27-28 marzo 2009 – Trail Autogestito dell’Alta Via dei Monti Liguri: noi ce l’abbiamo messa tutta…

…ma Giove Pluvio ne ha messa di più. Mannaggia. Ok, è vero, ci ha rovinato il trail, ma non è riuscito a rovinarci la splendida esperienza che comunque dalla disavventura abbiamo tratto. Sarà stata poi davvero una disavventura?

E dire che la giornata di venerdì non lasciava presagire nulla di tutto ciò. Sole splendido, cielo limpido, caldo. Ripenso, viaggiando verso Imperia, alle previsioni meteo fosche come le nubi che annunciano, ma ho il finestrino aperto; la luce scalda persino troppo attraverso i vetri dell’auto. Non è mica possibile che domani accada questo gran finimondo. E sarebbe un vero peccato, perché quest’avventura è nell’aria da mesi! Un’idea della fervida mente di Lorenzo, organizzatore di quel capolavoro che è stato il Gran Trail Rensen 2008. Il programma originale, partorito, se non ricordo male, già a gennaio, prevedeva un itinerario in tre tappe, da La Brigue ad Arenzano, con soste presso alberghi o rifugi: oltre 200 km di marcia in tre giorni, un vero sogno per gli amanti della marcia in montagna. Infatti avevo detto sì subito, senza riserve, con la sola preoccupazione di chiedere se l’andatura prevista potesse essere adatta alle mie scarse possibilità; amo la distanza ma devo prenderla con molta calma… Per me, un’ottima occasione per saggiare la reazione del corpaccione e, soprattutto, del mononeurone, ad una fatica simile a quella che mi attenderà all’Ultra Trail del Monte Bianco a fine agosto, fatte le debite proporzioni.
Il progetto conquista addirittura il sostegno, morale e materiale, dell’Associazione Alta Via dei Monti Liguri e di alcuni dei Comuni toccati dall’itinerario, associando al dilettevole dei camminatori l’utile del fine benefico, una raccolta di fondi a favore dell’Ospedale Gaslini di Genova. Per riuscire a coinvolgere persone, enti, autorità, ci vuole davvero il fisico, un po’ come per correre, e Lorenzo indubbiamente il fisico ce l’ha, in entrambe le specialità! E’ una dote che un po’ gli invidio, io che non riuscirei convincente nemmeno nei confronti della mì mamma e che, piuttosto che dover discutere per conquistare un aiuto, di qualsiasi cosa si tratti, preferisco piuttosto tribolare, ma arrangiarmi comunque da sola.
Purtroppo, già la stagione invernale si pone a sfavore dell’iniziativa. La gran neve caduta quest’inverno rende inaccessibile la prima tappa, vuoi per la difficoltà di camminare affondando con le semplici scarpe da trail, sia per il rischio di valanghe. Fino all’ultimo pendo dalle labbra, anzi dalle e-mail e dal telefono di Lorenzo, ma il no definitivo arriva già una settimana prima del via. Va bin, pazienza: le tappe saranno due, la prima dal Colle di Nava al Colle del Melogno e la seconda dal Melogno ad Arenzano, per una distanza stimata tra 140 e 150 km ed un dislivello complessivo di circa 3.200 m. Forse temendo che il drastico taglio dei chilometri possa lasciare l’amaro in bocca al manipolo di camminatori assetati di distanza e di fatica, Lorenzo poi studia un rimedio anche per questo: le due tappe superstiti potrebbero diventare una tappa sola, con sosta al Colle del Melogno solo per la cena. Altra idea che approvo senza alcuna riserva e con entusiasmo; così la prova simil-UTMB è salva! 150 km quasi di fila sono pur sempre un buon esperimento, anche se il Trail del Bianco è poco più lungo ed infligge molta, molta salita in più. A quanto pare, anche gli altri corridori coinvolti son d’accordo: allora, appuntamento alle 18 di venerdì 27 marzo, pomeriggio, alla stazione di Imperia Oneglia.

Ci arrivo con una decina di minuti d’anticipo, dopo aver già nelle gambe un bel po’ di riscaldamento: è evidente che ad Imperia i forestieri devono mettersi l’auto in tasca, perché non si trova un buco libero manco a pagarlo, nel vero senso della parola! Pieni anche i parcheggi a pagamento. Così vago senza meta e, stufa, abbandono la Opel in luogo del tutto abusivo, copiando l’idea già nata da un altro indisciplinato come me. Mi fiondo alla stazione, sperando di ricordarmi il luogo del delitto domenica sera: prendo qualche punto di riferimento, onde evitare di girare altri dieci chilometri per Imperia.
Una telefonata di Lorenzo precede di pochi minuti la discesa del manipolo di eroi: un gruppo di variopinti soggetti fasciati di tutine aderenti, una delle tante ragioni per cui amo questo sport, e carichi di zaini di dimensioni contenute ma decisamente densi, non può che essere il mio gruppo. Veloci presentazioni: qualcuno lo conosco già, qualcuno è una novità. Siamo, per ora, in otto: oltre a me onnipresente, ci sono Lorenzo alias capo spedizione, Isacco, Alessandro alias Cesare, Mario alias Scion, Stefano, più un podista di Monza ed uno di Bologna di cui, ahimé, non ho memorizzato subito i nomi e non ho poi osato richiederli. A mia parziale discolpa, però, del corridore bolognese mi stampo subito in mente i begli occhioni chiari ed il sorriso buono; non me ne vogliano i miei quattro lettori, ma che posso farci se a me, anche nei momenti più drammatici, inevitabilmente l’occhio cade? “I’m only human – of flesh and blood I’m made”, canta una splendida canzone di qualche anno fa, con piena ragione.
Alessandro distribuisce, gentilissimo, le copie della mappa e dell’altimetria del percorso, oltre ad una bella bandana colorata per ogni partecipante. Ci attende alla stazione un pulmino messo a disposizione, gratuitamente, dalla Riviera Trasporti, con tanto di autista simpatico e disposto alla chiacchiera: gli toccherà, dopo averci scaricati al Colle di Nava, una bella gita andata e ritorno a Genova. Quante ore al volante, non l’invidio.
Il pulmino s’arrampica su per il Nava con il favore delle stelle, mentre tra i sedili si rompe il ghiaccio e si fa un po’ di conoscenza, con l’emozione di una classe di scolari in gita. Domani, domani. Scopro con sorpresa che gli altri, come me, stanno appena appena realizzando adesso quel che ci attende. E’ proprio vero: fino a ieri, 150 non era che un freddo dato numerico per indicare la distanza del nostro percorso; in questo momento, 150 diventa in un attimo la misura della nostra fatica, degli infiniti passi, degli zaini che tormenteranno le nostre spalle per tante ore, del male alle gambe, dei muscoli sfiniti. Forse forse, azzarda qualcuno, la soppressione della prima tappa non è del tutto una sciagura, anzi!
Già il viaggio su ruote ci riserva un vero brivido: in piena curva cieca, ci sorpassa sprintosa una Panda bianca che poi, poco avanti a noi, mostra una netta predilezione per la permanenza prolungata nella corsia di marcia opposta a quella canonica. Che sia un Inglese in vacanza, un po’confuso? No… Superiamo a nostra volta la Panda che si ferma davanti ad una casetta; alla guida c’è un’arzilla signora dei primi del Novecento, sul volto un’espressione truce che non ammette repliche.

