26 settembre 2009 – Gran Trail Rensen

“Oh, come sono contenta di vedere… La pizza!”.
Il povero Matteo è lì, al luogo dell’appuntamento, il semaforo tra la via centrale e l’Aurelia, chissà da quanto tempo. Mea culpa: son partita troppo tardi da Carmagnola, causa cliente dell’ultimo minuto in ufficio. E poi, siccome non amo girare come una trottola alla ricerca di un parcheggio, ho lasciato l’auto ad un chilometro buono da qui, oltre la stazione ferroviaria, dove lo spazio per abbandonare la fida Opel certo non manca. I due cartocci che il malcapitato tiene in mano, a mò di trofeo, contengono due pizze ormai non più fumanti: si raffredderanno ancora, perché, prima che noi ci si abbandoni ai piaceri del cibo, io devo ancora provvedere al ritiro del numero di gara. Per fortuna, il Cinema Italia è a due passi due: mi ci fiondo, con il solito timore di essere arrivata troppo tardi. Non è così, per fortuna: Lorenzo è ancora lì, a vigilare sulla sua creatura, con l’aiuto della gentilissima moglie e degli altri volontari intenti a distribuire le scartoffie per la corsa di domani. In un attimo, il mio pacco gara si materializza sotto il mio naso: all’interno, oltre al pettorale di gara, anche il buono per il parcheggio gratuito, biscotti e prelibatezze varie, il road book, un po’ di materiale pubblicitario sulle bellezze della terra ligure e, soprattutto, una splendida felpa rossa con la scritta a caratteri cubitali, “Gran Trail Rensen”.
Poche parole, un saluto: scappo via, c’è qualcuno che mi aspetta… Matteo non ha voluto avvicinarsi agli stand della corsa; avrebbe dovuto esserci anche lui, domani, alla partenza, ed invece non potrà, incastrato dal lavoro in negozio. Gliene ho già dette di tutti i colori, in proposito: sarei stata contentissima anch’io di vederlo al via; il Gran Trail Rensen sarebbe stata la corsa adatta a lui, per eccellenza. Avrebbe potuto riuscire bene, anzi benissimo, come già ha dimostrato di poter eccellere in altre prove di questo genere… Gliel’ho detto e ripetuto mille volte, possibile che tu, per un sabato su un milione, sia proprio indispensabile ed insostituibile in negozio? Possibile che, sapendo già da mesi che la corsa si sarebbe svolta di sabato, non sia riuscito a ritagliarti quella giornata? Lo so, lo so, avrei dovuto mordermi la lingua, anzi già me la sono morsa parecchie volte, per evitare di sconfinare nel campo minato del “non sono cavoli miei e non ci devo mettere il naso”; il fatto è che mi dispiace davvero, sia per l’occasione che lui ha dovuto gettare al vento, sia perché lo vedo triste e so bene quanto gli pesi questa rinuncia. Ma tant’è, ormai è tardi. Tutto quel che può fare il poverello è restare lontano dall’area dedicata alla manifestazione; si sa, lontano dagli occhi, lontano dal cuore.

Lo ritrovo ancora lì, nella stessa identica posizione. Potrei pensare che sia congelato, se il termometro accanto alla vicina farmacia non segnasse venticinque gradi: alle nove di sera a fine settembre, una vera goduria! Ci accampiamo sugli scogli, poco lontano dalla spiaggia; faccia al vento ed al mare, questa bellissima distesa di olio nero, appena appena increspato. Basta allontanarsi di pochi metri dalla sabbia e già le luci della costa sono molto più luminose: di fronte a noi, Genova e la pista dell’aeroporto. Guarda là, un faro enorme si alza dal mare: per Matteo è abitudine vedere un aereo al decollo in mezzo all’acqua, ma per me è già uno spettacolo. La schiuma che lambisce gli scogli, lo sciacquio sempre uguale, sommesso, ai miei piedi. Sbraniamo le pizze con avidità: sono buonissime davvero!
Quando i cartocci sono vuoti, nessuno dei due ha ancora voglia di andar via. Ci costringiamo solo dopo un po’: purtroppo è ora di nanna, almeno per me che punterò la sveglia alle tre meno dieci. La partenza è fissata per le quattro, ma io nei preparativi sono lunga come la Quaresima!
Ci avviamo verso la Opel, io a piedi, Matteo in bici; ormai, per lui, il ciclismo non conosce più alcuna distinzione tra la notte ed il giorno; tornerà a casa, tra i bricchi, pedalando. Invece io preparo il giaciglio: giù il sedile, un telo a coprire il parabrezza per evitare la luce dei lampioni, stendo il sacco a pelo, anche se non credo servirà, e via, nanna e buio.

Sonno breve, ma ristoratore, tanto che la sveglia, meno di cinque ore dopo, non è nemmeno così traumatica. Zittisco il trillo del cellulare, mi guardo in giro: nulla, il deserto nel parcheggio semivuoto. In primis, la pappatoria: faccio fuori l’abbondante porzione di riso che, da brava massaia, ho preparato ieri. Con una buona dose di disgusto, ad onor del vero: mi sa che ho dimenticato di metterci il sale… Poi la vestizione dell’inferma: pantaloni ¾, strato di crema protettiva sui piedi e doppio paio di calze, canotta traforata, maglietta in tessuto tecnico, gilet antivento a collo alto, manicotti, guantini da ciclista e scarpe da montagna, per la verità semidistrutte. Speriamo che sopravvivano ancora per questi settanta km, poi prometto che le cambio! Piazzo il numero sulla gamba, controllo lo zaino: giacca impermeabile, luce frontale, seconda luce e batterie di ricambio, telo di sopravvivenza, portafoglio, telefonino, due ciucciotti di miele, tre torroncini, rotolo di papier de cul e, importantissima, la consueta scorta di medicine: Nimesulide, Muscoril, Aspirina, Maalox, Imodium, insomma, tutto il tuttibile per ogni evenienza. Il sacchettino della farmacia è la mia coperta di Linus!

