26 settembre 2010 – Trail di Oulx

“Rallenta… Frena… Attenzione! Vai piano… Non frenare…”. Se l’auto avesse in dotazione il seggiolino eiettabile, sono certa che il povero Giorgio ne avrebbe già fatto uso. Lo so, sono innumerevoli le circostanze in cui sopportarmi è impresa da martiri: una di queste è avermi accanto in macchina, sul sedile passeggero. Non posso farci nulla: se il volante non è ben saldo nelle mie mani, ho paura e, per quanto mi possa sforzare di far finta di nulla, non riesco ad evitare di pestare furiosa su un pedale del freno inesistente, né di buttare le mani avanti ad ogni frenata che vedo già concludersi rovinosamente contro il posteriore dell’auto che precede. Il mattino presto, poi, è il momento peggiore, perché, chissà per quale strano motivo, è la parte del giorno in cui sono più sensibile al mal d’auto. Eppure l’ho deciso io, di passare da Sestriere per raggiungere Oulx. Se penso all’atlante stradale, che è, ovvio, una rappresentazione in pianta, mi fa orrore l’idea di descrivere una lunghissima traiettoria semicircolare per spostarmi da un punto all’altro; preferisco istintivamente la linea più o meno retta, che si sa è la più breve. Anche se poi so benissimo, razionalmente, che quella linea retta diventa l’elettrocardiogramma di un cuore in fibrillazione, visto che bisogna scavalcare le montagne.

Così, il mio calvario ha inizio a Virle alle 5.45, quando mi presento puntualissima all’appuntamento con il mio compare di fatica, e si conclude su un ampio piazzale di Oulx, destinato a parcheggio, quasi un paio d’ore più tardi; complice il fatto che, intontita dalla nausea, non mi sono accorta che la nostra traiettoria avesse già superato Oulx e raggiunto Sauze, parecchie curve più in alto. Giorgio era convinto che la partenza fosse lì… Ed io non avevo coscienza di dove fossi e perché.
Siamo arrivati troppo presto: sono le sette e mezza, più o meno. Partenza della gara fissata per le nove. Ritiriamo il numero di gara, con tanto di maglietta tecnica nera. Il freddo è pungente: dieci gradi non ci sono… Mi accorgo solo oggi che, ahimé, è davvero iniziato l’autunno. I comignoli fumano; si sente profumo di legna. Il paese è ancora addormentato, immobile; a fatica, scoviamo un bar per riscaldarci un po’ le ossa ed il pancino con una cioccolata calda. Pancino in sofferenza: smaltisce i postumi del travagliatissimo viaggio. E dire che Giorgio, almeno in mia presenza, è un pilota prudente e delicatissimo, non certo uno di quei novelli Schumacher che prendono le curve su due ruote. Ma io ormai convivo da sempre con il mal d’auto. Me l’ha offerta, sant’uomo, la guida: ma non mi sentirei mai di accettare. Sarei capace di tramutare la sua bella auto, lunga ed elegante, in una Smart, picchia di qua, sbatti di là.

Dal bar, ci trasferiamo poi in auto, ad osservare la piazza che si anima di corridori. La temperatura è glaciale, soprattutto per i miei pantaloncini cortissimi; complimenti Gian, proprio una scelta oculata ed intelligente… Sulle cime, tracce della prima spruzzata di neve. Il sole lambisce appena i prati lassù in alto; qui, a fondovalle, saremo in ombra ed al gelo ancora a lungo. Un trail da 45 km e poco più di 2.000 m di dislivello: in assoluto, è impegnativo… Il fatto è che noi, reduci dal trauma del Tor des Geants, camminiamo ancora, a distanza di una settimana, su una soffice passerella di nuvole; ci sentiamo più o meno onnipotenti… Non è disprezzo, supponenza, presunzione, ci mancherebbe altro, non sarei qui. Ma la sensazione spontanea, al confronto, è quella di avere davanti, oggi, una breve camminata: 45 km, distanza da otto, nove ore di marcia, più o meno. Ed a quota ragionevole, intorno ai duemila metri al massimo, più o meno. Faticherò eccome, questo è fuor di dubbio; però, quel che conta è l’atteggiamento: se parto sapendo di dover percorrere “solo” 45 km, parto tranquilla e rilassata.