Al Colle di Nava, la temperatura non è più così piacevole com’era ad Oneglia. Brividi… Sul piazzale dell’Albergo “Da Lino”, la nostra cuccia per la notte, salutiamo il simpatico autista. Attraverso i vetri della veranda, si agita la fiamma di una stufa a legna: che meraviglia, mi ci voglio sedere sopra, quando si va a tavola! I gestori dell’albergo sono alla mano, decisi, senza fronzoli, proprio come piace a me che detesto i convenevoli. In un attimo ci ritroviamo nelle rispettive stanze e poi nella veranda, adattata a sala da pranzo, ad attendere gli altri tre colleghi che arriveranno tra poco, direttamente qui. Tutto ciò a spese dei pacchetti di grissini, fagocitati in pochi minuti. Anche di uno di loro ho scordato il nome… Mi attirerò gli strali! Gli altri due sono Roberto e Sabrina, due personaggi che, a giudicare dall’aspetto fisico, di chilometri ne macinano, e tanti anche! Sabrina quest’anno si lancerà nella Petite Trotte à Leon addirittura; tanto di cappello!
Il primo, piacevolissimo pensiero che mi spunta in mente partecipando alla tavolata è proprio questo: ho intorno a me persone che, sulle loro gambe, han combinato cose che voi umani non potete immaginare, eppure son persone di una semplicità ammirevole; nessuno che parli di tempi, di risultati, di prestazioni, che cerchi di prevaricare l’altro con le proprie follie sempre “un po’ più folli”. E sì che ne avrebbero da vendere, di ragioni per “tirarsela”. Ed è molto strano che io mi senta, stasera, perfettamente a mio agio, io che detesto di tutto cuore i momenti conviviali ed in generale il chiasso, le occasioni di aggregazione, da cui abitualmente mi tengo ben lontana, a costo di far sempre la figura dell’orso. Sto bene proprio perché sono in compagnia di persone che non mi fanno sentire fuori posto, anche se ne ho di strada da fare, in tutti i sensi, per raggiungere il loro livello. E poi anche perché stasera posso poltrire ed abbuffarmi senza rimorsi, visto quel che mi attende domani. Peccato solo per la clamorosa violazione della mia regola vegetariana: ci avevo pensato, nei giorni scorsi, ma non ho osato rompere le scatole agli albergatori con richieste di piatti particolari; trovo che chiunque possa avere le proprie fissazioni, ma non anche infliggerle al prossimo. E poi, siccome io ho sempre bisogno di un punto di riferimento, non posso che essere lieta di averne già trovati, stasera a tavola, almeno due. Uno, va bè, lo sapevo già, è Lorenzo, che ha il carisma della guida e poi, pur essendo da un lato il più matto dei matti, è una persona affidabile, con cui, dovendo decidere un’uscita in montagna, so già che non sarei condotta in situazioni non adatte alle mie capacità. L’altro è Mario, alias Scion, mai soprannome fu più azzeccato: se gli mettessi addosso uno smoking, avresti immediatamente lo 007 più famoso del mondo! Persona, anche lui, molto pacata, affabile; spero non si offenda se gli dico che mi dà la sensazione di un papà paziente e buono… Chiacchiere podistiche, si parla della Petite Trotte, come gestirla, come equipaggiarsi, si parla delle varie altre corse in calendario, passando dal primo al secondo al contorno al dolce al caffé. Però è palese che io non ho il fisico per queste imprese: alle otto e mezza già mi tocca tener su le palpebre con gli stecchini… Mezz’ora dopo, butto la testa sul cuscino ed entro in coma.

Sveglia alle quattro ed è il gran giorno. I gestori dell’albergo, disponibilissimi, ci fan trovare la colazione pronta alle quattro e mezza: croissant, plumcake, cappuccini, the, caffé, per tutti i gusti. Che levataccia, poveretti: già solo per questo, ci ricorderemo di loro! A tavola, qualcuno annuncia di aver visto in cielo le stelle: mah, speriamo bene, confidiamo in un errore del meteo che, una volta tanto, sarebbe salutato con gran gioia. Ma quando, titubanti, usciamo sul piazzale, scopro che, purtroppo, non fa gran freddo. Purtroppo, perché, se alla quota del Colle di Nava, alle cinque del mattino, ci son quattro gradi a marzo, significa che ci son le nuvole. Infatti qualche sparuta stella si vede, sì, ma son poche, e per poco. In compenso, per ora la combriccola è allegra, sveglia ed ha voglia di scherzare. Si attende solo più l’ultimo componente, bloccato in camera a causa di uno spiacevole imprevisto: il povero Alessandro è impegnato in una strenua lotta con la fettuccia dei pantaloni, da cui esce, distrutto dalla fatica, qualche minuto più tardi. Foto di gruppo davanti all’albergo e via, tra uno schiamazzo ed una risata, si parte. Spero che l’ecosistema della valle non riporti danni dal passaggio di quest’orda di undici barbari… E che a nessun autoctono venga in mente di spianare la carabina dalla finestra. Ne avrebbe pieno diritto!

