26 aprile 2009 – Trail des Balcons d’Azur

“Il certificato medico… O la tessera?”
Oh capperi, lo sapevo. Mai una volta che la mia testaccia dura, utile solo come supporto per i capelli, si ricordi di provvedere a tutto. E dire che venerdì ho persino ricevuto la mail di promemoria dall’organizzazione: “Chi non ha inviato il certificato medico al momento dell’iscrizione dovrà presentarlo alla consegna dei numeri di gara”, più o meno è quanto riesco a capire con il mio scarno francese. Ma, come sempre, ho nascosto la testa nella sabbia: “Ma sì, l’avrò mandato di sicuro, ‘sto certificato”. Invece no, e adesso me lo chiedono. “Sì ce l’ho la tessera… Non ce l’ho qui, ma ce l’ho!”. Forse spiazzata dalla mia reazione in inglese, la madama alza bandiera bianca e mi consegna il pettorale: 37. Raggiante, l’ho scampata: mi dileguo con il bottino prima che qualcuno ci ripensi. Tocca a Mik andare a caccia del suo titolo per la corsa: con tecnica ormai collaudata, gli passo quei pezzi della dotazione obbligatoria da regolamento che lui non ha, ossia fischietto e telo termico. Anche se a me nessuno ha chiesto di controllare lo zaino. Torna, anche lui, di lì a poco: a lui il certificato medico l’han proprio fatto esibire… Lo dico sempre io che ‘sto ragazzo è troppo magrolino e pallido, non ispira fiducia!
L’atmosfera è tutt’altro che frenetica: non sembra d’essere nell’imminenza di una corsa. Con il cielo plumbeo che incombe sulle nostre teste, ed il conforto, si fa per dire, delle previsioni meteo, non mi stupisce affatto che molta gente abbia guardato fuori dalla finestra ed abbia scelto di rituffarsi tra le coperte. E’ ancora quasi buio, benché manchi poco alle sette; il mare davanti al porticciolo di La Napoule sembra il parcheggio di un ipermercato nei giorni di punta dello struscio: barche, barchette, barconi, uno spettacolo che, lungi dall’essere attraente, mi fa pensare, per deformazione professionale, al redditometro che s’impennerebbe al solo pensiero di acquistare un affare del genere! Ma no… Se anche ne avessi i soldini, l’acqua proprio non fa per me; preferisco la terraferma, anzi, più in su possibile rispetto al mare.
Pioviggina appena, mentre Mik ed io ci lasciamo scorrere addosso i minuti che ci separano dal via. C’è gente di tutti i tipi, fisici scolpiti e un po’ meno scolpiti, corridori pronti a partire con se stessi come unico bagaglio ed altri carichi come muli, personaggi in canotta e pantaloncini o vestiti come l’Omino Michelin. A proposito, io ho già indosso la giacca impermeabile e non penso proprio che la leverò. Tanto il cielo non lascia speranze.
Per la partenza, ci raduniamo sotto l’arco gonfiabile proprio sulla spiaggia, sotto il suggestivo castello: siamo talmente pochi che potremmo essere niente più di una variopinta combriccola in gita domenicale. La voce dell’annunciatore brontola in sottofondo, ma solo, com’è ovvio, in francese: non si capisce un’acca. Spero che non stia dicendo nulla di fondamentale. Mi guardo intorno nervosamente: so che stamattina prenderà il via anche Matteo, con sua mamma, al percorso non competitivo da 17 km, ma non ricordo a che ora… Sarà ancora in campeggio. Mi avrebbe fatto piacere incontrarlo prima della partenza, ma non posso pretendere che il mondo intero sia a mia disposizione! Il guaio è che Matteo ormai è il mio portafortuna per le mattane, anche se quella di oggi non è poi una gran mattana; in fondo sono solo 51 km.

