27 marzo 2010 – Trail Autogestito “Dalla Guardia alla Guardia”

Dover cedere il volante e rassegnarmi al ruolo di passeggero è un amaro destino che spero sempre di poter evitare: non si può certo dire che io sia una gran pilota, ad onta del mio cognome, e nemmeno che io sia sempre irreprensibile e prudente ed attenta alla strada; però, se guido io, ho la situazione più o meno sotto controllo, o almeno questa è la mia sensazione. Non così quando lo scettro del comando spetta ad altri: passo dalla strisciante inquietudine, se l’automobilista di turno si dimostra cauto e rispettoso della serenità del mio stomaco, al terrore panico se chi siede alla mia sinistra dà l’idea di non curarsi troppo dei punti della sua patente. Per carità, non posso dire di non essere stata avvertita. “Tu trovati al parcheggio di Mondovicino alle 5.10, e vedrai che un’ora dopo siamo a Varazze”, mi ha scritto Isacco ieri sera via messaggio sul cellulare. “Naturalmente guiderò come un criminale”, ha aggiunto. Lì per lì, il piano d’azione non mi è sembrato così malvagio… Ma adesso mi sento rinchiusa in una di quelle automobiline impazzite nei videogiochi, vedo la strada strettissima davanti a me per la velocità: braccia tese allo spasimo, unghie conficcate nella maniglia della portiera, piede destro che si tende nella vana ricerca di un pedale del freno inesistente… E consapevole che questa macchinina su cui stiamo per decollare, una via di mezzo tra la 313 di Paperino ed una scatola di sardine, potrebbe offrire ben poca protezione nel malaugurato caso di incidente. Quando viaggio sul sedile del passeggero, mi sforzo di soffrire in silenzio, ma questa volta non ce la faccio. Tengo famiglia, ho una mamma ed un meraviglioso cagnone che mi aspettano a casa; con buona pace dell’orgoglio, quasi imploro: “Dai non fare il cretino, vai piano!”. Ecco, l’ho detto… Mi sa che l’ha capito, poverello, che ho paura sul serio, perché rallenta all’istante la corsa della Cinquecento. Ed io a masticare rimorso: pena del contrappasso… Sono stata io stessa ad infliggere a lui il più disgraziato dei miei viaggi in auto, l’unico in cui abbia mai causato un danno alla povera Opel – solo una strisciata, per fortuna – e l’unico in cui abbia rischiato di schiantarmi, anzi di schiantarci, per ben due volte. Mi sento un po’ come quella che ha colto la pagliuzza nell’occhio altrui, ignorando la trave nel proprio…

Inspiegabilmente, alle sei e dieci siamo a Varazze, vivi e illesi. Parcheggiamo alla stazione la trappola per topi, poi di gran carriera andiamo a caccia del Municipio: attraversiamo la stradina centrale del paese, in mezzo alle vetrine, che fa da galleria del vento e c’investe di aria gelida, da brividi. La giornata si annuncia serena e chissà, forse anche calda, ma solo tra qualche ora… Il manipolo di arditi è già al gran completo: imboscati al riparo sotto il colonnato dell’edificio, cinque bipedi e due quadrupedi: Lorenzo, il capobranco, Giuseppe, Enzo, Roberto, Mario, Billi e la piccola Dori. I miei occhi son tutti per loro, è ovvio: per Billi, in ottima forma, il pelo nero corto sempre lucidissimo, che smania per partire, e per Dori, piccolina, bianca, quasi timida. La cagnetta dalle sette vite, sopravvissuta ad un volo di ben quattordici metri giù da un ponte sotto cui passa la ferrovia… Frizzi e lazzi per allietare il risveglio degli indigeni, un buon caffé e poi via, si parte: alla nostra destra, ma ben più in alto, la prima meta intermedia, la chiesetta della Madonna della Guardia. Dovremo raggiungere poi, alla fine della gita, un’altra Madonna della Guardia, più rinomata, quella sopra Genova. Ma là non sono mai stata; qui invece, alla Madonnina della Guardia, sono salita una sera di quest’inverno con Matteo. Un posticino stupendo.