Saluto la fida Opel e mi incammino verso il centro di Arenzano, nel silenzio e nel deserto. Solo quando arrivo alla Via Bocca trovo un po’ di fermento: troppa grazia, persino un bar aperto, benché siano le tre e mezza di notte. Il locale, manco a dirlo, è preso d’assalto dai concorrenti a caccia di colazione; mi ci fiondo anch’io per un doppio caffé ed una capatina in bagno. Mentre attendo, occhio ed orecchio mi cadono su tre ragazze sulla soglia del locale: vestite eleganti, da sabato sera, giovanissime e molto belle, eppure tutte e tre con la sigaretta in bocca; le braccia mi cascano del tutto quando poi una, apparentemente la più spigliata, propone “un giro di Vodka”. Ossìgnur… So bene che la ragione imporrebbe di farsi i cavoli propri, e nessuno stabilisce che la mia vita sia migliore della loro; però, a me l’istinto suggerisce una gran tristezza. Insomma, io di notte alla loro età… O dormivo o pedalavo per monti! Oggi poi ci corro anche.

Con la sferzata del doppio caffé in circolo, mi avvio all’arco di partenza, in compagnia di Antani, uno degli amici del forum di Quotazero.com e, soprattutto, uno dei favoriti per i primi posti della classifica, nella sua consueta divisa verde, con il suo tipico fare pacato e quasi un po’ timido, lui che potrebbe tirarsela senza misura tanto è forte. Da lì poi è tutto un salutarsi con gli altri conoscenti, forumendoli anche loro: Scion, sempre sorridente nonostante il mal di schiena, e Cesare, che raccontano la loro sfortunata esperienza alla Petite Trotte à Leon, massacrante percorso a squadre, in autonomia, da 270 km intorno al Bianco, e poi Trigi e tanti altri. Qualcuno s’avvicina a chiedermi se io sia Giancarla: ormai sono famigerata… Non ho mai combinato un cavolo di buono, sportivamente parlando, ma ormai mi conoscono tutti perché sono sempre dappertutto! Proprio come la gramigna.

Al buio e nella quiete del paese addormentato, il via viene dato all’improvviso e quasi in silenzio: la piccola folla si ritrova di colpo a correre senza quasi rendersene conto. Di gran carriera, ma subito in salita, verso il Santuario e poi la Torre dei Saraceni, con un paio di tornanti in salita su asfalto. Qui abbiamo tutti ancora voglia e fiato per scherzare, ma non durerà a lungo… Poi via allo sterrato lungo il Sentiero degli Inglesi, che per un po’ è pianeggiante e permette di corricchiare: in realtà, io non riesco ad essere molto veloce, non tanto per colpa delle gambe, quanto per il fatto che, al buio pesto delle quattro del mattino, i miei occhi malandati non riescono a mettere a fuoco l’appoggio del piede. A poco vale la luce della frontale, pure ottima ed intensa; la vista, con il buio o con la pioggia, è uno dei miei peggiori nemici su sentiero. Ogni passo mi costa un po’ di esitazione in più, che di giorno non avrei; anche per questo, mezzo mondo mi passa avanti. Ottima occasione per salutare Mark, il terribile Inglese di Bologna, che schizza via in un attimo. Non vedo l’ora che la strada cominci a salire… Solo là dove la pendenza è tale da costringere me e gli altri a camminare, posso permettermi di procedere sicura e senza perdere troppo terreno rispetto ai compagni di corsa. Intendiamoci, non è che il fatto di restare indietro mi spaventi: anche perché ormai so bene che, su percorsi con simili distanze e dislivelli, molti incauti partono a razzo e poi scoppiano lungo la via, tanto che persino io li raccatto e li sorpasso. E comunque, se anche fossi ultima dal primo all’ultimo metro, le venti ore di tempo massimo mi danno la ragionevole certezza che tornerò ad Arenzano in tempo per essere classificata. Quel che conta, per me: esserci… E finire la corsa!

Lungo la salita verso il Passo Gua, mi affianca il corridore genovese con cui già nell’edizione dell’anno scorso ho condiviso buona parte della gara: bellissima sorpresa; avrò qualcuno con cui chiacchierare, da qui in poi, spero per un bel po’ di km. Intanto, la pendenza mi permette di rallentare il passo, prendere fiato – eh sì, io posso prendere fiato solo in salita – e guardarmi intorno, alle luci sul mare ed alla miriade di stelle. La temperatura è meravigliosamente tiepida; tira un po’ di vento.
La prima discesa è un dramma, ma già me l’aspettavo. Supero una signora in evidente difficoltà, ancora peggio di me; a mio parere, però, la luce molto fioca della sua lampada frontale non le è di alcun aiuto. Provo a lasciar correre le gambe, ma con il cuore in gola, perché riesco a vedere poco o nulla; l’unico piccolo aiuto mi viene dal fatto che ho già percorso questa discesa, in compagnia di Matteo e di Lorenzo, l’organizzatore della gara di oggi, nella stagione invernale. Intorno a me è tutto nero, ma so che sto scendendo giù lungo il versante di un vallone profondo, incassato, boscoso, e che tra poco sentirò il rumore della corrente del ruscello, giù giù, invisibile. Solo quando la pendenza si attenua, posso distinguere di fronte a me, dal buio delle fronde, il buio appena diverso del cielo. Mi raggiunge nel frattempo il collega genovese, con cui non tardo a riprendere il fitto chiacchiericcio: mi parla delle sue gite di scialpinismo con gli amici, del disagio di chi da Genova deve macinare interminabili km in auto per andare a caccia della neve; dei suoi viaggi in camper attraverso l’Europa, della nipotina nata da un anno
Un lungo tratto quasi pianeggiante, in cui ci tocca guadare un buon numero di piccoli ruscelli, e raggiungiamo una stradina asfaltata, un bivio come sempre ben presidiato dai volontari. Da lì, discesa in mezzo alle case di località Campo; un faro di quelli automatici s’accende al nostro passaggio, abbagliando per un attimo i nostri occhi ormai abituati a farsi bastare il cerchio di luce davanti ai piedi. Ripido sentierino ed ancora asfalto, da correre ma solo un po’, perché poi la pendenza torna a farsi sostenuta. Non è il caso di fare i furbi già adesso!

