26-27 giugno 2010 – Grand Raid du Cro Magnon (Limone – Cap d’Ail)

Il locale spogliatoio e doccia del Circolo Nautico di Cap d’Ail non si distingue certo per comodità e pulizia, ma l’acqua, a temperatura da ustione, porta via polvere e sudore dalla pelle e scioglie pian piano quel grumo di sconforto che ancora mi pesa sul cuore, anche se il traguardo è già alle spalle. Se non ci fossero, fuori in spiaggia, gli amici in attesa, resterei a godermi il getto bollente per ore…

L’ho sempre detto, io, che gli agi rammolliscono il corpo e lo spirito. Colpa mia che mi sono lasciata traviare dalle lusinghe del demonio tentatore. “Abbiamo prenotato a Limone l’albergo per quattro persone, ma uno di noi non verrà”, disse già qualche tempo fa il buon Giorgio. “Se ti vuoi aggregare…”. A Limone tocca presentarsi per forza entro le 19 del venerdì sera, per ritirare il numero di gara; il mio piano di battaglia prevedeva, come sempre, la nanna nella Opel, con sacco a pelo. Sarà che sto invecchiando, ma la proposta inattesa non mi lascia indifferente; così, tacitata la coscienza che ribolle e rimprovera, mi ritrovo, la sera prima della gara, a nanna su un comodo materasso, quello che sarebbe stato destinato ad uno degli amici di Giorgio, purtroppo per lui infortunato. Peccato che la comodità abbia sul neurone l’effetto di intontirlo ancor più di quanto già non sia di natura: così, a dieci minuti dalla partenza, Giorgio ed io ci troviamo a vagare come anime in pena per Limone, alla ricerca del nastro di partenza. Ci salva una telefonata ad Aldo, uno degli altri due amici con cui abbiamo condiviso albergo e frugale colazione, usciti dall’hotel appena prima di noi e già schierati al via. “E’ nello stesso posto in cui ieri si distribuivano i numeri di gara!”. Gambe in spalla, noi due tapini dissipiamo la metà delle nostre riserve di energia solo per raggiungere la partenza, dalla parte opposta del paese, e meno male che Limone è piccola. Passiamo al controllo del chip di cronometraggio e raggiungiamo, affannati, Aldo e Filippo in griglia: ansia inutile, visto che il via non viene dato alle cinque, né alle cinque e dieci, né ancora alle cinque e un quarto. Ritardi nel controllo a sorteggio del materiale obbligatorio, o forse nella punzonatura, le voci si rincorrono. Intanto si chiacchiera, ci si guarda intorno: cielo limpidissimo, le stelle si spengono una dopo l’altra e cedono il posto alla luce del sole. La pila frontale non sarà già più necessaria.

Tra i circa quattrocento podisti al via, tanti visi noti: Alessandro, nella sua inconfondibile divisa verde, che si schermisce come sempre dalle lodi, ma arriverà molto, molto in alto in classifica; Isacco, presente a dispetto del ginocchio che ormai da tanto tempo fa le bizze e lo fa soffrire, l’inossidabile Mario, alias Scion, presente e più in forma che mai. Oltre la linea di partenza, il mitico Marco Olmo, in tenuta da corsa: non si sciropperà, pare, l’intera gara, ma farà da lepre ai corridori fino a Casterino, al km 34.
Un termometro nelle vicinanze segna 11 gradi: temperatura adorabile, per essere poco dopo le cinque del mattino, a quota mille metri. Ieri sera pioveva e faceva ben più freddo. Lo zaino sulla mia schiena è troppo pesante. Continuo a mugugnare, come faccio già da giorni, contro il sopruso del materiale obbligatorio: capisco bene le esigenze di sicurezza, le condizioni imposte dalle compagnie di assicurazione delle manifestazioni e chi più ne ha più ne metta; però… Due luci con pile di ricambio: e graziarci almeno delle pile? La benda elastica: non saprei nemmeno come usarla. Idem la bussola: a parte il fatto che una bussola, senza cartina, serve a ben poco, io non sarei in ogni caso in grado di orientarmi. E ancora, un litro e mezzo d’acqua, quando, lungo l’itinerario, si trova acqua ad ogni piè sospinto. Un indumento caldo ed una giacca impermeabile: con le previsioni meteo per oggi e domani, più o meno unanimi nell’annunciare tempo bello e caldo, al limite con qualche temporale pomeridiano, io la felpa l’avrei lasciata a casa. Non è il peso di tutta questa mercanzia, a preoccuparmi; è il fatto che, per scarrozzarmi dietro tutto, non posso usare lo zainetto più piccolino, che è tanto comodo per correre. Più lo zaino è ingombrante, più è fastidioso e difficile correre, almeno per me, per quanto il sacco possa essere comodo, anatomico e ben aderente alla schiena. E’ pur vero che, in questo tipo di competizioni, io corro ben poco; però, in quei pochi tratti, non mi dispiacerebbe poter trottare risparmiando disagio e fastidio. Doppia seccatura, poi, se butto l’occhio sugli zaini di tanti altri concorrenti, la maggioranza direi: hanno sulla schiena zainetti che sono poco più che tasche… Mi mangio un cane, proprio io che sono vegetariana ed adoro i cani, se quei micro zaini contengono tutto il materiale obbligatorio da regolamento, in primis il litro d’acqua, che occupa il suo bravo spazio e non si può comprimere né nascondere. Come da copione, faccio parte della ristretta elìte dei fessi, che onore. E sono anche in pole position o quasi, appena dietro ai papabili per la vittoria: ma non è che volessi schierarmi in prima fila… Ero convinta che si partisse nella direzione opposta!

