26 dicembre 2008 – Il freddo mi segue… Anche in Riviera!

Persiane che sbattono, rumore di oggetti che rotolano per la strada, un ululato che arriva da chissà dove: apro mezzo occhio, metto a fuoco le cifre giganti e luminose sul comodino – l’ho voluta così la sveglia, a prova di talpa! L’una e mezza, più o meno. Ieri sera, cioè poche ore fa, la sera era limpida e stellata; ora soffia un vento cattivo che non promette niente di buono. Bah. Me ne preoccuperò quando suonerà la sveglia; mi restano ben due ore e mezza di nanna.

Al trillo, alle quattro in punto, una volta tanto schizzo giù dal letto senza protestare: mi precipito alla finestra… E quel che vedo è uno spettacolo desolante, buono forse per i poeti, ma non certo per i ciclisti. La luce giallognola del lampione illumina fiocchi grossi, che scendono pigri, lenti, prendendosi tutto il tempo necessario ed anche di più. Mi pare evidente, a lor signori non importa un fico secco, che io fra qualche ora abbia appuntamento a Sestri per pedalare nelle Cinque Terre! La strada è già bianca, coperta da uno strato che, a quanto riesco a vedere, pare spesso ed asciutto: proprio quella neve polverosa che fa presa e non molla facilmente l’osso.

Lascio la tendina, a metà tra lo scornato e l’inferocito. Che si fa? Beh, che domande. Non sono proprio disposta a lasciarmi rovinare un’altra giornata per colpa di questa stramaledettissima neve, che sarà anche la gioia degli sciatori e degli amanti dell’atmosfera natalizia, ma a me proprio non va giù. Mannaggia. Ed io che ho anche comprato gli elettrodomestici a basso consumo… No, anzi, la prossima volta compro i più inefficienti che trovo, voglio inquinare, voglio l’effetto serra ed il surriscaldamento del pianeta! Questa, però, può essere una buona soluzione a lungo termine… Ma, visto che qui il tempo stringe, conviene restare un po’ più sul pratico. Mi ingozzo con due panini al formaggio come colazione; approfitto del fatto che l’auto con le gomme termiche, una delle enne Opel Corsa di famiglia, oggi non servirà a nessuno; ci carico velocemente bici e bagagli e poco dopo le quattro e mezza sono fuori dal cortile.

Dopotutto, non ho ricevuto alcun messaggio da Luca: probabilmente anche lui ha deciso di partire lo stesso, incurante del meteo; se l’ha deciso lui, che tra noi due è indubbiamente l’unico portatore sano di buonsenso… Sono in una botte di ferro.

Già raggiungere il casello autostradale, a due chilometri da casa, è una bella scommessa. Tutt’intorno il deserto; in movimento ci sono solo io. Il cartellone luminoso al casello dice “Per Savona: neve fino al bivio A6-A10”; credo significhi neve fino a Savona. Beh, non è che la cosa mi stupisca, anzi. Ma non importa. Ritiro il biglietto e via nella bolgia. Scorgo nello specchietto retrovisore un lampeggiante giallo, probabilmente un mezzo spartineve; davanti, solo un muro di buio e fiocchi di neve fittissimi. Vedo a malapena il guard rail, per pochi metri; non ho idea dei confini delle corsie, ormai nascosti da uno strato di nevischio. Nessuna traccia di passaggio di auto, perlomeno, non recentemente.
Radio a palla, per stemperare un po’ la tensione; tanto qui basta andar dritto, e speriamo che a nessuno venga in mente di fare una passeggiata notturna in mezzo alla carreggiata. Non potrei proprio vederlo.

