27 febbraio 2010 – Di corsa da Aisone al Colle della Maddalena e ritorno

“In pratica, ti svegli quando io vado a dormire”, ha concluso ieri sera il mio amico al telefono. E non ha mancato di aggiungere, in tono rassegnato, il suo consueto saluto: “Sei una squilibrata”. Ma di certo non mi offendo. Primo, perché quell’omino lì ha il piacevolissimo pregio di farmi ridere, anche quando avrei tutt’altro che voglia di ridere, con il suo piglio da finto burbero e la sua linguaccia tagliente che non risparmia mai nulla a nessuno. Secondo, perché un po’ di ragione ce l’ha. Questione di punti di vista; io trovo folle l’idea di andare a dormire a metà della notte, magari dopo aver bighellonato a vuoto tra locali e gente e frastuono. Non posso negare d’averlo fatto anch’io, in gioventù, ma credo che le dita delle mani siano più che sufficienti a contare le mie serate mondane andate a finire oltre la mezzanotte. Quasi mai per scelta libera o consapevole, quasi sempre per far piacere a qualcuno, e ben presto anche lì, come in tanti altri casi della vita, mi sono chiesta: Gian, ma perché? Cui prodest? Ed ho smesso…
Lo dice anche il proverbio, del resto: il mattino ha l’oro in bocca. In effetti, io l’ho interpretato in modo un po’ estremo, oggi: ho puntato la sveglia alle due. Quattro ore e mezza di sonno, ma intense, pesanti; al trillo del cellulare, schizzo su come una cavalletta, salutata dal grugnito all’unisono di mia sorella e del cagnone. Percepiscono forse un movimento, ma a svegliarli del tutto non basterebbero le cannonate. Buon per loro: altrimenti, la nostra convivenza sarebbe ardua.

Sul tavolo mi attende il risultato del mio ultimo esperimento scientifico. Un ettaro di focaccia al formaggio, che ho estratto dal freezer ieri sera. Genesi: qualche tempo fa, mia mamma, da sempre convinta che io non mi nutra abbastanza –e dire che non c’è modo di contarmi le costole se non con una radiografia, e che sia di quelle ben penetranti – se n’è arrivata in ufficio con un camion a rimorchio colmo di focacce di ogni ordine e grado. Frutto, credo, di una rapina a mano armata alla bottega della pizza al taglio. Tutta roba da mangiare in pochi giorni: e lì, ammetto, ho dovuto gettare la spugna; la capienza del mio stomaco tende sì ad infinito, ma ogni tanto ha dei limiti. Ma non potevo certo permettere che la focaccia al formaggio andasse a male; al terzo giorno della sua permanenza in frigo, ho tentato il tutto per tutto: l’ho cacciata nel congelatore, ibernata in attesa di risveglio in tempi di carestia. Me ne sono ricordata ieri sera, riaprendo il freezer, quasi per caso. Scaldata un po’ nel microonde, è ottima, non c’è che dire. Mordono le mascelle e rimorde la coscienza: non c’è da stupirsi, Gian, se qualsiasi elastico si trovi a cingere il tuo corpo scatena l’immediato e raccapricciante effetto “salama da sugo”… Silenzio: a quest’ora della notte fonda, la coscienza non ha diritto di parola. Scolo la caffettiera, butto all’aria la casa per trovare tutto ciò che avrei già dovuto sistemare ieri sera; giacchino e striscie rifrangenti, luce frontale, zaino, pappatoria. Giù per le scale, dai vetri smerigliati della finestra penetra uno strano chiarore, quasi di alba: eppure sono le tre appena passate… Che abbia sbagliato a puntare la sveglia? No; sospiro di sollievo appena scendo in cortile: cielo limpidissimo, splende una luna quasi piena, solo un po’ ammaccata da una parte. L’aria è cristallina, merito forse del vento forte di ieri: si vede persino qualche stella, tra quelle poche che la luce della città non riesce a soffocare. Non me l’aspettavo; mesi di tempo grigio, nebbia o neve o pioggia, mi avevano fatto dubitare che gli astri esistessero ancora. E la temperatura, gradevolissima, finalmente eccessiva per il mio piumone: sette gradi, sentenzia la Opel. Meraviglioso, da respirare a pieni polmoni.