Il popolo dei corridori, tra cui ho già individuato e salutato un buon numero di volti noti, sciama verso il parco, accanto al parcheggio. A malincuore, decido che è ora di abbandonare il calduccio dell’abitacolo: più o meno, è come se mi trasferissi nel frigorifero… Giorgio ed io andiamo a caccia dell’unico angolino di sole nei paraggi; scrutiamo intensamente la linea che spezza il sole dall’ombra, quasi a volerla spostare, con il nostro sguardo, più in là, verso l’area della partenza. Non c’è verso: il sole si prenderà tutto il tempo necessario. Mi guardo intorno allibita: molti colleghi zampettano in maniche corte, alcuni addirittura in canottiera. Io sono infagottata nella giacca Goretex e congelo…

Al richiamo degli organizzatori, ci spostiamo in massa nel prato del parco, dov’è stato sistemato l’arco gonfiabile. Un tuffo al cuore: dalle casse dell’impianto audio, scorrono nientemeno che le note della colonna sonora del Tor des Geants. Siamo in tre, oggi, reduci della bellissima faticaccia valdostana: oltre a Giorgio ed alla sottoscritta, c’è anche Franco Re, a cui toccherà l’ingrato compito di scopa. Ci tocca persino l’onore della menzione ufficiale: lo so, è proprio ingenuità la mia, ma non posso trattenermi dal fare la ruota del pavone… In fondo ce lo siamo sudato, il diritto di tirarcela un po’!

Gentile omaggio per le fanciulle: partiamo con dieci minuti di anticipo sui maschietti. Mannaggia, non è che io ne sia proprio felice. Dove lo trovo, adesso, un deretano panoramico da inseguire per trovare la forza di andare avanti? Mi toccherà farmi coraggio da sola, fin quando i colleghi maschi non mi avranno raggiunta e superata. Pazienza, in fondo non ci vorrà molto. Pronti, via: senza tanti fronzoli, ci ritroviamo a correre, prima in uscita dal parco, poi nelle vie lastricate di Oulx, sotto lo sguardo perplesso di qualche anziano uscito per fare la spesa, e del vigile costretto, suo malgrado, a far da balia ad una mandria di bambinoni troppo cresciuti. In fondo è questo, che siamo…

Faccio l’appello delle ossa, dei muscoletti, delle varie articolazioni. Sembra che tutti rispondano all’appello; in ogni caso, già dai primi passi, è evidente che la fatica della scorsa settimana lascia ancora il segno. Il cuoricino, con una partenza così a freddo, impazzisce. Mi ritrovo subito nella coda del gruppo: toh, che caso strano… Appena dietro le case del paese, imbocchiamo un sentiero che si presenta subito con una bella rampa. Correre, non se ne parla nemmeno: qualche collega prova, ma rinuncia dopo pochi passi. E’ un falso allarme; poco oltre, la pendenza cala; il sentiero si tramuta in un lungo saliscendi, una traccia che lascia appena il posto per appoggiare il piede, tra erba, rovi ed alberi. Una traversata nel sottobosco che le mie compagne di corsa prendono con gran vitalità: bastano pochi minuti, perché io non le veda più. Ci provo, a correre, ma siamo alle solite; a me non è mai piaciuto correre su qualcosa che non sia asfalto. Posso ancora tollerare le strade sterrate, ma qui, con una superficie di appoggio così limitata ed irregolare, non mi sento sicura, ho timore di storcermi o di inciampare. In più, come sempre, mi ci vogliono almeno dieci km per entrare in temperatura, manco fossi una caldaia; correre adesso, appena all’inizio del percorso, mi costerebbe una fatica, fisica e mentale, che non ho proprio voglia di sopportare. Oggi per me è clima di vacanza; levito ancora a tre metri da terra, sospesa sui ricordi dell’avventura valdostana. Una ragazza mi supera chiedendomi scusa, quasi fosse una mancanza di rispetto nei miei confronti: a ben pensarci, potrebbe essere una manifestazione di stima come una presa per i fondelli… Ma io mi sento ben disposta ad interpretarla secondo la prima versione.