Ho una gran voglia di partire, camminare, far fatica. Eccola, la mia solita euforia. Ci avviamo in branco lungo una stradina asfaltata, faccia alla montagna, sulla testa il viadotto dell’autostrada. Fiato alle trombe, finché ce n’è, per ridere e chiacchierare; ben presto abbandoniamo la strada per arrampicarci su per una ripida scalinata: il fiato cede il passo, almeno per me, al soffio di un mantice; alla fine della prima rampa, sono già in debito di ossigeno. Non così i quadrupedi: finalmente liberi dal guinzaglio, schizzano su come proiettili, soprattutto la piccolina, che sembra davvero un missile terra-aria. Purtroppo non ho le loro zampe; ne ho solo due, molto più lente e pesanti… Così, a capo chino, posso osservare con calma gli scalini e le pietre ricoperti di muffa, talvolta persino scivolosi. Passiamo accanto a recinzioni di giardini e muretti in pietra, c’impigliamo ogni tanto nei rovi. Qua e là scoppiano liti canine furibonde, con Billi che, libero come l’aria e forte del gruppo di umani che lo protegge, sbeffeggia con fare da bullo i grossi e feroci cani da guardia rinchiusi dietro reti ed inferriate. Enzo tira la comitiva con un passo che per me, soprattutto all’inizio, così, a freddo, è quasi insostenibile: ma non sia mai che io rinunci senza combattere almeno un po’. Sento il fiato degli avversari sul collo: manco fossimo in gara…

Ci lasciamo alle spalle anche le ultime case: la vista si apre, spazia sulle alture, senza più alberi né arbusti; ci incamminiamo lungo una strada sterrata che a tratti diventa un grosso sentiero, mezzo allagato, un mare di pietre e fango. Nella conca alla mia destra, alcune costruzioni: è una discarica, o meglio, è quel che resta di una discarica, dopo la chiusura. In effetti, tutt’intorno si vedono pezzi di borse di plastica, e poi il naso non tradisce… L’odore della discarica è inconfondibile. Certo, non si può dire che tutto ciò sia bello: ma è inevitabile, con buona pace dei cosiddetti ecologisti, che “la discarica no, l’inceneritore meno che mai”, ed evidentemente i loro rifiuti se li mangiano.

Il sole quassù fa sentire il suo tepore. Arriviamo alla chiesetta e passiamo oltre, senza indugio, lungo la strada sterrata, sempre preceduti dai due cagnotti che, a fine giornata, avranno incamerato almeno il doppio dei km di noi camminatori: si rincorrono, piantano il naso ovunque, spariscono e poi ricompaiono all’improvviso; talvolta, schizzano in mezzo alle caviglie, roba da mandarti a gambe all’aria. Non basta la salita a mettere a freno le lingue; in compenso, basta la breve discesa a farmi rotolare ignominiosamente al fondo del gruppo: mentre studio con cautela ogni punto d’appoggio, la valanga umana mi travolge e se ne va. E’ solo grazie a qualche metro d’asfalto che torno a guadagnare la mia posizione.

C’infiliamo tra le case di una piccola frazione, un gioiellino, con il solito indicibile frastuono, canino ed umano, che, ne sono certa, riempirà di gioia i residenti, mentre Roberto racconta di un suo recente viaggio oltre il Circolo Polare Artico ed in particolare di un albergo tutto di ghiaccio… Lo ascolto con orrore, io che adoro il clima torrido umido delle estati nella conca carmagnolese, umida ed asfissiante. Ad un tratto, improvvisa, un’immagine già vista: strada asfaltata, un bivio, Le Faie. Ci son già passata, da queste parti, ci sono stata in bici! Oltre le case, una strada sterrata, dapprima ampia, che poi va restringendosi a semplice sentiero. C’infiliamo ancora nel bosco; Billi e Dori si sbizzarriscono, spariscono di qua, ricompaiono di là… Ad essere sinceri, fremo per loro; non permetterei mai che il mio cane se ne andasse a zondo senza guinzaglio. Ma è anche vero che io sono una mamma ansiosa al limite del paranoico; ho il terrore che a Skipper possa capitare un incidente. I latrati si spostano ai quattro punti cardinali; non si riesce mai a capire dove si siano infilati i due piccoli satanassi. Fango e umidità ovunque; sembra proprio che oggi l’acqua non ci mancherà. Ho con me una borraccia minuscola, più o meno il contenuto di un bicchiere, ma potrò riempirla spesso.

Tutti fermi. All’appello manca un componente della banda: non c’è più traccia della piccola Dori. Billi arriva, di gran carriera, lungo il sentiero, di fronte a noi, ma è solo. Strano, perché Dori, per quel che ho potuto osservare, non si allontana mai troppo dal padrone. Enzo decide di tornare indietro a cercarla, e Roberto con lui: il resto del gruppo, cinque umani ed un quadrupede, si rimette in marcia. Sono preoccupata; sarei tentata di tornare indietro anch’io. Non mi intrometto, ovvio, nelle relazioni cane – padrone che non mi coinvolgono, ma mai e poi mai permetterei che il mio Skipper se ne andasse libero per boschi. Sono già inquieta quando lo porto al guinzaglio: temo aggressioni canine, bocconi avvelenati, insomma, sono una mamma iperprotettiva ed ossessiva! Sono quasi tranquilla solo nel chiuso del mio giardino…