Il via, improvviso, coglie tutti di sorpresa intorno alle cinque e venti. Chiacchiere e risate vengono troncate di netto: si parte, di corsa, in salita, attraverso il centro del paese, lungo le poche belle case in pietra e tetti in lose, a turbare il sonno dei residenti e respirare il gas di scarico della Vespa che ci farà, fino all’inizio del sentiero, da apripista. Aldo e Filippo schizzano via, di gran carriera, e Giorgio a ruota. Quanto a me, fin dal primo km commetto l’errore più sciocco che si possa immaginare: mi sforzo di inseguirlo. Il guaio è che, già da giorni, il buon Giorgio mi fa una testa così con la sua ferma intenzione di concludere la corsa in 22 ore, ambizione che riguarda, per sua decisione unilaterale, anche la sottoscritta. Tipico atteggiamento di chi vuole la botte piena e la moglie ubriaca: sono certa che l’obiettivo sia sensato e realistico per lui; sono però altrettanto certa che sia del tutto fuori della mia portata. Mi basta pensare alla corsa Courmayeur – Champex – Chamonix di due anni fa: paragonabile per distanza (intorno ai 100 km) e dislivello (sui 6000, se non ricordo male), l’avevo conclusa al pelo delle venticinque ore. E’ vero, avevo senz’altro meno allenamento e meno esperienza in questo sport, ma oggi potrei forse ambire alle ventiquattro ore, non di meno. Ed i sentieri della Valle d’Aosta sono quasi sempre migliori, come fondo, rispetto ai salti da capre di quelli delle valli cuneesi. O ancora, penso all’Abbots Way che Giorgio ed io abbiamo corso insieme lo scorso maggio: 125 km e 5.500 m di dislivello, ma sui sentieri agevoli e sulle strade bianche della Via Francigena, alla quota massima di 1300 m; già lì, pur correndo molto, abbiamo impiegato circa 22 ore e mezza. Tutto ciò è la voce della ragione, la quale però dovrebbe dotarsi di un megafono, perché io non riesco a sentirla… Da perfetta imbecille, corro i primi due km di asfalto, con uno spreco sciagurato di energie, vuoi perché la corsa, nei tratti ripidi, non dà quasi alcun vantaggio rispetto alla camminata, vuoi perché dovrei ormai sapere che il mio motore ha bisogno di un lungo riscaldamento, prima di tentare numeri del genere. D’altro canto, mi dispiace deludere le aspettative del mio compagno di corsa, senza almeno provarci.

La salita non tarda a presentarmi il conto. Con il cuore impazzito che rimbomba in mezzo alle orecchie, la testa dolente e le gambe inchiodate, devo rassegnarmi a rallentare il passo. Giorgio guadagna terreno, si allontana; seguo con lo sguardo la chiazza rossa del suo zaino, finché la perdo di vista tra la folla. I corridori mi sorpassano a frotte, ma la cosa non mi preoccupa; ormai so che, alla partenza delle gare, questa è la regola; così come è scontato, man mano che scorrono i chilometri, fare la raccolta dei cadaveri. Occhio però, Gian, che oggi della categoria rischi di far parte anche tu, se continui così.
La luce del sole illumina sempre più la bellissima valle, anche se ci vorrà ancora un po’ perché arrivi a baciare i corridori. Due parole con l’uno, un saluto all’altro, cercando di nascondere l’affanno, più a me stessa che agli altri. Sbuffo come un mantice; vorrei buttare più aria nei polmoni, ma non ci sta; la gola brucia, i piedi pesano come macigni. Uso i bastoncini a mò di artigli, per spostare più peso possibile sulle braccia e dare alle gambe un po’ di requie. Di lì a poco, trovo Giorgio che si è fermato in mia attesa; riparte accanto a me, ma torna quasi subito a prendere vantaggio. Finché mi può sentire, lo esorto ad andarsene per la sua strada, perché io proprio non ce la faccio a partire a questo ritmo, ma quello niente, cocciuto più di un mulo; continua a voltarsi indietro e, poco oltre, si ferma ancora ad aspettarmi. La prima salita è aspra, impegnativa, ma non sarebbe nulla di tremendo, se io non fossi così nervosa. Detesto che un altro corridore rallenti per aspettarmi; è qualcosa che non solo non mi è di alcun aiuto, ma mi getta addosso un nervoso tale da complicarmi a dismisura la vita, già di per sé molto complicata quando la strada pende a doppia cifra. “Vai avanti, fai la tua strada, magari poi ci vedremo più avanti”, continuo a ripetere, per il suo bene, ma anche e soprattutto per il mio. Ma non c’è nulla da fare. Il breve tratto di discesa e pianura, che ci porta a correre in un bellissimo pianoro erboso ricco d’acqua, mi basta appena per tirare un po’ il fiato; altro che correre… Una valanga umana mi piomba addosso e mi sorpassa; schizzano tutti come saette. Cammino affannata, a testa bassa; è vero, mi perdo il panorama delle alte vette, ma non i colori accesi dei primi fiori estivi, lilla, blu intenso, giallo vivo, il bianco polveroso del sentiero. Stento a smaltire la botta iniziale; le gambe non rispondono, il cuore è impazzito. Dietro una curva, ancora Giorgio in attesa, lo imploro per l’ennesima volta di lasciarmi perdere… Ormai un po’ quest’omino lo conosco; il suo viso ha già cambiato espressione; si vede lontano un miglio che il nervoso già rode il suo fegato. Chiunque altro, a questo punto, verrebbe inesorabilmente invitato a recarsi ad espletare le funzioni corporali, ma non ho la confidenza necessaria per farlo, o forse non sono ancora abbastanza arrabbiata. Lo vedo ripartire e rimango con un senso di smarrimento: ma perché diamine si comporta così? Qualche giro insieme l’abbiamo già fatto; dovrebbe sapere che io non sono certo un fulmine e che, comunque, prima di raggiungere un’andatura al limite della decenza, ho bisogno di molti chilometri di riscaldamento. E non gliel’ho chiesto io di aspettarmi, anzi; non so più in che lingua esortarlo a correre la sua gara secondo le sue possibilità…

Così rimuginando, affronto la salita. Colle della Boaria, quota 2.200, se non ricordo male. Come sempre, l’itinerario non l’ho nemmeno guardato; ho una vaga idea del profilo altimetrico ma, per il resto, sono rassegnata all’idea che, qualunque sia il percorso, s’ha da marciare… Inutile costringere il neurone ad una fatica mnemonica inutile. Lassù, al primo colle che s’intravede, il sole illumina già il sentiero ed il lungo serpentone multicolore dei podisti. Acqua dappertutto, ruscelli e ruscelletti e pozze. Chissà se ho ancora qualcuno alle spalle? Non oso voltarmi.

La prima discesa seria è quella che, dal Colle della Perla, porta verso il Forte Centrale, al km 15, dove c’è il primo ristoro. Io sconto già da un po’ la cena forse troppo morigerata di ieri sera e la colazione di questa mattina, tragicamente parca rispetto alle mie abitudini. Il guaio di essere in gruppo: di fronte agli altri, non mi sento a mio agio; stamattina, o meglio stanotte, al posto della dose comunque notevole di pane e crema di cioccolato, se fossi stata sola, avrei fatto il pieno di focaccia, di pasta, di caffé con un quintale di miele, e adesso non mi troverei con lo stomaco vuoto ed ululante. Fatica, nausea, fame, le ho proprio tutte. Del resto, mi capita raramente di ridere tanto quanto ho riso ieri sera e stamattina in compagnia: è valsa la pena del quasi digiuno. Confido nel ristoro.
Camminando di buon passo lungo un’ampia strada sterrata, mi consolo osservando che non sono l’unica ad evitare di correre. C’è una mandria di mucche, che i pastori stanno faticosamente tentando di concentrare in un fazzoletto di pascolo; spuntano, tra un corno e l’altro, due motociclisti: e non ci sarebbe nulla di strano, se i loro mezzi non fossero luccicanti, ingombranti BMW da strada… Quanto di più inadatto, lo vedo anch’io che di moto non capisco un’acca, a questa strada sterrata tutta buche e pozze. Giorgio è lì, qualche decina di metri avanti; anche se non lo vedo in viso, percepisco già a distanza la sua tensione.