La pancia, purtroppo, oggi non sembra sentire ragioni; protesta in modo preoccupante. D’un tratto, sento alle mie spalle rumore di galoppo: eccoli… Arrivano di gran carriera i primi uomini. Mi faccio da parte: passa il primo proiettile; poi un secondo, un terzo, avanti tutti. Che seccatura, doversi far da parte ogni volta che ne arriva uno. Per fortuna, il sentiero va ben presto a confluire in una strada sterrata, molto ripida; così, il grosso dei corridori può passare oltre, senza problemi. Tanti mi chiamano per nome, mi salutano, mi fanno i complimenti; sarà sciocco da parte mia, ma ne sono davvero contentissima, e pazienza se in salita arranco un po’. Qualche vittima la mieto anch’io, ma so bene che sarà una soddisfazione passeggera: la prima discesa farà giustizia. Il tratto su strada ci fa guadagnare quota in breve, con alcuni tornanti molto ripidi e poi un tratto quasi rettilineo. La salita sfocia in un lungo tratto di falsopiano in mezzo ai prati: qui, come previsto, mi ritrovo, nel giro di pochi istanti, completamente sola. Schizzano tutti via come biglie impazzite. Ho la netta sensazione che questa non sia la gara più adatta a me… Ma ormai sono in ballo, tantovale ballare. Il panorama è stupendo; il sole non si fa più pregare, adesso, anche se l’aria è frizzante ed i manicotti non accennano ancora a scendere. Provo a correre anch’io, ma la pancia ci mette del suo per rendermi la vita impossibile. Sfido chiunque a prodursi in performance da velocisti, stringendo nel contempo le chiappe a tal punto che si potrebbero tagliare i tondini di ferro… Nell’interminabile tratto di falsopiano, qualcuno ancora mi sorpassa, di tanto in tanto; mi guardo attorno, alla ricerca di un posticino appartato, ma come si fa, con tutta ‘sta gente intorno? Per giunta, un sacco di persone che mi conoscono e mi salutano per nome… Non sarebbe simpatico, ricambiare mostrando al mondo la parte migliore di me. Resisto, finché posso. Ma poi non posso più… Approfitto di una curva della strada sterrata e di un cespuglio di rovi che mi offre un po’ di riservatezza; pazienza se mi tocca pagare il favore consentendo che il mio ingombrante posteriore si tramuti in un puntaspilli. Riparto, sperando in un futuro migliore; la discesa, giù nel prato e poi ancora attraverso il bosco, mi porta in vista di un abitato. C’è gente che incita, lungo il percorso; si sente la voce di un altoparlante. Ah già: mi sovviene in questo momento che la corsa prevede anche un percorso breve da 7 km, probabilmente vicino alla conclusione. Ma sarò poi sulla strada giusta? Mi sarò mica persa un bivio per il percorso lungo? “Ma… Per la 45 km, vado bene di qui?”. Lo chiedo due volte; due volte mi sento rispondere di sì: speriamo… Infilo la porticina di un parco giochi. Sono tornata a Oulx, ma non me n’ero ancora resa conto. L’arrivo della corsa da 7 km prevede di seguire la traccia a destra; gli altri, invece, tirano dritto, lungo un acciottolato che poi diventa scalinata, risale la collina sulla destra e va a sbucare su una strada asfaltata.