La salita ci riserva ben presto una sorpresa che ci spiazza un po’. Uno dei tanti torrentelli che attraversano il sentiero è gonfio a tal punto che non s’intravede possibilità di attraversarlo senza bagnarsi i piedi, e parecchio, anche. Mi assale il terrore: troppo fresco il ricordo del mio rocambolesco guado, con la corrente forte e gelida fino alle ginocchia… Qui, occhio e croce, la situazione sembra meno drammatica, ma toccherà comunque riempirsi le scarpe d’acqua e restare per tutto il giorno con i piedi a mollo.
La soluzione arriva come un fulmine a ciel sereno. Non so nemmeno chi sia il genio, tra noi, ma una voce intima di togliersi le calze e le scarpe. Passare a piedi nudi? Un attimo di incertezza: l’acqua limpidissima lascia ben vedere il fondo di ciottoli e terra; non sembra nascondere insidie per le piante dei poveri piedini. Giuseppe e Mario sono già all’opera; accolgo l’illuminazione e provvedo anch’io a slacciare le scarpe. “Cavoli, non mi sono data lo smalto…”. Lo dico con tono scherzoso, ma un po’ di rammarico lo provo davvero; ho timore che le mie unghie nere, martoriate dalle scarpe da corsa e pure da quelle da bici, possano suscitare disgusto. “Neanche io mi sono dato lo smalto, guarda…”, ribatte il buon Mario. Ah bè, allora siamo in due…
Il manipolo di eroi affronta d’impeto la furia delle correnti. Soprattutto, il gelo delle correnti. Se anche posassi il piede su un gomitolo di filo spinato, non me ne accorgerei; la sensibilità è andata. Guaiti, ululati e bestemmie in antiche lingue asiatiche accompagnano la breve eppure interminabile traversata. Poi il rito si ripete al contrario: su le calze, su le scarpe e via, di gran carriera. Ora il sentiero ha davvero l’aspetto di sentiero. E il sole si sente sulla schiena, anche se poi si va a bagno ancora qualche volta, in torrentelli un po’ meno impetuosi; ringrazio le scarpe in GoreTex, che non lasciano passare nemmeno una goccia, e non è solo quel che dicono alla pubblicità, è proprio vero!

A Prariondo, manco a dirlo, siamo immersi nella nebbia. Ci avvolge pian piano, lungo la ripida salita; nebbia pesante, fitta, che mi fa tirare su i manicotti e chiudere per bene il colletto del gilet antivento. Anche il resto della comitiva ha avvertito l’effetto del brivido: in un attimo, spuntano felpe, berretti e guanti lunghi. L’ultimo a cedere alla debolezza dell’uomo mortale è Lorenzo, che fino all’ultimo resta imperterrito in canotta, tanto da farmi avanzare l’ipotesi che si sia rivestito, prima di partire, di un sottile strato d’amianto. Alla fine, però, capitola anche lui. Peccato; la canotta bianca non era affatto uno spettacolo malvagio, tutt’altro! Ma tanto, ormai, qui non si vede più un tubo…
Sfiliamo davanti al rifugio di Prariondo: il cuore non può che andare al bicchiere di the caldo che un volontario, spuntato dalla nebbia come una visione paradisiaca, mi porse durante il magnifico Gran Trail Rensen di due anni fa. Pioggia e nebbia fitta, quel giorno, ben peggio di oggi, e vento gelido, e l’angoscia di non riuscire a portare a termine il percorso, in quelle condizioni. Non vedevo nulla di nulla, con gli occhiali appannati e gli occhi miopi; se non fosse stato per l’aiuto di un concorrente che mi ha segnato la strada, sarei stata incapace di muovermi. E viene spontaneo pensare all’edizione del GTR di quest’anno, che al momento è in forse, perché l’entusiasmo pure sconfinato del buon Lorenzo, il creatore della corsa, da solo, non basta…