Il sentiero attraversa il gruppo di costruzioni in pietra del Forte Centrale; qualche accompagnatore si gode il sole mattutino, applaude, incoraggia. Qui la strada è piatta, potrei correre, ma non ce la faccio, sono vuota come un sacco abbandonato a terra, vuota, preoccupata e stanca. E siamo solo al quindicesimo km. Girato l’angolo di uno degli edifici, ecco il banchetto del ristoro: ma, solo a vederlo, mi cascano i bastoncini e, a ruota, le braccia… Da mangiare c’è solo una crostata alla marmellata; da bere, acqua o sali. La Coca Cola è già finita. Ma, quel che è peggio, il mio compagno di viaggio è seduto sul mucicciolo in pietra, braccia conserte, una maschera nera come la pece sul viso che, già di suo, ha lineamenti duri e severi. In altra circostanza, l’avrei preso in giro; in questo istante, invece, sento la rabbia ribollire dai bassifondi e risalire su. Morditi la lingua, Gian… Ingollo due bicchieri di sali e due quadratini di focaccia, mentre il kapò mi intima, secco: “Mangia adesso, perché poi per quattro ore non ne troverai più”. Ecco, perfetto, grazie per l’incoraggiamento. “Abbiamo venticinque minuti di ritardo”, ringhia. Lì per lì, mi vien da chiedere: ma venticinque minuti di ritardo rispetto a cosa? Abbiamo una tabella di marcia? Dobbiamo bollare la cartolina, o forse la mamma ha fatto gli gnocchi e ci aspetta per pranzo? Poi realizzo, forse è il ritardo rispetto al tempo che ha impiegato lui quando ha percorso questo tratto, l’anno scorso, quando la gara è stata interrotta proprio qui, per neve. E quell’orologio che continua ad agitarmi sotto il braccio, glielo farei mangiare tutto intero, compreso il cinturino. Ancora una volta taccio, ma il novello Adolf non molla: mentre ci rimettiamo in marcia, mi rimbrotta perché “tutti quelli che conosco sono già passati avanti”… Usque tandem abutere? A tutto c’è un limite, figuriamoci poi alla mia pazienza. Ma possibile che una persona, della cui intelligenza ho la più completa ammirazione, venga a farmi un discorso del genere? La paura di essere canzonati dagli amici la posso ammettere fino all’età di dieci anni, ma poi basta… Se ci tieni a fare un buon tempo, te l’ho già detto mille volte in quindici km, prendi e vai, che fai un favore a te stesso e pure a me; e poi, stiamo correndo una gara a piedi, siamo qui per divertirci, sia pure a modo nostro un po’ masochista, non per compiere una missione di guerra in Afghanistan; ti sembra il caso di arrabbiarti e comportarti in questo modo? Tutti questi pensieri si affollano tumultuosi nella mia scatola cranica già surriscaldata, tanto che il neurone va a serio rischio di corto circuito. Qualche concetto arriva fino alle corde vocali, sia pure in versione edulcorata: mi sa che ho reso l’idea, perché, dopo aver dato voce alla mia indignazione, non sento più una mosca volare, alle mie spalle. E che diamine, sono offesa e dispiaciuta sul serio: sto mettendocela tutta, ma non si può tramutare un mulo da soma in un purosangue, e poi, porcaccia peripatetica, abbiamo ancora novantacinque km davanti!

Un lungo tratto in falsopiano in cui scarico in un vigoroso passo da bersagliere la mia furia omicida, mitigata solo dai saluti e dalle quattro parole scambiate via via con Tizio e Caio e dal saluto di uno dei tifosi presenti: “Dopo la Torino Saint Vincent, questa la fai come defaticamento?”. Scruto le pareti alla ricerca del varco da cui andremo a passare: man mano che avanziamo in salita, mi accorgo di un serpentone appeso alla montagna, su un sentiero che dà l’idea di essere quasi verticale… Urca! Ci avviciniamo di buon passo all’impressionante salto, di cui non si vede la fine, e forse è meglio così: quando il buon Giorgio, dopo lungo silenzio, riacquista la favella, lo siluro all’istante: “Ah, ma allora parli… Pensavo fossi incazzato!”. “Non sono incazzato – replica, rassegnato – sono nervoso…”. Amara constatazione: siamo due caratteri troppo simili per accompagnarci nelle difficoltà di una corsa del genere senza distruggerci a vicenda.

La pendenza giunge a fare tabula rasa dei nostri rancori. Una salita micidiale, quella al Fort de Giaure: da sotto, si vedono i podisti incedere quasi al rallentatore, volti tirati dalla fatica, schiene piegate, mani sulle ginocchia, passo pesante. Ecco, ammetto la mia vanità: solo qui posso cercare il mio momento di gloria. A dispetto del mio posteriore ingombrante e pesante, amico della forza di gravità più che della sua proprietaria, in questo tratto me la cavo meglio della media, tant’è che, uno dopo l’altro, supero i corridori che mi precedono e risalgo la fila, oltre al sentiero. Con rabbia e fatica, ed una buona dose di paura, perché qui basta un piede in fallo, perché qualcuno debba poi sobbarcarsi l’incombenza di andare a raccogliere quel che resta di me con il cucchiaino da caffé. Giorgio non cede, resta incollato, fa lo splendido: “Sarei contento se le salite fossero tutte così… Almeno il dislivello andrebbe via in fretta”, e ancora, “Guarda giù che bel panorama”, con l’aria svagata ed allegra del turista della domenica al picnic. E’ fortissima la tentazione di infilzarlo a mò di spiedo, con un bastoncino… Ma quel che conta, adesso, è arrivare in cima, più in fretta possibile, prima che i polmoni o il cuore scoppino. Devo incutere un certo timore: molti, a sentirmi arrivare, si fanno da parte… In ogni caso, arrivare al colle non mi dispiace, tutt’altro. Fort de Giaure: un gruppo di assistenti della corsa prende nota dei numeri. Segue un breve tratto di discesa e falsopiano, su sentiero agevole: quasi tutti corrono; io mi rifiuto, ostinatamente, anche perché continuo, nonostante l’exploit del tratto di salita dura, a sentirmi addosso la fiacca, le gambe e le braccia molli. Il kapò non demorde, si domanda perché io non voglia correre, se poi, a suo dire, quando il sentiero s’impenna, lui stesso fa fatica a seguirmi. La ragione è una sola; davanti a noi ci sono ancora novanta km ed io cerco di limitare gli sforzi che mi costano più fatica, sia fisica che psicologica. Correre su asfalto mi piace moltissimo; al contrario, la corsa su sterrato, fosse anche una bella strada bianca, mi risulta indigesta.