Nel corso di un fitto scambio di messaggi sul telefonino con altri nottambuli come me, ciclisti e no, apprendo della decisione di Luca di rinunciare: come dargli torto; in effetti, per raggiungere l’autostrada, a lui toccano un bel po’ di km tra le colline, che non credo siano così piacevoli e romantici adesso. Mi spiace perdere la compagnia, ma pazienza: tiro dritto, prima o poi arriverò. Il viaggio di tanto in tanto rallenta ancora, se possibile, perché tocca restare al seguito degli spartineve, che occupano la carreggiata in modo tale da impedire il sorpasso da parte delle auto. E’ evidente che una ragione logica ci deve essere, per questo: la ignoro, ma resto comunque in coda, a debita distanza, viaggiando ai trenta all’ora ed approfittandone per riposare un po’ gli occhi, allucinati dal continuo sforzo per indovinare la strada in mezzo alla bufera. Mi torna in mente un viaggio di qualche settimana fa: molto più breve, da Carmagnola a Cuneo e ritorno, centoventi km in tutto, ma macinati sotto una nevicata già fittissima all’andata e ben peggiore al ritorno; e, sopratutto, percorsi su strada statale, ai trenta-quaranta all’ora e con la Opel che uso di solito, senza gomme termiche ma in compenso con gomme parecchio assai lise. Se sono sopravvissuta quella volta lì, ce la posso fare anche oggi!

Man mano che mi avvicino all’Appennino, il turbinio dei fiocchi aumenta, fomentato da un vento violento che già qui tende a deviare la traiettoria dell’auto. Figuriamoci cosa troverò in Riviera! Dietro a me, alcuni veicoli fedelmente al seguito: quasi quasi mi sento orgogliosa al pensiero di fare da apripista, e responsabile, anche; farò il possibile per non trascinarli tutti in mezzo ai campi o giù da un viadotto!

La neve mi accompagna proprio fino a Savona, al bivio tra le direzioni di Genova e di Ventimiglia. Una volta tanto, il rilevatore di velocità non protesta: sotto i quaranta ci sono già! E le ciminiere della centrale di Vado, o qualcuno le ha tirate giù, o proprio non le ho viste. Chissà come farò a tornare a casa: in ogni caso, me ne preoccuperò quando sarà il momento. Non adesso.
Ora è pioggia scrosciante e vento forte. Va bè, andiamo già meglio. Mi dispiace che Matteo sia già in bici da chissà quanto tempo; starà ibernando… Se solo ieri sera avessi immaginato di trovarmi di fronte ad una situazione simile, avrei puntato la sveglia un’ora prima; ma chi avrebbe potuto prevederlo, con tutte quelle stelle?

Finalmente un po’ di luce. Credo che questo viaggio mi sia costato terribili zampe di gallina, tanto ho dovuto aguzzare la vista per trovare la retta via. Sembra incredibile, eppure, man mano che mi sposto verso est, il meteo sembra migliorare: certo, una bella giornata è un’altra cosa, però pare proprio che abbia smesso di piovere. E dire che ormai sto viaggiando per inerzia, perché non avrebbe senso rinunciare ora che sono qui, ma non avevo proprio più alcuna speranza di poter saltare in sella oggi. Invece, forse forse…

Il casello di Sestri Levante è quasi un miraggio. Non ne posso più di star seduta in auto. Come temevo, Matteo è lì, ibernato… Cavoli, mi dispiace. Anche se sono ancora un po’ troppo scombussolata per far complimenti, lo invito a mettersi un po’ in auto, mentre scarico la bici. Raffiche di vento mi investono appena scendo; le poche palme spelacchiate qui intorno si piegano tanto che sembrano strapparsi. L’angoscia che ho tenuto a bada finché ero al volante miprecipita addosso, tutta insieme, adesso: come diavolo faccio a star su in bici con un vento del genere? Mi sbatterà per terra prima che subito. Me le ricordo bene, le folate del Bracco: non è tanto che sono stata qui ed ho visto i sorci verdi su per quella salita.
Sistemo malamente le ruote, mentre mi domando se davvero sia il caso di partire. La risposta è una sola; ovvio, che è il caso; dopo tutto questo viaggio, dopo aver mobilitato sia Matteo che Emanuele, non posso certo tirarmi indietro. Se fossi sola, temo proprio che getterei la spugna; parto solo perché so di essere in compagnia di due persone certo più affidabili e dotate di autocontrollo di me.
Come volevasi dimostrare, vuoi per l’agitazione, vuoi per l’incapacità congenita, ho sistemato le ruote alla piffero di segugio; meno male che se ne accorge Matteo, altrimenti finirei lunga e distesa sull’asfalto alla prima pedalata. Il guaio è che persino lui fatica un po’ a metter tutto a puntino: sarà meglio che io lo tenga presente, la prossima volta che smonto e rimonto il gioiellino nuovo. Già, perché oggi mi son presentata qui con la bici nuova, la “Ridley”, come ormai affettuosamente la chiamo. Incredibile, quanto si faccia in fretta ad affezionarsi alla propria bici! Ti guarda con quegli occhioni così teneri che ti scioglie il cuore…

