26 AGOSTO 2012 – PROVE DI TRAIL INTORNO AL MONVISO

“Sì, ma guarda che io vado piano… Vado davvero piano!”. “Non preoccuparti, ci saranno vari gruppi, ci sarà chi va di corsa ma anche chi cammina… Tranquilla, ci sarà qualcuno che va più piano di te!”. Già qualche settimana fa, quando abbiamo combinato per telefono l’appuntamento, le rassicurazioni di Silvio mi avevano ispirato ben poca fiducia. Alle sei e un quarto dell’ultima domenica di agosto, nel parcheggio a Verzuolo, una rapida occhiata alla squadra di partecipanti, una quindicina di loschi figuri, me lo conferma: le mie perplessità erano più che fondate. Maglietta, o addirittura canotta, e pantaloncini sono la divisa che va per la maggiore; assenza di zaino o zainetto microscopico, quasi un marsupio, l’equipaggiamento medio con cui i componenti della truppa che anima il piazzale si presentano per affrontare il giro del Monviso in tappa unica. Nella versione che conosco io, il tour consiste in trentacinque km di marcia per poco meno di tremila metri di dislivello; tuttavia, a giudicare da quel che ho capito, l’itinerario di oggi prevede uno sviluppo più ampio, pensato una manifestazione di corsa in montagna che potrebbe avere il battesimo, con un po’ di fortuna, già la prossima estate. Chi affronta così, (quasi) nudo e crudo, un tracciato che sfiora i tremila metri di quota e per gran parte si sviluppa intorno ai duemila… Beh, ha intenzione di impiegare poco, pochissimo tempo. Ed ha di certo un’incrollabile fede nella stabilità delle condizioni meteo.
Sulla piazza di Pontechianale, il gruppo si rinforza con un’altra infornata di elementi ben poco raccomandabili e sempre più ignudi, nonostante la temperatura di una limpidissima mattina di fine estate che sa già di precoce autunno, a circa 1.700 m di quota. Sono intirizzita e desolata. Già la differenza nell’abbigliamento e nell’equipaggiamento – io son qui con i manicotti, le calze alte ed i bastoncini – la dice lunga sull’abisso che mi separa dal resto del gruppo. Non mi stupirei di veder spuntare coltelli tra i denti… Trovo un po’ di conforto nell’unico individuo abbigliato come un essere umano, con pantaloni lunghi e pile: speriamo che partecipi davvero anche lui… E’ vero, l’abito non fa il monaco, ma io son sicura, potrei metterci già adesso la mano sul fuoco, che oggi il mio ruolo ufficiale sarà quello della palla al piede, nella speranza che qualche piede mi attenda almeno fino al tratto di percorso che non conosco e che si dice sia piuttosto ostico.
Mentre fervono gli ultimi preparativi, una coppia di anziani villeggianti attraversa la piazza e si ferma ad osservare lo strano esercito: sui loro volti, la stessa espressione interdetta che si potrebbe assumere trovandosi davanti ad un piccolo omino verde con tre occhi e sette zampe. Li immagino escursionisti della vecchia scuola, di quelli che non muovono un passo senza scarponi ai piedi e zaino da tre metri cubi sulle spalle… E, pur avendo da tempo felicemente abbandonato gli scarponi, condivido il loro sconcerto.
Fremo in attesa della partenza, un po’ per il freddo che morde i muscoli, un po’ perché penso che è tardi, sono le sette e mezza passate, il sole è già alto ed a me si stringe il cuore, perché è così bello partire prima dell’alba, veder nascere la luce e sapere che le ore di chiaro potranno essere sfruttate proprio tutte… Oggi non decido io, mi tocca adattarmi, però adesso basta chiacchiere, per favore… Andiamo!
Un’ultima occhiata languida alla testa della valle, al Colle dell’Agnello che neanche quest’anno ho raggiunto in bici; manco ormai da troppe estati… Un gruppetto si avvia verso il lago; prontissima, mi aggrego.