Percorriamo qualche centinaio di metri della strada asfaltata che sale al Nava; troviamo, sulla sinistra, il simbolino bianco e rosso con la scritta “AV”, Alta Via: è la nostra. Ci incamminiamo lungo una stradina ancora asfaltata in mezzo alle poche case del paese; già tentenniamo di fronte ad alcuni bivi… E, in men che non si dica, ci ritroviamo, dopo un lungo giro verso sinistra, quasi al punto di partenza, dietro l’albergo. Ok, abbiamo scherzato, dietrofront… Ma il segnale AV non l’abbiam più visto! Presto svelato l’arcano: è stato probabilmente cancellato nel corso della ristrutturazione del muretto di contenimento di una casa posta proprio sull’angolo del nostro bivio. Roberto schizza su per la rampa, in avanscoperta, e conferma l’ipotesi; tutti di qua. Turbiamo il sonno di alcuni cavalli ricoverati nei box accanto alla casa, poi su per il sentiero, in mezzo ai tentacoli dei rovi ed ai rami spezzati che ricoprono il terreno. Intanto la luce già si fa vedere, rivelando però un triste cielo grigio. Individuare i segnavia non è semplicissimo nemmeno per i montanari più scafati della compagnia: tocca fare qualche deviazione per la ricerca. Forse qualche pennellata qua e là in più non guasterebbe. Io patisco, come sempre, la partenza; ci vorrà un bel po’ prima che il fiatone si plachi ed il cuore accetti l’idea che oggi c’è da far fatica. Per ora, soffio come una locomotiva ed ho difficoltà ad inseguire il passo del capocordata, cosa che per me è una vera necessità. Se cammino in pole position o quasi, mi sento tranquilla e fiduciosa; se devo mantenere la distanza da chi mi precede, senza farmi staccare, mi affanno, mi preoccupo, ecco adesso li costringo ad aspettare, ecco mi faccio staccare…
Mentre litigo con le lenti degli occhiali che si appannano, il gruppo tracima sulla strada asfaltata che sale da Ormea al Colle Caprauna. I corridori in montagna veri, duri e puri, detestano l’asfalto; prova del fatto che io non appartengo alla categoria, a me invece camminare sull’asfalto non solo non risulta sgradevole ma, anzi, molto rilassante. Prendo subito il mio passo, che suscita qualche bonaria protesta: non ho intenzione di staccare nessuno, tutt’altro, so benissimo che chiunque, qui intorno, può farmi mangiar la polvere come e quando lo desidera. Però, per me, conquistare un’andatura regolare, soprattutto all’inizio del viaggio, è importante, sia per una questione di testa che di gambe. Detesto le pause ed i cambi di ritmo, che mi fanno tanto tanto bibi ai garretti! Ma non sempre si può far come si vuole, soprattutto se si viaggia in comitiva. Al colle, Isacco ed io, che abbiamo preso un po’ di vantaggio, subiamo poi le provocazioni scherzose del gruppo, che, in compenso, rispetto a me, guadagna in discesa. Scendiamo ancora per asfalto, lungo il bosco, prima di faggi ancora desolatamente spogli, poi di conifere. Unici segni della primavera, qualche ciuffo di primule selvatiche e qualche gemma, le sole chiazze di colore in mezzo al grigio del cielo che tinge di grigio anche l’aria e le montagne. Abbandoniamo poi la strada in favore di un bel sentierone ampio, ciottoloso, sulla sinistra, su cui non tardiamo a trovare la neve. Lingue di neve che scendono dalle pareti di roccia e dai pendii boscosi; per fortuna è neve che regge il nostro peso, ma io già m’innervosisco, perché sulla neve non so camminare. Non riesco a stare in piedi, scivolo di continuo ed ho anche dimenticato i bastoncini; mi affanno perché qui non c’è verso di tenere il passo dei miei colleghi.
Breve pausa in un’ampia curva sotto un pendio carico di neve: Lorenzo fa notare come quella che stiamo percorrendo non sia la strada alta in origine prevista, indica qualche punto indefinito lassù in mezzo alle nubi, impossibile da raggiungere con l’equipaggiamento di cui disponiamo, e comunque troppo pericoloso in discesa.
Intanto si sono abbassate le nuvole: ora ne siamo avvolti. La nostra marcia sulla neve si arena in uno spazio di pochi metri quadri d’erba secca e rocce. Da qui in poi, non sappiamo più dove andare. Lorenzo, Roberto e Sabrina si dividono in varie direzioni, spariscono nella nebbia, poi riappaiono, più e più volte, a caccia di segnali o tracce di precedenti passaggi; il resto del gruppo rimane sul cocuzzolo. Il vento gelido ci sferza; la pioggia, tanto temuta, arriva. Nel giro di pochi istanti, raggiungo lo stato fisico del surgelato: approfitto della pochissima mobilità che mi resta nelle dita, gonfie e livide, per indossare la giacca impermeabile. Non ho, come gli altri, il coprizaino, ma ho riposto gli indumenti in borse di plastica chiuse alla meno peggio, speriamo che basti.
Lo spettacolo è inquietante: a quanto pare, non si riesce a capire da che parte si debba proseguire. Vorrei essere in qualche modo d’aiuto, ma credo di far molto meno danno restando qui: con il terrore della neve che ho, e con questa nebbia, se mi allontanassi rischierei di farmi male e non riuscire più a capire dov’è che devo tornare, mettendo nei guai me stessa e gli altri. Vigliacca come sono, se fossi sola, per me qui la scelta sarebbe unica: riprendere il sentiero con cui siamo arrivati qui, tornare indietro ed andar da qualche altra parte, con buona pace dell’Alta Via. Mi sforzo di assorbire un po’ della calma olimpica che aleggia tra i miei compagni di viaggio, per i quali la situazione sembra la più normale del mondo. In effetti probabilmente è vero; è abbastanza normale trovarsi in questa condizione. Ridono e scherzano, loro: io taccio e mi sforzo di limitare il tremore. Ho una paura dannata, non riesco a trovare conforto, perché vedo che neppure Lorenzo e Roberto riescono a raccapezzarsi. Se la mia guida si perde, mi perdo anch’io, d’animo prima che di direzione! Chi consulta il GPS, chi armeggia con bussola e cartina, interminabili minuti di vento che s’infila nel colletto, di mani congelate, piedi ormai zuppi di neve, peggio che mai. Ho paura.

