27 settembre 2009 – Trofeo Besimauda e salita in bici al Monte Ray

In una domenica di fine settembre, sulle alture appena sopra Genova, la temperatura è ancora adorabile, per me che detesto il freddo e la nebbia; ecco perché la sveglia alle quattro del mattino non è poi così drammatica. Non lo è nemmeno uscire di casa tre quarti d’ora dopo: un meraviglioso tepore che mi leva la voglia di passare al di là dei bricchi e tornare in Piemonte.
In più, la ripida rampa in discesa che conduce dalla casa di Matteo alla strada mi regala una buona dose di fiducia: nonostante i 70 km del Gran Trail Rensen di ieri, le gambe sembrano in ottima forma; beh, ottima magari no, ma i muscoli non sembrano né induriti, né dolenti, niente di niente. Certo che non posso illudermi di essere proprio brillante al Trofeo… Ma, del resto, non lo sarei nemmeno se fossi reduce da un congruo periodo di riposo!
In viaggio con Matteo verso Peveragno, la sosta all’autogrill poco prima di Mondovì mi riporta bruscamente alla cruda realtà climatica piemontese: non appena metto la zampa fuori dall’auto, il brivido mi assale a tradimento, dalla caviglia fino alle punte dei capelli. Un freddo ignobile, che razza di escursione termica in un’ora e poco più. La conseguente corsa verso l’autogrill, e poi di ritorno verso la Opel, conferma se non altro la mia impressione: i garretti sono in buona forma; hanno digerito la mattana alla perfezione, nel giro di poche ore di nanna. Poche, ma profonde; ho dormito come un sasso!

Il sole sorge mentre ci avviciniamo a Peveragno. Qualche difficoltà a scovare la frazione in cui si trova il Centro Congressi, ma, quando ci arriviamo, ne resto davvero colpita. Per quel poco che ho saputo a proposito del Trofeo Besimauda, si tratta di una gara con partecipazione molto ridotta, poche decine di persone; eppure, già l’accoglienza è in grande stile: un piazzale ampio per il parcheggio di auto e camper; volontari già pronti e scattanti alle sette del mattino; un locale pulito, luminoso e confortevole per la distribuzione dei numeri di gara. Bellissimo!
In realtà, so bene di essere oggi nel posto sbagliato al momento sbagliato; questa corsa non ha nulla a che vedere con il tipo di competizioni a cui prendo parte di solito. Quelle sono accomunate da lunga distanza, dislivello notevole, di norma dai tremila metri in su, e si possono affrontare, per chi ha meno spirito, o fisico, agonistico, come me, anche camminando per buona parte del percorso. Questa è una skyrace: significa correre come disperati dall’inizio alla fine, con il cuore che batte all’impazzata ed il respiro talmente affannoso che sembra di soffocare. Insomma, qualcosa che a me è precluso, perché non ne ho le doti fisiche, né tantomeno la testa. A me piace fare fatica, ma non soffrire… E allora perché sono qui? Buona domanda. Perché l’anno scorso ho appiccicato al Rensen, il giorno successivo, una maratona siu strada, e quest’anno avrei voluto ripetere in qualche modo l’exploit. Giusto per vedere se ne sono ancora capace. Per questa domenica, ci sarebbero state tre alternative possibili. Una, il Trail des Alpes Maritimes, dal Col de Turini a Menton, poco più di 50 km e 3000 m di dislivello positivo: mi sarebbe piaciuto, ma, per poter accedere al servizio di trasporto, al mattino, da Menton al Col de Turini, partenza della manifestazione, avrei dovuto ritirare, per regolamento, il numero di gara al sabato. Impossibile, visto che non ho ancora il dono dell’ubiquità, anche se mi sto attrezzando. La seconda, il Trail des Aiguilles Rouges, a Les Houches, appena oltre il Traforo del Monte Bianco: e lì sì, ci sarei andata di corsa, anche a costo di viaggiare la notte, di non dormire, di presentarmi al via pesta e distrutta di stanchezza; peccato che ho saputo di questa corsa solo una settimana fa, ad iscrizioni desolatamente chiuse… Per esclusione, è rimasto il Trofeo Besimauda; non certo una corsa da quattro soldi, tutt’altro, solo che è un genere che nulla ha a che vedere con il mio.