Conto alla rovescia, tre due uno partiti: il gregge di pecoroni si sposta faticosamente zampettando nella sabbia, imbocca la scalinata che porta sulla strada, poi un’altra lunga scalinata ove si crea un inevitabile ingorgo. Che dire… I primi due minuti sono per me una piacevole sorpresa; benché sia partita di corsa ed in salita, oggi non ho quel senso di soffocamento angosciante che di solito mi coglie in questi tragici momenti. Del rallentamento, poi, non posso che esser soddisfatta; qualche minuto di ritardo non cambierà certo il destino della mia corsa e, in compenso, mi permetterà di recuperare il primo “picco” del mio povero cuoricino bistrattato. In fila, disciplinati, si chiacchiera: quasi incredibile… Se fossimo in Italia, ci sarebbe chi sgomita per passare un metro avanti, chi sbuffa e chi bestemmia, chi se la prende con il governo ladro. La lunghissima scalinata ci conduce su un brevissimo tratto di asfalto; altro ingorgo: questa volta tocca infilarsi nel sottobosco, scivolando nel fango di una minuscola traccia, per poi avviarsi di corsa lungo un tratto veloce, leggero saliscendi. Il sentiero è già fangoso ed insidioso, le pietre rese scivolose dalla pioggia, l’affanno è tanto: sono già quasi ultima; lo so, lo sapevo, non avrei potuto aspettarmi nulla di diverso, ma fatico comunque a contenere l’agitazione. E ovvio che, in una gara così veloce, 51 km per 2.400 m di dislivello, sarò molto svantaggiata; non corro, non sono capace di correre su sentiero, e in più oggi piove. Sento persone alle mie spalle e mi sforzo di accelerare il passo; corricchio nei tratti in piano, ma proprio non ce la faccio se anche solo la strada sale leggermente. Ad ogni buona occasione, qualcuno mi passa avanti, e del resto non mi balena per l’anticamera del cervello l’idea di tentare di impedirlo: sarebbe folle, assurdo.
Ben presto siamo già lontani dalla vista del mare, persi in un ambiente che, a due passi dalla costa, sembra non conoscere la presenza umana: vegetazione fitta fitta di piante di mare, di pini, di fiori coloratissimi e di intensi profumi, limone sopra tutti, pigne sparse lungo il sentiero, umidità greve, appiccicosa. La vegetazione così bella e rigogliosa fa netto contrasto con la giornata dall’aspetto tristemente autunnale; ormai piove, a scrosci, e gli occhiali già da un po’ sono finiti in tasca, inutilizzabili. Vedo in modalità “bassa definizione”, come l’ha definita Mik in una passeggiata di neve dello scorso inverno; vedo colori e contorni sfocati, posso mettere a fuoco un brevissimo tratto di sentiero davanti a me, poi basta, nulla più. Provate un po’ voi a dover decidere dove appoggiare il piede, se sapete che lì sotto c’è una roccia sola, e ne vedete due, e non potete capire qual è quella vera e qual è il doppione! Correre così è angosciante, oltre che rischioso. Come se non bastasse, spesso il sentiero s’infila nel sottobosco così fitto che tocca avanzare piegati, con le mani a proteggere la faccia, perché le spine qui in mezzo abbondano. Sono i passaggi che trovo più odiosi: la prossima volta, se ci sarà, mi porto il machete! Sarà già questo il modo di curare i sentieri? Lì sotto è buio, tremendamente buio; avanzo ad intuizione quando non riesco a vedere. A volte il sentiero non si vede più, al suo posto un ruscello limaccioso, e allora bisogna procedere a gambe larghe, un piede su una sponda l’altro sull’altra, come vedo fare a due fanciulle che mi precedono e mi mollano lì a litigare con il fango e la mia cecità. Forza Gian, questo non è che l’inizio. Prima salita tranquilla, costante, da percorrere con buona lena; chissà Mik dove sarà già a quest’ora. Gli scrosci si susseguono, si placano, poi riprendono; in alcuni tratti esposti soffia un vento rabbioso che piega i rami degli alberi e fiacca la resistenza dei corridori, anche se per ora non si può proprio dire che faccia freddo. Tratti di sentiero stretto si alternano a tratti di strada carrozzabile su terra rossa, quasi come quella dei campi da tennis; interminabili agonie nel buio triste del bosco e passaggi in cui si vedrebbe il cielo, se ci fosse, ma almeno si ruba un po’ di luce. In salita come sempre recupero qualche posizione, in discesa le restituisco tutte con gli interessi. Corro per quanto posso, per quanto io detesti la corsa su sentiero, corro pianissimo per risparmiare i muscoli delle gambe ed intanto spero nella prossima salita; corro perché sono qui e non ho alternativa, anche se piove, anche se c’è fango, anche se vedo solo ombre intorno a me. Un paio di volte riesco persino a sbagliare strada; il guaio è che qualsiasi ombra che si muova ed abbia vagamente colore bianco, per me, è indistinguibile rispetto alle balise… Meno male che qualche anima pia si preoccupa di richiamarmi all’ordine.

Colori forti, verde intenso delle piante, rosso mattone della terra e dei picchi rocciosi che sembrano enormi funghi anche quelli di colore rossastro, acceso, caldo. Non tardo ad accorgermi che questo percorso non fa proprio per me; i tratti da correre sono lunghi, interminabili, ed io sono di una lentezza esasperante. Qualcuno intorno a me c’è ancora, ma pochi… E non è bastato il conforto del bicchiere di Coca Cola tracannato al primo ristoro.