Ogni tanto accade che qualcuno, a commento delle mie mattane in bici ed a piedi, esclami “Ma allora a te non serve la macchina!”. Non diciamo eresie, per favore. Non solo mi serve, ma è piezz’e core! L’auto è tutto, è l’indipendenza; e poi, a me piace moltissimo guidare, soprattutto in notti come questa, così limpida da poter distinguere, anche al buio, linee e contorni, luci lontanissime, persino i profili delle montagne, già dalla piatta piattura carmagnolese. La torre tonda, tozza e malandata, lungo la strada Reale, nel curvone, le luci della collina tra Sommariva Bosco e Bra; la campagna piatta e deserta, prima di Fossano. E poi, verso Cuneo, sempre più evidenti, le montagne: alla rotonda provvisoria dell’area mercato, appena prima del capoluogo, mi trovo sul naso la Bisalta, la sagoma scura ed il cappuccio chiaro di neve, anzi grigio alla luce della luna, quei contorni che si vedono nitidi se volgi appena lo sguardo altrove, e sfumano incerti se invece li fissi. Capita a tutti, oppure è solo l’effetto della miopia?
Cuneo è una città meravigliosa, da qualunque punto di vista la si osservi, in qualunque stagione, a qualsiasi ora del giorno e della notte. Forse l’unica città in cui mi piacerebbe vivere, anche se è, appunto, una città, quindi troppo estesa ed affollata per i miei gusti. Secondo, inopportuno guizzo di coscienza: “Ma che eresia vai pensando, Gian, non stai forse bene a casa tua?”. Uffa, sì, sì, sto benissimo, non potrei davvero chiedere di meglio, ma me lo posso permettere un volo di fantasia, oppure no? Le “mie” montagne a due passi; potrei partir da casa in bici per andare, che so, al Colle della Lombarda. Sfilo oltre la rotonda del Viadotto Soleri; le luci della città si spengono; riappare il profilo delle montagne. Capita di rado una giornata d’aria così limpida. La voglia di metter piede a terra è sempre più forte: un occhio alla strada, uno alla montagna, al cielo costellato di brillanti, alla luna che invade la vallata con la sua luce azzurra, o forse grigia, che crea ombre: ecco cosa c’è di eccezionale, in questa bellissima notte, ci sono le ombre. Finché il confine della montagna, nella vallata che si chiude, si porta via il pianeta, ne lascia una striscia fiammante e poi lo inghiotte, lo nasconde alla vista di chi viaggia sulla strada di fondovalle. I portici di Demonte, deserta e sonnolenta, illuminata da un’irreale luce giallastra dei lampioni. Ancora qualche curva e poi la meta, finalmente, la piazzetta di Aisone.
La scelta dei punti chiave dei miei viaggi non è mai casuale. Aisone, perché c’è la toilette pubblica. Il successo dell’impresa per me poggia, sempre, su un wc, o affini: potrà sembrare blasfemo, ma tant’è… La Opel sostiene che la temperatura sia -3°C: a me pare che si stia benissimo. Sarà che, sopravvissuta a qualche partenza notturna a meno dieci, meno dodici, sono ormai temprata per qualsiasi battaglia… Mi dedico con calma alle operazioni di rito: spalmo pasta di Fissan ovunque, sedili ed interni compresi; controllo di aver messo nello zaino la giacca da pioggia, la maglia e la canotta di ricambio, il telo termico, che non si sa mai, e poi la pappatoria, cioccolato bianco con miele e mandorle più un sacchetto da due etti e mezzo di albicocche secche; indosso il giacchino e le bande rifrangenti; in testa, la luce frontale, accesa sul lampeggiante e girata sulla nuca, in modo da essere ben visibile per chi mi arriva alle spalle. Dicono che i pedoni debbano procedere a sinistra, ma a me ‘sta storia non piace, non mi lascia tranquilla. Ore quattro e cinquanta: resto immobile per un attimo, il respiro sospeso, non un rumore nella piazzetta né tutt’intorno. Poi via, si parte.

