26/27 agosto 2011 – Le Grand Raid des Pyrénées 2011

Il Genovese tirchio ed affarista, un banale luogo comune? Sarà, ma giuro che, nella mia lunga anche se poco onorevole carriera di sportiva, non avevo mai assistito alla vendita del buono per la cena pre gara fornita dall’organizzazione. Cose che voi umani non potete credere.

Già la situazione in sé è surreale: io ho ricevuto, insieme al pettorale, il buono per la cena, che all’atto dell’iscrizione non avevo chiesto né pagato, ben conoscendo la qualità della pasta francese. Un mistero che non mi do pena di chiarire. Si parlotta qualche momento, propongo a Matteo: va bè, visto che io ho questo benedetto talloncino e quindi ho diritto alla cena, andiamo tutti e due al salone del pasta party e vediamo se riusciamo a comprarne uno anche per te. Sarà un pasto poco entusiasmante, ma ci riempirà comunque la pancia a poco prezzo.

Troppo facile: scopriamo all’ingresso che i buoni, intesi proprio come i coriandolini di carta che danno accesso alla pappatoria, sono limitati. Quindi, se Matteo vuol mangiare, deve aspettare che qualcuno arrivi qui con l’intenzione di vendere il proprio talloncino. Infatti, c’è già un altro concorrente in attesa. Follia, manco fossimo bagarini allo stadio, ma che senso ha? Ovviamente non ho alcuna intenzione di restare qui ad aspettare il Messia; al diavolo il mio buono, propongo a Matteo di andarci a cercare una pizza da asporto o di comprare qualche maialata al supermercato. E lui che fa? Prende il mio buono, punta il corridore in attesa e glielo offre. Allo stesso prezzo del pasto, ovviamente: ben otto euro. Resto allibita: io ho già fama, più che meritata, di essere piuttosto tirchia, ma a questo livello di abiezione non sarei mai arrivata; l’avrei regalato… “Ma è lui che ha tirato fuori il portafoglio”, protesta Matteo. Sì, ma tu di certo non hai rifiutato quegli otto euro con sdegno! Poi mi mordo la lingua: Gian, non sono affari tuoi. Tu avresti agito in un modo, lui ha ritenuto di agire diversamente e va bene così. Anzi, prendi esempio.

Rimediamo un po’ di derrate alimentari al supermercato, in extremis prima della chiusura. Formaggio, yogurt, frutta, dolci, da aggiungere al pane ed alle varie scorte con cui abbiamo già riempito uno scatolone portato da casa. Poi ce ne torniamo su, a Espiaube, stazione sciistica circa novecento metri più in alto di Vielle Aure, allo Chalet de l’Ours, dove ci siamo sistemati già nel primo pomeriggio, subito dopo aver recuperato i numeri di gara. Abbiamo viaggiato dall’una di notte a poco dopo mezzogiorno; abbiamo passato tre ore pomeridiane a dormire come ghiri… Ora non ci resta che la cena e, ancora, la nanna. Abbiamo scoperto quasi per caso che la partenza della gara è stata rinviata dalle cinque alle sette: il motivo, le previsioni meteo da tregenda. Si vocifera di zero termico a 2.000 m di quota, di raffiche di vento molto violente, di pioggia per la prima giornata di corsa. Meno male che abbiamo incontrato Barbara: senza di lei, domattina saremmo stati gli unici intelligentoni nella piazza del paese alle quattro e mezza del mattino. Così impariamo a saltare a piè pari la riunione pre gara!

Lo splendido cielo striato di rosa della sera pirenaica, con il sole che tramonta un po’ più tardi rispetto a casa, non preannuncia cattive intenzioni, anzi; soffia un po’ di vento, sì, ma è normale, quassù sulla balconata in faccia alla valle. Il freddo non è nemmeno così pungente. Quattro passi ed una marea di coccole al cane dello Chalet, il Labrador più grasso che abbia mai visto: sembra un dirigibile con le zampe; cammina tutto ciondoloni, sbilanciato dalla mole del suo stesso corpaccione! Purtroppo, nella notte, il nostro sonno è turbato dalla furia di un vento rabbioso e di scrosci di pioggia violenti: turbato sì, ma non più di tanto. Il tempo di dire “Cavoli, domani siamo messi male” e ripiombo nel profondo del sonno…

Al trillo della sveglia, apriamo gli occhi e soprattutto le orecchie con cautela. Tutto tace. Dallo spiraglio della finestra non si vede nulla, buio pesto, ma non sembra voler piovere. Bando alle ciance: colazione e via, si va. E la scena, puntualmente, si ripete. “La bocca sollevò dal fiero pasto”, il buon Matteo, solo dopo aver fatto fuori i tre quarti di una baguette, mezzo panetto di burro, una valanga di marmellata, miele, cereali ed un budino, sotto lo sguardo attonito della titolare dello Chalet, che pure, a giudicare dall’aspetto florido, non è certo donna di pasto piccolo.

Ci avviamo in auto verso Vielle Aure. Non piove, anzi, in cielo spunta persino qualche stella, ma so già che non mi devo illudere. Difficilmente oggi il meteo sbaglia. Devo anzi prepararmi a freddo, pioggia, fango, disagio. Il mio compare è stranamente silenzioso, non so se per l’impegno sovrumano della digestione o per la tensione della corsa o entrambe le cause. E’ al suo debutto nella distanza oltre i 100 km: saranno poco più di 150. Avrebbero dovuto essere, in origine, 158, per 10.000 m di dislivello: saranno invece rispettivamente 7 km e 500 m di dislivello in meno, perché i responsabili dell’organizzazione hanno deciso di “tagliare” la salita e relativa discesa dal Col de Sencours al Pic du Midi. Ragioni di sicurezza, che avrò modo di comprendere anche troppo a fondo tra qualche ora. Per adesso, mi limito a prendere in giro il povero Matteo, terrorizzato come un condannato alla sedia elettrica, ed a scambiare quattro chiacchiere con alcuni degli italiani presenti: Roberta, Barbara, Cristiano. La prima luce del giorno illumina un cielo grigio, quasi chiuso. Ultime raccomandazioni: in quota fa freddo… Poi via, si parte. Circa 670 atleti al via, rispetto agli oltre 700 iscritti al percorso lungo. Per inciso, domattina alle cinque partirà il percorso cosiddetto “breve” da 80 km, che avrà in comune con il nostro il tratto finale, da Tournaboup all’arrivo, gli ultimi 22 km circa.