Trottiamo tutti lungo questo tratto, quasi in piano, dell’Alta Via. Un paio di nevai ci rallentano la marcia: per me, poi, è una catastrofe… Laddove il resto della ciurma segue senza problemi la linea della strada, incurante della pendenza impressionante della superficie, io preferisco seguire l’itinerario del saggio Billi ed andare ad aggirare i nevai “da sotto”; poi, che faticaccia per riguadagnare il terreno perduto…
Il panorama, da quassù, sarebbe splendido, se solo ci fosse dato di vederlo. Invece troviamo la neve, che è solo un assaggio di quel che ci toccherà poco più avanti. Il pianoro lerboso, uniforme, lascia spazio alla roccia, quelle lame di roccia piantate nel terreno in obliquo, e poi ai pini modellati dalla forza del vento, bassi, piegati.
La traccia qui è fango, acqua che scorre, un sottile strato di ghiaccio ancora teso qua e là tra le zolle; la fatica della salita c’impedisce di rendercene conto, ma la temperatura dev’essere di poco sopra lo zero. La neve, in alcuni punti, è durissima e regge il peso della persona: “Neve trasformata”, commenta Isacco, come se fosse l’osservazione più ovvia del mondo. Nella mia ignoranza, credo voglia dire che è neve in parte sciolta e poi ricongelata, ma mi censuro, meglio risparmiare il fiato e non inquinare l’aria di boiate.
Sui nevai, manco a dirlo, perdo terreno. Non capisco come sia possibile; i miei compagni continuano a marciare, come se nulla fosse, mentre io inciampo e sprofondo ad ogni piè sospinto. Eppure non posso essere più pesante di loro… Non sono certo una piuma, ma insomma, c’è un limite! Quasi mi meraviglio quando il piede resta su; il più delle volte, sparisce nella neve, che, con la sua crosta gelata, mi graffia i polpacci, senza misericordia. Per fortuna, il freddo anestetizza il dolore. Annaspo ed ho paura: non tanto perché il gruppo è già sparito tra gli alberi, da un po’ – restano pur sempre le loro orme da seguire – ma perché temo di cadere malamente e lasciarci qualche ossicino, che so, qualche tendine… Tutto potrei rompermi, ma le gambe sono la cosa più preziosa che ho! E troppi sogni in testa, sogni di corsa e di bici; inorridisco al solo pensiero. Il cuore impazzisce in quei punti in cui la neve è evidentemente sospesa rispetto al terreno, forma un arco, magari su un rigagnolo o tra due rocce; lì non riesco a capire dove sia il confine, dove il manto bianco torni ad appoggiarsi saldamente sul terreno; e poi, se finissi con la gamba a reggere il peso su un punto del genere, ma nascosto? L’ansia moltiplica i rischi; spesso mi fermo, esito, finisco per buttarmi in avanti malamente, per la fretta di raggiungere gli altri, per non farmi aspettare, e pazienza se il ghiaccio ed i rami che spuntano mi s’impigliano addosso, mi graffiano. Di tanto in tanto, in lontananza, spunta la testa di Isacco, forse l’unico che può rendersi conto delle mie difficoltà abnormi, perché in montagna insieme siamo già stati, qualche volta. Mi maledico per la mia inettitudine, maledico il momento in cui ho aderito a questa giornata, e, al contempo, mi sforzo di tenere i nervi sotto controllo, dare un’impressione di calma…

Due edifici in pietra, una fontana, il gruppo lì fermo e riunito. Visione celestiale: mi ci avvicino, sempre incespicando e sprofondando; nessuno mi fa pesare la mia insostenibile lentezza. Anzi, approfitto io stessa di una breve pausa. Poi si riparte, e ancora una volta rotolo in fondo al gruppo; ancora neve, troppa. Ancora nebbia, rumore d’acqua che scorre, gocciola dai rami; le voci allegre della compagnia che mi giungono da lontano. “Adesso prendiamo l’asfalto”: poche parole che mi levano un enorme peso dal cuore. L’asfalto, il mio unico vero amore, quel che mi caverà da questo pasticcio! La fame si fa sentire, nel frattempo. Mangio qualche boccone di barretta, in attesa che la nebbia mi riveli la grigia ancora di salvezza: una sbarra sul sentiero, un rifugio. La strada. Un improvviso turbine di latrati e guaiti squarcia l’aria: inferocite, altissime, le voci di Billi e di un altro cane. Lorenzo e Billi sono qualche decina di metri più avanti; mi si blocca il respiro, ho il terrore di vedere il povero Billi nelle fauci dell’aggressore… Il trambusto continua per qualche istante, vani i tentativi di Lorenzo di richiamare il suo pupillo a quattro zampe. Finalmente, arrivo anch’io al piccolo piazzale di fronte al rifugio: un grosso cane, scuro, pacifico, sta seduto proprio nel mezzo, indifferente, come se nulla fosse successo. I Liguri della compagnia lo conoscono già: pare che sia un gran bonaccione con tutti… Ma è maschio, come Billi. E poi, alla fine, viene fuori che il bullo attaccabrighe è stato proprio il nostro compagno di viaggio! Eccolo lì, il manigoldo, che trotta a bordo strada; forse un po’ acciaccato, ma non lo dà a vedere.