D’improvviso il gruppo si muove, dietro ad una traccia che io stento a vedere. Vorrei frenare il panico, ma qui è peggio, qui non c’è più scampo, solo neve; i primi della fila si allontanano. Io incespico ad ogni passo. Calma Gian, per carità, calma. Non puoi venir qui a crearti e creare problemi per una fesseria. Probabilmente questa è una fesseria, non sei mica in mezzo a degli irresponsabili! Se tu non ti sai orientare, son problemi tuoi. Infatti, poco dopo, qualcuno strepita; dalla nebbia fitta emergono alcune frecce ed un tabellone con la mappa. Eureka. Ancora avanti, ancora neve; a me ogni passo costa una fatica enorme, nonostante lo sforzo di concentrazione che sto spendendo. Non guardare avanti Gian, chissenefrega se loro non si vedono più. Dietro c’è ancora qualcuno, e poi tu non devi seguire le persone ma le loro tracce fresche nella neve. Un passo, un altro, via. Finirà prima o poi, dovremo pur scendere e levarci da questo inferno.

Il gruppo si arena in mezzo al pendio. Probabilmente siamo troppo in alto rispetto alla quota del passaggio previsto; siamo oltre 1.500 m. Dinuovo qualcuno si cimenta nell’opera di esplorazione dei dintorni; la traccia a quanto pare non si vede più. Non appena mi fermo, però, quello che prima era un leggero malessere arriva quasi a prendere il sopravvento; ho la testa che gira, sento le voci degli altri lontane, che rimbombano. Vorrei sedermi un attimo su una delle poche rocce, ma è meglio di no; altrimenti finisco per stramazzare e far prendere un accidente a chi mi sta intorno. Calma Gian, stringi i denti, sì ma per favore ripartiamo… Ci muoviamo in una certa direzione; ormai non mi domando più il perché, ma seguo come fanno i pecoroni. Passiamo accanto ad un’antenna, tenuta su da alcuni tiranti; raggiungiamo quello che sembra un cocuzzolo, poche pietre in mezzo alla nebbia, poi scendiamo un po’ in mezzo ad un bosco. Passiamo con sorprendente rapidità dall’ottimismo al più nero sconforto; ormai ogni pochi metri ci accatastiamo, col vento che soffia sempre più gelido e rabbioso e la nebbia che ci avvolge senza speranza. Segnavia se ne trovano, uno ogni tanto; il guaio è che non si riesce in alcun modo a collegarli l’uno all’altro. Prima su, poi giù, poi ancora su, poi dietrfront, per tratti sempre più brevi. Ogni sosta è un dramma per la mia nausea che sale; non so se sia solo paura o che diamine. Ho perso completamente il senso dell’orientamento, quel poco che di norma ho: se dovessi tornare al sentiero noto, adesso, non saprei proprio da che parte girarmi. Qualcuno fa notare che basta seguire le tracce a ritroso: non credo sia così facile, soprattutto per il fatto che i vari giri alla ricerca di una possibile direzione hanno lasciato tracce nuove che potrebbero confonderci. Ovviamente, dall’alto, o dal basso, della mia ignoranza di cose di montagna, taccio e mi limito a pendere dalle labbra di chi sa; però, quando Stefano suggerisce di tornare alla strada, non posso che aggrapparmi alle sue parole. La prima volta, il suggerimento cade nel vuoto: del resto, capisco benissimo la posizione di Lorenzo, a cui immagino spiaccia tantissimo abbandonare la sua creatura. Così come spiace tantissimo anche a me, che tenevo davvero tanto a questi due giorni. Ma una cosa del genere, chi se la sarebbe immaginata? Tutta questa neve, questo freddo, questa nebbia? Ancora qualche giro a vuoto, poi si decide di seguire l’ipotetica direzione indicata dagli ometti di pietra: se ne vede qualcuno in giro… Peccato che, ripassato il cocuzzolo con incedere questa volta sicuro, ci ritroviamo accanto all’antenna di prima. Anche qui, io sono completamente in balia degli eventi; avrei giurato che questa fosse un’altra antenna. Ennesimo dietrofront, procediamo sempre nella direzione degli ometti, ma nell’altro verso. E ci troviamo a risalire un pendio ripido con la neve che non cede di un millimetro. Panico, io qui non sto proprio su; ad ogni passo cado a terra e non riesco a far presa per frenare, nemmeno quando il buon Mario, impietosito, mi elargisce uno dei suoi bastoncini. Qui è panico assoluto, io non vado da nessuna parte, non è cattiva volontà ma proprio non ce la faccio. Quasi mi scoppia il cuore, ma per la gioia, quando Lorenzo getta la spugna e decide per l’unica soluzione che ormai anche a lui pare possibile: tornare al sentiero, tornare giù. Non me lo faccio dire due volte, mi levo dalla scomoda posizione, guadagno la posizione eretta e via. Ci ritiriamo dopo aver conquistato per ben quattro volte in un’oretta la vetta del Monte Dubasso: record che credo pochi alpinisti possano vantare! Si riparte ed io seguo, fiduciosa che qualcuno, da qui, sappia come tornare indietro.

Mi dispiace: questo significa che le tappe, almeno così come erano state concepite, vanno all’aria. Non raggiungeremo mai il Melogno per l’ora di cena, anche perché ormai abbiamo perso troppo tempo girando a vuoto; inoltre, non esiste, o meglio non conosciamo alcuna alternativa di sentiero che permetta la traversata restando a quota più bassa. Che si può fare? Cavoli, immagino lo stato d’animo di Lorenzo. Tanto lavoro per questa splendida iniziativa et voilà, una dannatissima giornata di maltempo che arriva e butta tutto all’aria. Lui ci ha creduto e speso tempo ed energie; posso capire quale sia il dispiacere. Già è grande per me che comunque ho portato qui solo il mio entusiasmo, come, immagino, tutti gli altri. A maggior ragione, ammiro la sua saggezza nel decidere di tornare indietro ed evitare rischi: la rinuncia è qualcosa che costa carissimo e non è da tutti avere la lucidità di ammetterla. Non ce l’hanno, a volte, nemmeno i più grandi alpinisti.

Torno a pestare le tracce di prima, a cuore molto più leggero; il malessere ora è sparito, segno che nasceva proprio solo dalla paura. La fatica della camminata è un po’ meno sgradevole, ora che so dove sto andando e so che tra non molto la neve finirà. Pian piano, dalla nebbia spuntano i riferimenti di prima, la tavola di legno, le frecce accanto a cui ci fermiamo ancora un attimo, sconsolati, a ripeterci “eppure si va di lì…”.

