27 aprile: giro tra le province di Cuneo ed Imperia

Sono passate da poco le sei e mezza; ci son quattro loschi figuri ed otto ruote pronte e scalpitanti alla frazione Cantarana, lungo la strada statale del Colle di Nava, al bivio per il Colle di Caprauna. Giro la bici verso il colle: uhm, però gli altri son rivolti nell’altra direzione. Che mi stiano pigghiando puù culu? Pare di no… “Da lì arriveremo stasera”, mi fa notare Mik con discrezione. E vabbuò, speravo di poter salire subito, ma pazienza. Mi allineo al resto della banda; si parte, direzione Ponte di Nava. La mattinata è grigia, con le nuvole che avvolgono le cime dei monti; chissà che oggi non si becchi anche una bella lavata… Pazienza, ci preoccuperemo quando sarà il momento.

Da Ponte di Nava svoltiamo a destra per la prima salita, che porta a Viozene, Upega ed alla Colletta delle Salse. Nessuno strappo duro, ma un tracciato che a me piace poco: saliscendi, continui cambi di pendenza. Decido fin da subito che non darò una mezza pedalata più dello stretto necessario: Mik per oggi ha programmato un itinerario assassino, quindi la parola d’ordine è “risparmiare le forze”. Vedo subito i miei colleghi, Mik, Luca e Tita, allontanarsi avanti, ma non importa. Mi distraggo ammirando le cime che cominciano appena a vedere la luce del sole, i pendii ancora carichi di neve. Non c’è nessuno per la strada, non un’auto, niente di niente, prima di Viozene, dove incontro un paio di escursionisti e noto, stese sul parapetto a bordo strada, alcune tute che, credo, appartengono a qualcuno che si diletta di rafting. Pazzi! Probabilmente la stessa identica cosa che pensano loro guardandomi arrancare.


Poi la strada si infila in una stretta gola, bellissima; roccia a picco sopra la testa, faccio un bel po’ di foto. Trovo i miei colleghi appostati all’ombra ad aspettarmi: come faranno a non ibernare?
Man mano che saliamo, la pendenza si fa più severa; a bordo strada compare la neve.


Mi porto avanti col lavoro, in discesa, mentre gli altri si vestono con calma. In realtà è una discesa per modo di dire: da lì a Pieve di Teco ci sono ancora un bel po’ di km di falsopiano, su e giù, insomma, le solite cose che odio! Mi stupisco della pazienza con cui i miei compagni d’avventura scendono dietro di me, senza superarmi per un bel po’: io sono un disastro in discesa! Magari non han voglia di rischiare, boh… Meno male, gilet antivento e manicotti sono più che sufficienti a ripararmi dal freddo.
Mentre attraverso l’abitato di Piaggia, mi telefona Ale: è a Pieve di Teco, ci accompagnerà per un tratto. Rischio l’osso del collo in un maldestro tentativo di prendere il cellulare nella tasca della maglia e srotolarlo dalla borsa di plastica in cui l’ho avvolto, poi mi rassegno a fermarmi. Rispondo, ma ovviamente non so dire né dove siamo, né da dove veniamo, né dove stiamo andando: giro queste domande esistenziali a Mik e richiamo lo sventurato quinto elemento; ci troveremo a Pieve.

Da qui, la meta successiva è il Passo della Teglia, che ho percorso due domeniche fa in compagnia di Lorenzo e Claudio, dall’altro versante. Proprio loro ci verranno incontro salendo da Molini di Triora. Alè, finalmente si sale. I matti se ne vanno, io resto come al solito indietro e mi consolo sbranando un quadrettone di Ritter al gusto di Mousse al Cioccolato: per timore che si squagli con il sole, lo faccio fuori tutto… Che goduria maxima!!! Tanto, mi sa che oggi le smaltisco, queste calorie.