Come previsto, la partenza è di corsa. Posso capirlo; il giro del lago è un sentiero quasi pianeggiante, si presta bene a correre. Il mio problema è quel “quasi”, unito al mio cuoricino che, in avvio e per almeno un paio d’ore, mal sopporta qualsiasi sforzo, soprattutto se improvvisamente intenso. Così, i primi brevissimi tratti in salita mi infliggono già metri di distacco dal resto della mandria. Tutto ciò ha anche il suo lato positivo; il distacco fa sì che nessuno possa udire i miei penosi rantoli. Una partenza così significa dolore forte al petto, respiri che sembrano spasmi, gola che brucia e sensazione di lingua gonfia, più grossa dello spazio atto a contenerla. I miei compari sono sempre più lontani; il bosco e le curve li nascondono. Li vedo sciamare sulla diga, mentre io sono ancora sul sentiero; a Borgata Castello sono già spariti. Tutti, tranne Silvio che, secondo me, comincia solo adesso a capire quel che intendevo io, per “piano”. Un cagnone si stiracchia sulla soglia di una casa: in altre circostanze, mi sarei fermata ad accarezzarlo. Oggi no, chi si ferma è perduto, proprio nel senso letterale del termine, perché il tracciato della prima parte del giro mi è ignoto. Invece di imboccare il sentiero che sale al Rifugio Vallanta, infatti, procediamo un centinaio di metri lungo la strada asfaltata, per poi seguire, a sinistra, l’indicazione per il Bosco dell’Alevè ed il Lago Bagnur. All’imbocco del sentiero, un paio di anime caritatevoli ferme in attesa. Mi metto in coda, ben determinata a limitare il più possibile il disagio che creerò a chi vorrà avere la misericordia di aspettarmi: ma non si può cavar sangue da una rapa, men che meno da una rapa sovrappeso e senza fiato. Star loro dietro è una fatica per me insostenibile. Passi corti, veloci, conficco i bastoncini nella terra, quasi quasi infilzo persino la roccia; nei polmoni caccio tutto il fiato possibile, ma Silvio ed i compari lentamente si allontanano. Non posso esagerare, non ce la farò mai a tenere questo ritmo tutto il giorno… Non ce la farò nemmeno per la prima salita! Il cuore sembra lì lì per scoppiare; in fondo questo è un ottimo luogo ed un’ottima circostanza per defungere, verissimo, ma se proprio devo scegliere, preferirei passare a miglior vita solo dopo la conclusione della giornata. Non alzo nemmeno lo sguardo da terra; troppo alto il rischio di inciamparmi e volare lunga distesa. Le radici degli alberi che affiorano dal terreno, poi, sono insidiose anche se ci si mette il piede sopra: scivolose come saponette. Ed il mio equilibrio, nella foga, è più che mai precario.
Solo quando uno dei compari si ferma a legarsi una scarpa o frugare nello zaino, riesco ad avvicinarmi. E nei brevi tratti in piano, nelle radure. Se non altro, il cielo è limpidissimo. Solo quando la pendenza concede un po’ di respiro riesco a partecipare alle discussioni: un sovrappiù di fiato giunge in mio soccorso soprattutto quando il discorso va a toccare il tema dell’organizzazione di corse in montagna, con l’inevitabile scivolone: “Eh ma in Valle d’Aosta è facile organizzare trail, ti coprono di soldi”. Forse non sono queste le parole, ma questo è il succo del discorso, che mi fa spuntare tutti gli aculei dritti come ai ricci. Io sono del tutto ignorante in materia di organizzazione, ma di una cosa sono arcisicura: per mettere in piedi eventi “monstre” come il Gran Trail Valdigne o il Tor des Geants – cito questi perché li ho vissuti sulla mia pelle – si può avere anche a disposizione più denaro di quel che ne contiene il deposito di Paperon de’Paperoni, ma, se mancano le capacità e l’esperienza necessarie, come si dice dalle mie parti, “ciau bale”. Il Tor poi è un capolavoro assoluto di bellezza, di efficienza quasi militare, di partecipazione. Non posso credere che chi l’ha creato e ci lavora non ci metta il cuore e l’anima. Poi, ben venga la pioggia di dobloni, se serve a dare vita a qualcosa di bello e di vantaggioso non solo per gli atleti, ma per l’intera regione. “Sì ma tanti organizzatori ci guadagnano”. Uff… E allora? Di grazia, qualcuno vuole spiegarmi per quale motivo il guadagno debba essere per forza demoniaco? Se qualcuno è contento di lavorare per soddisfazione personale e con spirito di volontariato, ben venga, gli fa onore, ma non trovo nulla di male nel fatto che invece qualcun altro tragga un profitto dall’organizzazione di una corsa. A patto, naturalmente, che sia tutto alla luce del sole. Mi sembra appena normale pensare che il lavoro vada remunerato. Dopotutto, correre è una passione, un divertimento, come lo sono il cinema o il teatro. Se vado al cinema o a teatro, non mi stupisco di dover pagare un biglietto anche per il profitto di chi mette a mia disposizione lo spettacolo. Perché non dovrebbe essere così anche nelle manifestazioni sportive?