E’ ora di pensare ai programmi alternativi. Tornare al Nava, andare ad Ormea e scegliere un itinerario di lì? Oppure scendere, sempre dal Nava, verso il mare? Le proposte si susseguono, finché Lorenzo,instancabile, ha un’idea: si potrebbe andare ad Ormea, da lì prendere il treno per Ceva e da Ceva il treno per Savona; fermarci al Colle di Cadibona e da lì riprendere l’Alta Via, verso il Passo del Giovo, da lì al Beigua e poi ad Arenzano. L’idea si definisce e circola. Per me va benissimo; in ogni caso, almeno per portare il mio sostegno morale, per quel che può valere, seguirò la scelta di Lorenzo, qualunque sia. Riprendiamo il sentiero, torniamo a superare le lingue di neve che, per fortuna, a ritroso son sempre più piccole, finché finiscono. Ed è qui che, da perfetta cretina, riesco a farmi male nel più stupido dei modi possibili: cammino chiacchierando, senza guardare dove metto i piedi; m’inciampo in una pietra e volo a faccia in avanti sulle pietre. Non so per quale strano caso del destino, quello che allunga a dismisura i momenti che, per chi sta a guardare da fuori, sono brevissimi istanti; mi dico di buttar le mani in avanti e così faccio, riuscendo a riparare il volto. Però, per contro, picchio il ginocchio destro in pieno contro una pietra. Spelacchiato, di sicuro, ma soprattutto pesto: fa un male boia, tanto che mi serve qualche secondo a denti stretti prima di trovare il coraggio per rimettermi in piedi. Non so se sia più il male o la rabbia per la figuraccia da idiota… Ma non voglio nemmeno guardare cosa sia successo; riparto zoppicando, con la coda tra le gambe, sperando che il dolore sia una cosa passeggera, nonostante i compagni di sventura, gentilissimi, mi offrano ogni possibile articolo da pronto soccorso. Così facendo, si arriva all’incrocio con la strada asfaltata che va al Caprauna. Si pone il problema di avvisare il ristorante che avremmo dvuto raggiungere in serata, a cui, a questo punto, non arriveremo mai: Lorenzo non ha il numero a portata di mano, ma ci pensa Roberto; come dice la pubblicità… Basta chiamare l’892424! Contrariamente alle mie funeste previsioni, di là, al ristorante “Din”, non solo non si arrabbiano, ma replicano dicendo che se l’aspettavano. Del resto il cielo l’han guardato anche loro, probabilmente. E forse lì ha cominciato a piovere già prima: qualche telefonata alle consorti dei presenti ci ha fatto sapere che, più a Levante, piove già da un po’.

La salita al Caprauna è mesta e silenziosa; io sono ancora tutta presa dal mio ginocchio pesto, che spero smetta presto di far male; chissà, forse scaldandosi un po’… In ogni caso, ho una scorta di antiinfiammatori in dosi da cavallo; se proprio la situazione dovesse peggiorare, li prenderò. Però, almeno per questo tratto, devo lasciar fuggire chi va più forte di me; di inseguire proprio non c’è verso. E il Caprauna non arriva mai… Ci supera un solo, coraggiosissimo ciclista, diretto con buon passo alla vetta; ecco, no, non lo invidio, proprio per niente. Soprattutto perché, tra poco, gli toccherà la discesa, che bici, in questi casi, è molto peggio che a piedi, e molto più pericolosa.

Al Colle di Caprauna ci fermiamo per radunare il gregge, poi giù, un paio di tornanti ed un improbabile taglio in mezzo al bosco, che a me richiede certo più tempo di quello che avrei impiegato seguendo l’asfalto. Il ginocchio urla, ma faccio finta di niente.
Al bivio con il sentiero che conduce al Nava, ci separiamo dai tre colleghi che ci hanno raggiunti in albergo ieri sera, già con l’intenzione di percorrere solo la prima delle due tappe. Tornano diretti verso l’auto. Restiamo in otto a confabulare: Stefano ed Isacco non sono convinti… Non ho ben capito quale sia la loro intenzione, ma non sono evidentemente entusiasti all’idea di scendere ad Ormea ed imboccano anche loro, con un po’ di ritardo, il sentiero verso il Nava. Rimaniamo in sei superstiti: via, si scende verso Ormea, senza altri indugi. Lorenzo frigge, dà il via alla corsa, e dietro tutti gli altri; io faccio quel che posso, ma perdo molto terreno. Non sono mai stata capace di mischiare le due discipline, la corsa e la camminata in montagna; sono pesante e poco allenata a questo genere di sport, quindi le gambe ne risentono. Sono irrigidite, imballate; la mia corsa si riduce a sollevare i piedi appena un po’ più che nella camminata. Mi trovo molto meglio quando riesco ad impostare una marcia veloce, ma costante, molto meno traumatica per le ginocchia e per tutto il resto. Per fortuna, il gruppo alterna tratti di corsa ad altri di pietà. E la strada è lunga, almeno cinque chilometri dal colle al bivio di fondovalle a Cantarana, più altri quattro o cinque fino ad Ormea. Cerchiamo un sentiero alternativo che ci permetta di evitare l’asfalto, ma non c’è verso, ci tocca proprio scendere di qua. Marcio il più in fretta possibile, per limitare lo strazio di chi vorrebbe correre ed invece è costretto ad aspettarmi; per fortuna, i colleghi non sembrano avere intenzioni bellicose; si adeguano, chiacchierando del più e del meno, con ritrovata allegria.
La strada ad un tratto inverte la pendenza, con qualche centinaio di metri in risalita, forse una cinquantina di dislivello. Proprio prima della salita, c’è un bivio sulla destra: che porti ad Ormea? Proviamo ad imboccarlo, tanto oggi siamo in vena di esperimenti; raggiungiamo in un attimo una piccola frazione, in cui c’è persino qualche traccia di vita: due coniugi ed uno splendido San Bernardo. Io ormai vado come le macchinine a carica; proseguo senza chiedermi perché e per dove. I compagni, saggiamente, si fermano a chiedere lumi. No, la strada non va ad Ormea, muore qui tra le case. C’è un sentiero che valica il costone della montagna, ma non si sa bene dove passi. Forse è meglio tornare sulla strada principale… Ci torniamo, tagliando però per il sentiero che si stacca dalla chiesetta; arriviamo direttamente in cima alla risalita. Da lì si vede già il bivio di fondovalle; in un attimo siamo al garage del gatto delle nevi ed al ponte. Anziché passare lungo la strada del Nava, però, optiamo per un sentiero che corre parallelo, restando dall’altra parte del torrente: peccato però che, per imboccarlo, tocchi guadare un piccolo ma impetuoso torrentello affluente. C’è un punto in cui il passaggio è possibile, a patto di mettere i piedi a bagno, ma questa ormai non è più una novità; dopo qualche esitazione, tento il gran salto, finendo a bagno per metà io ed infliggendo una doccia non richiesta al corridore bolognese che mi ha offerto una mano. Pazienza, tanto siamo già bagnati per la pioggia, che fin qui non ha smesso un attimo, pur concedendoci la grazia di scendere lieve lieve. Ora tende a rinforzare. Ci godiamo la marcia lungo il Tanaro, impetuoso e di un bellissimo colore verde; prima lungo il sentiero, carico di rami di pino spezzati, poi lungo il sup prolungamento, che diventa pista ciclabile asfaltata, con tanto di corsie e linea di mezzeria ben definita. C’è già chi ha provveduto a chiedere per telefono alla consorte gli orari dei treni: pare che ce ne sia uno all’una e mezza da Ormea; ce la dovremmo fare. Marcio di buon passo, ma oppongo strenua resistenza passiva a qualsiasi iniziativa di corsa: no, non ce la faccio, e poi con la prospettiva di dover camminare ancora cinquanta chilometri… Non se ne parla nemmeno! Se mi rovino i muscoli del tutto, poi è fatta, non vado più avanti.