Passiamo accanto all’agriturismo Argentea: da una finestrella filtra una luce fioca; un micio ci osserva svogliato, abbandonato sullo zerbino. Alla Cappella di Sant’Anna di Lerca incontriamo un punto di ristoro: qui la sosta è d’obbligo; c’è la Coca Cola! Non posso resistere alla Coca Cola…. Siamo gli ultimi, o quasi; il mio compagno di viaggio non se ne capacita. Vero, l’anno scorso forse c’era più gente alla corsa, ergo è possibile che dietro di noi fosse rimasto ancora qualche corridore. Ma in fondo a noi che importa? E poi, non preoccuparti, vedrai che qualcuno lo riacchiappiamo.
Comincia qui la lunga salita al Monte Rama. Oltrepassiamo l’orrendo cantiere di cui ormai non mi stupisco più; l’ho già visto, solo che ogni volta che passo di qua è un po’ più brutto, invadente, pacchiano, mostruoso. Palazzoni enormi a sfregiare quest’angolo di montagna con la vista sulle onde; mi domando come sia stato possibile autorizzare uno scempio del genere… Passiamo oltre, imbocchiamo un bivio; vediamo le fettucce, tiriamo dritto, ma per due – trecento metri di percorso lungo una traccia appena accennata in mezzo ai rovi non vediamo più nulla. Niente segnalazioni, solo un cane che latra in lontananza: non ci siamo, qui abbiamo sbagliato qualcosa. Torniamo sui nostri passi: infatti, il sentiero giusto era appena a sinistra rispetto a quello che abbiamo imboccato noi. Attacco la salita, il collega al seguito; ci sorpassano di gran carriera altri due concorrenti: anche loro, tapini, hanno sbagliato strada… Ma si sono sciroppati un bel po’ di distanza e dislivello in più! Pessima idea: è sempre bene tornare indietro, quando per un buon tratto non si vede più traccia di segnalazione.

La pendenza, sostenuta ma costante, mi permette finalmente di impostare un buon passo regolare. I garretti ringraziano, i polmoni pure; quando arriveremo su, sarà giorno e non ci sarà più da temere la discesa al buio. Ora i bastoncini sforacchiano la terra con vigore, quasi con cattiveria, perché le braccia lavorano quasi quanto le gambe; senza l’aiuto delle bacchette, ormai, non credo sarei più in grado di trascinarmi su per i monti. Sono indispensabili, sia in salita, per scaricare un po’ di fatica alle gambe, sia in discesa, perché, con il mio equilibrio terribilmente precario, quattro appoggi sono meglio di due. Anche se spesso non bastano ad evitare che intervenga il quinto appoggio: il deretano!
Qualche goccia di tanto in tanto sulle braccia e sul viso: non è pioggia, solo umidità che cade dagli alberi. Intuire la direzione del sentiero di fronte a me è impossibile, anche quando la vegetazione si dirada un po’; tutto quel che posso cogliere è la linea delle cime dei monti, là dove si interrompe la distesa di stelle.
Proprio quando ormai son tranquillla e rilassata in salita, una pietra malandrina mi gioca uno scherzo da prete; mi ritrovo lunga e distesa per terra. Solo per fortuna ho riparato la caduta con il braccio sinistro: il gomito urla subito vendetta… E’ un dolore acuto, ma credo sia tutto OK, visto che si piega ancora. Riprendo la mia baldanzosa marcia come se nulla fosse, superando alcuni compari di viaggio. Ci sono altre due conoscenze, Stefano ed Alice, entrambi giovini assai, lei poi giovanissima ed al suo primo trail lungo: ci sorpasseremo e risorpasseremo a vicenda, io avanti in salita, loro avanti in discesa e, ovviamente, avanti anche al traguardo, visto che il traguardo sta a livello del mare e si raggiunge, ahimè, in discesa… Qui il tracciato di gara assume i contorni di un percorso alla Indiana Jones, con un rocambolesco guado sul torrente, in mezzo a rovi e sterpaglie tagliate di fresco ed apposta per permetterci di passare. Tribolo non poco per superare questo passaggio: credo che al buon Lorenzo fischino già le orecchie, con tutti gli accidenti che gli sto inviando. Già me l’immagino: sarà partito da casa sua armato di forbici da giardiniere e machete, per venire fin qui a tracciare la via….

Solo nella seconda parte della salita, quella più aperta, in quota, mi accorgo che il cielo sta cambiando colore. Chiacchierando chiacchierando, non mi sono accorta dello scorrere del tempo, e nemmeno della fatica, benché stia tenendo un ritmo quasi dignitoso. Il collega si lamenta delle scarpe, comprate apposta per questo trail su consiglio del negoziante, ma troppo sottili e poco protettive per questo genere di percorso. Intanto la mia frontale illumina un tratto di salita un po’ più fangoso, scivoloso, a cui prestare attenzione. Intorno, rocce aguzze, quasi lame piantate nel terreno, frastagliate, che al buio hanno un aspetto ancora più tetro; sembrano lamine di pietra strappate via da qualche montagna, dal vento, e conficcate lì.
Ci sorpassa un altro corridore: anche lui vittima di un errore nell’itinerario. Peccato, perché sale davvero forte! Raggiungiamo intanto quella che ha la parvenza di una cima, ma non lo è ancora, anche se concede un po’ di tregua nella pendenza del sentiero; riprendiamo a salire e solo ora mi viene in mente un’immagine ripescata chissà dove nella memoria: la cima che dobbiamo raggiungere noi non è quella che ci svettava esattamente davanti fino a poco fa. Ho la sensazione che ci si debba spostare leggermente verso destra: infatti, è così.