Abbandoniamo la strada sterrata per imboccare un sentiero che sale su, ripido, per un centinaio di metri di dislivello, forse meno., intorno a quota 2.100. Il sole è sempre più caldo; si annuncia una splendida giornata, anche se qualche frangia di nuvole qua e là mi dà l’idea che il pomeriggio ci riserverà forse qualche temporale.
La successiva discesa è lunga e molto impegnativa. Inutile dire che perdo subito terreno: in breve tempo, mi riagguantano tutti i podisti che ho lasciato indietro in salita. E’ matematico… Ormai non ci faccio più nemmeno caso. Io lavoro di bastoncini e piedi puntati, con buona pace degli alluci. Per fortuna, le scarpe che indosso – nuovissime, tanto che ho levato l’etichetta ieri sera – hanno un’eccellente tenuta su terreno scivoloso e, a quanto pare, anche su roccia umida; mi sono di grande aiuto. Dovrò ringraziare Matteo per la consulenza. Anche per lo zaino, che sempre Matteo mi ha lasciato in prova due sere fa: molto capiente, comodo, con due tasche laterali perfette per le borracce ed altre due taschine sulla cintura, ottime per barrette e carabattole varie.

Dieci km di discesa, ahimè, sono un vero massacro. Alla difficoltà del sentiero ghiaioso in quota si sommano quelle del terreno umido nel bosco, ma soprattutto torna a farsi sentire la fame, più che mai rabbiosa. Quella betoniera calzata La Sportiva che risponde al nome di Matteo, a quest’ora, sarebbe già moribondo; la sua maniacale dipendenza dal cibo è l’unico pensiero divertente nel vortice di ansia in cui sto annaspando. Giorgio è sparito in discesa; non lo vedo più in attesa: forse s’è finalmente messo l’animo in pace, rassegnato a correre la sua gara. Perfetto, un motivo di preoccupazione in meno. Non finisce mai, la discesa; ho un mal di testa che mi schiaccia, sento le gambe vuote, continuo a rimediare una storta dietro l’altra: la caviglia destra è già in fiamme… All’ennesimo colpo, resta un dolore acuto; speriamo di non aver fatto danni gravi… Sembra di no, però procedo con cautela. L’angoscia mi piomba addosso a tradimento, man mano che la discesa somma difficoltà a difficoltà. Ogni volta che incespico, vorrei urlare; in mezzo al bosco, mi sembra di vedere mille sentieri e non riuscire a trovare la mia via; le bandelle che segnano il percorso ci sono, ma molto distanti l’una dall’altra, tanto che trovo pace solo quando sento delle voci sopraggiungere alle mie spalle. E mi sfogo scaricando la tensione sul mio capro espiatorio, che, per sua fortuna, è ormai lontano: è lui, Giorgio, la causa di tutti i miei mali, lui che ha osato intimarmi, scocciato, di metterci più impegno, quando io ero già alla canna del gas. Non lo raggiungerò più, ma guai a lui se dovessi acchiapparlo. Giuro, lo sopprimo, gli conficco i bastoncini tra le scapole!
Il sentierino sbuca in un ampio pianoro, in una strada sterrata che costeggia il torrente, impetuoso e limpido. La giornata è meravigliosa, anche se sulle cime fanno capolino i primi segni dei nuvoloni da temporale; il mio morale, però, è a terra. Tiro avanti perché non c’è altro da fare: da qui a Casterino, tre o quattro km di corsa lungo la strada asfaltata. Un po’ di asfalto non mi dispiace affatto; mi sforzo, qui sì, di correre, o meglio corricchiare, con cautela, in compagnia di una podista veneta e di Alessandro, alias Cesare, che fila via di buona lena, più che mai concentrato nell’impresa. Ma nemmeno le chiacchiere riescono a distrarmi dalla paura per la mia condizione fisica così triste, e dal rimuginare ancora sulla discussione, per me molto pesante, con Giorgio. Non riesco a farmene una ragione, anzi, più ci penso e più mi arrabbio, ma forse non è nemmeno rabbia, è delusione: ma che senso ha che si sia comportato così?

I km di asfalto non passano mai; dopo una curva ce n’è un’alra, e un’altra ancora. Il sole picchia e le forze se ne vanno via, come se io fossi un serbatoio bucato. Quel che resta della mia speranza per questa corsa è tutto riposto nel ristoro di Casterino. Ci arrivo, finalmente, al lumicino delle forze. Trangugio non so più quanti bicchieri di Coca Cola e di acqua gasata; mangio un pezzo di plumcake, bagnato nell’acqua, e poi ingollo un pugno di cubetti di zucchero, masticandoli con avidità. Butto infine tre cubetti di zucchero in ogni borraccia e le riempo entrambe d’acqua: così, un po’ rinfrancata, saluto e mi avvio in salita, con circospezione, ma non prima di aver riempito di pezzi di banana il sacchetto che ho sullo spallaccio. La salita, direzione Refuge des Merveilles, inizia proprio al banchetto del ristoro, al km 34, con una ripida rampa in cemento. Si imbocca poi una bella e comoda strada sterrata, non troppo ripida; l’ideale per prendere un passo regolare, svelto, ed andare su. Mi sento decisamente meglio, adesso. Spero non si tratti solo di un effetto placebo… Percorro un buon tratto in compagnia di un corridore di Legnano, che apprezza il mio passo regolare; non posso negarlo, questi sono i complimenti che più mi fanno piacere… Insieme risaliamo nel bosco, all’inizio accanto ad un bel lago di un colore verde intenso, sempre lungo la sterrata, superando qua e là altri concorrenti, e chiacchieriamo. D’improvviso, incontriamo alcuni figuri in tenuta da corridori, che scendono in senso inverso alla corsa. Tra loro c’è Filippo, uno degli amici di Giorgio: gli chiedo cosa gli succede; scuote la testa, sbotta “Basta, basta!”. Ma come… Basta? Gli domando, al volo, di Giorgio; l’ha incontrato… Allora può darsi che non sia troppo lontano! Accelero istintivamente il passo, non so nemmeno io se per la voglia di ritrovare una compagnia familiare o per la speranza di vederlo ricondotto a più miti consigli podistici. Che poi significa, fuori dai denti, di vederlo strisciare sui gomiti implorando pietà. So bene, però, che quest’ultima speranza non ha ragione di esistere; è ben difficile che lui vada in crisi e, se accadesse, certo lui non lo darebbe a vedere. L’andatura da locomotiva, però, mi riesce bene: tornante dopo tornante, raggiungo un gruppo in cui riconosco qualche volto noto. Di lì a poco, un bivio: si imbocca un sentierino a sinistra. Il podista che mi accompagna in questo tratto annuncia: “Adesso, 1,2 km al 33%”. Ah… Ne prendo atto, un’altra mazzata. Pas de Colle Rousse. Non appena la vegetazione si dirada, non tardo a capire ciò a cui allude: il serpente colorato è un’altra volta appiccicato ad un pendio quasi verticale e molto alto. Bando alle esitazioni, gambe in spalla, anche qui, a costo di sputare i polmoni. Mi metto alle calcagna di un corridore che sale su deciso, ad un passo per me congeniale, e non lo mollo più; come due vagoncini collegati, risaliamo la fila, veloci ed inesorabili, sotto gli occhi stralunati di chi resta indietro. Spesso non ricevo risposta, quando ringrazio chi si sposta per lasciarmi passare, ma certo è un misto di sorpresa e sfinimento. E pazienza se, scollinata la vetta, tutti costoro mi passeranno sulle orecchie in discesa. Ginocchia e bastoncini sono sollecitati allo spasimo; vado su senza guardarmi intorno, solo, di tanto in tanto, naso per aria ad indovinare quanto manca. Sugli ultimissimi strappi, la mia lepre si volta e mi chiede, in francese, se io voglia passare avanti: “No – rispondo convinta – tranquillo”. Mi ha tirata fin quassù: sarebbe scorretto e vigliacco sottrargli il passaggio al colle davanti a me. Anche se non c’è alcun traguardo né alcun premio, un corridore sa quanta soddisfazione possa dare il passaggio ad un colle.