La strada è in leggera, impercettibile salita; potrei correre… Ma ci rinuncio: meglio non fare troppo i galletti. Ho davanti 38 km, circa, ma sono tutt’altro che in buona forma. Anzi, direi che mi sento uno straccio. Calorosi saluti da parte di anziani tifosi a spasso per il paese; poi, quando la strada fa un lieve colle ed inverte la sua pendenza, accenno a corricchiare. Il tracciato di gara abbandona la strada principale, s’infila tra le case e prosegue poi su una strada sterrata che oltrepassa un ponticello e riprende a salire, in mezzo al bosco. Il tavolo del ristoro, luce dei miei occhi: cioccolato, dolci vari e Coca Cola a volontà. Saluto, ringrazio e proseguo lungo la strada sterrata, a passo di marcia, di più non si può. Con il fiato corto, raggiungo una frazione. Già da lontano, sento il suono metallico di un altoparlante: toh, che sia in onore della corsa? Macché… E’ in corso la messa e, a quanto pare, il parroco ha avuto l’infelice idea di estendere la portata della sua voce anche al di fuori delle mura della chiesa. Ma dico io, se mai volessi prender messa, verrei dentro io, ti pare? Se invece me ne sto ben lontana dai tuoi confini, ci sarà una ragione… Scappo via inorridita, con l’unico guizzo di vivacità che le gambe mi concedono nella giornata, e non posso reprimere un moto di disgusto all’idea che, corrente l’anno 2010, ci sia ancora gente che si beve simili fandonie. Bah. Del resto, dicono che per sopravvivere sia necessario illudersi, e ciascuno s’illude a modo suo. La salita, concesso un breve tratto di respiro nell’abitato, riprende decisa. La pancia, idem, torna a ballar la tarantella. Sento alle spalle un ticchettio di bastoncini: inconfondibile, lo riconoscerei tra mille, dopo averlo udito per giorni e giorni, non dico ventiquattr’ore al giorno ma quasi. Lo riconosco prima del suono della voce che lo accompagna. Il buon Giorgio è in arrivo. Mannaggia, ed io che oggi speravo proprio di riuscire a staccarlo… Va bè, se non altro, ho una buona scusa, le intemperanze intestinali, per giustificare il fatto che sono stata raggiunta. In realtà, so benissimo che il sale sulla coda me l’avrebbe messo comunque, quel satanasso. E’ impegnato, tanto per cambiare, in una fitta chiacchierata con due colleghi; uno di loro è il terzo reduce del Tor, Franco. Bene: se non altro, ora che si viaggia in compagnia della scopa, so che nessun altro più mi infliggerà l’umiliazione del sorpasso. Son già tutti avanti.

Marciamo in branco, di buon passo, finché la salita inaspettatamente diventa piano e poi discesa da corricchiare, non prima, per me, di una seconda sosta ai box. I fuggitivi, per fortuna, hanno poca voglia di fuggire; mi attendono nella breve discesa, che si conclude poi con un ripido sentierino e con il guado di un torrente. Incerta sulle mie scarpe dalle suole ormai consumate, passo da una roccia all’altra sperando di non sfracellarmi, là dove Giorgio saltella e danza senza difficoltà. Dall’altra parte del corso d’acqua, si comincia a fare sul serio, con un ripidissimo sentierino di terra, che risale la montagna tagliando i tornanti di una stradina sterrata, con uno splendido panorama sulle cime imbiancate dalla prima neve. Ci arrampichiamo con buona lena, tutto sommato; ora che la traccia sale regolare e decisa, mi sento meglio, sia nelle gambe che nel morale. Giorgio segue, senza problemi. Il fiato per chiacchierare non ci manca mai: se lo risparmiassimo per la corsa, nove volte su dieci saremmo da podio… Un breve tratto di strada bianca, da cui scorgiamo una chiesetta, un po’ più in alto, ed un suggestivo scorcio sullo Chaberton velato di bianco. “Vedrai lo Chaberton, ma non sarai costretta a salirci in cima”, mi aveva preannunciato uno degli organizzatori: beh, ma se anche avessi dovuto raggiungere quella vetta, non mi sarebbe affatto spiaciuto! O forse sì, adesso, perché la temperatura non è già delle più confortevoli qui, sotto i duemila metri; figuriamoci mille e fischia metri più in alto!

Rampa dopo rampa, sotto un limpidissimo sole tiepido, raggiungiamo in effetti la chiesetta ed arriviamo, poco oltre, in vista di una graziosa frazione, case in pietra e balconi in legno dall’aspetto talvolta non proprio solido. Ci raggiungono i due colleghi, di cui già da un po’ sentivamo le voci alle spalle: breve sosta al ristoro, quattro parole, poi ancora in marcia, su strada bianca, a contarcela, come si suol dire. Mi spiace un po’ che il gruppo debba adeguarsi alla mia andatura; purtroppo, per me non c’è alternativa… Più di così non ce n’è!