La prima salita ci porterà dagli 800 m di Vielle Aure ai 2.200 e rotti del Col de Portet, salendo all’abitato di Soulan per una lunga stradina sterrata che a tratti diventa sentiero, in mezzo al bosco. Si procede pigiati come sardine, infilzandosi l’un l’altro con i bastoncini, tra frizzi e lazzi come sempre all’inizio delle corse, finché il fiato lo consente. Il fango che calpestiamo e l’acqua che scende a rivoli lungo il sentiero ci danno l’idea della portata del diluvio della scorsa notte. Matteo indugia un po’ nelle retrovie, poi parte; non lo vedrò che all’arrivo. Mi fa sorridere la cautela con cui si congeda: “Adesso che si allarga un po’ (la folla, ndr), provo ad andare…”. E’ terrorizzato dal mio giudizio, perché puntualmente lo rimprovero. Ma la mia non è affatto una critica alla sua condotta di gara, tutt’altro; ciò che mi indispettisce è sentirlo lamentarsi a fine gara, “Ho male alle gambe, sono distrutto, chissà perché”. Domandone da cento milioni di dollari: sarà mica perché hai tirato come un pazzo dall’inizio alla fine? A me non capita quasi mai di essere distrutta oltre la linea del traguardo; la mia non è mai una gara di velocità, bensì semplicemente di sopravvivenza fino alla fine. E non per scelta, bensì per necessità. Non ho il fisico per andare di più.

Io fatico, come sempre, in avvio, ed accolgo con gratitudine gli ingorghi che di tanto in tanto ci costringono ad una sosta forzata. Le abitazioni, a fondovalle come in quota, hanno tutte il tetto ricoperto di curiose tegoline scure; credo si tratti di ardesia. Dal bosco sbuchiamo sulla strada asfaltata che da Vielle Aure sale a St Lary Soulan e passiamo accanto ad alcuni chalet, tra cui quello in cui ho dormito; quasi quasi, se fosse avanzata una fetta di pane e marmellata…

La mia concentrazione agonistica si dissolve in favore di altro tipo di interesse, che si identifica in questo momento con un baldo fanciullo in pantaloncini azzurri, quelli molto corti e morbidi da podista, e canotta bianca. Ricordo d’averlo già visto in altre gare in Francia: non ho mai avuto il piacere di vederlo in viso, ma il lato B non è affatto male!

Ci si arrampica poi lungo le piste da sci, su una pendenza che fa impressione alla sola idea di buttarcisi giù con due lame ai piedi. I bollenti spiriti si spengono in fretta, il passo da fiero e baldanzoso si fa lento, faticoso, a zig zag. Per ora il sole non ci ha ancora del tutto abbandonati; fa capolino, un po’ pallido, nella nebbia. E il vento non soffia rabbioso come s’era annunciato, anzi. L’anno scorso, quassù, volavano via i bastoncini!

La salita si attenua, fino a raggiungere il Col Portet. Breve discesa tra gli impianti delle piste da sci, fino al primo punto di ristoro, il Restaurant Merlans. Tavolate allestite sul terrazzo dell’edificio: comincio qui la mia overdose di Coca Cola, mentre riempio il sacchetto legato alla cintura dello zaino con cioccolato ed albicocche secche. Non mi faccio mancare nemmeno un paio di fette di una gustosissima torta morbida con uvetta e ciliegie candite, uno dei pochi dolci asciutti ma anche abbastanza morbidi da andar giù facilmente. Poi via, ancora in salita, ancora in mezzo agli impianti ed ai prati verdissimi. Il verde acceso è il colore dominante di queste montagne; ciò la dice lunga su quanto piovosa sia la zona… Per ora, incrocio le dita, Giove Pluvio sembra ancora ben disposto, anche se è evidentemente inutile illudersi. Cumuli grigi si inseguono nel cielo, e sono spessi, pesanti, minacciosi. E’ solo questione di tempo. Magra consolazione, pensare che non ci toccherà arrampicarci in cima al Pic con queste premesse, ma comunque consolazione: sarebbe davvero penoso, oltre che pericoloso.

L’ambiente si fa d’improvviso più aspro ed irregolare. Si sfila accanto ad un bel lago, dove incontriamo una comitiva di escursionisti dal fisico non proprio filiforme e dall’età non più adolescenziale, per poi attaccare uno scalino che ci porta in alto di un centinaio di metri. Guai a lasciarsi ingannare: non è quello il colle, anche se così pare. Ancora strappi e brevi tratti interlocutori. E nel frattempo… Accade l’inevitabile. Gocce, goccioline, goccioloni. Esito un po’ ad infilare la giacca; voglio essere sicura che piova sul serio, per evitare di mettere e togliere. Ma, nel lungo traverso in direzione del colle, verso destra, ogni dubbio è fugato. Piove proprio. Amen: ormai abituata al contorsionismo, estraggo dallo zaino la giacca impermeabile e la indosso senza fermarmi. Col de Bastanet, poco più di 2.500 m: giù subito, pur tra mille difficoltà, perché la prima discesa è tutt’altro che agevole. Anzi, è un susseguirsi interminabile di pietre, salti, sfasciumi, trappole per le caviglie. Vorrei andar giù un po’ spedita, ma è una parola… In più, le lenti degli occhiali si appannano; ho un bel pulirle in un lembo della maglia, è inutile. Mi sorpassa mezzo mondo, ma non è una novità. Milletrecento metri di dislivello in discesa, passando accanto a splendidi laghetti appena increspati dal vento, capannette, una diga. La pioggia non è ancora così decisa, a tratti concede tregua, poi riprende. Tranquilla, Gian, lascia che corrano, tutti quanti. Li riprenderai…

Un’imponente cascata accompagna l’arrivo a fondovalle, ad Artigues, quota 1.390 m. Non mancano i tifosi, pure bagnati ed infreddoliti. Il ristoro è allestito in un ampio seminterrato. Gli occhiali si appannano non appena entro; sono costretta a levarli e non vedo più nulla. Se qui ci fosse qualche conoscente, rimedierei senz’altro una figuraccia perché non sarei in grado di riconoscerlo. Ma per il cibo nessun problema, vado a fiuto; infatti, trovo subito il cioccolato, la frutta secca e la torta con l’uvetta. Pochi minuti e via, ancora fuori, scossa dai brividi per il contrasto con l’ambiente chiuso e caldo. Che contrasto… L’anno scorso, qui, il sole picchiava sulla testa peggio di un fabbro. Le bandelle mi guidano verso un sentierino diverso da quello imboccato nella precedente edizione; si sale in mezzo al bosco, lungo un tratto ripidissimo e terroso che corre lungo una staccionata di legno. E meno male che c’è, la staccionata; altrimenti, tra fango e pendenza, si farebbero due passi avanti e tre indietro. Appena alle mie spalle, altri due corridori incespicano quanto me. Il budello ci porta a spuntare in un ampio vallone, nei pressi di un alpeggio; superato il ponticello in legno, ritrovo la strada sterrata da cui s’era saliti l’anno scorso. Il cielo è bigio, opprimente. Un freddo pungente e nessuna traccia del Pic du Midi, né delle vette meno celebri che lo circondano. Il verde intenso dei pascoli non trasmette più allegria, è pesante. Risuonano i campanacci delle mucche.