Al trotto nella strettoia del paese, ripercorro in mente la lunga strada che mi attende. Muri di pietra, balconi e travi in legno dall’aspetto irregolare, porticine piccole, basse, bugigattoli, cortili, archi; poi la luce si spegne, l’abitato resta lì, immobile ed indifferente. La strada che sale appena, il respiro ancora affannoso; il silenzio, pesantissimo, quasi insopportabile. Pian piano lo sguardo si abitua all’oscurità e scappa all’altro lato della valle, oltre il pianoro bianco ed azzurro di luna. L’inquietudine mi fa compagnia, forse perché le forme sono minacciose, i rami che sfuggono alla boscaglia verso la strada sembrano artigli, una brezza leggera muove il fogliame secco; forse è il contrasto duro tra il nero della scarna vegetazione invernale ed il bianco della neve che riverbera anche senza luce. Trattengo a stento la voglia di correre più forte; un lontano istinto vorrebbe fuggire di qui, ma fuggire verso dove? Basta aver pazienza, aspettare l’alba, è proprio per questo che sono qui. Un rombo alle mie spalle; mi raggiunge e mi sorpassa un camion, il primo cenno di vita; il rimorchio scodinzola, le lucine rosse si allontanano, le seguo con gli occhi per intuire la strada, le vedo farsi piccole piccole e sparire oltre l’ultima curva prima di Vinadio. Mucchietti di neve sporca lungo la strada, ghiaccio incerto, la linea bianca che appare e scompare, sempre pallida. Vinadio, prima tacca sul muro del mio viaggio. L’auto dei Carabinieri spunta sulla sinistra, in arrivo forse dalla strada vecchia; si immette sulla statale, nella mia stessa direzione; si allontana, ma piano, pianissimo. C’è qualcosa che perplime i militi nottambuli: quel qualcosa, ne sono certa, sono io. L’auto si ferma, fa inversione; torna lentamente verso di me, poi accosta. Passo al trotto, senza voltarmi, faccio finta di nulla: mi piacerebbe alzar la mano e salutarli, ma non vorrei che il mio gesto fosse male interpretato… Non vorrei mai che si sentissero presi in giro, per carità, qui va a finire che mi arrestano per vagabondaggio.
L’ingresso del bar di fronte al distributore di carburante è mezzo sepolto dalla neve, il forte è illuminato. Incontro un paio di camion proprio nella strettoia; sul piazzale, di fronte al parco, ronfano i viaggiatori in camper. Il torrente e la breve discesa, la rampa che mi tormenterà al ritorno, quando i km nelle gambe saranno già tanti, ma tanti. Ripiombo nel buio, rischiarato solo dalle luci delle cabine dei camion, illuminate e decorate nei modi più fantasiosi; qualcuno saluta con un lampeggio di abbaglianti, qualcuno accenna un motivetto col clacson, con buona pace della proverbiale quiete notturna della montagna. Ma, subito dopo, ripiomba giù la cappa di silenzio. Al bivio per il Colle della Lombarda, ormai volto la testa per abitudine: chiuso, closed, fermée, geschlossen, e come potrebbe essere altrimenti? Ci saranno metri di neve lassù… La montagna è venata di neve, boschi e salti di roccia che giocano con luci ed ombre; il freddo, fin qui non s’era fatto sentire, ma è pungente. Il lungo rettilineo, le gallerie, un leggero vento gelido che s’infila nella valle e si fa più cattivo man mano che il cielo e le montagne si restringono sopra di me. Nelle gallerie, il lampeggiante della luce frontale crea un effetto abbacinante, illumina per un attimo la volta ed il ghiaccio che cola giù dalle fessure nella struttura, illumina gli archi invasi da lingue di neve; poi, appena fuori, un sospiro, la luce della luna che forse non fa giorno ma quasi, perché quello è il chiaro a cui si sono abituati ora i miei occhi. La scia bianca di un aereo taglia il cielo e ne stacca un’area quasi triangolare; gli altri due lati sono i profili delle montagne.
C’è un tratto, poco prima del bivio per la località Bagni di Vinadio, in cui la valle si restringe ed il vento s’incanala, più arzillo che mai. Mi taglia la faccia, mi congela le mani: passerà, lo so, è questione di poche centinaia di metri, ma è così forte da costringermi a chiudere gli occhi. Sento seccarsi le labbra e la gola. Le poche case al bivio hanno i tetti così carichi di neve che sembra debbano sfondarsi da un attimo all’altro: ma forse il mio stupore è fuori luogo, forse qui è normale che sia così. Finestre chiuse, sprangate, il manto di neve intatto davanti ai portoni racconta che qui, nella stagione fredda, non abita nessuno. La ringhiera di una scala esterna pende desolatamente sulla strada, straziata dal peso della neve che, giù dal pendio, l’ha quasi strappata via. Il latrato di un cane, un quadratino di luce su un muro, oltre il ponte, sono i primi cenni di vita, a parte i camionisti che non dormono mai. Ora la strada si allarga, sale verso le gallerie. Il vento si placa un po’, come previsto; provo a calcare il piede nella neve, cede ed affonda: la temperatura sarà intorno allo zero, il ghiaccio è sottile, marcio come la poltiglia di fango a bordo strada. Ma il ghiaccio spesso delle cascate nelle gallerie, quello non cede, è spesso e sporco, grigio, sembra schiuma uscita a fiotti dalla bottiglia di spumante e congelata lì. E il chiarore che scorgo tra un tunnel e l’altro è già qualcosa in più della sola luce fredda della luna. Dritto avanti a me, sembra un incendio, il paese di Sambuco, illuminato a giorno; lo vedo e poi lo perdo, tra l’ultima galleria e le curve che seguono. Ai camion si aggiunge ora il passaggio delle auto degli sciatori: i primi temerari, isolati, diretti chissà dove, forse solo a Bersezio, forse a Vars.
Uno slargo sulla destra, ben protetto alla vista da cumuli di neve, è l’ideale per una tappa strategica: avrò percorso si e no una quindicina di km, ma il freddo pungente gioca brutti scherzi, meglio approfittare dell’occasione. Anche perché difficilmente ne troverò altre: qualsiasi stradina, piazzola, anfratto nella boscaglia, tutto è ricoperto di un buon metro di neve, che oltretutto non offre alcun sostegno.