Asfalto, adesso: in leggera salita, di corsetta, fino al Passo del Faiallo, senza poter vedere altro che pochi metri di strada davanti ai nostri piedi. Tagliamo, via sentiero, ancora un tornante, poi solo più strada, per un po’. Via di corsa, e il gruppo si sgrana subito.. Lorenzo e Giuseppe spariscono nella nebbia; Mario li segue poco dopo. Io rallento un po’, perché conosco il mio pollo: infatti, non tardo ad udire il lamento del pastore tibetano; il buon Isacco ha la fobia dell’asfalto, una mania spinta all’estremo, con manifestazioni psicosomatiche che gli fanno percepire dolore alle ginocchia non appena accenna un passo sul bitume. Così, con una costanza che solo una radicata follia maniacale può produrre, si arrangia a correre sui pochi centimetri di erba tra il guard rail e la strada, rischiando tra l’altro di storcersi malamente una caviglia ogni metro. Quand’anche questo minuscolo respiro gli viene sottratto, allora si rassegna e cammina. Abbandonarlo indietro mi dispiace; anche se sono solo pochi chilometri, so che, a parti invertite, mi spiacerebbe restare da sola. Così corricchiamo e camminiamo nella nebbia più fitta che mai: non appena sentiamo il rumore di un motore, ci spalmiamo contro il bordo della strada, perché qui il rischio di essere ignorati e stirati è alto davvero.

Non passa molto tempo prima che ci arrivino alle orecchie le voci dei colleghi. Sono fermi in corrispondenza del punto in cui parte una strada sterrata, in attesa. Isacco quasi si scusa, “E’ colpa mia, non posso correre sull’asfalto”: mi fa una gran tenerezza, come se ci fosse una colpa da affibbiare a qualcuno. Ma il resto del gruppo non sembra curarsene. E’ qualcosa che spesso mi lascia di stucco: io ho sempre la sensazione di dovermi in qualche modo scusare, o difendere da un’accusa, o ancora cercar di evitare che qualcuno sia in diritto di sollevarmi un’obiezione; anche nelle piccole cose, rimesto mille pensieri, e poi spesso va a finire che nessuno aveva nemmeno lontanamente considerato l’ipotesi di rimproverarmi qualche colpa. Vivo sulla difensiva; il guaio è che, purtroppo, spesso è l’unica strategia che paga, e ne ho già avuto anche troppo spesso dimostrazione…

Imbocchiamo al trotto la strada sterrata, ancora tanto fango ed acqua, ma basta neve, per fortuna. Gli alberi sono ancora spogli, senza gemme, ma la terra ha già buttato fuori innumerevoli bucaneve, lilla, teneri e sottili, violette e fiorellini gialli. Se non fosse per queste confortanti presenze, oggi si direbbe una giornata autunnale per eccellenza.
Ci immettiamo per un breve tratto sulla strada asfaltata che dall’Acquasanta sale al Faiallo; strada in salita, non si corre, ma si può approfittare per mangiare un boccone. Mentre armeggio con la barretta ancora confezionata tra i denti, compaiono due corridori vestiti di tutto punto per una gara, dall’aspetto molto combattivo. Chiedono indicazioni a cui rispondono gli autoctoni del gruppo. Poco più su, allo scollinamento, in località Giutte, abbandoniamo del tutto l’asfalto. Ancora strada sterrata. La nebbia s’è alzata; non si può dire che splenda il sole, ma un po’ di luce filtra in mezzo al bosco. Lorenzo ed io prendiamo un po’ di vantaggio: ma è tutt’altro che facile procedere; il passaggio è invaso da rami ed interi alberi spezzati e crollati a chiudere l’intera via. Un ambiente quasi spettrale: colpa del gelo? Ci vorrebbe un bel lavoro di sega e sgombero… Mi viene in mente una sequenza del bellissimo film “Il Corridore”, in cui il protagonista, Marco Olmo, va per sentieri con la motosega nello zaino, a liberarsi il passaggio per potersi allenare di corsa. Noi pigramente ci limitiamo a scavalcare ed aggirare gli ostacoli. Mi accorgo solo ora che Giuseppe ha preso vantaggio. Non l’avevo più visto, pensavo si fosse attardato un po’, invece lui ha rosicchiato un bel vantaggio. La strada sterrata è lunga e quasi in piano; si presta alla corsa: faccio del mio meglio, per pietà di Lorenzo che non osa mollarmi lì, ma, di suo, a quest’ora sarebbe già in cima alla prossima vetta, che io nemmeno vedo. E’ davvero istruttivo sentirlo parlare della sua esperienza nella corsa in montagna: chissà, magari, tra una trentina d’anni, potrei tornare ad Arenzano ed intervistarlo per scrivere la sua biografia sportiva!