Uno degli inseguitori mi sorpassa quasi di corsa e se ne va. L’altro mi segue: ne sento il respiro, il passo. Ma non sembra volermi sorpassare. Altro ponticello di legno, si torna dall’altra parte del torrente. Da qui, una lunghissima risalita a mezza costa, con pendenza mai troppo severa; l’affronto con decisione per la paura di ciò che troverò lassù. E supero, uno dopo l’altro, parecchi avversari, che si scansano prontamente al mio arrivo. Il freddo si fa sempre più aspro; man mano che saliamo, poi, ci si mette anche il vento. Il percorso piega poi nettamente verso sinistra e risale, con pendenza ora ben più accentuata, un dislivello importante, tutto pietre e fango. Il vento soffia rabbioso, congela le orecchie ed irrigidisce le mani. Respiro a fatica, con l’ansia che cresce, le gambe ed i piedi intirizziti. Conficco i bastoncini nel terreno con rabbia, per salire più in fretta, per levarmi di qui; alzo lo sguardo, ma i goccioloni di pioggia sembrano aghi negli occhi. Il mio collega senza volto è sempre alle mie spalle; si vede che il mio passo gli è congeniale. Cerco di accelerare, sorpasso nugoli di concorrenti, tornante dopo tornante, soprattutto là dove il sentiero pende di più. Vedo il colle, là in alto, troppo lontano; strappo ancora. Il vento è gelido e furioso; le mani sempre più gonfie, bianche e rigide intorno all’impugnatura dei bastoncini. Mannaggia a me, avrei dovuto pensare ai guanti lunghi. Ma ora, comunque, non sarei in grado di indossarli. Brividi lungo le gambe, la schiena, il torace. Nei tornanti finali mi volto; più nessuno dietro di me, o meglio, qualcuno c’è, ma ben distante. Con gli occhi che bruciano, sempre più preoccupata, raggiungo finalmente i 2.370 m del Col de Sencours: il tempo di far rilevare il passaggio al gazebo dei cronometristi, squassato dalle raffiche, e raggiungo la casermetta in pietra in cui è stato allestito il ristoro. Sporgo la testa dentro: un carnaio, una bolgia infernale. Neanche a parlarne. Gian, da qui devi filare.

Cerco di prendere nello zaino il giacchino sottile, per indossarlo sopra la giacca impermeabile e fare da camera d’aria, ma le dita non reagiscono. Gonfie come salsicciotti e rigide. Mi riparo alla bell’e meglio dietro al muretto in pietra; un volontario nota i miei movimenti incerti e capisce al volo. Mi scolla letteralmente le dita dai bastoncini, mi riscalda le mani alla bell’e meglio sfregandole tra le sue, mi aiuta ad infilare la giacca, che il vento fa di tutto per strapparmi via. Ringrazio e riparto, giù per la discesa prima su strada sterrata e poi, a destra, lungo un sentiero per fortuna facile, che mi permette di correre con i bastoncini e le mani infilate strette strette sotto le ascelle. Stringo i denti per il dolore alle dita: fa male, ma dovrebbe essere un buon segno, la ripresa della circolazione del sangue… Almeno, credo.

Non so se sia io stessa a volermene convincere, per trovare sollievo all’angoscia del passaggio in quota, ma mi sembra che, poche centinaia di metri più in basso, si stia già meglio. Da uno dei tornanti, per un attimo il Pic du Midi si svela tra le nubi in tutta la sua minacciosa imponenza, con l’antenna sulla vetta che sembra il dito di Frate Cristoforo puntato verso il cielo: “Verrà un giorno…”. Già, verrà un giorno in cui, a furia di andare a caccia di grane, le troverò. Non sono affatto sicura che caracollare per sentieri ben oltre i duemila metri, sfidando le condizioni meteo, sia proprio esente da rischi, pur con tutta l’assistenza possibile ed immaginabile. D’altro canto, tutta la vita è un pericolo, si può sempre morire. Ma ringrazio di cuore, in silenzio, chi ha preso la decisione di non farci salire lassù. E probabilmente lui stesso, chiunque sia, tirerà un gran sospiro di sollievo.

Cerco conforto nelle figurine lontane di altri concorrenti davanti a me: dai Gian, tu sei nei guai, ma non ci sei mica da sola. Mal comune, mezzo gaudio. Libero le mani, seminascoste nelle maniche del giacchino. Passo dopo passo, va meglio. Sembra quasi di intravvedere un alone di luce… Il sentiero si tuffa verso il basso con una serie di tornanti; dal pendio, la nebbia risale e tra poco investirà la mia linea di marcia, inesorabilmente, prima che possa arrivarci io. In fondo e poi ancora verso l’alto, una sequenza di ripidi tornanti, guadagno ancora terreno, un sorpasso dopo l’altro; una risalita breve ma severa, lassù la sella del Col de la Bonida, quota 2.300. Piove a tratti. Mi attendono ancora due brevi risalite, prima della lunga discesa su Villelongue.

Lo so, la montagna è anche e soprattutto questo, pioggia, freddo e giornate plumbee. Ma io in fondo non sono mai stata una montanara… Vado a spasso sui sentieri quando fa bello, cerco di cavarmela quando fa brutto, ma a stento. Dovrei apprezzare ogni situazione allo stesso modo, invece… Discesa dal colle verso il lago d’Aoube, dove il fango certo non manca; poi si va su, all’omonimo colle. Piano, Gian, che è ancora lunga… Già, ma come si fa ad andar piano, con il fiato di un gruppo di colleghi sul collo? Se almeno sorpassassero e se ne andassero… Invece no, nonostante il fatto che io lasci evidentemente spazio ogni volta che il sentiero lo concede, quelli mi restano rigorosamente a ruota. Mi sento in dovere di non rallentare la loro andatura e finisco, puntualmente, per prenderla un po’ troppo allegra… Con l’aggravante della legge di Murphy applicata alla corsa in montagna: il colle non è mai lì dove sembra che sia, o dove te lo ricordi. E’ molto più lontano! Ed io, cocciuta, non posso certo ammettere lo smacco in salita. Ergo, raggiungo lo scollinamento, immerso nella nebbia, con un respiro che pare il rantolo di una creatura mostruosa annidata nelle viscere della Terra. Meno male che poi si scende. Non mi fermo nemmeno: non ho necessità di vestirmi, anche perché tutto quel che avrei potuto indossare ce l’ho già addosso.