La fatica purtroppo mette a dura prova quel poco di ars oratoria che mi ritrovo. Mi tocca abbandonare la contesa, onde evitare di soffocare. Non conosco questo tratto di sentiero; è con una certa sorpresa che mi ritrovo in una radura, con un piccolo rifugio. Sull’erba, casse acustiche e strumenti musicali: pare che, più tardi, qui si tenga un concerto. Sulla soglia del rifugio, una bella veranda in legno, ritrovo la truppa di corridori riunita. Lì per lì, resto basita: ma come… Mi avete fatto sputare i polmoni per raggiungere questo posto a rotta di collo e poi siete tutti lì seduti a contarvela? Non avrebbe avuto più senso andar con calma ed evitare la lunga pausa? Com’è ovvio, non una parola di tutto ciò esce dalle mie labbra; sono ospite e per di più in difetto, in quanto palla al piede. Il gestore del rifugio esce con una caraffa di caffé ed i bicchierini di plastica: sogno o son desta? Un caffé con lo zucchero, un po’ di conforto per il mio povero cuore… Saluto con dispiacere lo splendido bovaro bernese che nel frattempo s’è insinuato nel gruppo a raccogliere coccole; è meglio ripartire, mentre altri possono permettersi il lusso di indugiare ancora un po’. Breve tratto di discesa su sentiero, poi si torna a salire, per fortuna. In breve i velocisti mi superano e spariscono in alto; qualcuno resta un po’ indietro a discutere di itinerari e bivi, mentre io faccio del mio meglio per guadagnare terreno. Non certo per senso di competizione: solo per farmi poi aspettare un po’ meno… Di lì a poco, si compone una fila di cinque elementi. Io sono la locomotiva e ciò mi crea ansia: non voglio fare da tappo, ce la metto tutta, sbuffo, ansimo, quasi quasi agonizzo, con la gola in fiamme e la nausea che sale. Enorme dispendio di energia per un risultato miserrimo, tanto che, dietro di me, si chiacchiera del più e del meno, con tranquillità.
Impiego un po’ a raccapezzarmi ed a capire che siamo ormai nei paraggi del Passo San Chiaffredo. Di solito calco questi sassi in discesa: incredibile quanto possa cambiare un paesaggio, percorrendo la strada nel senso inverso rispetto al solito. Ormai gli alberi sono scomparsi: uno dei corridori gps-dotati annuncia che ci troviamo più o meno a 2.400 m di quota. Urca, non mi ero accorta di aver macinato tutta questa strada. Urlacci di scherno giungono dalla coppia di fuggitivi che ci precede di un centinaio di metri di dislivello: non ho il fiato né la confidenza necessari per mandarli al diavolo… Il sentiero lascia il posto a lunghi tratti di pietraia, finché non raggiungiamo il pianoro dei laghetti, quel tratto in cui il terreno è disseminato di pietre piantate in verticale, come tante schegge conficcate. Son passata di qui un’infinità di volte e non ho mai capito il perché di questo spettacolo curioso, senz’altro opera di mani umane. Quassù il branco perde il primo componente: proprio Silvio, uno dei promotori dell’iniziativa, è costretto a tornare giù perché non si sente bene. Ha la febbre, probabilmente. Jella al cubo!