Non saprei dire quanto tempo sia passato dal via, quando mi piombano addosso i primi due corridori del percorso competitivo da 32 km. So solo che, da questo momento, le mie difficoltà e le mie paure crescono a dismisura. Basta poco, quando già si vacilla, per arrivare davvero ad un pelo dal baratro e cascarci dentro. Io son già alle prese con il mio equilibrio precario, con gli occhi inutili o quasi… Ora, a parte i primi ed alcuni gruppi che hanno, sul resto dei partecipanti, un notevole vantaggio, la mia corsa diventa una sofferenza; ogni momento tocca farsi da parte, lasciar passare chi sopraggiunge di corsa, fermarsi ripartire fermarsi ripartire, con sommo strazio per i muscoli ed il morale. Sono a dire poco furiosa: ma qual è quella mente ignobile che ha pensato bene di sovrapporre due percorsi, ad una sola ora di distanza tra le partenze, su sentieri dove passa una persona per volta? E’ un incubo per chi deve cedere il passaggio, ed anche per chi si trova di continuo la strada bloccata! Sale l’ancoscia, orecchie dritte a captare il passo veloce, il respiro affannoso di chi s’avvicina, frenetica ricerca di un francobollo di spazio su cui fermarsi e ripartire. Ancora, ed ancora: adesso basta… Non è colpa di chi corre la 32 km, ci mancherebbe, ma non è nemmeno colpa mia! A questo punto, chi arriva non è certo più in lotta per la classifica… Non mi sposto più, basta; sarà chi vuole strada a dover pazientare finché avrà occasione e spazio per prendersela.

Pochi attimi mi regalano un po’ di pace e tregua; che spettacolo però quando il sentiero mi sputa fuori da un odioso tratto di marcia forzata nel bosco, proprio sulla radura accanto ad uno splendido specchio d’acqua verde. Pazienza se poi c’è da superare un cumulo di grossi massi tondeggianti, facendo ricorso ad un’abilità da scalatore che proprio non ho. Me lo ricorda il polpaccio destro, che si contrae dolorosamente all’improvviso al primo accenno di movimento insolito. Mi aggrappo ai massi a pelle di leone: il corridore dietro di me li passa in tre balzi… C’è chi può!

Il supplizio della sovrapposizione dei percorsi mi accompagna fino al km 20, con il contorno di preoccupazione, di stanchezza, di pioggia che ormai scorre persino nelle vene al posto del sangue. Come se non bastasse, ci si è messo anche il telefonino; era in tasca, spento, s’è acceso da solo, è impazzito; emette suoni inconsulti, seleziona i tasti da solo, ne fa insomma una per colore. E non riesco neppure a spegnerlo! Dovrei togliere la batteria, ma non è proprio il momento… Lascio che sbraiti da solo; in fondo l’energia non è mica eterna: prima o poi la carica si esaurirà!

Arrivo al bivio in mezzo alla folla, senza accorgermene. I volontari, solerti, ci smistano: van tutti a sinistra… Io sola, a destra. Sola, davvero, nel nulla: una vera liberazione. Finalmente respiro, finalmente non c’è più nessuno che mi assilla. Sono ultima, e allora? Ora posso fare davvero il mio passo. La carrozzabile su cui sto correndo scende con pendenza quasi impercettibile, lentissima, sempre più giù accanto alle acque impetuose di un torrente, tra boschi e torri di rocce e terra rossa; fango, sabbia e pensieri, un po’ alla corsa ma più spesso lontani, ad altri luoghi, altre persone, altre corse, altri sogni. Approfitto delle fontanelle per fare il pieno alle borracce; benché stia diluviando ormai da ore, la sete c’è ed è tanta. Quasi mi stupisco del fatto che le mani non siano per nulla intirizzite, anche se, stringendo i pugni, l’acqua che ha inzuppato i guantini cola giù a catinelle. Di tanto in tanto, sembra quasi di scorgere un raggio di luce: ma è senz’altro uno strano gioco degli occhi stanchi ed appannati.