Non ha importanza: farò il possibile per rendere l’esperienza positiva, anche se so già che resterò da sola per tutta la strada e che, probabilmente, finirò fuori tempo massimo incappando in qualche cancello orario intermedio. In compenso, sono sicura che Matteo porterà a casa un bel risultato; mentre io sono iscritta al percorso con salita e discesa, da 25 km per circa 1.900 m di dislivello, lui si è limitato, si fa per dire, alla cronoscalata fino alla vetta della Bisalta, la Besimauda appunto; 8 km per 1.500 m di dislivello.

I ragazzi che si occupano dell’organizzazione sono gentilissimi: immagino che tutti rivolgano loro le nostre stesse domande, sul percorso, sulla segnaletica, sui tempi, eppure rispondono con grande disponibilità a tutti.
Il via della mia gara è fissato per le otto o giù di lì: siamo talmente pochi che, quand’è ora, ci chiamano così, a voce, “Tutti alla linea di partenza!”. Breve spiegazione del percorso: c’è una salita lunga e dura e poi una salita più breve, a quanto pare. Mi guardo intorno, sono l’unica che indossa una maglia con le maniche lunghe, per giunta felpata. Gli altri, tutti in canotta o maniche corte, e non so quanti abbiano con sé una copertura in più…
Bene. Sotto un cielo nuvoloso e malaticcio, si parte: che qualcuno ce la mandi buona e senza vento, che ieri ne ho già preso abbastanza!
Partiamo di corsa, per strada asfaltata e poi strada sterrata in leggera salita. Le gambe sembrano fare il loro dovere, senza problemi, e per un paio di chilometri riesco persino a tenere d’occhio il resto del gruppo, non ancora troppo avanti rispetto a me; il guaio è che quelli riescono a correre anche in salita, mentre io, non appena la strada tende a salire, anche una pendenza solo accennata, devo tornare al passo, veloce sì, ma sempre passo, perché non ce la faccio. O meglio: forse ce la potrei fare, almeno per un po’, ma a prezzo di una fatica spropositata rispetto al vantaggio in velocità. No, no: passo di marcia veloce e buonanotte. Attraverso così la prima parte della gara, boscosa, prima su strada sterrata e poi su sentiero. Funghi dappertutto; quei bellissimi funghi dal cappello rosso, tondo, con i puntini bianchi, proprio come li si trova nei fumetti: ed io che pensavo non esistessero nemmeno, i funghi fatti così! Immagino siano velenosissimi, ma non c’è problema; io non li tocco, così come non toccherei nemmeno quelli commestibili, perché, se c’è una cosa di cui non m’importa nulla, culinariamente parlando, sono i funghi. Mi risulta poi che anche quelli “buoni” non siano poi una gran manna per il fegato, tutt’altro: meglio lasciar perdere, visto che il mio fegatino lo maltratto già abbastanza in altro modo.

Dall’erba umida del sentiero, sbuco sotto un traliccio dell’alta tensione, incrociando il passaggio di alcuni cercatori armati di cestini. Da qui, la pendenza si impenna: si sale su dritti per una rampa di terra, scivolosissima, umida oltre misura, com’è umido tutto qui intorno. Non piove, ma gli abiti, le mani, i capelli sono fradici, l’aria che si respira è pesante, densa. Le gambe, in compenso, apprezzano la salita, su cui si arrampicano ad andatura regolare, lenta ma costante, con l’aiuto dei bastoncini. Alle mie spalle, la scopa: povero ragazzo… Mi scuso fin da subito per la pena che lo costringerò a subire, ma, se non altro, ho qualcuno con cui attaccare bottone. Ecco: già l’idea di correre una skyrace, correre si fa per dire, chiacchierando, è un controsenso, è aberrante, ma che ci posso fare?
L’unico aspetto sgradevole di questa ascesa è il fondo, sempre più fangoso man mano che si sale, quindi scivolosissimo. I bastoncini si conficcano giù, a volte per qualche centimetro, ed offrono comunque un sostegno precario; le gambe spingono, ma di tanto in tanto il piede perde la presa ed io mi ritrovo in ginocchio nella pauta. Così, due passi avanti ed uno indietro, arrivo a superare il primo tratto, non senza l’incontro ravvicinato con un cacciatore ed il suo fido fucile. La vegetazione si fa sempre più rada, rispetto ai settecento m di quota di Peveragno. Pochi passi in piano lungo la strada, un bicchiere di the al ristoro, e poi la seconda, lunghissima parte di salita, questa volta su terreno aperto, senza più alberi. S’inizia con un sentiero abbastanza definito, anche se disastroso; fango e pietre viscide, scivolosissime. Sembra che qui si sia appena abbattuto un fortunale: davvero non so dove poggiare i piedi per avere un minimo di sicurezza. Complice la fortissima pendenza, qui davvero casco ad ogni piè sospinto. Quando sarò in cima, ammesso che io ci arrivi, somiglierò ad una statua di creta!