Pian piano, la coltre di nebbia svela un’ampia vallata dai contorni morbidi, di un colore verde intenso. Niente alberi, ma prati a perdita d’occhio, e vacche, e cavalli, per nulla turbati dal maltempo.

Ancora un bellissimo lago da aggirare e poi la breve risalita ai 1.900 m dell’impronunciabile “Horquette d’Ouscouaou”. Qualche timido raggio di sole nel lungo tratto di falsopiano a mezza costa, oltre il colle, inganna le speranze del povero podista. Mi sforzo di correre, per quel che posso; ho una gran voglia di raggiungere il punto di ristoro, che, se non ricordo male, dovrebbe essere allestito in una delle strutture degli impianti di risalita. Ce ne sono parecchi, visibili da quassù. A Hautacam siamo a 65 km, mal contati. Solita dose di Coca Cola, solite fette di dolce con l’uvetta, solita scorta di cioccolato ed albicocche, poi giù, destinazione la base vita di Villelongue.A parte il primo tratto su sentiero, si scende su strada in parte asfaltata ed in parte sterrata. Dove possibile, ben volentieri resto sull’asfalto; suscito così lo sdegno di un collega francese che mi supera correndo oltre il bordo della strada: indica l’asfalto e mi spiega che è orribile correre lì… Fanciullo, stai parlando con una che ha corso la Nove Colli Running e l’ha anche amata moltissimo! Non toccarmi l’asfalto, che è la migliore superficie possibile per correre…

La discesa prosegue con una svolta a sinistra su strada sterrata. Corricchio, proprio per onorare la discesa, ma sono un po’ distratta… Finché non sento una voce alle mie spalle: “Sai mica a che chilometro siamo?”. Toh… Qualcuno che parla italiano! “A Villelongue, al fondo della discesa, avremmo dovuto essere al km 72. Con il taglio del Pic du Midi, saremo al 65, più o meno”. La compagnia insperata mi sveglia: Gianluca corre senza misericordia; se voglio scambiar quattro parole, devo stargli dietro. Giù a perdifiato, per fortuna il fondo lo consente; sorpassiamo parecchi concorrenti dal passo già ingessato. Per la verità, non è che io sia così sciolta, tutt’altro; però, la compagnia in questo caso è vivace e piacevole. Scopro così che il mio compagno di corsa è di Torino: mannaggia, a saperlo… Siamo partiti a trenta km di distanza l’uno dall’altro e ci siamo sciroppati novecento km di strada ciascuno per conto proprio, o meglio, io con Matteo; alla faccia del risparmio e dell’ecologia! Per lui, questa corsa è uno dei pochi appuntamenti “lunghi” dell’anno; è un ottimo atleta ma, al contrario della sottoscritta, non è tipo da correre tutti i santi fine settimana con costanza quasi ossessiva. Ha dovuto abbandonare al ristoro di Hautacam un amico in crisi ed ora si cruccia al pensiero di dover proseguire la corsa da solo: preoccupazione di natura solo psicologica, perché mi pare che, fisicamente, il torinese non abbia proprio nulla da temere dal percorso.

Questa discesa mi pare completamente diversa da quella affrontata l’anno scorso per calare su Villelongue. Ma potrei anche sbagliare, chissà. Non mi ci ritrovo. Dalla strada passiamo ad un tratto di sentiero a tornanti, nel bosco fitto. Si decide di provare a proseguire insieme, dopo una breve sosta alla base vita. Mi rendo conto che per me è un rischio: Gianluca, è evidente, “ne ha” più di me; sforzandomi di seguirlo, rischio di sprecare energie ed inchiodarmi le gambe, quando manca ancora troppo alla fine della corsa. D’altro canto, affronterei almeno parte della notte in compagnia, come ottimo antidoto per il sonno… E potrei evitare di trovarmi da sola in quota, là dove, con questo tempo inclemente, pioggia e nebbia la faranno senz’altro da padrone. Avrei un paio d’occhi più efficienti dei miei, ecco. Bando alle esitazioni, conviene provarci.

E’ ancora chiaro quando raggiungiamo la base vita. Faccio un paio di conti: tenendo conto del taglio di percorso ma anche delle due ore di ritardo nella partenza, direi che più o meno sono in tabella, rispetto all’anno scorso. Forse addirittura in vantaggio. Applausi e tifosi anche qui. Entro nel salone per recuperare la borsa con il ricambio di vestiti: fa un caldo da sentirsi male, un carnaio, non si riesce nemmeno a passare tra sedie, tavoli, corridori disfatti ed accasciati nelle pose più impensabili, piatti, bicchieri rovesciati, odore di creme ed oli da massaggi. Esco appena possibile: meglio cambiarsi fuori, almeno si respira. Cerco di agire nel modo più organizzato e rapido possibile: mi cambio la maglia, senza negarmi un po’ di pulizia sommaria con i fazzolettini bagnati; via anche le calze zuppe, metto su uno strato di pasta Fissan a protezione dei piedi che, a dirla tutta, non mi hanno mai tradita. Non voglio far perdere tempo a Gianluca, che qui non ha mandato alcun ricambio; infatti, non mi fermo neppure per un piatto di pasta. Giusto il tempo di bere un po’ di Coca e riempire di cioccolato e frutta secca il sacchetto appeso allo zaino. E di buttare l’occhio, più volte a dirla tutta, su un gran bel corridore impegnato in un’accesa discussione al telefono: non molto alto, ma ben piantato, cascata di riccioli scuri, splendido sorriso. Peccato che sia già ora di ripartire… Ecco, a Gianluca devo già due favori; il primo, quello di avermi svegliata dal torpore con cui avrei senz’altro affrontato, da sola, la lunga e pur corribile discesa; il secondo, avermi costretta a darmi una mossa alla base vita, senza inutili indugi. Si riparte con la frontale in testa. Telefono anch’io a mammà, giusto per dire che sono viva. Appena fuori del paese, una ripidissima risalita su un sentierino che corre lungo la condotta forzata ci consente di evitare un tratto di strada trafficata; non è un male, visto che ormai è buio. Il sentiero ci scodella ancora in paese, ma più in alto. Luci dalle case, profumi di cena. Con noi uno spagnolo, dubbioso circa la direzione da prendere: ci consultiamo in un curioso idioma misto di italiano, francese, spagnolo e, perché no, un po’ d’inglese, in cui ciascuno capisce quello che gli pare; per fortuna, le fettucce della gara ci mettono tutti d’accordo. Da una viuzza in salita si ricomincia a camminare verso l’alto. Prima una strada sterrata a tornanti; è Gianluca a fare il ritmo, mentre io mi sforzo di stargli a ruota. “Passa pure davanti tu, se io vado troppo piano”. Mah, a dire il vero io sarei già alla canna del gas… Una dopo l’altra, raggiungiamo le voci e le luci che ci precedono nel fitto della boscaglia. La frontale fa brillare le gocce sulle foglie ancora cariche di pioggia; per ora, il cielo sembra clemente, ma non c’è di che illudersi. Il meteo ha promesso ancora acqua, stanotte.