Di colpo, usciamo dal bosco e ci ritroviamo in un ampio pianoro, da cui si gode finalmente una bella vista. Come sempre, ho perso completamente l’orientamento; non saprei dire dov’è che devo aspettarmi di vedere il mare… E comunque non ho tempo di indagare: il sentiero, da qui un vero sentiero, prende a salire in cima a questo collinotto tondo di fronte a me, una scia di terra bianca in mezzo all’erba. Billi fa da apripista, Lorenzo da locomotiva; io dietro, cercando di salvare un po’ di dignità. Giuseppe è anni luce avanti; Isacco e Mario sono all’inseguimento. Salita breve, ma aspra, breve tratto in piano e poi, oltre una spalletta del pendio, ecco il fuggiasco, fermo accanto ad una fontanella. L’ultima per un lungo tratto, a quanto pare: ma questo vale per gli escursionisti delicatini di stomaco. Per me non è un problema; mi abbevero a qualsiasi rigagnolo di acqua più o meno corrente; le borracce sono pesanti e fastidiose, non so mai dove metterle.
Il gruppo decide, all’unanimità ed in silenzio, di concedersi una pausa e poggiare le riverite chiappe sull’erba umida. Mi adeguo, in fondo fa piacere anche a me, ma so che la pagherò. Ripartire sarà una pena… A garretti fermi, si mettono in moto le mascelle, per tutti, anche per Billi, che banchetta a crocchette. Festa grande anche per lui: di solito, essendo un cagnotto forte di zampe ma delicatino di stomaco, gli tocca il digiuno assoluto dal primo all’ultimo chilometro di marcia… Il sole è fiacco, appena un lieve tepore sulla pelle, ma il vento mi intirizzisce. Ho le gambe rigide ed un po’ congelate quando ripartiamo, il fiato grosso. Ancora bosco, un po’ di corsa e un po’ di passo; un’infinità di pozzanghere, rigagnoli e torrentelli già più seri, il tallone di chi mi precede sempre a portata di vista, neanche fossimo in gara. Patisco e sconto la pausa.

Lorenzo ci indica, tutt’a un tratto, la meta finale, o meglio, la meta dell’ultima salita. Si vede, contro il cielo, leggermente a destra, il Santuario della Madonna della Guardia sopra Genova, che, al contrario del suo omonimo di Varazze, ha l’aria ben più sostanziosa. So che lassù arriva una cronoscalata in bici da corsa, ma non ci sono mai stata. Un’ora e mezza, più o meno, sentenzia il capospedizione. Ancora un lungo tratto corribile, poi, ahimé, la prima, vera discesa sull’abitato di Lencisa. Quel che spesso mi sorprende è che, per chilometri, queste montagne sembrano deserte, disabitate, dimenticate dal mondo, e poi all’improvviso superi un colletto, svolti una curva e trovi un paese. Purtroppo per me, la vera discesa ristabilisce il giusto equilibrio tra i componenti del gruppo: i quattro umani ed il cane spariscono, ne sento solo più le voci sempre più lontane; io resto indietro, incespico, cerco nei bastoncini quel barlume di stabilità che le mie gambe non possono darmi. Si va giù sul serio: pendenza ripida, sentiero sconnesso, fango, pietre instabili. E come se non bastasse, a tradimento, quella strana sensazione che già conosco per averla provata proprio in altre discese ripide: una specie di capogiro, un senso di freddo, di rumori che sembrano provenire da lontano, anche se è la pietra che rotola sotto i miei piedi… Stare su, e procedere senza danni, richiede questa volta uno sforzo in più. Intravedo i tetti del paese, il campanile, ma ancora troppo lontano; le voci dei miei compari, chissà dove sono svanite. Questa discesa dura un’eternità… Quando arrivo in fondo, nel cuore del minuscolo paese, li trovo comodamente seduti accanto ad una fontanella. Mi siedo anch’io per un momento, mi sforzo di partecipare alla chiacchiera, ma so bene che, se mi rialzassi subito, potrei anche stramazzare per terra. Un po’ d’acqua, forse, un sorso di miele… Che sia fame? In effetti, non ho mangiato molto, né oggi né nei due giorni scorsi, reduce dall’estrazione dell’ultimo dente del giudizio, l’altro ieri. Però non ho fame; anzi, l’idea di cacciar giù roba, fosse anche la mia amatissima focaccia, in questo momento mi ripugna.

Osservo a caso tre personaggi che spuntano sulla porta di una casa e di un ristorante; due uomini ed una donna che, a giudicare dal giro vita, assommano in tutto a mezza tonnellata di materia umana. Meglio ammirare invece le case, ben curate e ristrutturate, i ballatoi, persino la piccola 112 che suscita in me tanti ricordi, non sempre lieti. Era l’auto di famiglia, l’unica auto di famiglia, quand’ero piccola. Se penso che oggi, nell’ex famiglia di quattro persone, ora scissa in due alloggi, ci sono quattro automobili… Tutte utilitarie, ma sembrano vagoni del treno in confronto a questa scatolina! Mario, che avanza qualche anno in più di me, ricorda anche il complicato metodo necessario per cambiare marcia, ai tempi: ecco, non si finisce mai d’imparare; non conoscevo il significato dell’espressione “marce sincronizzate”.