I compagni di viaggio si lanciano nella titanica impresa di dare un nome alle tante cime che ci circondano. Ho la netta impressione che le idee, in generale, siano un po’ confuse… Ma non ha importanza; quel che conta è esserne convinti! La salita, allegra e chiassosa, ci porta ad attraversare un pianoro erboso; davanti a noi, un grumo di case, circondate da alberi vestiti dei colori caldi dell’autunno: giallo, rosso, sfumature del marrone… Sullo sfondo, le montagne: un’immagine da cartolina, così bella da sembrare quasi costruita ad arte, a beneficio dei corridori. Meraviglia. Uno dei due accompagnatori annuncia che ci saluterà proprio qui: “taglia” il percorso per tornare giù ad Oulx, in tempo per assistere all’arrivo del vincitore. Inevitabile la divagazione filosofica sul confronto tra i corridori di punta e quelli di coda, cioè noi. In fondo, commenta il collega, la felicità è assenza di desiderio; noi non assaporeremo mai il gusto del trionfo e siamo contenti così, con quel che abbiamo; ci basta concludere la corsa e nulla più. “Insomma, siamo delle mezzeseghe e siamo consapevoli e contenti di esserlo”, chioso, per amore della sintesi. Mi si rimprovera di mancare di poesia…

Un gioiellino di paese ed un gioiellino di ristoro: il banchetto espone nientemeno che una rassegna di torte, una più appetitosa dell’altra, all’aspetto. Ne arraffo due fette: un esemplare tipo plumcake ed un altro, più elaborato, con cioccolato e pere, una ricetta tipica piemontese, mi spiega Giorgio. Peccato che poi, tra le case, la strada s’impenni e mi costringa a rischiare il soffocamento. E’ una questione di priorità; non posso certo smettere di masticare… Incontro un gruppo di persone in abito elegante, che spariscono oltre il portone di una trattoria. Poi, le fettucce segnaletiche mi conducono su per un sentiero sterrato, segnato dai solchi lasciati dall’acqua e ripido quanto basta; Giorgio mi raggiunge di lì a poco, giusto per sottrarmi un preziosissimo boccone della torta con le pere: ecco, farebbe di tutto per danneggiarmi, questo filibuistiere. Quel boccone sarà l’energia mancante allo sprint finale per il podio!

La pendenza, ora decisamente aspra, non c’impedisce comunque di menar la lingua, con grave pregiudizio per l’ecosistema. Si ciarla di qualsiasi cosa, dai bastoncini ai pettegolezzi sui vicini di casa. La strada, in terra e sassi, risale ripida in mezzo al bosco; sembra quasi una pista da sci. Punto di controllo al bivio tra i due percorsi: chi volesse limitarsi a percorrere 28 km dovrebbe svoltare a destra. Noi rifiutiamo con sdegno: lungo, avanti tutta! Alle nostre spalle. Franco risale, raccogliendo fettucce. Il panorama ora è nascosto dalle frasche. Seguiamo, a quanto sembra, il percorso di un “chilometro verticale”; il tracciato è sempre più severo, tanto che i bastoncini ora fanno da uncino. Ad un bivio, imbocchiamo il sentierino sulla destra: e qui, davvero, bisognerebbe potersi tramutare in capre… Più che salire, ci si arrampica, o quasi. Giorgio consulta l’altimetro; siamo nei paraggi dei duemila metri; non dovrebbe mancare molto alla fine di questa ascesa. Sbuffiamo come locomotive a vapore. Il buon Franco ci rassicura: manca poco, tra un attimo spunterà una chiesetta, ci siamo quasi… “Quasi”, l’ho già notato, in montagna è spesso un concetto discutibile; in ogni caso, di lì a poco, ci troviamo davvero davanti la sagoma della chiesetta e di due loschi figuri che ci attendono. “Sono la scopa”, annuncia Franco; cantilena che si ripeterà ad ogni punto presidiato, d’ora in poi.