Anche il Teglia non è una salita terribile: lunga, sì, ma non terribile. Ad un tratto, alzo lo sguardo e vedo gli altri un paio di tornanti sopra la mia testa: cavoli, siamo alle solite… Ma che ci posso fare se sono lenta e pesante? Gian, lascia che vadano, magari prima o poi schiattano anche loro! O no? No, mi sa proprio di no…

Che spettacolo l’ambiente di questa salita. Le foglioline degli alberi sono appena appena spuntate, di un bel verde chiaro acceso; il sole si fa già sentire con il suo bel tepore. E le gambe, per ora, girano.
Ritrovo la banda in cima al colle: anche qui, come d’abitudine, mi fermo il tempo necessario per chiudere la cerniera del gilet e via in discesa. Anche da questo versante, quello che ho fatto in salita due settimane fa, il paesaggio è mozzafiato; anzi, ancor più bello perché esposto e con vista sul mare.
Dopo qualche km, incrocio Lorenzo e Claudio: sono contenta di vederli! Chi va, chi viene: Ale ci abbandona e rientra in direzione del Colle d’Oggia; Claudio e Lorenzo invece si aggregano fino alla Colla di Langan. Anche questa salita mi piace molto: pur non essendo ripida, è molto regolare, dà respiro alle gambe. Pronti partenza via, ecco che i marrani se ne vanno ancora una volta. Posso solo immaginare la bagarre che si scatenerà tra loro, ma non è roba per me; come al solito, mi perdo nei miei pensieri e con il mio passo da carro funebre arrivo, pian piano, alla cima. Lorenzo e Claudio qui si congedano e tornano sui loro passi; Mik, Luca, Tita ed io proseguiamo la corsa verso il fondovalle, ad Isolabona, e poi risaliamo verso Bajardo.

Il primo paesello che incontriamo, abbarbicato sul fianco della montagna, è Apricale, con quelle caratteristiche case che sembrano costruite una sopra l’altra in equilibrio precario. Passo in mezzo ai bar ed alle trattorie, certi profumi che acuiscono, se ce ne fosse bisogno, la mia cronica fame! Poi la strada continua, salendo dolcemente, tra case, piante e fiori di ogni colore, fino ad arrivare a Bajardo, dove si arriva con una bella serie di tornanti. Questa volta almeno Tita non scappa; è sempre lì in vista, ogni tanto allunga, ogni tanto mi avvicino. Mi fa un po’ da lepre, anche se non mi azzardo a forzare per raggiungerlo. Non avrebbe alcun senso e mi farei solo del male.


A Bajardo, ritrovo Luca e Mik spaparanzati al sole, accanto alla fontana: mannaggia a loro, nessun rispetto per chi fatica come una bestia da soma troppo carica! Però sono contenta, davvero, sto andando bene nei miei limiti, nessun problema né di gambe né di fiato. E poi, finalmente, fa caldo: io adoro il caldo!

Passato Bajardo, svoltiamo a sinistra; ancora pochi km di leggerissima salita, in cui Mik come al solito scappa avanti, mentre Luca e Tita han deciso evidentemente di poltrire ancora un po’. Lunga discesa verso Badalucco e… Sorpresona! Pare ci sia una scorciatoia che porta a Badalucco senza arrivare fino a fondovalle; così dice Mik. Fiduciosa, imbocco con entusiasmo questa mezza mulattiera con rampe che fanno strillare le gambe già stanche: però, che bella!!! Uno, due, tre tornanti, poi s’arriva ad un bivio. C’è una stradina che va giù, ma pare più un itinerario da calata in corda doppia che una via percorribile in bici da corsa, e poi ce n’è un’altra che va su: e vogliamo non andare a vedere dove finisce? Così ci incamminiamo di gran carriera su questa specie di sentiero fatto di buche enormi con un po’ d’asfalto intorno… Già, peccato che Badalucco, anziché avvicinarsi, si veda sempre più indietro ed in basso rispetto a noi! Dopo circa un km, siamo costretti ad ammettere che siamo impercettibilmente fuori strada… Okkei, dietrofront, si torna a riprendere la strada principale.