La squadra è al completo: oggi ho persino l’onore della compagnia dell’illustrissimo biomeccanico di Castano Primo, Emanuele: pardon, a Castano ci lavora, ma è ligure DOC. In tenuta da bici, ha davvero l’aspetto di un ciclista con i fiocchi: infatti, su per il Bracco, danza sulla bici con la leggerezza di un provetto scalatore, senza il minimo segno di fiatone o di fatica. Come al solito, io arranco in fase di avvio; mi ci vuole un po’ per carburare. Ammesso e non concesso che io oggi arrivi, a carburare… La fatica è l’ultima delle mie preoccupazioni; mi terrorizza l’urlo del vento in mezzo al bosco, le foglie ed i pezzi di rami che schizzano sulla strada, la prossima curva dietro cui una raffica mi tenderà un agguato. Vorrei essere più loquace, eppure non riesco a spiccicare più di qualche monosillabo. C’è una luce livida, irreale; a volte sembra che un raggio di sole voglia far breccia tra le nuvole, ma è comunque una luce fredda. E’ pur vero che siamo partiti da Sestri abbastanza presto, alle otto.
Il mare, si vede da qui, è increspato; le piante, sferzate dalle raffiche, si piegano, cigolano in modo sinistro.
Sono preoccupatissima: faccio fatica a tenere i nervi a posto; di certo sto esagerando, ma il mio equilibrio è già precario per natura ed il vento non mi aiuta. Anche Emanuele è scettico, lui per via del freddo: prima della fine della salita, ha già deciso che non intende proseguire e, di lì a poco, ci saluta. Mi spiace, perché tenevo molto all’idea di vederlo in azione; in più, la sua rinuncia è un altro duro colpo al mio spirito già poco combattivo di questa giornata. Resta Matteo, ovviamente: lui non si scomporrebbe nemmeno nel bel mezzo di un uragano… Come al solito, finisce per essere lui il sostegno a cui mi aggrappo per stare a galla, come la Kate Winslet al suo precario salvagente dopo il naufragio del Titanic; ormai ho perso il conto delle volte in cui son riuscita a combinare qualcosa di buono solo grazie alla fiducia in lui. Borbottando e lagnandomi, tiro dritto.

Un momento di puro terrore mi coglie all’inizio della prima discesa, verso Deiva Marina. Pochi metri prima di scollinare, il vento quasi mi butta a terra; inizio a scendere con la certezza di andare incontro a sorte infausta… E il vento si quieta. L’avevo già notato la volta scorsa in cui sono stata qui: questo tratto di strada è in qualche modo riparato dalla furia del tornado; riesco a scendere non dico bene, ma perlomeno in modo da limitare i danni. Con gran meraviglia di Matteo, che mi vede, per la prima volta, impugnare il manubrio ed i freni in presa bassa. Caccio un urlo ogni volta che mi sembra, e appena mi sembra, di sentire il vento che rinforza; ho i nervi a fior di pelle e le dita delle mani che si raffreddano sempre più, fino a diventare quasi insensibili. Non so cosa mi trattenga dal mettermi a piangere: forse il fatto che i tetti di Piazza non sono più così lontani. Però, alla mia paura fa da parafulmine il povero Matteo, che, nel vano tentativo di sdrammatizzare la situazione, si tira addosso gli strali della mia ira. Lo so, a mente fredda il mio comportamento è assurdo; però, in quei momenti, non posso proprio prendere in considerazione alcuna forma di ironia nei miei confronti… Sono in pericolo di vita, e questa è cosa serissima!