I nuvoloni si addensano e talvolta arrivano a coprire il sole. Al colle, quota 2.250, fa quasi fresco. Tutta ringalluzzita dalla salita, prendo fiato seguendo il sentiero in mezzo al prato, accanto ad un lago. Procedo decisa, quando all’improvviso mi sento chiamare: toh guarda… Il kapò! Spunta di lato ad una roccia, dove s’era fermato per un pit stop… Ma dell’espressione truce del kapò non c’è più nulla, al suo posto una sincera euforia per il rinnovato incontro. In una frazione di secondo, realizzo che non posso conficcargli i bastoncini tra le scapole, se mi sta di fronte: ma poi sono contenta anch’io, tanto che, per un attimo, mi pento d’avere speso tanto tempo ad elaborare le più raccapriccianti forme di tortura da mettere in atto su di lui! Sepolta, almeno per il momento, l’ascia di guerra, procediamo insieme attraverso l’ampio pianoro, riassumendoci a vicenda le vicissitudini degli ultimi chilometri solitari. Filippo ha gettato la spugna, e lo sapevo già; Aldo, invece, prosegue ed arriverà probabilmente a Cap d’Ail molto, molto prima di noi.

Ci godiamo il lungo, bellissimo sentiero a mezza costa nella Valle delle Meraviglie, chiacchierando e ridendo come ai tempi dell’Abbots, che spero siano i passati, i presenti ed anche i futuri. Camminiamo di buon passo, a volte corriamo, ma solo di tanto in tanto. Ci sorpassa un corridore vestito di nero, che mi coglie di sorpresa con uno squillante “Complimenti per la salita”, a cui fa seguito un “Impressionante” e ancora un “Andavi al doppio degli altri”… Giorgio, che ormai sa quanto io gongoli in questo momento, rincara la dose, “Lei va davvero forte in salita”. Ed omette, per pietà, di precisare che, in compenso, su qualsiasi altro terreno, pianura o discesa che sia, mi pianto come una sequoia e nessuno mi schioda più.
Corriamo lungo un bel sentiero a tratti quasi in piano; davanti a noi, due colleghi che viaggiano insieme, appena un po’ distanziati. Superiamo il primo, che osserva Giorgio scappare avanti ed esclama: “Come si fa ad essere inseguiti da una bella donna e scappare così”. Al che, il mio compagno d’avventura, pronto, dà voce a quella che per me è stato solo un pensiero inespresso: “Eh, ma io ho altri gusti…”. Al solo udire quelle parole, il secondo podista, ancora davanti a noi, si para immediatamente da un lato: “Allora ti lascio passare… Non si sa mai!”. Piegata in due dal ridere, perdo ancora terreno…
La fame è tornata a farsi sentire; di quando in quando, la ammortizzo con qualche boccone di frutta secca e, per il resto, mi distraggo a guardare il panorama di pascoli, splendide cime e rocce color lilla sotto i piedi. In qualche punto, capita di calpestare neve; nonostante lo sconcerto del mio compagno di viaggio, a me piace afferrarne un pugno e masticarla lentamente, a mo’ di granita senza gusto. Ok, non sarà certo sterile, ma in fondo nemmeno radioattiva… A cosa serve, se no, il sistema immunitario?

Il cielo s’è ormai quasi coperto; di tanto in tanto, scende qualche goccia di pioggia. Tutt’intorno, pascoli e cime tondeggianti. In vista dell’Authion, percorriamo un’ampia curva seguendo il profilo della montagna: un’immagine che ho ben impressa nella memoria, per averla già vissuta a settembre dell’anno scorso, durante la bellissima traversata da San Giacomo di Entracque ad Airole con Isacco. In particolare, l’incontro ravvicinato con i maremmani, appena prima dell’Authion… Da qui si vedono già il bunker e la capannetta diroccata lì accanto. Scendiamo lungo un sentiero appena accennato in mezzo a piante fittissime a foglia larga, e poi a grossi ciuffi d’erba, con l’accompagnamento musicale di un grosso gregge di pecore sparso sotto di noi, sul pendio. Immagino che i pastori, ed anche i poveri cani, abbiano perso l’udito da un po’: il frastuono è ignobile!

Il sentiero scende, dolce dolce, fino ad una sella, poi risale in un paio di tornanti secchi fino alla capannetta e, da lì, dolcemente, verso l’Authion. Cielo plumbeo ed un’improvvisa pioggia a goccioloni ci convincono ad indossare le giacche impermeabili, per la seconda volta: ironia della sorte, la pioggia cessa non appena abbiamo chiuso le cerniere. E torna a spuntare il sole. Risaliamo all’Authion chiacchierando e sghignazzando: ho l’impressione che qualcuno degli altri podisti che viaggiano più o meno al nostro stesso ritmo, e che sono spesso nei nostri paraggi, stiano meditando un duplice omicidio… Oggi niente maremmani a sbarrare la strada, come quella splendida sera. Si procede di buona lena, fino all’Authion. La strada sterrata è costellata di pozze; mi sa che il temporale ha preceduto di poco il nostro passaggio, a danno di chi ha corso più forte ed è passato qui prima di noi. Il mio unico, costante tormento è la fame, brutta davvero, questa volta. Ho bisogno di mangiare qualcosa di sostanzioso, e salato…