La salita è blanda e le gambe vorrebbero correre di più. La luce, ormai, non serve più; il cielo, da nero e scintillante, digrada ora verso l’azzurro, mentre i contorni delle montagne si fanno più netti. L’alba, si vede, si sente: il momento più freddo della giornata, me ne accorgo perché non c’è verso di scaldarmi, di scaldare le mani che sono già gonfie ed insensibili ed immobili. Le sfrego l’una con l’altra mentre corro, le batto come se applaudissi: certo che, se mai ci fosse qualche autoctono sambucano insonne alla finestra, la camicia di forza non me la leverebbe nessuno… Ancora una volta la valle si restringe, ancora il vento torna a far capire chi è che comanda, una corrente quasi violenta che scuote quel poco che resta delle chiome secche degli arbusti; sto bene, eppure qui soffro, so che dovrò stringere i denti. Il solito, stupidissimo errore: ho indossato solo i guanti di pile, per giunta vecchiotti e consumati; avrei dovuto aggiungere quelli sottili, di simil-seta, sotto. Ora non mi resta che ricorrere ad un rimedio già collaudato: infilo le mani sotto il giacchino rifrangente, che fa un po’ da effetto serra con il calore del corpo. Correre con le mani raccolte sul petto dà un’andatura goffa, a papera, ma poco importa; le dita sono già talmente gonfie da far male. La strada sale ancora; scatto le prime foto, faticando non poco per costringere le dita irrigidite a schiacciare i pulsanti. Montagne a cui non so dare un nome, ma sono belle da togliere il fiato, da far dimenticare il gelo. Quand’è ormai chiaro da un po’, a Pietraporzio, il sole lambisce le prime cime e le incendia di un rosso violento, felice. Devo catturare queste immagini con la povera macchinetta, che patisce il freddo pure lei, perché non ci sono parole adatte a raccontarle. Luce violenta lassù, mentre qui, nella valle, il grigio resiste ancora. Il campanile, l’albergo sulla sinistra, la strada che scorre accanto al paese. L’insegna di una panetteria mi mette appetito… Corro lungo il guard rail ricamato da piccole stalattiti; molto più lunghe, grosse, tormentate sono quelle che pendono dal muro di neve, appena sopra il muretto che costeggia il tornante di Pontebernardo, così fitte da sembrare brandelli di uno straccio. Non c’è ancora goccia che possa sfuggire alla morsa del gelo, scivolare in punta all’artiglio di ghiaccio e cadere giù.
Pontebernardo, il paese di Stefania Belmondo: il campanile mi dice che è presto, non sono ancora le otto. Per qualche km ancora correrò all’ombra; davanti a me, adesso, l’imponente parete di roccia delle Barricate, imbiancate qua e là da baffi di neve. Spicca una piccola cascata di ghiaccio; un breve tratto esposto al panorama e poi via, in galleria. Gelida, com’è gelida anche in piena estate, ma per metà della sua lunghezza è aperta, a tettoia, permette di godere del panorama. Il viavai degli sciatori è intenso ora; passano auto di ogni ordine e grado, dall’utilitaria alla Porsche, tutte con gli sci d’ordinanza, qualcuno con la tavola. Il conto dei tornanti inizia proprio qui, all’uscita del paravalanghe. Un cartello quadrato, cifra nera in campo bianco: “1°”. La sindrome dell’Alpe d’Huez, la mania di contare i tornanti… Anche quando non si può dire che i tornanti siano l’elemento caratteristico della salita. Ce ne saranno in tutto una trentina, ma… Su sessanta km di strada, da Borgo San Dalmazzo al colle!
Finalmente, mi sembra di respirare meglio. E’ una sensazione che provo puntualmente, ogni volta che guadagno un po’ di quota, come se l’aria fosse più leggera, e probabilmente lo è. Uno, due tornanti, poi la valle torna ampia. Qui il bianco della neve si fa man mano più continuo, avvolge tutto. Villaggio Primavera, battesimo ameno per un luogo degli orrori: lungo la rampa in rettilineo, resistono da tempi immemorabili gli scheletri di costruzioni rimaste a metà, che adesso cadono a pezzi, marciscono lì alla bella vista delle povere cime. La neve riesce appena a mimetizzare la bruttura. La rampa fa soffrire, ma i due o tre tornanti successivi concedono un po’ di respiro. Quando corro nel tratto in direzione del fondovalle, vedo che il cielo, giù, comincia appena a velarsi: il meteo, per il pomeriggio, prevedeva infatti un peggioramento. A Bersezio c’è già più vita; i cortili si popolano delle auto dei villeggianti da fine settimana; i parcheggi delle piste da sci si riempono, ma senza calca. Le prime tute multicolori si aggirano sul piazzale bianco.