L’arrivo a Piazza è una manna dal cielo. Ho le dita inchiodate alle leve dei freni. A sinistra e via, si sale, almeno un po’. Ancora nel silenzio: vorrei romperlo, ma le parole mi muoiono in gola. Castagnola, Framura: la pendenza aiuta a scaldarsi un po’, ma il vento non accenna a cessare, né il sole a squarciare le nubi. Poche anime in giro, un cagnone che trotta via per la sua strada, degnandoci appena appena di uno sguardo di sufficienza. Non so, oggi c’è qualcosa che non va: non sono per niente convinta di ciò che sto facendo. Continuo a patire freddo e paura. I problemi andrebbero affrontati man mano che si presentano; invece, non riesco a fare a meno di pensare a come evolverà la giornata, se mai il vento mollerà almeno un po’ o se, al contrario, comincerà a piovere.

Discesa verso Levanto, lunga. Ho già deciso che arriverò fino a Levanto e tornerò indietro: viaggiare così non è un piacere, è una tortura! Perché accanirsi? Ormai è chiaro che non c’è speranza di miglioramento del tempo. Matteo non replica: in altre circostanze, mi avrebbe subito sgridata per la mia pusillanimità, ma mi sa che oggi ha capito anche lui che la situazione è grigia. Per me, s’intende. Il mare di Levanto è una meraviglia. Arriviamo in paese, prendiamo la direzione di Monterosso: già, mi sono lasciata convincere a proseguire ancora; del resto, è facile farsi persuadere di quello che in fondo in fondo già si vuole… E, per me, interrompere il giro così presto sarebbe stato uno smacco. “Vediamo com’è il vento sulla prossima salita”: eccoci su verso Legnaro, altro bellissimo grumo di case di tutti i colori, affacciato sul mare. La salita è più severa di quanto ricordassi, o forse sarà la tensione, però è breve, spiana subito dopo il paese. Da questo punto, guardando poco giù, scorgiamo la frana che ha spaccato in due la piazzetta della borgata di Chiesa Nuova, in mezzo agli ulivi.

Al bivio per Monterosso, scendiamo giù al paese imboccando la strada di sinistra, più larga. Se non fosse per il vento, questa sarebbe l’occasione ideale per fare un po’ di esercizio con la presa bassa… Invece, mi limito a tirare forsennatamente i freni, in attesa della prossima folata di vento in curva. Troppa grazia, c’è persino un po’ di sole, ed un punto panoramico da cui si vedono tutte le Cinque Terre; o, almeno, si vedrebbero, se potessi guardare qualcos’altro che non sia la mia traiettoria. Ho visto un cartello che indicava pendenza 15%: sono un po’ preoccupata… In discesa mi fa paura! Per fortuna, s’è trattato del solito caso di terrorismo.
Raggiungiamo il paese, una bellissima bomboniera. Dopo aver attentato alla vita di un buon numero di turisti ignari, malferma sul lastrico della via centrale, ignoro il semaforo rosso della galleria e mi ci infilo. E’ un breve tunnel che collega le due parti del paese, spezzato da un costone di roccia; all’interno, tante piccole vetrine decorate e fregi sulla parete. Almeno qui, lungo la passeggiata, è d’obbligo una sosta per una foto: ho la macchina fotografica a portata di mano da quando siamo partiti, ma non mi sono fidata a tentare acrobazie, con questo vento.

Matteo ci prova, a convincermi a proseguire ancora, verso Vernazza, ma questa volta mi oppongo. Preferisco non allontanarmi troppo da Sestri: il tempo non è affatto così stabile; quel poco di sole va e viene, anzi va e basta; se si mettesse anche a piovere, sarei proprio panata, dovrebbero poi riportarmi all’auto con l’elicottero del Soccorso Alpino. Raggiungiamo un buon compromesso: si torna a Levanto, ma per una strada secondaria che passa in un luogo chiamato Monte Acereto.