La scopa mi segue, con la pazienza di Giobbe, e riesce anche a mantenere la calma, ridendo e scherzando. Scopro che è ciclista pure lui, anche se, a differenza di quel che piace a me, lui in passato s’è dedicato allle corse a circuito, insomma, quelle in cui si viaggia a velocità motociclistiche, magari su un anello di due km da ripetere millecinquecentosettantatre volte e mezza… Che sia quello, il corrispondente ciclistico di una skyrace? Per me la situazione della stabilità peggiora man mano che salgo. Ogni passo costa una fatica esagerata, per il solo fatto di dover correggere lo scivolone; anche l’appoggio apparentemente più fidato non tiene: complici forse anche le mie scarpe semidistrutte, con una suola ormai così liscia, in certi punti, che andrebbe bene per pattinare sul ghiaccio. Dopo un tempo imprecisato di lotta con le sabbie mobili, in cui non è che abbia poi superato quel gran dislivello, mi superano i primi due corridori della cronoscalata, partita con mezz’ora di ritardo rispetto alla corsa intera: salgono come se avessero quattro zampe di camoscio, come se non avessero peso. Mi faccio da parte, li lascio andare e poi riprendo a brancolare nella terra molle. Va sempre peggio man mano che salgo: e lassù, sopra la mia testa, non si vede nulla, solo nebbia.
Qualche minuto dopo i primi, arriva all’inseguimento un gruppo di tre persone, sempre della cronoscalata – del percorso lungo, manco a dirlo, l’ultima sono io, con distacco abissale – e in testa c’è Matteo, che sale di gran carriera, quasi senza fiato. Ce lo metto io, il fiato, per incoraggiarlo. L’ultima dei tre è una donna, la campionessa italiana, sibila Matteo: campionessa non so di cosa, presumo di skyrunning, comunque si vede che è una che va come un treno… E sarà lei la garanzia dell’eccellente prestazione di Matteo: piuttosto di farsi superare da una donna, sarebbe capace di raggiungere la vetta della Bisalta per via di levitazione.

Quando già comincio a dubitare di essere tecnicamente in grado di proseguire, si materializza davanti al mio naso un incubo: una sorta di placca unica di pietra, con alcune fessure verticali come la pietra stessa. Il sentiero lì sparisce; ricompare poi su, in alto, oltre la roccia. Significa che ci si deve proprio arrampicare lì. Esito un attimo: ma qui c’è qualcuno che mi piglia per il soprasella… Salire lì? E come si fa? Dove ci si aggrappa? Ma non è mica possibile!
Mi pento e mi dolgo per la malaugurata idea di iscrivermi a questa gara… Ma ormai sono qui, non posso mica tornare indietro! No, indietro proprio no, non sarei assolutamente in grado di scendere di qui, è fuori discussione. Ma la consapevolezza di poter solo salire, come certi alpinisti quando sono costretti ad uscire da una via senza poter ripetere in discesa l’itinerario percorso in salita, non mi è di alcun conforto, anzi. Bastoncini in una mano, con l’altra mi aggrappo alle minime sporgenze, sempre fredde ed umide e scivolose, della roccia, appoggiando i piedi nelle fessure e poi spingendo; in un tempo eterno, tra scivolate ed esitazioni, più o meno riesco ad uscirne, ma solo dopo aver lasciato passare avanti la seconda delle donne della cronoscalata, una madama minuscola, tutta nervi, che passa oltre come se avesse appena salito la scala che porta al pianerottolo di casa. “Se fosse tutta così”, esclama, sottintendendo che ne sarebbe ben lieta; ringrazi che non posso perdere nemmeno uno dei miei precari appigli, altrimenti le assesterei una porzione di questo odioso monolite, staccata a morsi per l’occasione, direttamente in miezz’ alla capoccia!