Fatico un po’ e so che non va per niente bene. La prima regola del montanaro impone di non costringersi mai e poi mai a tenere in salita il ritmo di chi va più forte, anche di poco: è un errore madornale che si paga caro, inevitabilmente. Fiato corto, gambe dure, ma questa volta devo rischiare. Non so ancora cosa troverò lassù, ma qualcosa mi dice che sia meglio non arrivarci da sola. Per ora, la salita mi torna in mente metro dopo metro; l’anno scorso avevo sopra la testa un meraviglioso cielo stellato, quando, dal bosco, mi sono ritrovata su una strada sterrata che sale, con pendenza moderata, attraverso i pascoli. Stanotte la luce della frontale può poco contro le nuvole che ci chiudono il cielo, ma, se non altro, la visibilità è buona, almeno per ora. Ricordo anche un ristoro allestito in un gazebo; non lo vedo ancora, ma percepisco un intenso profumo di carne alla brace. Che sia la prima allucinazione da sonno? Pare di no, visto che lo avverte anche Gianluca. Il chiarore di un falò ci guida verso l’ennesimo spuntino, the caldo e l’immancabile Coca. Quando esco dal tendone, pochi istani più tardi, ho la netta impressione che la temperatura sia crollata in picchiata: vento forte, gelido, tanto da costringermi a fermarmi ed indossare la giacca. Altro supplizio per le mani, protette solo dai guantini da ciclista, per giunta bagnati. E qui iniziano i guai. La memoria fa difetto, un buco clamoroso; la vista, non ne parliamo: par di intravvedere la sella di un colle, appena un accenno di contrasto tra il nero della montagna ed il nero del cielo. Invece no: pieghiamo a sinistra e continuiamo a salire, ancora e ancora. Procedo interdetta ed un po’ preoccupata; mi ripiomba alla realtà una voce nota. “Ciao Giancarla!”. Urca, chi è, dove, come, quando? E’ Cristiano, che tribola per via dei colpi di sonno. Lo esorto ad aggregarsi a me e Gianluca: so bene che, in questi momenti, quattro parole possono fare miracoli.

La strada diventa presto sentiero. Quel che è peggio è che finiamo dritti nella nebbia. Sono io la capocordata, ma per me la situazione si fa subito critica. Fatico a trovare il sentiero; spesso sono costretta a fermarmi, provare, riprovare. Non vedo più nulla, tra occhiali bagnati e buio. Ed ho un gran freddo. Calma, Gian, calma, non sei sola, almeno, non ancora. Cedo il passo a Gianluca, che ha una vista migliore della mia; eppure, anche per lui la navigazione risulta tutt’altro che tranquilla. La nebbia è fittissima; il sentiero non esiste, è una successione di bandelle lungo la via di massima pendenza. Alla fatica della salia ripida e sconnessa si aggiungono fatica ed apprensione per le condizioni meteo. Spero che Cristiano sia ancora dietro; sento un respiro profondo e regolare, ma ben presto vi si aggiungono le voci di corridori francesi. Eppure sono così angosciata che non riesco nemmeno a tirar fuori la voce per chiamare il suo nome. Non devi perdere Gianluca, Gian. Non devi perdere la guida altrimenti sei nei guai. La fatica è schiacciante, ingigantita dalla preoccupazione; la terra non tiene, l’erba è scivolosa, si procede alla cieca, s’inciampa ad ogni passo. E non si vede nulla, nulla, si sale senza sapere per dove, per quanto ancora. Ma possibile che l’anno scorso si sia passati di qua? Non ricordo nulla… Gianluca è nervoso a sua volta, “Ma dove c…o stiamo andando!”, sbotta, senza risparmiare qualche epiteto troppo colorito all’indirizzo dell’organizzazione francese. Parla piano, per carità, che ne siamo circondati… Qui ci linciano, e senza testimoni!

Penso con terrore a cosa potrebbe accadere se, quassù, ci si dovesse perdere. Se io fossi da sola, qui mi sarei già persa. Non c’è nulla da fare, non riesco nemmeno a vedere i miei piedi, mi sembra di camminare sospesa nel nulla; non riuscirei ad individuare le balise, né tantomeno ad intuire una traccia di sentiero che non esiste. Se dovessi confidare solo sui miei occhi, l’unica cosa sensata da fare sarebbe fermarmi qui ed attendere l’arrivo di qualche altro concorrente. Ostinarmi a vagare a caccia della strada giusta servirebbe solo a confondermi ancor più e probabilmente ad allontanarmi dalla retta via.

E va già bene che qui non sembrano esserci punti scoscesi né pareti, solo pascoli… Ma è possibile che solo io abbia tanta paura? Possibile che per gli altri sia tutto normale? Fa un freddo insopportabile, ormai da un po’ ha ripreso a piovere; perdersi qui, doversi fermare, con questa temperatura, la stanchezza, gli abiti bagnati, secondo me potrebbe voler dire rischio di ipotermia, anche perché alla prossima alba mancano ancora parecchie ore. E basta allontanarsi di poco dalla traccia, per perdere non solo il contatto visivo ma anche la possibilità di orientarsi con le voci, attenuate dalla nebbia e dal soffio del vento.

D’improvviso Gianluca si ferma nei paraggi di uno scheletro di metallo, forse uno degli impianti di risalita, chissà. Il freddo morde all’istante le ossa. Non c’è più traccia di balise. Con noi si fermano anche Cristiano ed alcuni francesi. Girano in tondo, perlustrano il terreno, in un attimo spariscono dalla mia vista. Ibernata, non mi muovo; non posso essere di alcun aiuto nella ricerca. Per un attimo, mi balena in testa il terrore di doversi fermare quassù… Chissà se, a fondovalle, si rendono conto della situazione in cui ci troviamo? Chissà se lo sanno, che quassù si rischia un altro Mercantour? Pace, Gian. Ricordati che, per quanto tu stia soffrendo, un’assemblea di condominio è pur sempre molto peggio.