Tiro dritto attraverso il bellissimo pianoro; davanti agli occhi, più bella di tutte, una vetta appuntita come uno spillo, a cui, nella mia ignoranza abissale, non so dare un nome. Finalmente sento il sole sulle spalle; la luce riflessa dalla neve è quasi abbagliante ora. Ed io sono nemica degli occhiali scuri. Le gambe si riprendono un po’, correndo quasi in piano; all’improvviso mi torna in mente che ho fame già da un po’. Me lo ricorda, con un ruggito perentorio, la pancia ormai vuota. Avrò ormai trenta km sul groppone, con la salita di mezzo. Sarebbe meglio raggiungere almeno i tornanti oltre Argentera, prima di attaccare la dispensa: ma è ormai troppo tempo che sono a secco. Mi rassegno, rallento e scavo nello zaino: non sia mai che ci si ferma. Combatto una strenua lotta con il sacchetto delle albicocche, su cui alla fine ho la meglio, ma a fatica. E poi attingo anche alla tavoletta di cioccolato. Mastico al trotto. Della bella cascata che si vede d’estate, sulla destra, nemmeno l’ombra; nemmeno i fischi delle marmotte. I soli rumori sono quelli dei motori. Argentera, con le sue case deserte, i tetti carichi di neve: da uno spiovente pende una sequenza di stalattiti, come innumerevoli denti di un pettine. Curioso: sul manto di neve proprio sotto la falda, alcuni aghi, già spezzati forse nei giorni scorsi, sono caduti e si sono conficcati in verticale.