La discesa dall’Authion è lunga e tormentosa; i morsi della fame mi fan perdere l’allegria, nonostante gli sforzi del buon Giorgio che, all’occorrenza, si presta anche a fare il buffone pur di tenermi sveglia. Ma il dentino in risalita, aggiunto a quanto pare per evitare di arrivare al rifugio di Camp d’Argent, nonché al punto di ristoro via strada asfaltata, mi precipita nello sconforto. Ma perché… Tocca risalire, in mezzo ai pini, fino all’impianto che, credo, sia uno skilift; il mio compagno di viaggio fa il possibile per rincuorarmi, ma io sono a terra. Quanti sbalzi d’umore ho già sofferto oggi… Sarà la menopausa? Scendiamo per un buon tratto lungo un’odiosa pista da sci, in mezzo ai detriti di pietre, dove si scivola ad ogni passo; Giorgio schizza avanti, ma io fatico persino a camminare, sono vuota ed intontita. Un solo annuncio mi rende felice: “E’ laggiù”, il compare mi indica il rifugio. Da qui è partita, mezz’ora fa, la versione breve di questa gara, il Neander Trail. Ora sono all’incirca le quattro e mezza. Dai boschi sale una nebbia lieve, sfilacciata.

Km 54, siamo a metà. Raccolgo quel che resta delle mie energie per fare irruzione al ristoro, con la foga di chi è pronto a mangiarsi le portate, i piatti, le stoviglie, il tavolo ed anche gli assistenti. E’ la mia salvezza: qui c’è di tutto, formaggio, pasta, minestra in brodo, zucchero, caffé, pane, affettati vari e frutta. Trangugio qualcosa come otto fette di un ottimo formaggio tipo Camembert, più un piatto di pasta, un bel po’ di cubetti di zucchero, cioccolato, frutta, il tutto innaffiato da un diluvio di Coca Cola; Giorgio, come sempre più morigerato di me, si accontenta di qualche porzione da canarino. Insieme con la glicemia, risale anche l’umore: riparto euforica, potere della pappatoria; nel sacchetto sullo spallaccio ho infilato una banana e due merendine tipo plumcake. Il prossimo punto di ristoro sarà al km 78, a Sospel, quindi tra 24 km. Giorgio suggerisce di avviarsi con cautela, perché si sente un po’ appesantito; per quanto mi riguarda, io sono piena al limite dell’esplosione.

L’aria frizzante che resta dopo la pioggia e la nebbiolina che sale dalla vegetazione ci accompagnano lungo il primo tratto di sentiero nel bosco e poi su una strada sterrata, comodissima, in leggera salita, per me l’ideale per prendere un po’ di fiato e spenderlo immediatamente in chiacchiera. Viaggiare con Giorgio è meglio che avere la radio… E non si perde mai il segnale! Un muro, unica traccia superstite di una costruzione, offre il riparo ideale per un pit stop; peccato che, dopo, mi tocchi correre come un’indemoniata per raggiungere il mio compare, che nel frattempo è stato a sua volta acchiappato dall’implacabile Scion. Dobbiamo risalire ancora un paio di volte, ed una volta fin quasi a quota 2000, prima di lanciarci nell’interminabile planata verso Sospel: ben dodici km che ci porteranno dalle alte vette fino ai bassifondi dell’abitato, a quota 300 m. L’affrontiamo, almeno all’inizio, con l’umore alle stelle; non smettiamo un attimo di ridere, schiamazzare come ragazzini, con buona pace del gruppo che superiamo e di cui ci mettiamo alla testa: nessuno fiata, solo Giorgio ed io piantiamo cagnara, con la collaborazione di Maurizio, un podista che, a quanto pare, trova congeniale la nostra andatura. Alla discesa vera e propria si alternano tratti di pianura e leggera risalita; Giorgio spesso si mette a correre, parte, sparisce, poi di tanto in tanto aspetta. Si vede lontano un miglio, che muore dalla voglia di far presto: ma, memore del gravissimo rischio di morte cruenta che ha corso nella prima parte della gara, ben si guarda dal proferire verbo. Maurizio propone, pure lui, di abbatterlo usando il bastoncino a mò di fiocina… Canti e schiamazzi si affievoliscono man mano che ci rendiamo conto di quant’è ancora lontana Sospel; si levano cori di improperi, di lamenti, gemiti strazianti. Ginocchia, polpacci, piedi domandano pietà; io continuo a storcere le caviglie di lato, ed ogni volta è una coltellata, finché poi la caviglia non smette di dolere e pulsare. Forse è meglio quando si corre in mezzo alla vegetazione; se non altro, non ci si rende conto di quant’è ancora lunga la discesa. E poi, quando la strada si fa più comoda per correre, io non ne ho più, tra il mal di gambe e la fame che è tornata ad assalirmi. L’unico lato positivo dell’intera faccenda è che più perdiamo quota, più sale la temperatura, e con essa l’umidità; clima tropicale che a me piace tantissimo, anche se il buon Giorgio, amante dei climi freddi, uggiosi e cupi, ha qualcosa da ridire.

Le case di Sospel giungono come una vera liberazione. Cento metri sotto un bellissimo porticato in pietra, ed ecco i banchetti del ristoro, con il solito contorno di podisti più o meno sversi, accasciati sulle sedie, per terra, dove capita. Formaggio, pane, cioccolato, pastina in brodo, Coca Cola, pistacchi, passata di frutta, tutto in rigoroso ordine sparso e facendo qualche richiamino dell’una o dell’altra pietanza: il mio compagno di viaggio, che è un omino educato e stiloso, si siede a tavola e mangia con garbo, mentre io salto da un tavolo all’altro e mi riempo la bocca fino a trasformare le guance in due enormi sacchi, a mo’ di criceto. E ancora mangio mentre Giorgio, ormai sazio, illustra ad un altro concorrente alcuni dettagli dell’itinerario.