Il sentiero prosegue con un lungo saliscendi in cresta, vista su due vallate e cime a perdita d’occhio. Peccato non potersi guardare intorno; troppo alto, per me, il rischio di inciamparmi. La caviglia destra già lancia fitte di dolore: ormai è una costante. Mi sa che dovrò convivere con il bruciore, fin quando la stagione delle corse in montagna cederà il passo alla pausa invernale. Allora, correndo solo su asfalto, dove non c’è quasi pericolo di inopportune storte, darò all’articolazione un po’ di requie. Per oggi, stringo i denti, anche perché la farmacia, purtroppo, è rimasta a casa, dimenticata sul tavolo della cucina. Corricchio ogni volta che posso: le gambe, ora che hanno superato una salita, sono più brillanti, sciolte.

Ennesimo punto di ristoro, presidiato da simpaticissimi volontari che ci offrono, come sempre, Coca Cola e dolciumi vari. Ci annunciano che ripasseremo da qui tra poco più di quattro km; tempo di fare un giro in tondo, salita blanda e successiva discesa, su e giù tra prati ed acquitrini, appena oltre quota duemila. Siamo più o meno a metà percorso, ma abbiamo già incamerato la gran parte del dislivello; in più, il morale è davvero arzillo. Nulla di più lontano da una gara, oggi, per noi: ci sentiamo quasi in vacanza…
Il secondo passaggio al banchetto del ristoro è d’obbligo; segue una lunga discesa nel bosco, dove i piedi fendono un morbidissimo tappeto di foglie secche cadute da poco. Si corre e si chiacchiera; Franco s’è ricongiunto a noi, salvandoci da un’inopportuna deviazione fuori sentiero. Dobbiamo scendere fino ad una località che si chiama Chateau; per raggiungerla, attraversiamo tra l’altro un bosco incredibilmente suggestivo, detto “delle Gran Pertiche”. Credo siano larici, anche se non potrei giurarci, vista la mia crassa ignoranza in materia; in ogni caso, sono alberi altissimi e dritti come fusi, che lasciano a stento filtrare i raggi del sole e creano sul terreno un morbidissimo tappeto di aghi. I tronchi sono nudi fino a discreta altezza. Un luogo incantato, suggestivo, che lascia a bocca aperta.

A Chateau, un altro banchetto del ristoro: qui si complotta contro i nostri livelli di colesterolo… Primo pomeriggio, residui profumi di pranzo e famigliole a spasso lungo la strada sterrata. Deviamo ancora sulla sinistra: breve tratto di corsa nel prato, poi ancora discesa, sotto un paretone roccioso, chiusi in mezzo alla vegetazione selvatica, rovi, gaggie; il tratto forse meno significativo dell’intera corsa. Il telefono di Franco comincia a sqillare: è il boss della corsa, chiama per sapere dove siamo. Lontani, siamo ancora lontani! Cavoli, a quanto pare, il grosso dei partecipanti è già al traguardo, o quasi; a noi mancano ancora più di dieci km, e non ci pare nemmeno di essercela presa poi così comoda. Amen: aspetteranno.

