi ed aiutarmi con il suo potentissimo faro da manubrio, che ha l’unico difetto di essere, ovvio, di breve durata. Però la sua compagnia mi salva dagli attacchi di sonno, che per me sono il vero cruccio. Ho dormito molto, nei giorni scorsi, ma il sonno non si può accumulare. C’è chi riesce a resistervi meglio, ma purtroppo non è il mio caso. Col buio, io non riesco a fare a meno di pensare al letargo. Si chiacchiera di un po’ di tutto, dalla caduta spettacolare di Evenepoel al Flavione Briatore nazionale ricoverato forse, chissà, per il Covid. “A me Briatore sta simpatico!”, esclamo. “E già – rimbecca Ivano – se c’è uno stronzo, stai sicura che a te sta simpatico!”. “Infatti – concludo io – tu mi stai simpatico!”.

Tra un lazzo e l’altro, arriviamo in fondo. Ivano si assicura che io mangi e mi riposi: vorrebbe che mi fermassi un po’, ma preferisco di no, perché, da ferma, combattere il sonno è ancora più arduo. Mi ha portato persino il caffé nel thermos! E la Coca Cola, e l’acqua frizzante, ed il Brie. Ma questa volta le scorte non mi mancano: è la voglia di mangiare che comincia a latitare. Ancora due ripetizioni. Finora è andato tutto abbastanza bene, a parte qualche intemperanza di troppo da parte della pancia, che in verità non era già in buone condizioni nei giorni precedenti la prova. Ma, finché è buio, il problema non si pone: è il fastidio di qualche sosta in più, ma lontana da occhi indiscreti, e la necessità di bere un po’ più di quel che si vorrebbe, per non disidratarsi.

Saluto Ivano, che riparte per andare a dormire, visto che domani mattina ha il turno di lavoro in ospedale, e pian piano riparto anch’io per la quinta salita. Tutta al buio, questa, senza nemmeno il chiarore della luna, che è già tramontata. Metto le cuffie nelle orecchie, ascolto l’audiolibro, procedo a singhiozzo, con qualche pausa qua e là quando restare in equilibrio sulla bici diventa troppo arduo. Cinque, dieci minuti con la schiena appoggiata a quel che capita, una pietra o un muricciolo, poi via, prima che il freddo ghermisca le ossa. Con il buio non ci si può distrarre guardando in giro: lo sguardo resta fisso al cono di luce della pila frontale. Allontanare il sonno, così, è impresa impossibile. Ma ormai lo so bene e non mi cruccio più.

La quinta discesa è un calvario. Il sonno picchia senza misericordia, le soste si moltiplicano, perché chiudere gli occhi può diventare davvero pericoloso. E’ proprio in uno di questi momenti, quando me ne sto appoggiata ad un muricciolo con gli occhi a biglia, che arriva Matteo, letteralmente un’apparizione nella notte. Partito da Genova chissà a che ora, mi raggiunge quando sono quasi le sei del mattino. Almeno, credo siano quasi le sei, perché in cielo si percepisce un vago chiarore. Incredibile come, nella notte, qualsiasi movimento richieda un tempo enormemente dilatato rispetto al giorno.

Scendiamo insieme fino all’auto, dove Matteo mi costringe letteralmente ad una sosta nel suo furgone, al caldo, per mangiare e cambiarmi con un po’ di agio. In effetti il tremito dovuto al freddo è forte, ma è normale… So che passerà non appena riprenderò a salire. Mi ha portato l’insalata di riso con le noci, la focaccia, un sacco di prelibatezze che faccio addirittura fatica ad ingoiare. Insiste perché io mi riposi un attimo, mentre la mia ansia è di ripartire… Ancora due salite, poche e tantissime allo stesso tempo.