Qualcuno annuncia il ritrovamento della balise, da tutt’altra parte rispetto a noi, ma non importa. Finalmente capiamo di essere arrivati al colle: Col de Contente, quota 2.300 e rotti come avrò poi modo di controllare sulla carta. E qui non c’è più santo che tenga. Gianluca ed i francesi si fiondano in discesa. Ed io… Beh Gian, mica puoi pretendere che ti aspettino. Coraggio, è ora che te la cavi da sola. La mia fortuna è che il sentiero, qui, è un po’ più definito. Levo gli occhiali, li ripongo in tasca; bagnati come sono, fan più danno che beneficio. Non vedo altro che macchie di colore vagamente diverso; il sentiero, meno male, ha il fondo leggermente più chiaro dell’erba. Non riesco a valutare la profondità, quindi a capire dove sia il punto di appoggio per il piede; inciampo di continuo, perché il terreno è sempre qualche centimetro più in basso o più in alto di dove pensavo che fosse. Procedo pianissimo, ma procedo… Con il cuore in gola e la speranza di scendere, scendere, di uscire da questo inferno buio. Come si dice in piemontese, vado “al tùc”: pian piano, ma scendo, con i piedi di piombo ed i bastoncini a tastare il terreno. Mi servirebbe un sistema di ultrasuoni…

Quasi non ci credo, quando mi accorgo che la nebbia pian piano si dirada. Mi affretto a reinforcare gli occhiali, dopo averli puliti alla bell’e meglio in un lembo della maglia. Va molto meglio, per quanto sia possibile con i miei occhi fallati. Posso procedere un po’ più spedita. Si fa per dire… Ora che la tensione s’è allentata, è il sonno a farla da padrone. Mi piomba addosso a tradimento: se prima era la foschia a tenermi in una strana condizione di sospensione sul mondo, ora è la testa pesante che mi impedisce il contatto con la realtà. Nemmeno le poche parole scambiate con Cristiano, che ritrovo sul sentiero, mi aiutano a riprendermi. La lunghissima discesa, con infiniti tornantini ed altrettanti traversi che sembrano farlo apposta a non far perdere quota, è un supplizio senza fine. Procedo pianissimo e m’inciampo ad ogni passo, mi addormento e mi risveglio ad un soffio dal volare di sotto. Luci in fondo alla vallata, ma chissà quanto sono lontane. Cammino, cammino, un guado dietro l’altro, innumerevoli ruscelli alimentati dalla pioggia della giornata che rendono il tracciato insidioso e “glissant”. Mi sorpassano a decine, ma io fatico anche solo a stare in piedi. Canticchio, penso a voce alta, desidero quelle luci che son sempre là, lontane. Unica nota positiva, in cielo splende qualche stella… Cristiano s’è fermato, mi riprende più avanti, là dove il sentiero infinito diventa strada sterrata, quasi comoda. La vegetazione, dinuovo fitta, ci nasconde ora le luci dell’abitato. Chiacchieriamo per tenerci svegli. Il mio compagno di viaggio annuncia di volersi fermare a dormire un po’, qui sotto, al ristoro di Cauterets. Io non ci avevo nemmeno pensato… L’anno scorso non mi son fermata, salvo poi però accasciarmi su una panchina, su una pietra, insomma, tribolare non poco sulla salita successiva. Forse stavolta è meglio che mi prenda un po’ di pausa. Senza contare il rischio di tornare, alla prossima salita, in una situazione pari a quella che ho appena scampato. Non so nemmeno io se abbia senso o meno, proseguire e rischiare ancora. Lassù m’è andata di lusso… Ma non è affatto detto che il colpo di fortuna si ripeta.

Quando raggiungiamo finalmente Cauterets, Cristiano si fionda a caccia di una branda. Sulle prime, l’idea è di seguirlo; il guaio è che il locale dormitorio è terribilmente caldo ed umido. Chiudersi qui significa soffrire poi la partenza, molto più del necessario; il contrasto con il freddo della notte sarebbe terribile. Decido allora di sedermi per terra, nel locale d’ingresso che non è proprio esposto all’aperto ma non è nemmeno chiuso, e di appoggiare la testa al muro, non prima di aver caricato la sveglia del cellulare. Trentacinque minuti di sonno di piombo, da cui mi risveglio dolorante, irrigidita ed intirizzita. Mentre cerco in fondo all’anima la forza per rimettermi in viaggio, faccio il pieno al punto di ristoro: torta, formaggio, biscotti al cioccolato ed alla crema, the bollente, Coca Cola. Incontro un’altra delle italiane, Lorenza, un’atleta decisamente di altro livello rispetto a me, che però oggi, ahimé, fa i conti con la sfortuna: prima il dolore ad un ginocchio, poi un bastoncino spezzato. Che iella! E’ titubante, non sa se ripartirà. Io invece mi devo sbrigare. Ancora una tappa in bagno e poi, mio malgrado, mi rimetto in marcia, nella notte silenziosa del paesone. Per fortuna, la salita comincia subito e riesco a scaldarmi in fretta. Qualche luce e qualche voce in lontananza, sia davanti che alle spalle. Il vuoto di memoria s’è dissolto sulla piazza del ristoro; qui torno a rivedere un film già noto. Lunga e regolare salita su strada sterrata in mezzo al bosco. E’ ancora buio, ma non piove più; saranno le cinque o poco più tardi. Mi consola che, al Col de Riou, arriverò con la luce.

Il sonno sferra ancora qualche ultimo colpo. Cammino come ubriaca, a zig zag, chiudendo gli occhi di tanto in tanto e risvegliandomi dopo pochi secondi dall’altra parte della strada. Mi concedo ancora un paio di minuti di pausa, seduta su una pietra e con la tempia destra appoggiata alla punta di un ramo; nessuno crederebbe che si ci si possa addormentare così… E invece si può, eccome, e c’è anche il tempo per un sogno, che forse è più un’allucinazione. Poi riparto, più che mai allucinata, tornante dopo tornante, contando le lucine che spuntano man mano che la vegetazione si dirada. Un passo dopo l’altro, mi concentro sulla fatica, su quel che manca, sul corridore che mi precede e che devo inseguire, sui campanacci delle mucche, sul prossimo punto di ristoro. Tornantini sempre più ravvicinati mi portano sotto il colle e, finalmente, allo scollinamento. Ho da poco spento la luce frontale. Il cielo è ancora livido, poco promettente, ma se non altro è chiaro. Sbrigati Gian, un’altra notte non la devi nemmeno immaginare.

Via di corsa per un lungo traverso, leggeri saliscendi, fino alla stazione sciistica di Luz Ardiden. Pochi istanti di pausa per piluccare le solite cose da mangiare. Una gentilissima volontaria mi lava il bicchiere, in cui è passato di tutto; mi riempo come al solito la pancia di Coca Cola e mi fiondo fuori, in discesa. Il peggio è passato, Gian. Manca l’ultima salita: lunghissima, impegnativa, ma è l’ultima.