Di lì a poco siamo ad Ormea: Lorenzo sa dov’è la stazione, perfetto, un problema in meno. Attraversiamo il paese, silenzioso ed immobile forse data l’ora di pranzo; una simpatica famiglia raccolta intorno a tavola sotto la veranda di un camper ci invita a partecipare al convivio: rifiutiamo gentilmente ma, un attimo dopo, finiamo in pieno nella corrente di profumo delle costine e ci pentiamo amaramente del rifiuto… Anch’io, che ai buoni propositi vegetariani in questo istante antepongo l’istinto di sopravvivenza. Comunque, indietro non si torna, quindi procediamo per il centro del paese. La stazione dei Carabinieri, poi quella del treno, col binario che va a morire proprio lì. Ci affianca con gran colpi di clacson un’auto: sto per mandarli al diavolo… Ma sono i tre compari che abbiamo salutato sul Nava. Di Stefano ed Isacco non hanno più notizie; avranno scelto una terza soluzione, chissà. Credo proprio che sappiano cavarsela!

Pochi minuti dopo, arriva la corriera, che, abbiamo appena scoperto, sostituisce il treno. Litighiamo furiosamente con la macchinetta automatica che emette i biglietti, ma, in un modo o nell’altro, riusciamo a salire a bordo, grazie anche alla cortesia dell’autista. Ed un mega grazie anche ad Alessandro che, premurosissimo, mi presta l’Amuchina spray e la benda per medicare un po’ il ginocchio martoriato: improvviso un’operazione di primo soccorso sul sedile; con la benda, la situazione ha già un aspetto migliore. La parte offesa è gonfiata e fa male; aspetto solo di mettere qualcosa di sostanzioso sotto i denti, poi prenderò una pastiglia di antiinfiammatorio. Non sarà una botta a rovinarmi la giornata!
Ci distribuiamo tra i sedili, silenziosi ed un po’ assonnati. Per un po’, seguo la strada, poi mi addormento: meglio così, almeno non corro il rischio di patire il bus, che per me è un classico. Mi sveglio solo a Ceva, quando l’autista, gentilissimo, incrocia il pullman di un collega diretto a San Giuseppe di Cairo e ci permette di fare il trasbordo “al volo”. Il secondo autista ci avvisa che, svolgendo un servizio di sostituzione della linea ferroviaria Ceva – Sale Langhe – Savona, interrotta per lavori, dovrà fare tutte le fermate, con un paio di deviazioni rispetto alla via diretta Ceva-San Giuseppe. Nessun problema, siamo già fortunatissimi così! Un certo viavai di studenti, dall’aspetto un po’ trasandato come impone la moda di oggi, ma dal parlare discreto e ben educato. Si sente, che siamo in mezzo alle Langhe e non nella grande città. Scendendo, salutano l’autista con una cortesia che quasi mi suona inaudita, pensando ai branchi di ragazzotti stupidi, chiassosi e volgari che sciamano davanti casa, sotto il viale, all’orario di chiusura delle scuole.

A San Giuseppe, scendiamo dal bus più infreddoliti che mai, sotto una pioggia battente. L’autista ci indica, qualche centinaio di metri più avanti, la rotonda dove ferma la corriera che porta a Savona. Facciamo appena in tempo a comprare i biglietti in tabaccheria, che il bus arriva e ci inghiotte. L’ultima traversata prima di ripartire a piedi, al Colle di Cadibona. A questo punto, non ci resta che guardare la pioggia che picchia sul parabrezza del bus, scrutare il cielo che proprio non sembra concedere la minima speranza. Il progetto è sempre lo stesso, dal Cadibona al Giovo al Beigua, in teoria. Nessuno fiata, ma credo che tutti, come me, si stiano chiedendo se sarà davvero possibile. Nessuno traduce in parole il dubbio che esprimono gli occhi. Beh dai Gian, in fondo non stai mica andando al patibolo. Ci sarà sempre un momento per fermarsi e rinunciare, se le cose proprio dovessero mettersi male.

Al Colle di Cadibona scendo con un certo mal di testa; l’autobus ha colpito… Spero almeno che la pastiglia di antiinfiammatorio, presa alla fine senza più aspettare, faccia effetto in fretta. Ci incamminiamo verso Altare, ripassando le gallerie, alla ricerca di un locale dove potersi rifocillare con qualcosa di caldo e vestire un po’ meglio per affrontare quello che ormai, senza più scuse, si può solo chiamare diluvio. Ci attendono circa dieci chilometri di asfalto prima del punto in cui l’Alta Via riparte sotto forma di sentiero; lì dovremo decidere, in base alle condizioni nostre e del meteo, se sia meglio infilarsi nel bosco o procedere verso Pontinvrea sull’asfalto.