Si riparte con la luce fioca del tramonto, in squadra ormai fissa di tre elementi: Maurizio s’è inserito a buon diritto, con la sua ironia tagliente: poche parole, ma buone. Salita al Col de Castillon: bellissima, ripida, tutta a tornantini in rapida sequenza. L’ideale, insomma. Riacchiappo Scion: “Tanto, la fine è in discesa, vinci tu…”. “A me basta – replica l’inossidabile – che finisca!”. Raggiungo anche Luciano, che un po’ barcolla ma certo non molla, e non reagisce alla mia bonaria presa in giro, ma mi lascia passare. Sono sicura che arriverà alla fine: è implacabile, si sciroppa gare da fachiri tutte le settimane; in confronto, i miei sono carichi da pivelli!
Mi diverto, ancora per una volta, a giocare alla locomotiva, o meglio, al trenino a cremagliera, vista la pendenza, ed a riacchiappare un buon numero di avversari che poi, puntualmente, mi surclasseranno in discesa. E’ ora di accendere la pila frontale; d’ora in poi, si viaggerà fissando il cono di luce davanti agli occhi, in attesa della luna, stanotte piena, che non tarderà a farci grazia della sua presenza. Dal Col de Castillon, una ripida discesa sconnessa ci massacra, se ce ne fosse bisogno, i garretti. Il povero Giorgio è già da un po’ tormentato dalle vesciche ai piedi: la sua resistenza al dolore è impressionante. Non fa una piega, continua a ridere e scherzare… Non c’è ombra di stanchezza né sul suo viso, né nel passo; solo determinazione ed incrollabile certezza di arrivare alla fine. Beato lui. Lo ripete più volte: “Se non fosse per le piaghe, starei benissimo, non ho alcun problema”. Io invece i problemi li ho, eccome, persino sulla lunga strada quasi in piano, sterrata, interminabile, che ci porta verso il ristoro del Col des Banquettes, km 90. Scambio di messaggi sul telefonino con Matteo, che trepida a casa e che, al km 85, mi incoraggia: “Una come te, 25 km non li vede nemmeno”. Sì, come no… Non li vedo perché defungo prima!
Una bellissima luna piena illumina il nostro cammino di un freddo colore azzurro; da un paese a fondovalle giunge la musica di una festa, con tanto di DJ e ritmi anni ’70. Davanti a noi, le luci di un paesello che immagino sia Sainte Agnés. Immagino, per esserci passata più volte in bici.
La mia allegria pian piano si spegne, con il ritmo del mio passo. Questa volta non è nemmeno più fame, ma una debolezza infinita che s’impadronisce di ogni muscolo del mio corpo. E, con quella, il terrore di non farcela più, e il desiderio disperato di raggiungere il punto di ristoro, per avere almeno un attimo di tregua. Cammina, cammina e ancora cammina, su un tracciato che permetterebbe senza problemi la corsa, se solo ne avessi l’energia. E l’occhio fisso sul serpentone di luci che s’arrampica su per la montagna proprio sopra la nostra testa: la Cime du Baudon, l’ultimo tremendo spauracchio. O almeno, quello che siamo convinti sia l’ultimo… Una salita che ho già più volte sentito citare, oggi, con timore reverenziale; in effetti, vista da quaggiù, ne ha tutta l’aria; la sagoma nera, imponente, minacciosa, di una parete, percorsa da una linea di lentissimi lumini. Ma il ristoro, quando diavolo arriva il ristoro? Ci sarà poi davvero? Quando ormai ho perso forze e speranze, ecco la luce che spunta dietro una curva. Mangiare, per quanto posso: ancora il brodo caldo, il cioccolato, lo zucchero. Il caffé no, non vuol saperne di andare giù, è nauseante, imbevibile. Un bellissimo falò rischiara e riscalda il crocchio di podisti seduti lì accanto, mettendo in risalto, nel gioco delle fiamme e delle ombre, lo sfinimento dei volti tirati e degli sguardi un po’ assenti. Chissà quanti di loro ripartiranno.

Maurizio si ferma qui, tormentato già da tempo da un forte dolore alla caviglia, che non riesce più a piegare. Dice che si riposerà un po’ e poi valuterà la possibilità di continuare: ci salutiamo. Giorgio ed io ci avviamo verso la ripida salita, seguiti a ruota da un gruppetto; questa volta, in testa sale lui. Io seguo, moribonda, con le gambe molli ed il morale sotto i tacchi. E’ un circolo vizioso, la stanchezza che fomenta l’angoscia che tormenta i muscoli… Ora sono io a sperare che il mio compare non faccia il matto; per fortuna, procede con cautela. Coraggio Gian, mancano venti km. Le prime rampe sono spietate; aleggia sul gruppo un silenzio di tomba, solo i sospiri ed il ticchettio dei bastoncini sulle pietre, il fruscio delle foglie, il canto incessante dei merli e di chissà quali altri uccelletti. Una lenta processione, ciascuno chiuso a combattere la propria battaglia con chissà quale sfida. Giorgio all’improvviso esita, si ferma: da troppo tempo non vede più fettucce di segnalazione. Che fare? Continuare così o andare indietro? Non ricordo di aver visto bivi, ma in effetti quest’assenza prolungata di indicazioni è sospetta. E’ sempre lui, il mio compare, fresco come una rosellina di campo, che si lancia in discesa, in esplorazione di un sentierino che si stacca dal nostro e che in effetti nessuno aveva notato. Nessuna traccia di balise, neppure lì. Torniamo sui nostri passi: non ci resta che tornare lungo la via che stavamo seguendo. Davanti a me, due concorrenti che salgono con un buon passo: sputo l’anima pur di non farmi staccare: non è certo la posizione in classifica che importa, ma è l’effetto devastante che, sul mio morale, avrebbe la loro fuga.

L’ascesa, all’inizio davvero spietata, si fa via via meno severa. Scruto il cielo, cercando di distinguere la linea di un ipotetico colle nel buio della notte; solo quando la vegetazione finalmente si dirada, ho l’impressione di poter dire “Ci siamo quasi”. Lo dico, infatti, pochi minuti dopo. Nella terrificante discesa che segue, i corridori che avevo alle spalle mi passano tutti sulle orecchie, tranne Giorgio. Proprio come me l’avevano descritto, questo sentiero: ripido, tutto pietre instabili, salti, scalini inaffidabili, un vero calvario, per me che ho poco equilibrio, ma soprattutto per il povero Giorgio, con i piedi massacrati dalle vesciche ed il sangue che già affiora sulla superficie della scarpa. E non fa una piega, salvo osservare di tanto in tanto, distrattamente, che gli danno un po’ fastidio i piedi. Impieghiamo un’eternità a coprire questo tratto di sentiero così scosceso e cattivo. Con noi ora viaggia un altro aggregato, Paolo, se non ho letto male il nome sul pettorale. La luce della frontale, anche alla sua massima potenza, non mi è di alcun aiuto per sentirmi sicura ed appoggiare decentemente piedi e bastoni; i miei compagni, però, non mi sembrano molto più a loro agio. E’ l’umore, che non vuol saperne di risollevarsi. Desidero la fine della gara, ma la vedo ancora come una meta lontanissima, irraggiungibile, quasi come se non esistesse, e non riesco a trovare la grinta necessaria per dire “Dai, coraggio, mancano meno di venti km ormai”. Non ci riesco, non c’è verso. Giorgio ha capito bene quale sia il mio stato; mi tiene d’occhio, fa il possibile per spronarmi. Dopo la tormentosa discesa, dal Col de la Madone, ancora una risalita, verso le luci rosse di alcune antenne, e in vista del mare, con il riflesso argenteo della luna sull’acqua, e delle innumerevoli luci della costa. Risalita molto dolce, blanda, in cui mi sforzo di far muovere le gambe ad un ritmo almeno decente, guardando di quando in quando in su, con terrore. Le antenne sono sempre più vicine; finalmente ci passiamo accanto, ma la salita sembra non voler mai avere fine. Si sale ancora un po’, e poi ancora un po’…