Il primo tratto di discesa è un sentiero inesistente, tracciato apposta per noi lungo un pendio erboso scosceso ed irregolare e tutt’altro che agevole, per via del fango. Benedico anche oggi le La Sportiva Raptor che assicurano una stabilità eccellente anche nelle condizioni più avverse. Splendido il colpo d’occhio sui tornanti della strada asfaltata: in un solo sguardo se ne abbraccia una lunga sequenza, il nero dell’asfalto a contrasto con il verde intenso dell’erba e con la luce che finalmente sembra voler accompagnare una mattinata di sole. Con passo incerto, guadagno finalmente la fine del tratto in stile Indiana Jones, per scoprire, con sommo gaudio, che quest’anno la discesa è stata modificata rispetto all’edizione precedente: invece di infliggerci un altro lungo tratto in mezzo al fango, attraverso la torbiera, ci viene concesso il lusso di asfalto, strada sterrata ed ancora asfalto, un lungo tratto a fondovalle. Rilassante e rinfrancante. Corro quel che posso, attraverso alcuni suggestivi borghi, saluto i ciclisti in salita, mi levo la giacca, mi godo i raggi del sole. Finalmente un po’ di calore…

Si raggiunge Luz Ardiden da tutt’altra parte rispetto all’anno scorso. Ed anche il locale destinato al ristoro non è più lo stesso. Sono stanca, ma neanche troppo: nel 2010, qui, ero distrutta, sfinita, senza più forze. Mi resta il dubbio: quest’anno mi sono risparmiata cinquecento metri di dislivello con il taglio del Pic du Midi; che sia quella, la ragione? C’è anche da dire che, al contrario, la pioggia ha moltiplicato la stanchezza. Non importa, va bene così. A Esquièze Sère, appena oltre Luz St Sauveur, prendo la borsa con il ricambio solo per lasciare la maglia pesante indossata nella notte e mettere quella pulita, con le maniche corte; saccheggio il tavolo del ristoro ed il bottiglione di Coca, senza nemmeno sedermi, e via, ancora. Ormai per me è fatta: euforia pericolosissima, visto che mancano più di duemila metri di salita. Ma è prima mattina, fa caldo, splende il sole in un cielo azzurrissimo.

Un lungo tratto di saliscendi tra sentiero ed asfalto, che costeggia la mitica strada della salita al Col du Tourmalet, prima sulla destra e poi sulla sinistra andando verso il colle. Si attraversano paesi e tratti di strada nel bosco, Viey, Sers, piccoli gruppi di case lungo una bella pista apprezzata anche dagli escursionisti più tranquilli e dalle famigliole. Qualche tratto di salita ripida, severa, con il sole che finalmente comincia a far valere la propria autorità. L’unico cruccio è che vorrei correre un po’, almeno in discesa: ma le gambe sono irrigidite, doloranti. Proprio come previsto, sto pagando le intemperanze della salita; potrei risparmiare parecchio tempo, qui, ma non è più il momento di rischiare. Adesso devo tirare a campare fino alla fine. Cerco di pensare ad altro; tengo un passo comunque più svelto di quello dei compagni che raggiungo e supero lungo la via. Strappi in salita, strappi in discesa; il passaggio nel paesone di Bareges, lungo la strada principale affollata di ciclisti. Scambio quattro chiacchiere con qualche compagno di sventura; le espressioni di sincera ammirazione nei confronti del mio passo, a loro dire ancora molto energico, mi mettono le ali ai piedi. Il lungo tratto quasi pianeggiante tra cascine e campi ed irrigatori in funzione mi sembra quasi più breve, merito anche di un cielo finalmente sgombro di nubi, luminoso, rassicurante. Così, in men che non si dica, mi ritrovo ancora una volta sull’asfalto, a sfilare davanti ai bar e ristoranti affollati per pranzo. Si chiama Tournaboup, questa località che non ho ancora ben capito cosa sia. Non sembra un paese; forse è una località per turisti, non so, un insieme di impianti per lo sci. Trotto fino al tendone del ristoro, salvo rendermi conto che ho appena attraversato la strada senza minimamente guardare se arrivassero auto o bici. M’è andata bene…

Ancora una volta il pieno di Coca: prima o poi, diventerò azionista di maggioranza della società! Pilucco anche un po’ di torta, ma senza abbuffarmi, perché di qui in poi non si scherza più. E fa molto caldo. Da qui in poi, la compagnia sarà più nutrita: i due percorsi, il lungo ed il cosiddetto breve da 80 km, si riuniscono. Infatti, mi sorpassano atleti decisamente più freschi e scattanti. Soprattutto, mi sorpassano atleti decisamente belli: cavoli, che concentrazione… Qui lo dico e qui lo nego, l’anno prossimo mi iscrivo alla 80 km! Lungo tratto di salita blanda attraverso il prato, tra nugoli di merenderos e turisti a passeggio; un paio di tornanti lungo la strada sterrata e, finalmente, si raggiunge il sentiero, che fino alla malga di Aygues Cluses, a quota 2.100 m, risale la pietraia. L’affronto con entusiasmo, anche troppo, nonostante sia per me tutt’altro che facile stare in equilibrio sui roccioni. E’ più forte di me, anche se è stupido rischiar di bruciare le ultime energie anzitempo… Eppure è così galvanizzante arrivare di gran carriera alle spalle di qualche avversario, che si ferma e mi guarda stralunato e mi cede il passo! Finché nei suoi panni non arriverò ad esserci io… La salita alterna strappi severi e lunghi tratti pianeggianti tra i pini, come se si salisse a scalini; ci fa compagnia il gorgoglio dell’acqua del torrente. Mi raggiunge una concorrente della corsa da 80 km, mi chiede se io sia la prima della gara lunga: scoppio a ridere: la prima, forse… Dopo qualche decina di altre donne!