Per questa sesta salita, avrò la sua compagnia fino in cima: dovrà ripartire per Genova entro la mezza, ma dovremmo farcela. La situazione climatica è più o meno come quella della prima salita di ieri: si va su freschi ed in ombra, ma con il traffico che sembra più intenso già dal primo mattino. Matteo mi fa da gregario, rimbocca le borracce alla fontana, insiste perché io mangi. Ma questa per me è la salita della cotta: me l’aspettavo, doveva arrivare, prima o poi…

Poco oltre il bivio ci raggiunge Massimo, istigato da Ivano che me ne aveva già annunciato l’arrivo. Una scintilla di luce nel buio della crisi: il lupo perde il pelo ma non il vizio e la ciclista scoppia ma non rinuncia mai a buttare l’occhio… Sono una, come si dice? Cultrice? Cultora? Comunque, un’attenta osservatrice di cul(i), appunto, soprattutto quando sono in bici. Non è colpa mia: siccome sono lenta e mi superano tutti, quella è la parte anatomica che mi ritrovo all’altezza dello sguardo. Non sono cattiva, è che mi disegnano così. E comunque di solito, trattandosi di ciclisti che si cimentano in salita, quella parte anatomica è piccina, misera,ossuta, come del resto tutto il ciclista. Per me, che come icona di bellezza maschile ho Martin Castrogiovanni, ‘na tristezza. Ecco, in questo senso il Massimo è un bel vedere. Ma il conforto dura poco:cerco di darmi un tono, ma non so se sia peggio la fiacca o il mal di pancia. Quassù ogni idea di sosta tecnica è fuori discussione: c’è il mondo e ci sono solo prati, nessun riparo. Tocca soffrire in silenzio. Arrivo in cima faticando a star dritta sulla bici.

La discesa è il solito incubo, ma un po’ peggio. Il sonno si unisce alla fiacca, fatico a mantenere la concentrazione e così ho ancor più paura. Matteo osserva che sono tesa come una corda di violino:in effetti… Mi sento come posata sulla bici e condotta da essa,senza alcuna possibilità di decisione. Mi fermo un momento, ma voglio ripartire subito; mi rifermo per aggiungere una giacca. Il povero Matteo non sa più che fare per restituirmi forma umana. Il fatto è che non c’è nulla da fare: devo solo scendere ed aspettare che passi. La prossima salita è l’ultima ed in cima ci arrivo, poco ma sicuro, a costo di strisciare fin su. Intanto cerco di pensare positivo: son qui scortata fedelmente da due manzi che non mi mollano un minuto… E quando mi ricapita? Il bello del ciclismo in versione femminile!

Di nuovo Matteo mi costringe ad una pausa e mi rimpinza come un tacchino, mentre Massimo appare a sua volta con un thermos di caffé e ben 16 bustine di zucchero. Immagino che Ivano gli abbia fatto una testa così per il caffé, ma per me è una visione. Buonissimo ed anche caldo.

Scalpito per ripartire, ovviamente dopo l’ennesima sosta tecnica, verso l’ultimissima salita. Saluto Massimo, che per via di qualche acciacco – ah, questi triatleti di razza, sempre scassati sono – preferisce rinunciare al bis sulla Lombarda; Matteo invece non riesce a rassegnarsi a ripartire e si cruccia di non potermi riaccompagnare fino in vetta. Ma per me è meglio così: questo è l’ultimo sforzo, sarà duro e preferisco affrontarlo da sola solissima, con tutta la cautela e la misura del caso. Ci salutiamo dopo un paio di km di salita, alla bella fontana dove io provvedo a bagnare anche il casco ed i piedi. Il caldo questa volta si sente e mi farà soffrire. Ma non solo lui. Non sono ancora a metà salita, quando il mal di pancia comincia a dare il meglio di sé. Non posso in alcun modo fermarmi: qui la strada è pizzicata tra il fiume e la parete. Non c’è modo di nascondersi. Il viavai di traffico è intenso. Soffro più o meno in silenzio, affronto la seconda serie di tornanti cercando di tenere a bada il male ed il panico per la situazione ormai difficilmente controllabile. Nell’ampio pianoro, abbandono la bici sul ciglio della strada e mi lancio in una grottesca discesa verso il greto del torrente, cercando un luogo il più possibile nascosto, anche se non credo di essere del tutto invisibile, ahimé. E so che comunque il problema è solo temporaneamente alleviato…