Fiacca e fame la fanno ancora da padroni. Imbocchiamo, in discesa, una lunga strada sterrata che passa in mezzo ai campi da golf, con tanto di doccia gratis, e per me ben poco gradita, sotto i getti degli irrigatori. Un gruppetto misto di italiani e francesi. Qui Giorgio sente Aldo al telefono: è già arrivato da un po’, lui! Poco più di venti ore il suo tempo, e solo perché, nei primi 40 km, ha rallentato per attendere l’amico poi ritirato… Sono contentissima per lui, è una persona d’oro e se lo merita!
Il mio umore cupo e mugugnoso è ormai incancrenito, ma ancora sotto controllo razionale. Almeno fin quando non mi si palesa di fronte l’orrenda verità: c’è ancora una salita… Ancora una stramaledetta salita, cento metri di dislivello almeno. E qui perdo ogni contegno: non è possibile, non finirà mai, non arriveremo mai a Cap d’Ail, dopo questa ce ne sarà un’altra ed un’altra ancora… E quasi mi stupisco io stessa della convinzione inattaccabile con cui penso queste assurdità. Le lacrime sono lì che spingono per uscire, il groppo in gola non si scioglie più, il respiro è rotto… Proseguo solo perché non ho scelta, perché, se anche abbandonassi la gara, dovrei comunque trascinarmi altrove con i miei piedi. E poi è quasi finita… Giorgio non perde occasione per farmi coraggio, nella salita e poi finalmente nella discesa, ma io ormai non lo sento più. Disperata è il termine più indicato per descrivermi, adesso. Debole, preoccupata, senza forze per mandare avanti i piedi, senza più volontà di coprire ancora quei pochissimi km che mancano al traguardo. Mi sento come se avessi ancora cento km davanti.
Dal buio del bosco, sbuchiamo finalmente all’ultimo punto di ristoro, La Turbie, km 104: non mi riesce nemmeno più di fingere un sorriso. Devo avere l’aria completamente stravolta, gli occhi lucidi. Bevo un po’ di Coca, mangio zucchero e pistacchi, dolce e salato, e poi ancora zucchero; alle borracce quasi vuote non penso nemmeno più. Riparto per inerzia, con Giorgio e Paolo; li seguo nel tratto in mezzo al paese, splendida salita a lunghi e bassi scalini di ciottoli, illuminati dalla luce gialla dei lampioni. Sarebbe bellissimo, se solo lo sapessi apprezzare. Giorgio si gira di continuo, ma evito il suo sguardo, perché in questo momento la mia insofferenza abbraccia tutto e tutti. Vorrei sparire… “Non devi piangere, non adesso… Dopo!”, mi ordina, e così faccio ancor più fatica a trattenere i goccioloni. L’ultima, davvero l’ultima discesa, l’ultima coltellata, sentiero ancora una volta impraticabile, tutto sassi instabili, ghiaia scivolosa, scalini da superare con mani e bastoncini, ora chiuso nel bosco, ora aperto con la vista sulla Costa Azzurra. Sopra la nostra testa, un imponente paretone di roccia verticale. Ma perché, mi domando, già che ci sono, questi sadici della Cro non ci fanno fare un paio di tiri di arrampicata lassù? Che so, magari una via ferrata? Cap d’Ail è ancora lontana, ma la discesa, pure distruttiva, pian piano attenua l’angoscia. Va un po’ meglio, forse, appena un po’ meglio, ma quest’incubo non finisce più; il sentiero a tratti risale leggermente, poi precipita con pendenza da capre.

L’asfalto di Cap d’Ail non è ancora l’ultimo atto. Ci tocca la scudisciata di una ripidissima rampa in discesa, su cemento; non oso pensare al dolore dei piedi del povero Giorgio, che pure è più arzillo che mai. All’incrocio con la strada asfaltata, appoggiata ad una ringhiera, troviamo Ilaria, la compagna di Luciano, già bella fresca e riposata dopo aver corso il Neander Trail in meno di otto ore: fantastica! Ci indica la direzione giusta al successivo incrocio; se non fosse per lei, ci saremmo persi di sicuro!
Attraversiamo al semaforo lo stradone appena sopra Cap d’Ail, sotto gli occhi allibiti dei primi automobilisti mattutini. Il cielo sta appena appena schiarendo, è l’alba. Ci tocca ancora un chilometro di giravolte nella città: quando finalmente spuntiamo sulla passeggiata lungo il mare, mi sembra che da qui alla fine ci sia ancora un’eternità. Si sente il rumore placido del mare, si vedono al largo le lucine delle barche. Tutto bellissimo, basta guardare verso l’acqua e non verso la terraferma, perché Cap d’Ail, come ogni paese della Costa Azzurra che si rispetti, è un orrendo minestrone di brutture e pacchianeria edilizie. Mi sforzo di correre, per dare a Giorgio l’estremo contentino; Paolo potrebbe scappare, ma ci aspetta. Non finisce più, il lungomare. Tengo fisso lo sguardo sul semaforo che Giorgio ha indicato come riferimento: “Il traguardo è lì”… Non provo né gioia, né sollievo, quasi nulla. Calpestare la sabbia della spiaggia, raggiungere il palco, è qualcosa che dovrebbe farmi scoppiare dalla gioia; sorrido, sì, faccio il possibile per dissimulare l’imminente crollo psicofisico, ma sono stupita io stesso, non mi ero mai sentita così. Triste, delusa e rassegnata. Ci accoglie Aldo, anche lui già fresco, riposato, in tenuta casual da spiaggia. Giorgio ed io siamo, letteralmente, radioattivi…

Molte sdraio, sulla spiaggia, sono occupate da fagotti informi, imbozzolati nei sacchi a pelo. Corridori sopraffatti dal sonno e dalla stanchezza. Ecco, il sonno, se non altro, è stato l’unico problema che non ho dovuto affrontare. Giorgio fa il possibile per risvegliarmi dal torpore, cerca di spiegarmi che non ho motivo di essere immusonita, anzi, dovrei gongolare. 110 km, 5.400 m di dislivello, 23h 58′ di marcia ed un percorso molto più duro del previsto. Lo so, in effetti ha ragione, solo che non ci riesco… Saranno una bella doccia bollente ed una puntatina al ristoro finale, gli elementi chiave per la resurrezione del mio buon umore. Come al solito, dal tavolo delle vettovaglie dovranno strapparmi a forza…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!