Il sentiero concede un po’ di respiro; un dolce saliscendi, un panorama da fiaba, riesco persino a muovere qualche passo di corsa. Davanti si discute se sia opportuno scendere al Rifugio Alpetto prima di raggiungere il Quintino Sella: sarebbe bello che la gara toccasse il primo rifugio del Cai, in occasione del centocinquantenario del sodalizio. Mentre il gruppo si ferma un attimo per raccogliere le idee, mi avvio lungo il sentierino che scende dolcemente sulla destra, in mezzo al prato. Perdiamo circa trecento metri di dislivello per raggiungere il bell’edificio in pietra, oggi meta di parecchi escursionisti seduti al sole a prendere fiato. Pausa alla fontanella di fronte al Rifugio, che risente della siccità e getta acqua ad intermittenza. La guida del gruppo si informa presso il gestore circa la via più opportuna per raggiungere il Quintino: alla fine, si opta per ripercorrere in salita un breve tratto della discesa appena compiuta, per poi imboccare il sentiero a destra al primo bivio. Una risalita tra prati e ruscelli, un’altra sofferenza per me che continuo ad inseguire invano. Anche qui, i compagni si allontanano inesorabilmente, mentre io annaspo. Solo un paio di anime pietose mi seguono fino al Rifugio: un atto di pietà… Anche qui, mi sorprende raggiungere il Quintino da una prospettiva tutta diversa dal solito. E il Monviso, imponente, di fronte a me. Altra brevissima sosta per riempire la borraccia, ma riparto subito, lungo il sentiero che arriva da Pian del Re. Un tratto che mi mette in grande difficoltà: tutto su pietraia, il terreno che odio di più e su cui procedo con lentezza esasperante, sempre. Mi vien da pensare che, qui, la traccia è già difficile da individuare in una giornata di tempo splendido, come oggi; volendoci far passare una corsa, sarà opportuno abbondare con la segnaletica, perché, se mai dovesse levarsi la nebbia, si finirebbe fuori strada in un attimo. A maggior ragione se la prova avrà il carattere di competizione esasperata con cui mi sembra nascere già oggi, nonostante le rassicurazioni.
Il tratto su pietraia è lunghissimo e mette a dura prova la mia pazienza. Ancor peggio per chi mi segue e si adatta, suo malgrado, al passo da tartaruga instabile. Solo uno dei colleghi, Paolo, sembra adattarsi di buon grado alla mia andatura, ed anche alla mia chiacchiera, almeno finché si viaggia in piano. I laghetti poco più in basso sfoggiano un bellissimo color verde smeraldo; in lontananza si vede il Pian della Regina e la strada che ancora sale verso Pian del Re. Ma, al bivio, pietà l’è morta. Si torna a salire, pare per altri trecento metri circa, destinazione Rifugio Giacoletti. E ancora una volta provo a forzare il passo. Certo, sto andando a ritmo molto più sostenuto rispetto alle mie abitudini, ma mi costa una fatica immensa che non sempre riesco a dissimulare. La nausea è sempre più intensa; le fitte al petto ricompaiono prepotenti. Non ce la farò mai, così… Ma il tratto di percorso ignoto e pericoloso dovrebbe essere quello immediatamente successivo al Giacoletti. Lì non posso permettermi di restar da sola. Oltre, me la caverò benissimo. Paolo segue in silenzio, senza apparente difficoltà. Il tratto finale della salita, sotto un bel sole limpido, è a tornanti secchi: ci sono parecchi escursionisti che tornano giù. Escursionisti, ma anche turisti che sembrano capitati qui per qualche strano scherzo del destino. Certe pance e certi deretani che mi domando per quale inimmaginabile legge fisica siano riusciti a compiere l’ascesa fin lassù… Ho fame, sete, sono disfatta. E demoralizzata. Se questa è la forma con cui mi presenterò al Tor des Geants tra due settimane… Possibile che io sia così lenta?
Al rifugio, breve sosta per il pieno d’acqua. Ho un gran mal di testa, ma preferisco affrettarmi. Si riparte verso la Via del Postino, mentre qualcuno illustra con minuzia di particolari la vicenda della morte di un escursionista, qualche tempo fa, proprio qui nei paraggi. A vedere il sentiero che si tuffa giù nel canalino pietroso, non mi stupisco che quassù qualcuno ci abbia lasciato le piume. La discesa mi porta via un’eternità di tempo; del resto, è davvero ripida, scivolosa, pericolosa. Gli appigli fermi per i piedi sono una rarità; mi aggrappo con le unghie e con i denti ovunque… Per fortuna, alcuni dei compagni di viaggio hanno la gentilezza di scortarmi. In altri tempi, quassù avrei avuto il terrore; ora, l’abitudine non mi manca, ma non posso certo affermare di trovarmi a mio agio, tutt’altro. Qui vale qualsiasi appiglio: le mani, i piedi, il didietro da posare sulle rocce prima che ci cada rovinosamente da solo. E la risalita non è da meno: il sentiero sparisce; al suo posto, solo scalini di metallo e corde. Impressionante, questo sì: ma non terribile. Sarà che ne ho sentito parlare in termini talmente terroristici che adesso mi pare quasi facile… Qui la decisione è unanime: la corsa non ci passerà. Troppo pericoloso. Meno male: quasi mi stupisco… Far passare da qui una gara abbastanza esasperata come sarà il giro del Monviso è da scriteriati: vorrebbe dire andare a caccia di guai assicurati. C’è un altro passaggio, più a valle, che dal Giacoletti si può imboccare per andare a finire sul sentiero che da Pian del Re sale al Colle Traversette: sarà quella la via più probabile.