Una salita bella ed impegnativa, ma non troppo, ci riporta su alla strada in costa; da lì a destra verso il Santuario di Soviore, lungo un tratto di falsopiano o poco più, che mi fa soffrire e faticare non poco. Passato il santuario, si svolta a sinistra lungo una stradina che subito dà l’idea di essere uno di quei luoghi dimenticati dal mondo: ci son delle buche tali, che se ci caschi dentro non ti trovano più! E aghi e pigne e rami, e persino qualche auto. La vista sul mare, da quassù, è ancora più spettacolare, se possibile. Non potrei certo fermarmi ogni cinque secondi, ma quanto sono belle queste pigne, ne vorrei riempire lo zaino!

All’improvviso, ci si para davanti un bel cagnone dal pelo lungo, sfumato di grigio e di nero: abbaia, accenna ad avvicinarsi, ma non riesce ad essere minaccioso, nemmeno volendo. Ci accompagna per un bel tratto: non sono certo i suoi denti a spaventarmi, quanto il timore di investirlo quando mi arriva tanto vicino. Mi fermo, gli porgo la mano, gli offro un pezzetto di barretta Enervit al cioccolato: rifiuta con schifo… Eh, bello mio, in effetti, come darti torto? Questa robaccia non è certo come la tua pappa!
Compaiono un paio di case sulla destra: ecco svelato il mistero della provenienza del cagnone. Come ci allontaniamo dal suo territorio, smette di seguirci; il suo potente vocione si spegne in lontananza.

La discesa è interminabile e, a tratti, per me critica, un po’ per la pendenza, un po’ per la strada sconnessa. E le mani congelano in fretta: avrei dovuto almeno indossare i sottoguanti, mannaggia. Vento e ancora vento, e Levanto là sotto sembra tanto lontana. Dosso, Groppo, i paesini scorrono via uno dopo l’altro; io sogno la cioccolata calda, da un po’. Non ho l’abitudine di fermarmi ai bar quando sono in bici, ma oggi ho disperatamente bisogno di qualcosa di caldo. Una tazza fumante che rinfranchi prima le dita e poi lo stomaco: fantastico… Quasi ignoro la meravigliosa vetrina di gelati che campeggia nel bel mezzo del locale. Magari tra cinque o sei mesi… Ci godiamo qualche minuto di calore e quiete, mentre il vento sferza la tenda di plastica del dehors, sembra quasi voglia strapparla via. Poi ci rituffiamo nella Siberia e riprendiamo la salita da Levanto, questa volta però con una deviazione. Presto lasciamo la strada principale per scendere a Bonassola, sul mare. Paesello bellissimo e completamente deserto: ma saranno vivi, qui? Tocco per la prima volta nella giornata la borraccia, che fin qui ho portato vuota: c’è una fontanella sulla piazza, bella ed ordinata come un salotto. Poi via, su per una salita cattivissima: subito, una rampa su cui fatico a tenere la ruota anteriore incollata alla strada; poi, ancora pendenze severe, anche se non più così estreme. Un tornante sopra l’altro, in mezzo alle case, agli sguardi interrogativi di qualche micio che si gode il pallido sole. Poi le case si diradano, restano solo gli alberi, torna il vento; la strada si addolcisce e mi permette di addentare un altro po’ della barretta che sto centellinando. Ritrovo Matteo che torna indietro per un tratto, mangiando corbezzoli; io però perferisco la mia tradizionale alimentazione chimica.