Si fa chiaro in fretta, mentre arriviamo al rifugio Prà Riundo. Un po’ d’acqua ed un po’ di Coca Cola, il primo controllo orario, poi via lungo la strada sterrata. L’anno scorso, quassù, per colpa della nebbia si vedeva poco o nulla; oggi la situazione è un po’ meno tragica, ma la nebbia non manca e, con quella, raffiche di vento teso e gelido. Che differenza, rispetto a quel che c’era giù al mare. Sento i brividi, ma non ho voglia di indossare la giacca: sarebbe inutile; basterà oltrepassare il Rama e scendere un po’, e la nebbia si diraderà. Il collega genovese, che si è fermato qualche momento di più al ristoro, mi raggiunge, manco a dirlo, nella discesa, dove io fin da subito vedo i sorci verdi. Lunga, interminabile, ostica per me, come tutte le discese; abbozzo qualche passo di corsa, ma non conto nemmeno più le volte in cui sono lì lì per volare a terra, a pelle d’orso. Pazienza quando scivolo indietro, perché il mio posteriore è ben ammortizzato di natura; quel che mi fa davvero paura., però, è il rischio di cadere faccia in avanti. Insomma, ho già sul viso più cicatrici di Frankestein… Gradirei, se fosse possibile, non peggiorare la situazione! Però, ritrovo con sorpresa – non li ricordavo più – gli alberi che, appena oltre il colle, crescono con le fronde solo nella direzione del vento, i rami tutti protesi nella direzione del vento. Pochi alberi, quelli che sopravvivono alla furia delle raffiche.

Quasi non ci credo, quando finalmente la pendenza s’inverte. Un sentiero che proprio non ricordavo, dev’essere forse una delle varianti introdotte rispetto al percorso originale del Rensen; parte sterrato, parte lastricato di rocce piatte, a strapiombo sulla sinistra in molti punti, bello e suggestivo con le luci dell’alba. Solo adesso noto che spesso la rotta dei miei piedi rischia di collidere con quella di grossi insetti neri, non saprei di che genere, tipo scarabei; quelli che, in dialetto piemontese, ricomprenderei nell’ampia categoria delle “baboie”. Per quanto possibile, cerco di non calpestarli, povere creature; né loro, né i fiorellini lilla, molto simili ai bucaneve ma di altra stagione: l’anno scorso c’è stato chi mi ha spiegato la differenza… Ma il loro nome proprio non me lo ricordo più. Poveri fiorellini, quasi tutti caduti sotto la furia delle suole dei corridori. Il corridore genovese è poco più avanti rispetto a me; quando la pendenza torna sostenuta, riprendiamo la nostra marcia insieme, io davanti a far da locomotiva, lui dietro perché gli vien comodo seguire il passo di qualcun altro. Io non lo sopporterei: se non posso stare in testa, allora preferisco marciare da sola; l’importante è che siano le mie gambe a comandare. Guardo avanti, c’è vita poco oltre; ecco, lo sapevo che qualche altro concorrente l’avremmo riacchiappato, prima o poi. Continuo di buona lena, anche se un po’ mi preoccupo io stessa: riuscirò a reggere questo ritmo fino alla fine? Mi distraggo chiacchierando di vacanze e di campeggi, di altri trail e di personaggi folli, come e più di noi. Non ci penso e la salita passa.

Raggiungiamo una prima costruzione che ha tutta l’aria di un rifugio, ma al momento deserto; ci giriamo intorno, saliamo ancora, seguendo fedelmente le fettucce. Un secondo rifugio, più avanti, spunta all’improvviso nella nebbia: questa volta è il nostro, il Rifugio Argentea, punto di ristoro. Guardo con riconoscenza, ma senza invidia, i volontari costretti a restare lì al freddo ed al vento che non smette più di sferzarci non appena prendiamo un po’ di quota; pochi istanti di sosta e sono già in marcia: ora ci tocca la discesa verso il Passo della Gava, che significa, cinque km al ristoro dove si mangia. Un primo tratto su strada sterrata, un tratto dell’Alta Via, dove abbozzo qualche metro di corsa; la nebbia qui è fitta, tanto che, con gli occhiali appannati, stento non poco ad individuare la giusta direzione. E’ tutta un’affannosa ricerca della fettuccia segnaletica successiva; l’occhio che, se potesse, schizzerebbe fuori dall’orbita per andare a vedere più da vicino…

Anche stavolta, resisto alla giacca. Un giovane compagno d’avventure di Pavia s’è aggregato; è al suo primo trail così lungo e non tarda ad intabarrarsi per bene, per timore del freddo; giustissimo, per carità. Io però preferisco aspettare: infatti, pochi metri più in giù, la storia cambia un’altra volta; tornano il sole ed il tepore. Tempo di fermarmi un istante a legarmi una scarpa, cosa che mi dà enorme fastidio ma che non posso evitare: è bene non dare alla forza di gravità un’ulteriore occasione per avvicinare il mio naso al sentiero… Poi corricchio, ma il Parmigiano mi ha già rubato parecchi metri. La discesa è tale per modo di dire; in realtà è dolce, in molti punti corribile anche per me, un lungo traverso in mezzo al pendio di erba e cespugli bassi, spazzato dal vento. Passi veloci alle mie spalle: ecco che arrivano, di gran carriera, i primi due concorrenti del percordo corto, si fa per dire, da 45 km. Spariscono in fretta, ma non tanto in fretta da impedirmi di buttare l’occhio sul secondo dei due: alto, corpo tutt’altro che scheletrico, gran bella schiena sotto la maglia bianca aderente, gran bel posteriore tornito e capelli appena un po’ lunghi: quasi quasi potrei pregarlo di portare i miei complimenti alla mamma… Ma ha le cuffiette nelle orecchie, non mi sentirebbe, e poi è già troppo lontano. Peccato non poterlo inseguire, ma devo risparmiare le forze. Accidenti, in me l’ormone è un caso unico al mondo di moto perpetuo! Quasi quaranta km di marcia e lui è più arzillo che mai…