Risalgo mestamente, riprendo la bici, riparto con gran preoccupazione. Manca una decina di km. Dovrei mangiare qualcosa, ma mi limito a buttar giù di tanto in tanto un po’ di miele, con cautela. Ed il gel che mi ha lasciato Matteo, quando sono al bivio con la strada del Santuario, perché lì mi sembra proprio di non averne più. Invece riesco ancora, bene o male, a procedere. Il caldo è spietato: il termometro del Garmin segna oltre trenta gradi. E siamo a duemila metri di quota! Il mal di pancia torna feroce a pochi km dal colle, ma a questo punto non c’è più tempo né modo di badarci. Stringo i denti e sogno la fine. Mi spiace solo che, in vetta, non avrò né la forza né la voglia di gioire e mi toccherà ancora affrontare l’ultima, terribile discesa.

In effetti, l’impressione è proprio di non farcela più, ad arrivare in fondo. Mi tocca fare diverse pause per riordinare le idee. Resisto alla tentazione di scendere per qualche tratto a piedi, perché davvero la faccenda si farebbe troppo lunga, ma nel tratto di strada a tornanti non riesco più ad ignorare il vuoto verso valle, con il traffico di auto che arriva di fronte ed alle spalle. Sono costretta a parecchie soste e, quando procedo, lo faccio davvero con una lentezza imbarazzante. Arrivare al fondo, più che una gioia, è una liberazione. Fermo il Gps, con la massima attenzione a registrare la traccia, poi torno all’auto, in cui ormai sembra essere esplosa una bomba, tale è il caos. Metto su la bici, tranquillizzo per telefono un po’ di persone che so essere in attesa, riparto per le ultime due ore di viaggio verso casa.

Morale della favola? Per la mia prima esperienza, posso dire che l’Everesting non è una passeggiata, poco ma sicuro; tuttavia, se ce l’ho fatta io, che sono chiatta, pesante e ben poco abile nella conduzione del mezzo meccanico, ce la può fare chiunque, a patto ovviamente di godere di buona salute e di avere nelle gambe un discreto numero di km e di metri di dislivello in salita. Se ci si accontenta di arrivare alla fine, senza ambizioni di tempi record, direi che non occorre chissà quale preparazione: sono sufficienti testa dura ed una certa dose di incoscienza.

Quel che più temevo di questo tipo di prova, cioè il fatto di dover ripetere più volte lo stesso percorso, non mi ha invece dato alcun problema: sarà che la salita scelta è bellissima, sia per tracciato che per panorama, e di certo non può stufare. Avevo invece sottovalutato il peso delle discese, la vera fonte di strazio per la mente e per il corpo: perché, senza timore di peccar di presunzione,sono certa che avrei potuto ancora salire. Ma non sono altrettanto certa che avrei potuto ancora scendere. Devo inoltre rivedere qualcosa in fatto di scarpe, per via del forte dolore sotto i piedi,e di appoggio delle mani sul manubrio, perché la mano sinistra diventa insensibile ed ingovernabile dopo le lunghe discese. Questo Everesting è stato omologato in via ufficiale: ho trasmesso la traccia GPS al sito ufficiale “everesting.cc”, che mi ha inserita nella cosiddetta “Hall of Fame”. Mi vien da ridere: sarei curiosa di capire che tipo di “fame” possa conquistare un pirla che è andato su e giù come un criceto per la stessa salita N volte… Dalle mie parti gli direbbero, e MI direbbero, di andare a lavorare. O peggio. L’unica FAME che mi viene in mente in questo momento è proprio quella gastrica…

Ma prendiamola sul goliardico. ora si tratta di provare a fare il bis, questa volta con l’aiuto dell’esperienza.Aiuto ed ostacolo allo stesso tempo, perché per me è tutto più facile quando non ho coscienza di ciò che vado ad affrontare. Mi piacerebbe provarci ancora una volta in montagna a settembre,possibilmente in giorni feriali: a quel punto, le notti saranno ancora più lunghe e penose, ma non dovrebbe più esserci la grana del traffico turistico. E poi chissà, un tentativo a quote più basse nell’autunno, freddo permettendo.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!