Finalmente, dopo l’infinito tratto da correre, raggiungo il bivio dove ha inizio una nuova salita. Ci sono due volontari infreddoliti che mi chiedono se io sia l’ultima: presumo di sì… Ma come faccio a saperlo con certezza? Inizia qui un’altra lunga salita, per quanto possa essere lunga una salita da quattrocento, quattrocentocinquanta metri di dislivello al massimo, ripida e fangosa, anzi sempre un po’ più fangosa. Dopo il Pic de l’Ours, la salita precedente, è la volta del Pic de Cap Roux. Il sentiero, a circa metà salita, sbuca su uno spiazzo ove passa una strada asfaltata: me lo ricordo alla perfezione, questo luogo, non appena riemergo dai meandri del bosco; ci sono stata in bici, pochi mesi fa. Altro bicchiere di Coca e si riparte, ancora verso l’alto, verso le sferzate del vento che sbattono addosso ancor più violenta la pioggia ormai incessante. Le raffiche, in certi punti esposti, sono talmente forti da sbilanciare la già precaria posizione che si può conquistare ancorati al fango od alle rocce scivolosissime, in salita e soprattutto in discesa. Corro dove posso: non sui sentieri più ripidi, non sulle insidiose pietraie. Ho perso ormai da un po’ la nozione del tempo; non ci sono nemmeno le ombre, l’intensità della luce a darmi l’idea: pare che oggi sia una sera perenne!

Nella lunga discesa che segue, prima come sempre su sentiero scosceso e poi su interminabile mulattiera tutta da correre, commetto il mio grave errore. E’ difficile da spiegare, ma è una sorta di sdoppiamento della personalità. La parte razionale sa perfettamente che non posso ancora essere vicina all’arrivo; anche se non ho un orologio, mi rendo ben conto che non ho camminato abbastanza, non ho faticato abbastanza per essere già nei paraggi del cinquantunesimo chilometro; insomma, visto che siamo in tema, deve ancora passarne, di acqua, sotto i ponti e sulla mia giacca! La parte ottimista però vede il mare, o meglio lo intuisce, vede la strada in costa, i paesi lungo il mare che disegnano la linea della spiaggia. Il mare no, non lo vede perché non può distinguerne il grigio dal grigio uniforme del cielo, ma sa che c’è. E fa un affrettato due più due che in questo caso di certo non fa quattro: ora si scende verso La Napoule! Sì, un par di cavoli… Corsa e ancora corsa, sempre lenta e misurata, sentiero ampio interrotto solo per un chilometro da un tratto su strada asfaltata, occhi puntati a scrutare la montagna, intuire una linea di passaggio, un’irregolarità nel fitto della vegetazione che possa far pensare ad un sentiero. Di tanto in tanto, un morso di barretta o una ciucciata di gel energetico; come sempre, sto mangiando troppo poco, ma non ho voglia d’altro. Si scende fin quasi in riva al mare, anzi no, proprio in riva al mare; un sentierino che diventa sempre più impervio e sacrificato tra i rovi, s’infila sotto la strada, sbuca in spiaggia, proprio su una piccola spiaggia dall’aspetto tristissimo, cumuli di rifiuti a farle da contorno, onde grigie e rabbiose che schiaffeggiano gli scalini sulla sinistra, dove si sale per raggiungere il punto di controllo. Poi si torna un po’ indietro, si riattraversa il fitto del sottobosco, che davvero comincio ad odiare fieramente. Qui incontro alcuni personaggi che devono ancora giungere al controllo: proprio ultima non sono… Ma qualche sventurato l’avevo già ripescato nell’ultima salita. Salita, anche qui, ancora salita, verso destra; regolare, dolce, ma tutta uno slalom tra le pozze. Ormai non me ne preoccupo più; ci tuffo i piedi senza troppa delicatezza, tanto, più fradici di così… Si sale ancora. Non è finita. Ovvio, Gian, che non è finita, te l’avevo detto io. Cosa pensavi, d’esser così fenomeno da poter macinare cinquantun km senza accorgertene? Beh ma se non è finita, questa comunque sarà l’ultima salita… Pia illusione. Altro lungo traverso a mezza costa, tutto da correre, e poi il bivio verso il Pic de l’Ours: me ne stupisco; al Pic de l’Ours siamo già passati. Infatti, poco più avanti, si lascia il sentiero principale in favore di un altro, che piega tutto verso destra e riporta in vista della costa, del mare.