Altri due corridori del corto ci sorpassano di lì a qualche minuto; ormai il ristoro della Gava è a portata di occhio: ci arrivo corricchiando, accolta come tutti dal saluto festoso dei volontari. C’è anche una signora che si presenta: è la moglie di Gaetano, un altro dei matti corridori di Quotazero. Qui mi fermo almeno due o tre minuti, è già un po’ che ci penso. Una lattina di Pepsi, che non è Coca ma ci somiglia e va benissimo; una manciata di albicocche secche, un cubetto di Parmigiano, mezza banana. Riempo di albicocche il sacchettino che sarebbe destinato all’immondizia; tanto, l’unica cartaccia che avevo in tasca, l’involucro di uno dei torroncini, l’ho già lasciata nel bidone all’Argentea. Poi afferro tre o quattro bocconi di focaccia e riparto: approfitterò del breve tratto di strada sterrata, con pendenza modesta, per incamerarli. Così faccio… Subito dopo aver dato un’altra occhiata, molto da vicino, ai sassi del sentiero. Questa volta davvero non so come ho fatto a cadere, fatto sta che mi ritrovo lunga e distesa sotto l’occhio attonito di una signora che segue la corsa a bordo strada. Eh sì, sarà che mi sono rilassata…
Per fortuna, contusioni a parte, la funzionalità della mascella non è compromessa. Ma non avevo dubbi. Ingoio la focaccia a mò di struzzo, subito prima del passo; da lì, la salita torna aspra e non permette di far due cose insieme, per esempio mangiare e respirare. Il sentiero si inerpica in mezzo al pendio senza alcuna vegetazione oltre l’erba; qui l’aiuto dei bastoncini è essenziale. Vedo due persone un po’ più avanti rispetto a me: sono Cesare e Trigi, ma mi ci vuole un po’ per metterli a fuoco. Inutile dire che la tentazione di inseguirli è forte: come sempre, quando in salita c’è qualcuno che mi fa da lepre. Qui, posso anche concedermi di osare un po’: in salita, non dovrei aver problemi. Infatti, pur sapendo che la strada è ancora molto lunga e che esagerare adesso non conviene, mi sforzo di salire il più in fretta possibile, tenendo d’occhio i miei due “nemici”, scherzosamente s’intende, del momento. Il Genovese è sempre al seguito, anche se qui, ahimé, il fiato per chiacchierare latita.
Man mano che prendiamo quota, c’infiliamo nella nebbia: le raffiche di vento non danno tregua, la visibilità è ridotta al minimo sindacale. Tengo d’occhio le fettucce: ne vedo poche in questo tratto; è vero, il sentiero è uno e non ci si può perdere, ma qualche segnale in più potrebbe essere di grande conforto… Poco male: Cesare e Trigi sono lassù, due ombre appena percettibili, e nemmeno sempre. La nebbia è talmente fitta che sembra pioggia, gocce sbattute in faccia dal vento impietoso. Fa freddo, ma per ora, finché si arranca in salita, non è un problema.
Il panorama è scomparso un’altra volta, confinato a quei due metri di sentiero visibili davanti alle mie scarpe. Già, le scarpe: ogni tanto le tengo d’occhio, ho il terrore che da un momento all’altro decidano di sbrindellarsi. Capisco che la salita è al capolinea solo quando vedo, o meglio intuisco, alcune figure ferme: i colori sgargianti delle divise dei volontari, davvero stoici, immobili quassù, intenti a scambiare qualche parola con Trigi e Cesare. Non mi fermo, perché chi si ferma quassù è congelato, e poi perché non ce n’è ragione. Un po’ di strada sterrata in piano, sempre nella nebbia, e poi s’inizia a scendere: provo a correre, insomma, a trascinarmi avanti un po’ più in fretta, anche se i due colleghi mi sorpassano immediatamente, con tanto di spostamento d’aria. Se non ricordo male, adesso ci tocca raggingere il Faiallo e poi, ahimé, affrontare la terribile discesa all’abitato di Fiorino, terribile perché lì si fa il pieno di vuoto! L’ideale per me che ne ho orrore. Ma dai Gian, te ne preoccuperai quando sarà il momento. Per ora, i piedi fendono un sicuro e morbido tappeto di foglioline secche, mentre i raggi del sole filtrano tra i rami e danno l’effetto della luce che attraversa il fumo, minuscole particelle in sospensione, forse polvere, qualche insetto, uno scintillìo a mezz’aria.. Poi la strada asfaltata, verso sinistra, non più di due, trecento metri, in cui si forma una piccola truppa di quattro persone, e qui la nebbia è già un ricordo. Ancora il sentiero a destra, un tratto a mezza costa, poca salita che scalpito per affrontare in prima posizione alla guida del minuscolo drappello di eroici: eroici cosa, non si sa, diciamo eroici e basta.
Quando poi comincia la discesa, sono costretta a cedere il passo; Trigi e Cesare sono troppo veloci e sicuri su questo fondo. Io ci provo, ma rischio più di una volta le caviglie, scivolando e storcendo malamente il passo sulla sabbia scivolosa, sulle pietre malferme, sotto l’occhio perplesso di uno dei nostri angeli custodi che presidia il bivio. Ancora strada asfaltata, ma solo per un centinaio di metri: svolto a destra… E so che il nulla mi attende. Dalla piazzola, occupata guardacaso dall’ambulanza, il sentiero precipita: di per sé, la pendenza non sarebbe nemmeno terribile; quel che mi spaventa, al limite del capogiro, è il modo in cui i prati a destra ed a sinistra sembrano tuffarsi nel vuoto. Non riesco a vedere dov’è il fondo… I piedi, devo concentrarmi sui piedi; guardare un metro avanti a me, occhi a terra, guai ad alzare la testa, guai a sbirciare di lato. Ci vorrebbe il paraocchi. In questo modo, sia pure con i nervi a fior di pelle, riesco ad andare avanti. Dietro a me, le voci si avvicinano inesorabili; qui mezzo mondo mi sorpasserà., ma a me non importa un accidente. Quel che conta è passare indenne questo lungo tratto. Il sentiero, una strettissima rotaia, taglia un pendio molto ripido; devo andarci davvero con i piedi di piombo, perché, se m’inciampo come spesso mi capita, non me la cavo con una panciata per terra. No no! Rotolo fino in fondo… E questa non è una delle esperienze che mi piacerebbe sperimentare nell’immediato futuro, ecco. Piano, pianissimo, studio ogni passo; tiro il fiato nei brevissimi tratti in cui c’è un po’ di margine, ma poi torno in apnea, qui proprio non posso evitare di vedere ciò che non vorrei. Anche perché il mio neurone, che mi piaccia o no, s’è già spaventato di suo. Ormai conosco questa sensazione: inizia con un formicolio che dalle mani e dai piedi risale su, gambe, braccia, persino le labbra; i colori si confondono, vedo tutto blu, sento voci e rumori allontanarsi. Provo a correre ai ripari con un po’ di miele, di solito funziona. Ma non oggi: continuo a camminare, ma sempre più malferma. Occhio Gian, che qui, se dai il giro, ti raccolgono qualche centinaio di metri più in giù, con il cucchiaino da caffé! Mi fermo qualche istante, giusto il tempo di tirare su le gambe; un minuto o due e sto già meglio. E’ una sensazione che ho già provato qualche volta e sempre in occasione di discese particolarmente ripide, in cui si perde quota in fretta. Ma possibile che sia questa la causa?
Mah, non importa. Quel che conta è che sia passato il fastidio e che passi anche quest’infame discesa. Per fortuna, quando si arriva al bosco ed alle prime case, la musica è cambiata. Butto l’occhio nei cortili di queste belle abitazioni dal sapore antico, ma ben tenute, tra cataste di legna, cucce e panni stesi. Trovo anche una fontanella, più o meno ufficiale, per scrostarmi un po’ di sudore dal viso, per sciacquarmi un po’ la bocca e riempire le borracce. La valle è tornata verde ed amica; le cime preferisco vederle sopra la mia testa, che sotto i miei piedi.