Pizza, cioccolata calda, caffè, all’occorrenza anche corretto, mentre la giovane barista ascolta incuriosita il racconto delle nostre vicissitudini e dei nostri progetti, e gli altri avventori osservano quest’orda di barbari umidicci con il timore reverenziale che si riserva alle bestie feroci del circo. Si riparte dopo una mezz’oretta, cambiati ed intabarrati come omini Michelin, anche se calze e scarpe sono zuppe ormai da un po’. In marcia per tanti, interminabili chilometri di asfalto, che in questa circostanza arrivo addirittura a benedire: se sulla strada corrono i torrenti, posso solo immaginare in che condizioni siano i sentieri. I segnali bianchi e rossi “AV” ci accompagnano, come la pioggia ed i carrellini del carbone appesi sopra le nostre teste, poco oltre Altare; a tratti, sembra che qualcuno si stia divertendo, con sadico accanimento, a rovesciarci addosso secchiate d’acqua fredda. E il vento che ci sferza appiccicandoci addosso gli abiti bagnati, facendoci rabbrividire nonostante la protezione già eccezionale offerta dai tessuti tecnici. Non finirò mai di ringraziare San GoreTex Paclite… Chilometri, chilometri ed ancora chilometri, con le auto che ci sorpassano con circospezione, i passeggeri inscatolati che ci osservano strabuzzando gli occhi e ripromettendosi di non toccare mai più un goccio di alcool. Seguo sempre, per istinto, la mia guida, anche se ogni tanto bisogna giustamente rallentare ed aspettare chi resta indietro; stavolta, la ragione della furia camminatoria è il freddo: solo camminando di buona lena si riesce a scaldarsi, appena un po’; non appena ci si ferma, il freddo morde ferocemente le ossa. E più procediamo, più ci bagniamo, più abbiamo freddo. Nonostante tutto, si spera ancora e si parla ancora di Beigua, di tempi di salita, di discesa su Arenzano; io non sono convinta, ma è proprio per questo che ho affidato, in cuor mio, qualsiasi decisione a chi ne sa di più. Se qualcuno ci va, ci vado anch’io, anche se ho paura, anche se non me la sento, anche se sono disfatta, forse più dai disagi e dal freddo che non dalla fatica della marcia, anche se di certo mi metto nei guai.

Al bivio con il sentiero, altra piccola ma necessaria sconfitta; stiamo viaggiando ancora in mezzo alla nebbia ed al vento rabbioso; sarebbe da folli buttarsi nel bosco, a rischio di perdere il sentiero e finire, stavolta sul serio, in una brutta situazione. Tiriamo ancora avanti, ostinatamente, fino alla borgata di Ferriera: non c’è nulla che possa esserci di aiuto, qui, ma già la sola vista di qualche finestra illuminata porta un po’ di conforto. Ancora marcia, ancora pioggia, mentre son passate le sette ed il buio ben presto cala su di noi. Non serve la luce frontale; la riga a bordo strada si vede lo stesso. Notte, ancora avanti, le luci delle auto sfumate dall’effetto degli scrosci d’acqua; torrenti, pozzanghere, mani che non si sentono più, dita gonfie da far male, schiaffi del vento. Non ho più la cognizione del tempo né del luogo; potrei essere ovunque, in qualsiasi momento della notte, ed ho smesso da tempo di chiedermi perché. L’unico comandamento adesso è camminare, più forte possibile per vindere il freddo. Camminare, camminare, mentre Lorenzo, Mario ed il podista di Monza prendono un po’ di vantaggio, mentre Alessandro ed il Bolognese restano indietro. Ciascuno perso nei propri pensieri, ciascuno in fuga dalla paura, perché ormai sono certa che anche i miei compagni, forse meno di me, stiano ricacciando indietro un po’ di paura. Non abbiamo più modo di difenderci dal freddo, ora che tutto quel che avevamo l’abbiamo indossato; a me, poi, le dita delle mani non permetterebbero di fare nulla, assolutamente nulla. Mi tornano alla mente i racconti delle imprese alpinistiche estreme, scalatori che arrivano ad avere le mani inservibili, e non certo con la temperatura in assoluto non troppo fredda che c’è questa sera. E sale lo sconforto, la paura di quel che seguirà dopo l’asfalto. A me, salire al Beigua in queste condizioni sembra un’assurda follia. I sentieri saranno in uno stato indescrivibile di fango; non si vedrà nulla, magari c’è anche il rischio di perdere la strada, e poi? Un groppo in gola, la stanchezza che mi assale. Non rinunceranno mai, e certo non posso rinunciare io. Però, ancora una volta, mi tocca ammettere che non sono proprio fatta per le imprese estreme. Che diamine, c’è gente che realizza avventure impossibili con qualsiasi tempo… Io patisco il freddo in modo esagerato, freddo e paura, perdo il controllo per un nonnulla.

Smarrita tra questi foschi pensieri, alzo lo sguardo e vedo i tre che mi precedevano, fermi e schierati in attesa. La sentenza finale: troppo pericoloso andare al Beigua; conviene scendere a Stella ed andare al mare, direttamente. Li guardo per un istante stranita: sogno o son desta? A stento trattengo un sospiro di sollievo pari solo allo svuotamento di una mongolfiera… Domani ci sarà spazio per il dispiacere, forse anche per il senso di sconfitta, ma ora no, ora è solo sollievo per lo scampato pericolo. Ancora una volta apprezzo il senso di responsabilità di Lorenzo: in fondo, in qualche modo il capo spedizione è lui; al posto suo, sentirei tutto il peso della responsabilità di questa decisione, ma anche la responsabilità di indurre qualcuno ad un’impresa pericolosa e di dubbia riuscita, anche se, lo so benissimo, siamo tutti adulti e vaccinati. Quel che è certo è che, se lui avesse deciso di proseguire, sarei andata anch’io, perché inspiegabilmente, nei momenti in cui sei con le spalle al muro, talvolta trovi un coraggio folle che ti spinge a fare cose di cui non ti crederesti capace; quindi lo ringrazio di aver messo buonsenso anche per me. Dovremo rinunciare allo striscione che ci avrebbe accolti ad Arenzano, ma pazienza; non è un addio, è solo un arrivederci alla prossima.