Lasciamo questa suggestiva stradina, dove, nonostante un paio di denti in meno sulle corone posteriori di questa bici – ho il 34×27, non più il 34×29 – sono salita con una certa disinvoltura, sempre facendo le debite proporzioni con le mie possibilità. Percorriamo un tratto della strada principale, mentre Matteo soddisfa la mia curiosità su cosa sia il ciclocross: giusto perché sono mesi che sento parlare di ciclocross, sto viaggiando su una bici nata apposta per questa disciplina, ma non so proprio di che si tratti.
Intanto, il cielo si è velato del tutto. Lasciamo ancora una volta la strada principale, per imboccare, a destra, una salita blanda che ci porterà direttamente al Passo del Bracco. Meno male: temevo di dover ridiscendere a Piazza e sorbirmi in salita quell’orrenda noiosissima via che abbiamo percorso stamattina in discesa; e dire che Matteo me l’ha anche detto, a Monterosso, al momento di definire il resto dell’itinerario, che da Levanto avremmo abbreviato il rientro.
Inganniamo il freddo chiacchierando animatamente su uno degli argomenti preferiti dal mio collega: il cibo! E’ ormai arcinoto che Matteo non metta piede, anzi pedale fuori casa senza una scorta alimentare tale, per quantità, peso e spazio occupato, da eguagliare il carico di una petroliera; pare uno di quei prototipi di veicolo che, allo stato di prima sperimentazione, non possono percorrere altro che distanze brevissime, se non con un’autobotte al seguito. Anch’io sono sempre stata un inceneritore, ma, da qualche tempo, mi sto sforzando, con un certo successo, di ridurre il carico: oggi me la sono cavata con una barretta ed una cioccolata calda; ho fame, vero, ma sono convinta che, entro un certo limite, si possa procedere anche con la fame, senza per forza andare in crisi. E’ quello che sto sperimentando. Ovvio che, se si pensa ossessivamente e compulsivamente al cibo ed al timore di restarne senza, si finisce per tirarsela addosso, la crisi! Ma sono convinta che sia più che altro un effetto placebo…

Il freddo, invece, qui non è un effetto placebo. Ormai mi è entrato nelle ossa; pazienza i piedi gelati, ma le mani, quelle mi fanno paura: le dita sono insensibili… E c’è ancora un’intera discesa in cui devo averle ben salde sui freni! Né il senso di colpa, né la consapevolezza dei tanti km macinati in auto per venire fin qui mi convincono ad aggiungere ancora al giro la ciliegina sulla torta, cioè l’anello con discesa a Moneglia e risalita. Non ne posso davvero più di vento e di brividi. Matteo, mosso evidentemente a pietà, non tenta nemmeno più di farmi cambiare idea. Se non conoscessi il personaggio, potrei pensare che ne abbia abbastanza pure lui; conoscendolo, invece, so bene che potrebbe ancora fare, senza problema, l’anello, il bracciale, il collier e pure gli orecchini! Pazienza, voglio fortissimamente voglio l’auto, il riscaldamento al massimo. Non mi succede spesso di desiderare con tale ardore la conclusione di un giro in bici.
La discesa dal passo del Bracco è infinita e gelida; il vento non cessa, nemmeno ora, di ululare e schiaffeggiare gli alberi e noi. Però la vista di Sestri laggiù mi rincuora: in questo momento, per me è la città più bella del mondo!

Concludiamo la nostra rocambolesca avventura verso le quattro, con 112 km e circa 2.800 m sul groppone. E’ vero che ho patito la temperatura siberiana anche qui, ma, nei paraggi di casa, oggi non mi sarei proprio mossa. Quindi, come si suol dire, è tutto grasso che cola. Ma l’avventura non è ancora finita: adesso si tratta di rimettersi al volante… E riaffrontare la Torino Savona! Per fortuna, la neve non cade più; la carreggiata è pulita. Ci si mette il sonno, l’effetto del caldo dopo una giornata al gelo, che mi costringe, dopo qualche pericoloso involontario cambio di corsia, a fermarmi a nanna mezz’oretta a Carcare in autogrill, onde evitare di compromettermi la stagione ciclistica 2009 e magari anche tutte le altre! Intorno alle sette, riabbraccio il mio Skipper e trovo, grazia insperata, qualche residuo degli esperimenti culinari con cui, di tanto in tanto, si diletta mia sorella. Adoro fare la cavia; ogni tanto, quando l’esperimento va storto, c’è il rovescio della medaglia… Ma stasera un piatto già caldo non può che farmi felice: provvederò ad incentivare questa passione!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!