Da qui in poi, però, smetto di ridere. Adesso sì che comincio ad aver paura. Non c’è più un vero e proprio sentiero, solo una traccia di erba calpestata, ripidissima oltre misura, umida e scivolosa, tanto che mi capita di tentare tre o quattro passi di fila senza riuscire a muovermi né a sollevarmi da terra quando scivolo. Chissà cosa se ne dice il poveretto al mio seguito; avrà le mani nei capelli, anche se mi ripete di non preoccuparmi. La fatica di salire è nulla rispetto al dolore dei muscoli che si tendono in modo innaturale, si torcono, si irrigidiscono di colpo per parare una caduta. C’è un diluvio di mirtilli qui intorno, alcuni belli grossi e pasciuti, ma riesco a coglierne, proprio al volo, pochissimi. Il guaio è che ho già una gran fame, ma qui di mangiare proprio non se ne parla; troppo ripido, troppo incerto.
Raggiungo una sella che non è ancora il colle a cui dovrei concludere la salita, ma, se non altro, segna un cambio di pendenza, un po’ meno severa. Non che sia molto meglio, però: adesso il minuscolo sentierino, appena accennato, taglia il pendio di traverso; io guardo giù e mi sforzo di non pensare a cosa potrebbe succedere se scivolassi qui… No, ammetto che non avrei immaginato nulla del genere. Se l’avessi saputo, non sarei salita fin quassù a masticare paura e ridicolo; questo è un itinerario stupendo, ma, per le mie enormi difficoltà di equilibrio, andrebbe affrontato con tutte le cautele, mettendo da parte qualsiasi ambizione di velocità Non so se ce la faccio… La scopa, che ora però è diventata la mia guida, non si pronuncia più; nemmeno lui può negare l’evidenza!

La nebbia quassù è fitta e fredda; devo dire che la felpa è stata l’unica decisione saggia della giornata. Peccato, chissà che fantastico panorama sulla Bisalta si potrebbe godere da qui: vorrà dire che dovrò tornarci, prima o poi, magari in elicottero.
Speravo tanto che la discesa fosse un po’ meno drammatica: ahimé, mi sbagliavo, e di grosso, anche. Appena oltre il colle, al bivio a cui la cronoscalata gira a sinistra per raggiungere la vetta, devo tirare invece dritto sulle orme dei compagni di gara. Bene, il primo tratto è tutto su roccioni grossi, accumulati l’uno sull’altro e viscidi; qui non c’è proprio speranza, scivolo ovunque, mi tocca avanzare con i piedi di piombo, tastare ogni appoggio, spostare con cautela il mio tonnellaggio. E non basta: poggiato il piede su una roccia che sembrava sicura, scivolo all’indietro, batto il fianco sinistro, ruzzolo di sotto, mi fermo su un’altra roccia, quasi piatta per fortuna, concludendo il volo con una solenne craniata. Sotto lo sguardo a metà tra l’allibito ed il preoccupato della scopa, mi rialzo a fatica, pesta e contusa: non è tanto la testa a far male, quanto la coscia, che ha attutito gran parte del colpo. Ecco, è vero che Madre Natura non è stata generosa con me quando si è trattato di distribuire l’equilibrio, sia fisico che psichico; però, ha avuto cura di compensare in altro modo, dotandomi di spesso strato adiposo protettivo per limitare i danni. Infatti l’involucro morbido ha funzionato alla grande: resterà un livido, ma nulla di più.
Quando la fitta alla gamba si placa, riprendo a camminare, ma ovviamente con il cuore in gola; scivolo altre mille volte, tanto che il mio guardiano si offre di passare avanti, in modo che io possa seguire la sua traccia di pietra in pietra. Dal colle in poi, la discesa è ancora un miraggio; si scende e si risale un’infinità di volte, sempre su e giù per queste grosse pietre tondeggianti. A ciascuno dei tanti punti lungo il sentiero in cui c’è il presidio di alcuni volontari, sempre la stessa solfa: “Siamo gli ultimi, sono la scopa”. Sigh… Giriamo il coltello nella piaga!