Ci rimettiamo in cammino: dalla sala del ristorante, esce un gruppo di viandanti da fine settimana, vestiti a festa e probabilmente pieni come uova. Una vite si arrampica su per il colonnato con volute intricatissime del tronco. Già sull’asfalto, la pendenza è severa: il santuario si vede lassù, sopra le nostre teste, e sembra lontanissimo. Mi sforzo di non darlo a vedere, ma nutro qualche dubbio di riuscire ad arrivarci; mi appoggio ai bastoncini non tanto per salire, quanto per reggere il mio stesso peso, quando mi sembra di cadere… Stringere i denti, dai Gian, non manca molto. Abbandoniamo il nastro nero di asfalto sconnesso, per imboccare un ripido sentiero, che torna a spuntare sulla strada, più in alto. Il complesso del santuario, da qui, è già tanto più vicino. Imbocchiamo la via pedonale: qualche scalino, un tratto in cemento, ancora sentiero. Soffro sul serio, adesso; vorrei partecipare al discorso, poter ridere delle battute, ma mi manca il fiato. Passi sempre più corti, per risparmiare le energie; le gambe non vogliono saperne di rispondere, il fiato è sempre più corto, riempe i polmoni ma è come se fosse inutile. Mi rassegno a deporre le armi, già abbastanza spuntate anche in condizioni normali, e mi trascino fino a sentire nuovamente l’asfalto sotto i piedi. Eccoci sul piazzale del santuario: un bazar, ecco cos’è. Bar, ristoranti e venditori di ricordini; turisti e branchi di suore che mi fanno per istinto pensare di compiere il rituale gesto scaramantico, che non potrei compiere nella realtà per mancanza della materia prima da afferrare. Non so se valga lo stesso, prendendo a prestito la materia prima altrui; meglio lasciar perdere…

I miei compagni di viaggio si dileguano nei pochi istanti in cui approfitto del bagno. Quando torno sul piazzale, c’è solo il povero Billi, legato alla panchina e tutto teso verso la porta del locale dove dev’essersi infilato Lorenzo. Provo a tranquillizzarlo a coccole… Un cane non si spiega l’abbandono, non sa che sarà per qualche minuto; quando lo lasci da solo, in un ambiente estraneo, per lui è come se l’avessi abbandonato per sempre: aspetta il tuo ritorno con l’angoscia negli occhi… Ma Billi non è un cane da coccole; le tollera, forse le gradisce per un istante, ma resta comunque sdegnoso. Non è come il mio Skipper, che ad un minimo accenno di parola gentile ti salta persino in testa per la gioia… Anche i cani hanno il loro preciso carattere. Io sono, come si suol dire, più di là che di qua; trangugio volentieri un caffé con lo zucchero, ma nient’altro, mentre il resto della spedizione, a quanto pare, è satollo quando abbandona il piazzale.

L’originario piano di viaggio avrebbe previsto la discesa a Sestri Ponente, percorribile per due vie. Ma qui spunta un’altra volta la fobia dell’ipocondriaco del gruppo: no, guai, l’asfalto no, io mi rifiuto, ecc. ecc. Dodici chilometri di asfalto, mal contati: si potrebbe andare giù in poco più di un’ora… Niente da fare. La mandria opta per il sentiero contrassegnato dal rombo rosso; discesa verso il paese di San Carlo e, da lì, corriera per Sestri più treno per Varazze. Quindi, ridiscendiamo il sentiero pedonale, poi qualche centinaio di metri di asfalto; rapido consulto delle carte e riordino delle diverse opinioni, poi giù lungo un bel sentiero nel fitto del bosco. Sulle prime, nessuno corre: mi sembra troppo bello per essere vero… Poi il passo accelera; ci ritroviamo ancora una volta al trotto. Ma mi adatto, di buon grado; forse il caffé sta entrando in circolo, mi sembra che vada un po’ meglio. Ora sì, è quasi fame…

Attraversiamo un grumo di case, un luogo da favola: c’è un minuscolo agriturismo, una cappelletta in pietra, il rumore di una sega e ciocchi di legno accatastati in un cortile. I primi, timidi fiori sugli alberi da frutto: i filari dei frutteti ed i tubi di gomma per l’irrigazione ci confermano che ormai siamo tornati alla civiltà. Gli autoctoni ci osservano con un punto interrogativo negli occhi.
Ancora discesa, ancora un po’ di distacco, ma ormai è quasi fatta. Ben presto ci troviamo ancora sull’asfalto, in un paesello appena più grande del precedente. Poche case, una chiesa, la pensilina del bus. Ci abbandoniamo lì, in attesa della corriera. Ma siamo anche troppo viziati, ormai. Aspettare un’ora la corriera è cosa assai noiosa… Ci pensa Giuseppe, che recluta al telefono la figlia: vittima incolpevole, povera lei, delle manie di fatica e distanza del genitore, e della combriccola del genitore. La fanciulla, suo malgrado, verrà a raccattarci con l’auto: siamo tanti, ma dovremmo starci tutti.