Sono davvero tanti i turisti che affollano l’ampio pianoro di Aygues Cluses, molti più di quanto ci si aspetterebbe di vederne con una salita tutto sommato impegnativa. Mi assicuro che i volontari al punto acqua segnino il mio numero e tiro dritto: la bottiglia è ancora piena, del resto l’ho riempita una sola volta in tutta la corsa. La salita prosegue più ripida, ma finalmente su terreno più agevole, un sentierino che risale il pendio a tornantini secchi. Vedo la fila di corridori su, in alto; occhio Gian, che il colle è ancora lontano, oltre quella sella ingannevole che si vede di qui. Oltre, ma non abbastanza da farmi rallentare il passo. Il male alle gambe è ormai dimenticato, c’è solo la voglia di arrivare. Un sorriso per il fotografo, il passaggio al colle, oltre il varco nel recinto per il bestiame: Col de Baréges, poco meno di 2.500 m. Una folata di vento gelido, ma è un attimo. La discesa è il vero ostacolo: lunga, molto impegnativa, sconnessa quanto basta. Trovo il coraggio per rischiare un po’ di più, anche se sono ben lontana dalla decenza; molti mi sorpassano, ma molti ne sorpasso io, complice forse la stanchezza che ormai appesantisce le articolazioni anche ai più abili corridori. Raggiungiamo un lago, poi un altro, saltellando malamente tra sassi aguzzi ed instabili. Quando si torna a vedere traccia di vegetazione ad alto fusto, al pietrame si aggiungono le insidiosissime radici dei pini. Ricordo la sofferenza dell’anno scorso: questa discesa mi era parsa interminabile… Anche perché costringe a lunghi tratti in falsopiano e, oggi, ad innumerevoli guadi, talvolta insidiosi e scivolosi. Non riesco più a correre, anche se dovrei; mi piomba addosso una fiacca che cerco di scacciare a suon di cioccolato. Non vedo l’ora che arrivi l’ultimo bivio, al Lac de l’Oule. Non riesco ad evitare un’ultima sosta tecnica: ma va bene, non mi posso lamentare, stavolta il pancino s’è comportato in maniera egregia. Dopo tre settimane di alimentazione senza latte – ma non senza formaggi di ogni genere – vuoi vedere che ho trovato la soluzione ai miei guai?

Il lago, finalmente. Il bivio. Si ricomincia a salire, per l’ultima volta. Qualche rampetta un po’ più severa, che affronto con cautela perché la debolezza minaccia di prendere il sopravvento, poi la pendenza cala, man mano che ci si avvicina al Restaurant Merlans, il primo ed ultimo dei punti di ristoro. Osservo con preoccupazione un nuvolone che sembra volersi abbassare proprio sul pendio che porta al Col Portet: l’anno scorso, proprio alla fine, s’era rischiato di perder la rotta, a causa della nebbia… Man mano che mi avvicino alla zona degli impianti da sci, il vento freddo rinforza, finché decido di infilare il giacchino antivento. Il corridore davanti a me resiste ostinatamente in maniche corte…

Al tavolo del ristoro, mi fermo pochi istanti, il tempo di salutare Antonio, altro italiano che corre la 80 km: parto prima di lui, ma sono inesorabilmente superata poco dopo. Affronto con preoccupazione l’ultimo tratto di salita, forse non troppo pendente ma dritto e per questo più sgradevole, sulla pista da sci. Anche qui, mi preoccupo inutilmente, pensando all’anno scorso, quando la discesa ci ha portato per un tratto eterno attraverso i pascoli e nella nebbia. Quest’anno si cambia; dal Col de Portet, discesa diretta lungo lo stesso tracciato della salita. Batto la nebbia probabilmente per una mezz’ora: un paio di volontari stanno aggiungendo balise per migliorare la visibilità, ma ormai non è più un mio problema. Messaggio a Matteo che mi aspetta all’arrivo: lui ha tagliato il traguardo all’una, quindi in meno di trenta ore… 39° assoluto, alla sua prima prova oltre i 100 km! Poi giù, a rotta di collo, nonostante la pendenza spaventosa della pista da sci, tanto ripida che, per un lungo tratto, devo procedere saltellando di lato per evitare di ribaltarmi, sotto lo sguardo perplesso delle mucche. Il complesso degli chalet, tra cui quello che ci ha ospitato per la notte pre gara, sembra laggiù in fondo, distante chissà quanto, e in un attimo lo raggiungo. Una voce alle mie spalle: “Sono da ricovero…”. E’ Antonio, talmente entusiasta del percorso che ha deciso di concedersi una divagazione fuori rotta prima di ritrovare la via giusta. Un breve tratto di asfalto verso Soulan, poi giù attraverso il bosco; sentiero, strada sterrata, ancora sentiero. Corro con tutto il fiato che ho, pur con una certa cautela per non inciamparmi e rovinare a terra proprio all’ultimo. Mi superano a decine, molti credo concorrenti della gara da 80 km; da tutti un incoraggiamento, un complimento, “Felicitations”. Davvero, è proprio il caso di dirlo, son contenta come una Pasqua! Se tutto va bene, dovrei farcela entro le 19; significa restare entro le 36 ore… Per carità, quel che conta è sempre e solo finire; però, per l’edizione 2010 mi ci son volute 40 ore e 20 minuti; lo “sconto” del Pic du Midi, peraltro compensato dalle difficoltà di freddo e pioggia, non credo basti a giustificare più di quattro ore di risparmio. Insomma Gian, te la sei cavata alla grande! Una pacca sulla spalla te la meriti tutta.

La discesa finale è lunga, o forse è solo una sensazione, dettata dalla voglia di arrivare. Vielle Aure è là sotto, in attesa; gruppi di tifosi lungo la strada attendono parenti ed amici e, nel frattempo, dispensano incoraggiamenti a tutti. Questa volta ho temuto davvero di non farcela, eppure la notte da incubo lassù è solo un ricordo. Tieni duro Gian, corri ancora. La pendenza blanda ed il fondo regolare mi aiutano: non mi farò mancare nemmeno un arrivo di corsa, in grande stile, e ancora con la piena luce del giorno. Ecco finalmente i primi tetti, ecco la piazzetta, la rotonda con la strada per St Lary Soulan, il rettilineo finale. Do fondo alle ultime energie: che bello vedere le espressioni di meraviglia di chi si accorge che il mio pettorale reca il numero rosso, quello del percorso lungo… Ma è uno solo il viso che cerco, quasi con un po’ di timore: e se non avesse letto il messaggio? E se non avesse immaginato che io potessi essere così veloce nell’ultima discesa? E se si perdesse il mio arrivo? Preoccupazioni senza senso: individuo da lontano un viso che pian piano metto a fuoco, è Matteo. Mi accompagna fino all’arrivo, un bellissimo inatteso traguardo in mezzo ad una folla che applaude. 35h 48′, posizione 191° su circa 460 persone giunte al traguardo… Ed oltre seicento partenti. La maglietta rossa di finisher, il recupero delle borse, la doccia in campeggio; una breve puntata al ristoro finale, con due ciotole di brodo caldo. E poi la nanna in auto, col sacco a pelo, alle nove. Sveglia puntata per le cinque, novecento km attendono noi e la fida Opel. Sarà quella la vera sfida!

(Visited 7 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!