Prima dell’incubo, ho sentito Trigi dire che, da Fiorino alla Gava, ci sarebbe stata solo più una salita. Io ne ricordavo due… Però, effettivamente, il giro dalla Gava alla Gava è una ventina di km e, da qui, credo ne manchi la metà, forse meno. Probabilmente ricordo male, magari ho stampato in mente l’immagine di qualche spezzone di un’altra gara. Il sentiero, affondato in mezzo alla vegetazione, riemerge dopo aver superato qualche piccolo guado, sulla strada asfaltata. Fiorino: tra poco dovrebbe esserci un punto di ristoro. Due bicchieri di Coca non me li leva nessuno, poi via sul ponte e tra le case del paesetto. Grappoli d’uva pendono invitanti proprio accanto al mio naso: la tentazione è fortissima… Quasi quasi, uno solo, piccolo… Ammetto, non è l’integrità morale a fermarmi, ma la fifa che dalla finestra della casa qui davanti parta un qualche oggetto contundente destinato a collidere con il mio cranio. Meglio di no. Come ripiego, punto i grappoli appesi alla vite alla mia sinistra, che sembrano proprietà di nessuno… Ma hanno anche un pessimo aspetto. Va bè Gian, dai, lascia perdere. Sopravviverai anche senza.
Salutati da un grosso e splendido Labrador prudenzialmente chiuso in un cortiletto, si risale una strada asfaltata con forte pendenza, sempre tra case e lampioni e vegetazione; nei paraggi, due corridori di cui proprio non riesco a capire la nazionalità: parlano una lingua che contiene parole simili al tedesco, ma di certo non è tedesco. Poi un altro concorrente dall’aria un po’ stanca, ed infine un altro ancora, che mi rivolge la domanda fatidica: “Ma tu… Sei Giancarla?”. Scopro così che questo è Fabrizio, alias Fax – ormai la nostra identità virtuale è importante come e più di quella reale! – un altro degli squilibrati che incontrerò sabato 17 ottobre alla partenza della 100 km Torino – Saint Vincent.