Correndo e chiacchierando, raggiungiamo le case di Beaulard; passiamo oltre, perché dobbiamo ancora raggiungere il limitare di un campeggio. Da lì, invertiremo finalmente la rotta, per tornare verso Beaulard, affrontare l’ultima breve salita e conquistarci finalmente l’arrivo. Dal campeggio, infatti, cambiamo direzione, attraversiamo un parco lungo una strada sterrata che a tratti ci consente di corricchiare: attività a cui, in fondo, continuiamo a preferire l’amabile conversazione. Ancora il telefonino di Franco: son sempre i capoccia, che chiedono lumi sulla nostra posizione. Beh, non è che in dieci minuti noi si possa fare poi tanta strada… L’itinerario risale lentamente, prima verso le case di Beaulard, altro banchetto di pappatoria, e poi più deciso attraverso il prato, per ricongiungersi ad una strada sterrata, ciottolosa e ripida, che strappa e ci riporta su in un paio di tornanti. Ormai si parla di famiglia, di vita privata; incredibile, quanto pochi chilometri di corsa possano cementare la confidenza. Marcio più svelta che posso, ora che, a cinque o sei km dalla fine, sento profumo di traguardo; i due colleghi non mollano: anzi, sul tratto di ripido sentiero, quando ci troviamo a dover passare attraverso una mandria di mucche, è Giorgio che prende il comando, là dove io tentenno. “Falle spostare, pensaci tu, che di vacche te ne intendi!”. Mi riferisco, è ovvio, al suo mestiere di veterinario; mai e poi mai oserei avanzare dubbi sulla specchiata rettitudine morale del mio compare. Omnia munda mundis! Le mucche, in ogni caso, si spostano, un po’ seccate. La rampa prosegue ancora per un po’; Giorgio sbotta, langue, ma è quasi finita, davvero. Il sentiero sbuca tra le case di Chateau; troviamo ancora un tavolino, quasi messo lì per caso, con pochi resti del passaggio della mandria di bufali che ci ha preceduto; poco oltre, l’altro tavolo, quello davanti a cui siamo già sfilati qualche chilometro fa. Di là, a sinistra: strada bianca per qualche km. Incrociamo un conoscente di Franco, in mountain bike, che ci accompagna per il lungo tratto di saliscendi, un po’ da correre un po’ da camminare. Il telefono non dà tregua… Tra un po’, va a finire che da Oulx mobilitano il Soccorso Alpino! Mi verrebbe da prendere quel maledetto aggeggio e scaraventarlo giù a fondovalle… “Siamo in trattoria”, rispondiamo in coro, “siamo al secondo”. Mancano il dolce ed il caffé, lasciateci in pace!

Il ciclista ci informa che una ragazza, una delle prime, è caduta malamente inciampando su sentiero e picchiando il viso: nulla di grave, per fortuna, ma il naso resterà gonfio per un po’… Mannaggia che jella! Scorrono i cartelli con l’indicazione dei km: idea non comune nelle corse in montagna, che io apprezzo moltissimo. Così mi faccio un’idea della residua durata del supplizio… La strada tende a scendere, con qualche breve risalita, l’ultima delle quali su un tratto di asfalto. Infine, una deviazione ed un ripidissimo sentiero a precipizio: manca un chilometro, più o meno… Rotoliamo giù nel bosco, fino a sbucare in un cantiere. Da quassù si vede già l’arrivo: e, da laggiù, i tifosi in trepida attesa si accorgono di noi. Urla di ammirazione e giubilo: “Ma dove caxxo eravate finiti? Vi davamo per dispersi”, che simpaticoni i nostri fan! Rispondiamo agli schiamazzi con altrettanti schiamazzi: devo dire che un’accoglienza così festosa non mi era mai capitata… Una vera festa, neanche fossimo i vincitori! Nemmeno a farlo apposta, i tre reduci del Tor arrivano insieme. Per le ultime poche decine di metri, ci accompagna una piccola folla, Sergio & C., che immagino contenti quanto noi dell’arrivo: per loro è la fine di un’attesa da incubo! Sette ore e trentotto per Giorgio, sette e quarantotto per me che sono partita prima: in assoluto, non mi sembra un risultato così disdicevole… Non è colpa nostra, è il resto del mondo che è composto da extraterrestri!

Contenti e soddisfatti, anche questa volta; il Trail di Oulx è stato una piacevolissima sorpresa, semplice e ben organizzato, curato nei minimi dettagli. Siamo stati un po’ le mascotte della corsa: a Giorgio, poi, tocca anche il premio di categoria, con tanto di bottiglia di vino. “Vai, vai a ritirarlo – lo rimbecco – guai a perdere l’occasione, per quell’unica volta che ti capita nella vita!”. E’ già tanto che la bottiglia non s’abbatta sulla mia capoccia… Rapida visita al tavolo delle vivande, poi si torna all’auto, con le ombre già lunghe che ci accompagnano, e via verso casa. Anche per oggi, ci siamo guadagnati la pagnotta. Il prossimo sabato , per me, sarà Morenic Trail!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!