La marcia verso Pontinvrea è ancora lunga, ma la affrontiamo da qui in poi a cuore più leggero. L’alternativa che ci si prospetta è comunque tutt’altro che rosea: dal paese a Savona ci saranno ancora, per la via diretta, almeno venti chilometri, senza contare che, da Albisola, dovremo comunque ancora spostarci, io verso Savona a caccia di un treno, gli altri verso Arenzano, alle auto. Ma, in queste circostanze, è fondamentale ragionare per obiettivi intermedi: il prossimo è appunto Pontinvrea, dove speriamo di trovare un locale per rifocillarci e riscaldarci un po’. Ormai che il programma è sbrodolato del tutto, diciamo che non disdegneremmo di saltare su un’altra corriera, se avessimo la fortuna di trovarla, ma ormai è tardi. Le luci di Pontinvrea si vedono già, ma i fari delle auto che ci vengono incontro disegnano una linea ancora lunga a mezza costa. Siamo a circa quattrocento metri di quota, osserva Lorenzo, e fa un freddo siberiano: chissà cosa troveremmo oltre i mille, per giunta in una zona fredda com’è abitualmente il Beigua. Camminiamo, camminiamo ancora, ormai quasi insensibili agli scrosci rabbiosi ed al vento che ci investe in ogni direzione e ci gela la faccia, quasi fosse un male necessario. Non bisogna commettere l’errore di pensare che sia finita, Gian: non è affatto finita, a meno che succeda l’imponderabile. Ma la fortuna questa volta pare volerci dare una mano…

A Pontinvrea giungiamo dopo un’eternità. C’è un bar che pare ancora aperto: il bar “Gli Olmi”. Lorenzo, il podista di Monza ed io entriamo, mentre Mario generosamente si sacrifica ad attendere fuori l’arrivo degli altri due, il Bolognese ed Alessandro, rimasti un po’ indietro. Celestiale visione di una scoppiettante stufa a legna, a cui aderisco immediatamente, a mo’ di cozza. Caso vuole che il barista e Lorenzo si conoscano e si riconoscano: è un attimo, spieghiamo perché siamo qui, spieghiamo cosa ci attende ancora, chiediamo inutilmente di una corriera; il giovane barista non ci pensa su un momento e si offre di accompagnarci giù. Ha un’auto che può contenerci tutti e sei. Quasi stentiamo a crederci… E per poco non esplodiamo in un coro da stadio. Quando basta un solo istante a passare dalla più cupa depressione al colmo della felicità! Ci concentriamo tutti intorno alla stufa, festeggiamo a panini e vino rosso e caffè, diamo sfogo alle macchine fotografiche. Dopotutto abbiamo comunque messo nelle gambe 60 km. C’è solo, per me, un’ombra su tutto questo, ma pesante. Prima che succedesse tutto questo cancan, prima del cambio di programma, avevo lasciato a Matteo le coordinate dell’itinerario, in modo che potesse, da Genova, eventualmente unirsi per un tratto di percorso. Durante il giorno, c’è stato poi un intenso scambio di messaggi, ad ogni cambio di programma. Per fortuna, visto come la situazione stesse volgendo al peggio, nel mio ultimo messaggio ho intimato a Matteo di non muoversi, di non far cretinate, visto che, poco prima, aveva accennato alla possibilità di raggiungerci in bici… Ho precisato che non avrei più dato indicazioni sulla nostra posizione. Ringrazio mille volte d’averlo fatto, perché adesso, accanto alla stufa, sto furiosamente litigando con il cellulare che non si accende più. E non conosco il numero di Matteo a memoria, maledetta fiducia nei mezzi elettronici. Spero con tutto il cuore che non abbia deciso di recarsi ad uno dei possibili punti d’incontro a cui avevamo accennato durante il giorno… Perché poi i piani sono stati stravolti. Spero…

Lorenzo è parecchio infreddolito, non trova pace nemmeno vicino alla stufa. Forse è lui che ha patito più di tutti, anche se io non ero certo gioiosa. Però ora l’atmosfera è bella; ci ritroviamo tutti insieme con la sensazione di scampato pericolo, di allegria finalmente libera di scorrere. Il papà del barista ci mette del suo: un arzillo signore di ottant’anni, dalla battuta prontissima, che scambia aneddoti in genovese e poi fa per me la traduzione simultanea in italiano, anche se ormai, a furia di bazzicare Genova, dove il dialetto pare molto più radicato che dalle mie parti, ho imparato a capire, anche se non saprei mai ripetere, buona parte dei discorsi, almeno nel senso. Che spasso, sia lui che alcuni degli avventori.

L’avventura si conclude sul fuoristrada del barista, che, davvero impagabile, si mette a nostra disposizione e ci porta non solo ad Albisola ma addirittura fino ad Arenzano. Ci salutiamo alle dieci passate, alla stazione: Lorenzo abita qui, gli altri colleghi han lasciato qui l’auto, per me c’è un treno che poco prima delle undici partirà per Imperia. Li saluto frettolosamente e, devo ammettere, con profondo dispiacere, perché basta un giorno così, vissuto intensamente, condiviso con le gioie e le paure di tutti, per creare un legame che è doloroso spezzare. Quasi scappo verso la macchinetta dei biglietti, poi mi abbatto su una seggiola nella sala d’attesa. Tremo; il freddo è tornato a farla da padrone, nonostante abbia indossato tutto quel che ho. Osservo con un po’ di timore il viavai di facce, alcune ben poco raccomandabili, che popolano la stazione, ma il tempo per fortuna scorre in fretta. Il treno arriva, ci salto su, prendo posto, mi addormento stringendo lo zaino; mi risveglio di tanto in tanto per i brividi, ma va bene così, altrimenti rischierei seriamente di restare in carrozza fino al capolinea, a Ventimiglia. Il buio scorre dai finestrini; gente che sale, gente che scende, anche qui qualche individuo dall’aspetto patibolare. Per fortuna, credo di essere, in questo momento, sufficientemente repellente da non dover temere alcuna aggressione. Oneglia, mezzanotte e quaranta, la stazione, un altro chilometro abbondante di pioggia per andare a recuperare la Opel. E poi, contando il cambio dell’ora, sei ore abbondanti di viaggio fino a casa: dal Nava fino a Ceva, m’è toccato fermarmi a dormire almeno una volta ogni cinque o sei chilometri, altrimenti la Opel andava dove voleva lei, sterzava all’improvviso per evitare figure inesistenti in mezzo alla strada o per schivare auto parcheggiate che in realtà erano solo il guard rail. Benedetto il caffé al primo autogrill, benedetta la luce.
Non è stato il Trail dell’Alta Via, ma non è stata una giornata sprecata, questo è certo. Ho vissuto un giorno che valeva la pena d’essere vissuto, conosciuto persone che davvero valeva la pena di conoscere. E poi l’abbiamo già detto: è solo un arrivederci; non ci arrendiamo mica così, noi. Siamo o non siamo trail runners?

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!