Per qualche forma di ingiustizia divina, alla comoda salitella su asfalto segue una rognosa discesa su sentiero, tra orti un po’ malandati e bidoni per raccogliere l’acqua, attrezzi da giardino abbandonati qua e là. I confini delle proprietà delle varie abitazioni arroccate quassù non sembrano ben definiti; forse non è così importante. Poi s’arriva ad un’altra strada asfaltata e da lì, in breve distanza, all’abitato di Sambuco, dove troviamo ancora due simpaticissimi volontari che provvedono a riempire le borracce. Riparto di gran carriera, centrando in pieno la strada sbagliata: chissà dove sarei andata a finire, se i due similtedeschi non mi avessero prontamente richiamata all’ordine. Ancora sentiero, su verso il bosco; l’ultima salita davvero seria. La ricordo impegnativa e molto bella; ricordo che, ad un primo tratto di ripidi tornanti con la vista chiusa da una fitta vegetazione, segue poi una seconda parte in cui ci si può ben rendere conto di quanto si sia già saliti rispetto a Fiorino. L’autostrada è un intrico di striscie d’asfalto sempre più sottili. Ormai zampetto senza più timore, senza il pensiero di dover risparmiare le forze; se avessi uno specchio, vedrei sul mio viso un sorrisone da un orecchio all’altro, più o meno il riassunto del mio stato d’animo: anche questa volta è fatta. Oh, sì, manca ancora qualche chilometro, più o meno quindici. ma non contano più; quindici km significa che è praticamente finita. Nulla potrebbe turbare la perfezione di questo momento, nemmeno la fame, che comincia a farsi rumorosamente sentire sotto forma di bubbolìo della pancia: in effetti, tre torroncini, un po’ di frutta secca, qualche pezzetto di focaccia e del miele sono un pieno di carburante un po’ misero per tutta questa strada. Centellino la scorta di miele che mi resta: ormai seguo la traiettoria di chi è parecchio più avanti di me, per capire quanto manca, anche se la corona di montagne intorno è sempre più bassa. Manca poco alla Malanotte: lì, al bivio, si girerà a sinistra anziché proseguire verso il colle. La fatica non si sente, non s’è fatta sentire per tutto il giorno; mai un attimo di crisi, non posso che essere soddisfatta. Le gambe hanno ancora voglia di correre!
Solo quando ci arrivo, alla Malanotte, realizzo che questo è lo stesso posto in cui Matteo ed io siamo passati durante la passeggiata notturna di qualche tempo fa, ed è proprio il punto in cui, rientrando al mattino dopo aver trascorso la notte in tenda, ci siamo imbattuti nei miseri resti del banchetto di un lupo, o più d’uno: quel che rimaneva della carcassa di una pecora. Quel mattino, benché fosse già chiaro, non l’avevo notato, ma sulla roccia c’è proprio la scritta, “Malanotte”. L’illuminazione: quindi, da qui alla Gava manca pochissimo!

Continuo di buon passo; Fabrizio è rimasto un po’ indietro, ma credo mi raggiungerà in discesa. Butto l’occhio a destra ed a manca, a caccia di una roccia magari un po’ più grossa ed isolata delle altre, dietro a cui ritirarmi un attimo in meditazione, visto che, insomma, è tutto il giorno che non medito… Ma niente che faccia al caso mio: dovunque tentassi di nascondermi, il mio voluminoso posteriore sarebbe visibilissimo fin dalle spiagge di La Spezia, da una parte, e Ventimiglia, dall’altra… Non vorrei leggere domani sui giornali l’allarmante notizia dell’avvistamento di un UFO! Resisterò.

Alla Gava, a quanto pare, non è più obbligatorio scendere al punto di ristoro, poco sotto; tanto meglio: è vero che ho fame, ma manca solo più una decina di km, all’incirca; resisterò con quel mezzo ciucciotto di miele che mi resta. Riempo la borraccia, riparto di gran carriera; ormai ho solo una gran voglia di arrivare. Nell’edizione precedente, da qui toccava ancora arrampicarsi su per una breve, ma cattivissima cima; questa volta, invece, si percorre un sentiero in leggerissima salita, per un chilometro o forse meno. La nebbia ormai non c’è più; dall’alto si vede nitido il mare, increspato dal vento, che dev’essere davvero violento, se da quassù si vedono le linee di schiuma bianca che segnano le onde. La luce è più gialla, le ombre più lunghe. Raggiungo un gruppo di tre corridori non più giovanissimi: mai sottovalutare l’età, però… Nel momento in cui, preda dell’entusiasmo, attacco di corsa la leggera discesa, uno dei tre mi raggiunge, saltando come una cavalletta, e poi, scambiate quattro parole, allunga con un’agilità impressionante, gelandomi lì sul posto: “Io ho settantadue anni!”. E sticaxxi, scusate il francesismo ma qui ci vuole! Settantadue anni, e guarda come fila… In più, noto con raccapriccio che indossa scarponcini alti alla caviglia in luogo delle tradizionali scarpe da montagna: com’è possibile che, in settanta km percorsi con quegli strumenti di tortura ai piedi, sia ancora in possesso delle sue caviglie? Lo osservo senza parole: in viso sì, rivela un bel po’ di primavere in più di me, ma gliene daresti al massimo sessanta. Le gambe, però, hanno l’aspetto ed il tono muscolare di un uomo molto, molto più giovane. M’ingegno di seguirlo, mentre penso che gli comprerei volentieri qualche anno, insieme a quei suoi polpacci; provo anch’io a correre, ben più impacciata di lui, consapevole del rischio altissimo di schiantarmi rovinosamente, proprio ora che siamo alla fine. Per fortuna, sembra che questo sentiero, finalmente, consenta un buon appoggio dei bastoncini e non sia lastricato di pietre scivolose. Anche se il formidabile compagno di questo pezzo di viaggio mi prende in giro, quando mi vede saltare giù da uno scalino all’altro reggendomi solo sui bastoncini: “Cosa succede se si accorciano?”. Mah, non lo so… In quel caso lì, sarà l’autopsia a stabilirlo!

L’attempato corridore guadagna vantaggio, fino a ragginungere un escursionista ben più maturo di lui: un anziano che scende con molta cautela, reggendosi anche lui sui bastoni. Li sento scambiarsi qualche battuta: il viandante ha più di ottant’anni… Quando lo supero e lo sorpasso anch’io, mi dice, fiero: “Ma io fino alla Gava ci sono arrivato”. E poi, con un velo di tristezza, aggiunge: “Eh, ma solo dieci anni fa facevo ben altro…”. Ammetto che vorrei rispondergli, ma le parole mi muoiono in bocca. Mi riempie di tristezza questa sua consapevolezza. Ci penso anch’io e, ancora una volta, spero con tutto il cuore di non arrivare mai a poterlo dire: non arrivare all’età in cui, guardandomi indietro, mi renderò conto di non poter più fare tutto quel che mi pare. Qualcuno mi prende in giro, mi dà della matta quando esprimo questo mio desiderio, ma per me è importante davvero. Non ci tengo, ad arrivare a quell’età: molto, molto vigliaccamente, spero in un evento che metta fine a tutto, in un attimo, senza che io me ne accorga, nel sonno, chissà, domani o tra dieci anni o venti, pur di non raggiungere quel momento in cui mi guarderò indietro con nostalgia. Dev’essere terribile avere un corpo che non risponde più a quel che vorrebbe l’entusiasmo. Capiti pure quando vuole: tanto, penso proprio di poter dire di non avere rimpianti, nulla che avrei voluto fare ed a cui ho rinunciato, nulla di cui pentirmi. Finora sono stata molto, molto fortunata…