Superato il semaforo del paese, la strada si restringe tra i muretti di neve. Quando passano i camion, tocca farsi piccoli piccoli e schiacciarsi da una parte. Procedere, qui, non è più così facile: l’asfalto è ricoperto da una patina di neve ben compressa, ghiacciata; il piede scivola indietro ad ogni passo. Onde evitare l’ingloriosa nasata a terra, proprio ora che mi mancano cinque km al colle, forse è meglio se rinuncio e mi metto al passo, anche se più svelto che mai. I tornanti, uno dopo l’altro, mi concedono il panorama sull’intera vallata; le nubi che velano il cielo a fondovalle si estendono, pian piano, ed arrivano a lambire il sole. La luce è forte, ma non quanto potrebbe esserlo con una giornata perfettamente limpida.

Tornante dopo tornante, supero i ruderi delle baite sulla sinistra e poi la casermetta; osservo i camion, lunghissimi, che disegnano le curve con precisione millimetrica ed estenuante lentezza, le cabine che arrivano proprio al limite del vuoto. I pendii qui sono carichi di neve, morbide lenzuola bianche tese. La condizione della strada è un disastro; talvolta è difficile anche stare in piedi. Benché i raggi del sole abbiano già conquistato questo spazio, il ghiaccio è ancora vivo e tenace; solo le orme di veicoli pesanti, passati con le catene, ne scalfiscono la superficie. La Fontana di Napoleone non c’è più, sparita sotto il cumulo di neve.
Bianco e blu, nettissimi: verso la Francia il cielo è ancora limpido. All’ultimo chilometro, nel tratto rettilineo in piano appena prima del lago, tengo d’occhio con un po’ di apprensione il pendio alla mia destra: dall’inclinazione che ha, secondo me potrebbe decidere di scaricare una valanga… Infatti, una linea di rottura c’è già; si vede che la strada è stata sgomberata, ma sulla destra resta ancora un cumulo di neve tagliato. Forse una valanga del genere è troppo piccola per essere davvero minacciosa; di una cosa però sono certa: non vorrei trovarmici sotto. Soffia un po’ di vento quassù; ecco l’edificio del bar: tutto chiuso, con una massa di neve impressionante che sta scivolando giù dalla falda del tetto. Il lago è sparito, nascosto dalla neve che ne ricopre la superficie ghiacciata; se non sapessi che c’è…

Ormai il sorriso è stampato in faccia. Sono contentissima, anche se so bene di essere appena a metà strada, L’ultima leggera salita mi conduce al Colle della Maddalena, e cosa vedono le mie fosche pupille? Loro, gli inconfondibili camion verdi Lannutti; ben due, parcheggiati a bordo strada, quasi fossero proprio lì per aspettare me. Quasi disperavo di incontrarli, oggi! Gli autisti sono scesi, chiacchierano; avrei una gran voglia di chiedere loro il permesso per scattare una foto ai loro camion, al fianco, al telone verde con la scritta in campo bianco… Ma poi non oso: mi prenderebbero davvero per pazza. Riesco solo, mentre mi rifugio dietro la casermetta in pietra per cambiarmi, a strappare una foto di nascosto alla parte posteriore del secondo bestione.