L’attesa finale è un bel momento di soddisfazione e sane risate; il fiato che ci resta, ora, possiamo destinarlo tutto quanto alla lingua. L’avventura è stata bella, semplice, senza fronzoli, vissuta fino all’ultimo passo. Quarantotto km per un dislivello che non saprei calcolare, chissà, forse duemila, forse poco di più.
Così una bella bionda, alta, figura slanciata, gonna corta, calze chiare sottili e tacchi, che ci volge le spalle ed accompagna a spasso il cagnetto, attira la mia attenzione prima di quella della truppa che più ne avrebbe diritto; si sa che la serpeggiante rivalità femminile ha mille e mille risorse in più della cupidigia maschile… Mi attira proprio perché è appariscente e del tutto fuori luogo in questo piccolo borgo, tra i pensionati ed i ragazzini che giocano a pallone nel vicino campo sportivo; vista così, è una farfalla in mezzo alle mosche… Ma il buon Giuseppe, che, zitto zitto, è uno che la sa lunga, ammonisce: “Attenzione… A volte succede che sia, dietro, liceo, e davanti, museo”. Un’espressione che appartiene, per me, ai tempi remoti della scuola, e che non sentivo più da tanto… L’effetto scenografico è eccezionale: la presunta fanciulla, alla fine, si volta e viene verso di noi; in effetti, beh, il viso sembra il mantello di uno di quei dolcissimi cani con le grinze. E non provo nemmeno quella vile soddisfazione dettata dall’invidia: penso con orrore che, tra non molto, farò la stessa fine anch’io; e se non avrò sul viso quelle stesse rughe un po’ cascanti, sarà solo perché ho, ed avrò, molto più lardo attaccato alle ossa rispetto alla signora. Mi consola la conclusione di qualcuno dei presenti: “Beh dai, in fondo anche così fa la sua figura”… Meno male. C’è ancora speranza.

Il viaggio in auto è anche più comodo del previsto; il bagagliaio accoglie comodamente Lorenzo e Billi, mentre il sedile posteriore basta per me, Mario ed Isacco, quest’ultimo molto interessato all’idea di avere a disposizione una giovane autista, appena ventitreenne. Talmente stralunato che poggia i bastoncini in mezzo alle ginocchia, con la punta rivolta in su, a pochi centimetri dal suo viso: immediatamente mi si materializza davanti agli occhi l’immagine dello spiedo, nel disgraziatissimo caso in cui dovesse toccarci un incidente…

Il caos di Genova c’inghiotte. Io non capirò mai come si possa pensare di spostarsi in auto in una città come quella. E dire che ho sempre pensato che guidare a Torino fosse difficile… Là è difficile, ma qui è un’impresa disperata, criminale e suicida allo stesso tempo.
Il treno sembra pronto per noi. Arriverà tra dieci minuti: salutiamo Giuseppe, che abita qui nei paraggi, e ci accomodiamo sui gradini della scalinata. Tutti impegnati, di cuore, a consolare il povero Billi, costretto ad indossare la museruola. Ha uno sguardo che dice più di un intero discorso: è visibilmente, inequivocabilmente, profondissimamente offeso. Si lascia carezzare senza reagire, ogni tanto lancia uno sguardo supplichevole; si vede che accetta, perché è un cane d’indole buona, ma si sente vittima di un sopruso, e non lo merita. Tutto perché Lorenzo, tempo fa, è stato apostrofato in treno da un controllore i cui neuroni erano partiti per le ferie: il cane non può viaggiare senza museruola e nemmeno senza il libretto sanitario… Sarei proprio curiosa di vedere come si sarebbe comportato, il solenne tutore dell’ordine ferroviario, se, invece di una persona rispettabile con un cane piccolo e mansueto, si fosse trovato davanti un tossico, o un ceffo da patibolo con la stazza di un puglie ed i piedi infangati comodamente distesi sul sedile di fronte. Probabilmente, gli avrebbe aggiustato il cuscino. L’arroganza senza misura di chi si sente investito di chissà quale potere, pur essendo in fondo un semplice controllore… La sindrome dell ausiliario dei vigili urbani, la chiamo io.

In treno, ci sistemiamo a metà nel vagone, lasciando ad altri i sedili. La bestiola si acciambella, stanca ed ormai rassegnata; pure ferita a morte per l’offesa, non manca di lanciare, di tanto in tanto, un’occhiata adorante al suo padrone: quello sguardo che solo chi ha, ed ama, un cane può davvero capire. Nessun essere umano, nemmeno il più appassionato degli amanti., può trasmettere tanto con un semplice sguardo.

Ad Arenzano sccendono Lorenzo e Billi, a Cogoleto scende Mario; ultime briciole, Isacco ed io recuperiamo la 313 a Varazze, destinazione il freddo nord. Il parcheggio del centro commerciale sarà peggio di un girone infernale; spero di ritrovare la Opel e di poterne uscire viva…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!