Nonostante si salga e si scenda da un bel po’, è evidente che qualche metro di quota l’abbiamo perso; siamo scesi appena sotto la cappa di nebbia più fitta. Ora s’intravede il colore di un pallido sole e l’idea della vallata, a colori pallidissimi, sotto di noi. Comincio a non poterne più di pietre… Ho impiegato un’eternità ad arrivare fin qui, una marcia lentissima, quasi un’agonia; non riuscirò mai a spiegarmi come si possa essere veloci qui, senza rischiare l’osso del collo. Poi, finalmente, quando già avevo smesso di sperare, inizia qualcosa che somiglia ad una vera discesa: sentierino traverso in mezzo al prato, fangoso e viscido pure questo, ma, se non altro, meno ripido. Almeno si chiacchiera, di La Sportiva, di Olmo, di Jornet, di tutto e di più, mentre il pendio ripido digrada verso il pascolo più tranquillo, verso un alpeggio, mentre tuffo i piedi nel ruscello che in molti punti s’è impadronito del sentiero. Finalmente si gode un po’ di paesaggio ed è bellissimo! In fondo, poi, nella discesa vera e propria ho rimediato solo due crolli, uno direttissimo sull’osso sacro, che dolenzia… Appena prima di abbandonare la traccia di sentiero ed immettersi sulla strada sterrata, però, non mi faccio mancare ancora una ginocchiata giusto giusto contro lo spigolo di una roccia, un vero e proprio dolorosissimo attentato alla rotula, di cui porterò il ricordo per parecchi giorni: per la serie, come soffrire in silenzio, perché, se mettessi l’audio, sarei giustamente insultata.

Ci sono ancora i volontari a presidio del mini ristoro; ancora sorridenti, gentili, benché siano quassù da chissà quanto tempo e solo per colpa mia. Un bicchiere di the e riparto di corsa lungo la sterrata, felice di poter finalmente poggiare i piedi su qualcosa di piatto, più o meno. Alla corsa i muscoli rispondono bene; quel che mi suona un po’ strano è che mi sia stato ancora permesso di procedere. Dovrei già essere fuori tempo da un po’… Intanto mi godo una temperatura un po’ meno severa ed un barlume di panorama attraverso gli occhiali non più appannati. Lungo la strada, incrociamo un fuoristrada da cui scende un personaggio in tenuta da corsa: pare che questo sia il cambio della scopa. Peccato solo che lo capisco troppo tardi per salutare il podista che ha vegliato su di me fin qui. Non perdo occasione di riattaccare bottone anche con il nuovo venuto, però. Adesso dovrei imboccare una breve salita di trecento metri di dislivello, prima della discesona finale: al bivio, le persone che presidiano la strada ci chiedono se vogliamo proseguire lo stesso… Ah ecco, mi pareva: allora sono fuori tempo massimo! Guardo con occhio implorante la mia nuova guida: “Se tu hai voglia, io proseguirei volentieri”… Il poveretto non osa rifiutare, anche se, a dirla tutta, non leggo entusiasmo nei suoi occhi; senza troppo pensarci, mi butto su per il sentierino: peccato che, dopo qualche centinaio di metri, ci si pari davanti un personaggio tutto vestito di arancio, armato di radio, che ci intima di fermarci e tornare indietro. “Siete troppo in ritardo”.