Benissimo, ci sono, sono in vetta. Sono le dieci meno dieci. Il primo cartello chilometrico ad Aisone segnava 23; qui siamo a 59,7, quindi direi circa trentasette km e poco più di millecento metri di dislivello. Sul piazzale è parcheggiata una sola auto; presumo appartenga alla famigliola che sta arrancando, senza sci né racchette da neve, su per il pendio. Afferro il coraggio a quattro mani per cambiarmi canotta e maglie: la discesa è una stregaccia infida; ti raffredda pian piano, ti mette i brividi e addio, non ci si scalda più. Ben vengano quindi la canotta traforata asciutta ed il pile con il collo alto. Tanto, il bagaglio è abbondante. Un’altra porzione di albicocche e cioccolato bianco prima di ripartire: tremendo, l’effetto della fame; si presenta tutta insieme e reclama con inaudita insistenza. E pensare che qui, su questo piazzale così ben esposto al sole, metterei volentieri una sdraio…

Zaino in spalla, si riparte. In discesa, certo, si fa meno fatica, ma non si può certo dire che ci si riposa. Anzi. E’ vero, qui il peso del posteriore gioca a favore dell’economia dello sforzo; ma i piedi picchiano comunque sull’asfalto e le ginocchia subiscono comunque il contraccolpo. E la patina di neve rende tutto più complicato, anche se il sole, nello spazio della mia breve sosta, ha ammorbidito il ghiaccio in alcuni punti, creando piccoli ruscelletti che corrono via lungo la pendenza. Ora posso ammirare le evoluzioni dei camionisti dall’alto e con un po’ di trepidazione.
Ho sete, ma l’acqua della mia mini borraccia, che ne contiene si e no un bicchiere, finisce in un attimo. Ecco: per tutta la salita non ho toccato goccia, ma ora la gola è secca. Rimedio staccando qualche piccola stalattite dal guard rail e consumandola a mo’ di ghiacciolo, finché ad Argentera, con uno sguardo senza troppa fiducia alla fontanella con la vasca in pietra, mi accorgo sorpresa del getto vivissimo. Solenne bevuta e rifornimento; subito si riparte. Un tonfo sordo alla mia destra mi fa fare un salto: un cumulo di neve è crollato dal tetto, proprio in quel momento. Per fortuna, prudenzialmente, ho pensato di correre al centro della strada… Ripercorro il pianoro verso Bersezio. Osservo le traiettorie delle discese degli sciatori: qualcuno disegna una serpentina precisissima, y = senx, qualcun altro se la cava con uno zig zag, qualcun altro ancora non se la cava affatto e ruzzola ad ogni curva. Studio con raccapriccio la pendenza della pista: credo che, per gli sciatori provetti, non sia nulla di terribile, ma mi vengono i brividi all’idea di buttarmi giù di lì. Ricordo ancora la mia tragica esperienza con lo snowboard, conclusa miseramente con la collisione tra il mio osso sacro e la tavola, proprio nel disperato tentativo di frenare la corsa dell’infernale aggeggio. Mai più! Il piazzale ora è gremito di gente vociante: è più forte di me, mi spuntano gli aculei, come ai ricci… Via di qua, rivoglio il silenzio della valle d’inverno, ammetto solo il rombo amichevole dei motori dei Lannutti e di tutti i loro soci. Chissà poi perché; forse, in qualche recondito angolo del mio subcosciente, cova il sogno di diventare camionista. Sì, proprio io che non so manco fare un parcheggio in retro decente con la Opel…

Disegno nella mente la strada che mi attende. Non ho l’impressione che sia lunga, così come non ho avuto quell’impressione all’andata. Sarà perché, nell’altra mia vita, quella di ciclista, ho percorso questa valle in su e in giù un buon numero di volte. E sempre con poco entusiasmo: in bici, questa salita è estenuante, non finisce mai. Mah, strani giochi della psiche. Bersezio, i tornanti, il Villaggio Primavera. La borraccia è già vuota; continuo a masticare stalattiti, ormai più per vizio che per reale necessità, in mancanza delle gomme. Finalmente, caldo: apro un po’ la cerniera della giacca e sostituisco il pesante berretto di pile con un altro, più leggero. Ridiscendo la lunga rampa ed eccomi allo scalino, due tornanti, che mi porta al cospetto delle Barricate. Un attimo prima di infilarmi nelle gallerie, noto nella parte bassa dell’immensa parete alcune strutture quadrate, come finestre, senz’altro postazioni militari. Tutti particolari che sfuggono a chi non viaggia a piedi, infatti non ricordo di averle mai notate.