Siamo ora nella valle del Pian del Re, che si vede alla nostra destra e sembra vicinissimo. Un lungo traverso ci porta ad immetterci sul sentiero che arriva proprio da lì. A questo punto, il grosso del gruppo prende il volo e se ne va, non prima di avermi chiesto se conosco il seguito del percorso. Nessun problema. Con me rimane Paolo, che, come me, accusa la fatica. La risalita verso il Traversette è aspra, tutta a tornantini ripidi su pietraia, fino alle casermette pericolanti. Non l’ammetto, ma fatico molto, anche se ormai ho tirato i remi in barca. Adesso si va su a modo mio, con calma. E’ ormai pomeriggio inoltrato; le ombre sono lunghe, il vento gelido sulla pelle. Man mano che risaliamo il fianco della montagna, ci ritroviamo immersi nell’ombra, quello stacco netto tra la luce e l’oscurità che si vede solo in montagna nelle giornate limpide. Colle o galleria? Se non ho capito male, l’itinerario prevede il passaggio attraverso il Buco di Viso. I garretti mi portano faticosamente all’ingresso della galleria; Paolo non perde colpi, è sempre qui. Per fortuna, ho portato con me la pila frontale. Non sono mai passata attraverso il Buco di Viso. Infilo la giacca, per proteggermi dall’aria gelida, e mi ci butto. La pila frontale non mi permette di evitare una formidabile craniata contro la parete; un attimo dopo, si riemerge alla luce abbacinante del sole, con un po’ di fatica per superare la strettoia strisciando come lombrichi. Chissà se i compari ci hanno attesi al colle? In tal caso, qualcuno li troverà mummificati lassù, la prossima primavera… Scendiamo chiacchierando lungo la pietraia. Ci fanno compagnia alcuni camosci, con tanto di piccoli. Anche questo è un tratto che necessita, in gara, di balisaggio capillare. Qualche diverbio con l’equilibrio, qualche dubbio sull’itinerario: il Rifugio Monviso è sulla sinistra, ma è giusto che il sentiero si allarghi molto verso destra. Percorriamo la discesa fino al bivio: al Rifugio, altra pausa per fare il pieno alle borracce. Un tentativo di corruzione, da parte di Paolo, nei confronti dell’asinello del Rifugio, per farsi portare a soma fin sul Colle di Vallanta cade nel vuoto. Coraggio: dovrebbe trattarsi solo più di cinquecento metri di dislivello, in uno scenario che toglie il fiato da quant’è meraviglioso. La mole imponente di Sua Maestà il Monviso ci sorveglia mentre percorriamo l’ultimo breve tratto di discesa, mentre superiamo il torrente, mentre sfiliamo accanto ai laghetti. La salita è aspra e ostica: ultima, certo, ma non ci risparmia la fatica. Soffia un vento gelido: tiro su i manicotti, rinuncio alla giacca solo per timore di perdere tempo. Strappi ripidissimi e severi, sfasciumi, pietraia, sentiero scuro e pietre nere, qualche lingua di neve. Ora che posso salire con più calma, mi sento meglio; la nausea è sparita. Paolo lamenta un po’ più di fatica, ma mi segue senza gran difficoltà, anche se ogni tanto mugugna. Dal canto mio, provo ad incoraggiarlo: dai che non è tutta così… Dai che poi spiana. In effetti, il secondo tratto, ormai immerso nell’ombra, offre persino qualche brevissima contropendenza. Quel che esaspera, qui, sono i lunghissimi passaggi su pietraia. Ma la cascata di luce ed il vento che rinforza sono i chiari segni della vicinanza del colle: ci arriviamo prima di quanto io pensassi. Al cospetto della meravigliosa parete del Monviso.