A Badalucco troviamo una provvidenziale cartina e notiamo d’essere, in fondo, sulla retta via verso il Colle d’Oggia. Qui Tita dice: “Son già quattro e quattro”. Lì per lì, capisco che intenda dire che sono passate da poco le quattro, come effettivamente è: solo dopo, molto dopo, capisco che si riferiva ai quattromilaquattrocento metri di dislivello in salita già messi in saccoccia. Cavoli, a quel punto non mi pareva proprio d’aver marciato già così tanto!

Purtroppo, salendo al Colle d’Oggia, ecco l’attesa crisi, non di gambe ma di fame. Ho ancora una brioche, ma ne sono ormai nauseata: ben mi sta, la mia mania di comprare le sottomarche per risparmiare! Io sogno una cucchiaiata di marmellata, e queste brioches l’hanno forse vista con il cannocchiale, la marmellata… Vorrei fermarmi a prendere qualcosa al bar, ma non voglio costringere i miei colleghi a perdere altro tempo. Certo che questo colle mi fa soffrire peggio del Mortirolo. Gli ultimi km sono un calvario, la testa che gira, le gambe molli. Mi rassegno a cacciar giù con l’imbuto l’ultima merendina e provo a distrarmi guardando il bellissimo panorama di questi posti: ma le scritte sull’asfalto sono impietose, segnano ogni km che manca… Che fatica, mamma mia. Pestare su quei pedali e sentire che proprio non vogliono andar giù. E l’agitazione che cresce perché i miei colleghi saran già su da chissà quanto…

In cima non mi fermo, via subito in discesa. Poi, ad un tratto, ci fermiamo: è ora di decidere cosa fare! Andare ancora al Colle di Caprauna, ma è già tardissimo, o tagliare un po’ il percorso previsto ed andare al Nava? Uhm, io al Caprauna andrei volentieri, a condizione di fermarmi a prendere qualcosa da mangiare. Luca però fa notare che ci sarebbero ancora sessanta km di marcia: vuol dire arrivare all’auto con il buio. No, non se ne parla… Se avessi le luci dietro, OK, ma scendere dal Caprauna al buio non è proprio la mia prima aspirazione. Ci terrei a sopravvivere per fare qualche altro bel giro!

Alla fine ripieghiamo tutti sul Colle di Nava. Io sono ormai al lumicino, una fame abominevole, più il nervoso che mi mette addosso il traffico fitto fitto di auto e camper che rientrano dal fine settimana lungo. Avrei voglia di farli sparire tutti giù per la scarpata, maledettissimi! Poi diventa un gioco di ostinazione, quelli che suonano ed io che mi metto apposta in mezzo alle scatole! Che ci provino, a sfiorarmi… Chissà se arriverò in cima? Sono inferocita con il mondo intero…
Per un attimo mi pare d’avere un miraggio: alzo la testa e dall’altro lato della strada si materializza Matteo, che oggi si è sciroppato un trail da 50 km e 3.000 mt di dislivello e poi ha ben pensato di completare la giornata facendo un po’ di ripetute su e giù per il Nava. Non ci posso credere, ha pensato proprio a tutto, anche al soccorso alimentare!!! Un pezzo di colomba, finalmente un po’ di zuccheri, per me è la vita! Eh sì, perché anche il Nava, quando la benzina è finita, diventa una salita insormontabile. Invece i km passano via veloci con il racconto del trail a distrarmi dalla fatica; ecco il forte, ecco il colle. Da lì a Cantarana, vado per forza di gravità… Quando scendo dalla bici, ho male ovunque, alle gambe, alle braccia, alla schiena, sono un rottame. E non sono l’unica che ulula per il dolore.

Però i numeri un po’ mi consolano: poco meno di 220 km e circa 5.800 mt di dislivello, secondo la stima più modesta. Un giro, nonostante la mia crisi, bellissimo, spettacolare, che ripeterei molto volentieri. Le ultime foto prima dei saluti e, poi, la vera impresa della giornata: tornare a casa nonostante il traffico stramaledetto del rientro! Per fortuna guida Mik, fresco come una rosellina di campo… Così io posso entrare in coma!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!