Freddo pungente nella galleria. All’uscita, mi ritrovo ancora al sole; ma, osservando l’avanzare delle nuvole da fondovalle, ho l’impressione che la pacchia non durerà. Pontebernardo, Pietraporzio; è ora di pranzo ormai: se ne accorgono le mie narici, impegnate a captare il minimo profumo che si sprigioni da case e ristoranti. Anzi, siccome la pancia è tornata vuota e reclama, ne approfitto per dar fondo al sacchetto di albicocche secche. E per concedere alle gambe qualche metro di passo. Sono stanca, sì, ma nulla di insopportabile; credo che potrei tirare avanti ancora indefinitamente. E’ la testa che, al pensiero di lunghi km in cui la strada, da qui in poi, decisamente spiana, vacilla un po’. E poi c’è il piede, il solito piede sinistro che duole e mi costringe ad un appoggio un po’ sbilenco. Ne ho sempre una…

Qualche curva prima di Sambuco, un breve rettilineo, la cappelletta mezza sepolta dalla neve; poi le gallerie: le prime due in leggera salita, poi si torna a scendere, con pendenza appena accennata. Il cielo è ormai velato; l’aria fredda appiccica i vestiti umidi alla pelle. La frazione al bivio per Bagni di Vinadio ha preso un po’ di vita; il ristorante è aperto. La tentazione di una cioccolata calda è forte; m’impongo tuttavia di non cedere. Non avevo fatto caso, all’andata, ai piccoli cartelli che indicano la distanza ogni 100 m; adesso, invece, non riesco a smettere di tenerli d’occhio, ed anche di meravigliarmi per la velocità con cui scorrono. Cento, duecento, un chilometro, due… La neve si scioglie e crea vere e proprie cascatelle che cadono sul ciglio della strada. Gli stabilimenti dell’acqua potabile, il bivio per la Lombarda; ammetto di essere stufa di questo tratto di strada così monotono. Di fronte a me, Vinadio: quel che spicca del paese, ahimé, già da molto lontano, è un orrendo condominio di non so quanti piani, sei, sette, troppi, in ogni caso. Supero la rampa in salita, in cui mi rassegno a camminare di buon passo, e me lo trovo davanti, una bruttura da fucilazione istantanea di chi l’ha progettato in compagnia di chi ne ha autorizzato la costruzione. Uno scempio del genere, ma si può? Approfitto ancora della fontana sulla piazza; ormai manca poco. Sei km ad Aisone, secondo il cartello chilometrico, ma io so che ce n’è meno, quattro, forse, all’imbocco del paese.

Gambe in spalla, Gian, che per oggi è quasi fatta. Ancora un po’ di leggero saliscendi ed il piedone dolente avrà requie. Quasi mi dispiace che sia già finita; credevo che avrei sofferto ben altra fatica, invece mi ritrovo in un attimo al semaforo di Aisone, che signfica fine. Percorro al passo l’ultimo tratto, dentro il paese; gli avventori del bar mi guardano un po’ interdetti. Settantaquattro km, circa. Entusiasta e fiduciosa, sono alla Opel, lei che fida sempre mi aspetta. Rapido cambio di maglietta, un po’ di stiracchiamento dei muscoli e si riparte verso il cielo scuro della pianura. Ieri sera mia sorella si è dedicata ai fornelli, pensando anche a me; quindi oggi niente scatolame, in frigo troverò la pietanza: lo so già e per questo mi lecco i baffi!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!