Tiriamo entrambi un gran sospiro di sollievo. E’ tardi, ma ormai ce l’abbiamo fatta. Se anche il buio dovesse coglierci – non ho idea di che ora sia adesso – da qui a Borgata Castello il sentiero è evidentissimo ed arcinoto, almeno per me.
Un maestoso stambecco accoglie il nostro passaggio al colle. Altri stambecchi, cinque o sei, poco più in basso, nel prato. Da qui in poi, decenza imporrebbe di correre a perdifiato fino a Castello: tuttavia, ammesso che le gambe lo consentano, cosa di cui dubito, il fatto è che non ne ho alcuna intenzione. Procediamo di passo, chiacchierando fitto fitto di lavoro, di corse, di cani. La parete del Monviso accompagna la tortuosa discesa verso il Rifugio Vallanta, con il sottofondo del fragore del torrente. L’entusiasmo ora è alle stelle, anche perché ormai ci sentiamo al sicuro; la lingua resta il muscolo più attivo.
Al Rifugio, indossiamo le giacche ed attingiamo alle nostre riserve alimentari. Non me ne vado prima di aver tormentato un po’ il mastodontico San Bernardo, che credo viva qui da sempre, una sorta di Matusalemme in forma canina. La povera bestia sopporta in silenzio.
Dal Rifugio Vallanta a Borgata Castello, non correre è proprio una bestemmia. Il sentiero è quasi una strada bianca, facilissimo, con pendenza tenue. La valle è ormai tutta in ombra; un pastore richiama all’ordine le sue vacche, con urla secche e ripetitive. Cammina e cammina, torniamo al livello degli alberi, passiamo accanto a quel che resta di vecchi alpeggi in pietra, seguiamo il torrente. Man mano che scendiamo, l’aria si fa più pesante, carica di umidità. Mi dispiace tornare a valle. In vista del Lago di Pontechianale, le rampe del sentiero si fanno più severe. Chissà quanto, di tutto ciò, hanno visto i missili in forma umana che abbiamo conosciuto questa mattina. Per carità, ciascuno è libero di intendere la montagna nel modo che più gli aggrada, ma io fatico a capire certi atteggiamenti sempre e comunque esasperati. Credo ci siano persone che improvvisano una gara in stile quattrocento metri ostacoli anche per andare in bagno… Io adoro le gare di corsa in montagna per via dell’assistenza, della possibilità di correre leggeri senza doversi preoccupare di trovare la retta via, ma se corro è solo per sfuggire alla tagliola dei cancelli orari. Forse la mia è solo invidia… Tra me e la corsa c’è un abisso!

Borgata Castello arriva prima di quanto io immagini. Una cinquantina di km, circa 3.200 m di dislivello: “un po’ lunghetta”, osserva Silvio al telefono, mogio e febbricitante. Lunga no, non troppo, secondo me; piuttosto, si tratta di un percorso molto lento, per cui è opportuno prevedere una partenza all’alba se non prima, onde evitare di aver gente sparsa per i monti a sera inoltrata. E’ anche un itinerario molto delicato in caso di maltempo, per via dei tanti punti in cui è facile perdere l’orientamento, oppure inciamparsi malamente. D’altro canto, a mio parere, tolto il passaggio della Via del Postino, non presenta tratti troppo esposti, ad eccezione degli ultimi metri di salita al Colle Traversette, qualora si decidesse di passar da lì anziché dal Buco di Viso. Certo, se alla gara dovesse essere affiancata una prova non competitiva, in quel caso a mio parere sarebbe bene tagliare alcune appendici del percorso, sempre per evitare che qualche partecipante sia sorpreso dal buio lungo il percorso. Vero, c’è un’infinità di gare che prevedono di far notte sui sentieri, ma gestire il buio credo richieda uno sforzo organizzativo eccessivo, per il momento.

Al parcheggio non c’è più nessuno. Poco male, noi due reietti ci siamo goduti la discesa finale in tutta tranquillità ed abbiamo persino recuperato espressione umana in viso. Uno splendido cielo serale conclude degnamente una giornata da favola, a dispetto delle previsioni meteo infauste. Speriamo che la stessa sorte tocchi al giorno della gara. Ci sarò anch’io, in ogni caso… Ma in versione rigorosamente non competitiva. Dopotutto, ormai ho un’età!
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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!