Bando alla tristezza, qui c’è un breve tratto di risalita che mi permette di passare al contrattacco. Il baldo nonno corridore – poverello, se si sente chiamare così, mi sinistra! – ha, per sua stessa ammissione, qualche difficoltà in salita, un po’ per un dolore al braccio che gli limita l’uso dei bastoncini, un po’, dice lui, per colpa delle primavere. Lo riacchiappo e lo supero: sono arcisicura che mi riprenderà in discesa… Del resto è un gioco, io mi diverto anche così!
Ricompaiono anche Trigi e Cesare, che mi passano sulle orecchie non appena la strada torna a spianare. Da qui in giù, un lungo serpentone di strada sterrata ma corribile; la vista sui giardini lungo l’Aurelia, sull’autostrada e sul mare. Resto a bocca aperta: c’è una nave…. Una nave gigantesca, immensa! Guardo la nave, guardo il vicino porto di Genova, mi sembra che ci sia una sproporzione assurda! E quella nave lì non è l’unica; ce n’è un’altra, gemella, poco distante, navi da carico, e poi un’altra colossale nave da crociera. Chiunque mi direbbe “Embè? Sono navi”, ma, nella piana carmagnolese , il veicolo più grosso in cui io posso imbattermi è una mietitrebbia!
Da qui si corre e basta, anche se le gambe se ne stancano in fretta; le pietre che ricoprono il fondo terroso non offrono certo al piede il più confortevole degli appoggi. E la pancia, ahimé, comincia a dare segni di impazienza. Ma tu guarda… Non avrebbe potuto avere ancora qualche chilometro di pazienza? No, niente da fare: approfitto di un tornante e di uno spazio un po’ nascosto, almeno spero, per una rapida sosta. Beh, vero, ho perso qualche minuto… Ma riparto leggera come una piuma!
Finirà mai questa noiosissima strada? Sì, finirà presto, anche perché, in men che non si dica, mi ritrovo al di sotto del piano dell’autostrada, lungo un sentierino che passa tra case, giardini, pergolati di uva e di kiwi, vento caldo del mare. Qualche saliscendi, poi l’asfalto: finalmente, il paese, i complimenti di qualche madama che ancora incoraggia; la discesa lungo la mattonata, l’incontro ed il veloce scambio di battute con la Momma, e poi l’ultimo incrocio, l’arco, la fine. E’ fatta! Non c’è nessuno ad aspettarmi, ma io sono felicissima già così, tanto che quasi mi dimentico di far rilevare il mio passaggio. Mi rendo conto a scoppio ritardato che non sono le sette e mezza, come pensavo, ma appena le sei: significa per me quattordici ore di gara, cioè due in meno dell’anno scorso! Per carità, è vero che il cronometro per me non conta gran che… Ma sono contentissima! Significa aver tenuto i 5 km/h di media su settanta km con 4.700 m di dislivello, almeno sulla carta, anche se io stento a credere di aver accumulato davvero così tanta salita.
E poi non è vero, che non c’è nessuno: di lì a pochi secondi, non appena mi avvicino al banchetto del ristoro, attacco almeno tre o quattro bottoni, con altrettante conoscenze dei vari forum internettiani podistici: Digiae, Granpasso alias Gianluca, Longpas ed infine anche Lorenzo, il boss di tutta la baracca. Lo vedo, con mio gran dispiacere, un po’ abbattuto: pare che qualche idiota fatto e finito abbia tentato di rovinare la festa, prendendosi la briga di rimuovere parte della segnalazione nella zona del Faiallo. Così alcuni dei primi hanno sbagliato strada! Ma non ti preoccupare, Lorenzo, è stata una giornata formidabile! Bellissimo anche il percorso in alcuni tratti modificato rispetto alla scorsa edizione; del resto, da queste parti, ovunque si metta piede, la montagna è sempre stupenda e, per di più, accessibile per lunga parte dell’anno. E poi, il boss è riuscito a mettere in piedi una manifestazione così bella nonostante le risorse inferiori, almeno per quel che mi è sembrato, rispetto all’anno scorso. L’impressione, mia ma non solo mia, è che da parte delle autorità – non saprei quali, uffici turistici o altri enti di questo tipo – non ci sia stata alcuna forma di pubblicità: basti pensare che, solo dieci giorni fa, qui alla mezza maratona di Arenzano, non s’è visto nulla, né un volantino, né una locandina, che accennasse al Gran Trail. Che non è proprio un evento da due soldi! Beh, che importa: se anche qualcuno gli ha remato contro, Lorenzo ha dimostrato di essere il più forte, il più cocciuto, il più appassionato, il più matto. Ha vinto lui!

Concludo la bella giornata con una bella sorpresa: in piazza compare anche Isacco, che avrebbe dovuto correre oggi, ma è stato messo ko da una seria infiammazione al menisco che lo costringerà a rinunciare al podismo, ed ai sentieri, per un bel po’. Nonostante il dispiacere, ha voluto comunque essere presente per salutare gli amici, soprattutto Stefano ed Alice. Ogni volta che lo vedo, provo un po’ di rimorso, in fondo il suo ginocchio sinistrato è colpa mia! Lo so che è colpa mia!
Riemergo dal piacevolissimo turbine di chiacchierate per avviarmi verso la Opel: appuntamento da Matteo e già pregusto la fantastica cucina di sua mamma. Bisogna fare il pieno, perché domani si corre ancora, e si pedala pure: sarà la tragicomica giornata del Trofeo Besimauda… Ma questa è un’altra storia!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!