La discesa però punta verso una valle che, a vedere da quassù, non sbocca al mare. Quindi, anche se il cuore vorrebbe potersi illudere che sia finita – ma perché oggi lo desidero così tanto? – mi sa che non è finita affatto, non ancora. La strada, sterrata ma ampia e liscia, scende inesorabilmente a fondovalle, costringendomi ancora alla corsa. Le gambe per ora non fanno male, ma sono appesantite, irrigidite. Chissà quanto dureranno ancora. So che non lontano avanti a me ci sono altri due o tre corridori, ma non riesco a vederli, né aguzzando la vista lungo la strada sotto di me, né seguendo con lo sguardo improbabili linee di sentieri in mezzo ai boschi delle montagne che incombono su di me. Del resto, senza occhiali non ho speranza. Ancora e sempre sotto la pioggia che martella, mi trascino poco convinta giù per la strada: ecco, là in fondo c’è l’incrocio con una strada asfaltata. Se si gira a destra, può darsi che si vada verso il mare… Invece no. A sinistra, verso una cancellata. Come… Devo entrare qui dentro? Ma qui c’è un capannone, sembra il cortile di un’azienda, possibile? Incollo come sempre il naso alla balise; se avessi il fiuto del mio cagnone, mi sarebbe utile. Dal riparo dello spiovente del capannone, spuntano sotto il diluvio due loschi figuri: mi chiedono il numero e mi indicano… La salita. Mi volto, tutto quel che vedo è una ripidissima pietraia in mezzo al bosco, con una corda nel mezzo, appesa lassù chissà dove, non vedo. Mi si ferma il cuore… Quella? Ma questi son dei pazzi furiosi… Gian qui non puoi, non devi pensare, buttati. Mi butto, mi aggrappo alla corda che è l’unico appiglio possibile, tiro con tutte le mie forze, cerco di salire e scivolo di continuo sulle pietre che rotolano sotto le mie suole, cado, riprovo, cado ancora, salgo pian piano, due passi avanti ed una scivolata indietro, con il terrore di voltarmi e vedere sotto, di mollare la presa e non poter fermare la caduta. Panico, non lo controllo più, scoppio a piangere: tra i singhiozzi convulsi che non mi lasciano respirare, le lacrime che mi levano quel poco di vista, continuo a trascinarmi rabbiosamente su, attaccata alla corda, agli arbusti che più in alto segnano qualcosa che sembra una traccia di sentiero. La mano destra sanguina, forse mi sono ferita cadendo, ma non sento nulla, solo paura, voglia disperata di scappare da qui. Ma non ho scelta, non posso fare altro che continuare, ancora, sperando che sia davvero finita, ma non lo voglio pensare, perché poi ci sarà un’altra delusione. La vetta, si vede il mare, ma è un’anticima, ce n’è un’altra davanti. Le case, le borgate vicine, forse è finita davvero, l’autostrada laggiù in fondo, il pianto che non vuole smettere. Meno male che non c’è nessuno qui intorno, Gian, nessuno che ti veda, dai, cammina, guarda il sentiero laggiù, questa volta è finita per forza. Vorrei tanto che ci fosse una persona qui con me… Vorrei vederlo salire il sentiero, come già ha fatto alle Porte di Pietra, e pazienza se questa volta non mi portasse la Coca Cola, basterebbe che mi portasse una parola. Ma non è possibile; oggi, Gian, te la devi cavare da sola.
Rabbia, impotenza, zig zag del sentiero, il mare sempre più vicino, il rumore delle auto e del treno che non sono mai stati così piacevoli, le lacrime che forse han voglia di asciugarsi, facciamo finta che sia stata solo la pioggia a bagnare la faccia. Asfalto sotto i piedi, le ultime balise in direzione del porto. Riesco ancora qui a sbagliare strada, perché, giù dalla banchina in terra accanto alla strada, mi sembra di vedere una traccia di sentiero ed un segnale rosso e bianco… Mi butto giù nel fango, ci arrivo, non è una balise, è solo una scatola buttata lì; risalgo faticosamente, rispunto sulla strada e chissà cosa pensa chi mi vede spuntare da in mezzo ai rovi mentre passa in auto. Trovo la traccia, attraverso il porto, la spiaggia, grigia come il mare ed il cielo. Salgo e scendo rampe di scalini, tante, troppe, su e giù; il castello è là in fondo e sembra sempre lontano. Pescatori mi osservano passare, perplessi e forse un po’ scocciati. Finalmente la spiaggia da cui siamo partiti: sento la voce di un altoparlante, ma qui c’è solo un arco abbattuto per terra, non c’è nessuno… Mi fermo, delusa e perplessa: possibile che sia già finito il tempo massimo? Possibile che non ci sia proprio più nessuno? Dove devo andare adesso? Mi fermo, desolata, sotto la pioggia… Poi imbocco una scalinata in mezzo ai tavolini vuoti di un bar; ah ecco… L’arrivo è sulla strada, non più in spiaggia. Fine: non ritiro nemmeno la maglietta, non tocco il ristoro, voglio solo andare via. Fine del supplizio anche per il povero Mik che, interrotta la sua corsa per un problema al ginocchio, ha dovuto attendermi fino ad ora: nove ore e mezza per i miei 51 km. Si torna a casa: spero che mia sorella, dalla sua cena tra amici di ieri, mi abbia lasciato qualche avanzo!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!