La mia prima reazione, istintiva, è uno scatto di rabbia: ma cosa vuole questo? Ma non siamo mica sull’Himalaya, non sono neanche da sola; ma se vuole io gli do il pettorale, cosa me ne importa, e scendo giù per conto mio… Niente da fare, non sente ragioni. L’istinto vorrebbe che gli stringessi le mani al collo; in fondo, però, so bene che il tapino non ha alcuna colpa: la colpa è mia, che ho voluto cimentarmi in una prova in cui me la cavo più o meno come me la caverei con la fisica quantistica. Calma, Gian, lo sapevi che sarebbe finita così; che senso ha incavolarsi? Torniamo alla strada sterrata: ci darà un passaggio nientemeno che una Guardia Forestale, sul fuoristrada d’ordinanza. Beh insomma… Vista la Guardia… Direi che non tutti i mali vengono per nuocere! Davvero un bell’uomo, con una bellissima voce, e pure simpatico. E mi faccio una cultura sul regolamento della raccolta funghi… E su come una jeep slitti pericolosamente sul fango! Poi chiudo il becco e sprofondo nella mia mestizia. Il bosco qui intorno ha indossato la livrea autunnale; mille tonalità di giallo, marrone, verde molto scuro, un tappeto di foglie secche su cui i raggi del sole disegnano luci ed ombre; peccato passarci in auto, troppo in fretta.

A Peveragno, al parcheggio, scendo baldanzosa dalla jeep: non appena appoggio il piede sinistro a terra, una fitta mi gela lì sul posto. Un dolore intenso, che per forza dev’essere saltato fuori nel viaggio, quando la caviglia s’è raffreddata. Malissimo ad ogni passo: cavoli, speriamo bene… Con il fumo che esce dalle orecchie, zoppico fino alla Opel e poi al Centro Congressi, a caccia di Matteo e della chiave dell’auto. Sono furibonda: so benissimo che non ha senso, me ne rendo conto, so anche che sto per rovinare la bella giornata di Matteo, che di certo ha concluso la gara alla grande, ma non c’è niente da fare, non riesco a sbollire. Lo pizzico subito, poveretto, lui che pure si preoccupa; prendo la chiave, gli abiti per cambiarmi, mi sistemo, riprendo forma umana ed asco dal bagno in tenuta ciclistica.

Già, l’intenzione sarebbe stata quella di trasferirci, dopo la corsa, ad Entracque, per salire in bici, in compagnia del montanaro autoctono alias Isacco, al Monte Ray (o Rai? Mah. Con la Y fa più esotico!); una salitella di cui mi sono innamorata e che avrei voluto mostrare a Matteo. Infatti, io viaggio da ieri con la bici in auto, e stamattina c’è finita anche la bici di Matteo. Peccato, si fa per dire, che lui abbia conquistato il quarto posto assoluto alla cronoscalata e che sia quindi destinato al premio; peccato che, per la premiazione, ci sia ancora un bel po’ di tempo da attendere. Eh ma sono trenta euro… Trenta euro, non ci rinuncerebbe nemmeno se minacciassero di tagliargli la gola!
E’lui stesso a lanciare la proposta: “Tu vai a farti il giro in bici, io aspetto, scarico adesso la mia bici e poi con quella verrò ad Entracque”. Poveretto, ormai mi conosce abbastanza da capire al volo quand’è che non è aria. Da una parte, mi spiace abbandonarlo qui e non assistere alla premiazione; mi sento proprio un po’ carogna. Dall’altra, so che c’è solo una cura per raddrizzare questa giornata storta. Consiste nel poggiare le chiappe sulla sella. Allora accetto, raccomandandogli di telefonarmi per qualsiasi problema. Poi metto in moto, via di qua; ho già davanti agli occhi i tornanti del Ray… E la vita mi sorride!

Bloccata qui sul sedile, per quella mezz’oretta di strada che mi attende fino ad Entracque, comincio a sentire ovunque dolorini e doloretti: lo credo; in quindici km scarsi e circa 1.500 m di dislivello, ho preso più mazzate io di Mike Tyson in tutta la sua carriera; comincio a capire cosa prova un tappeto sotto la gragnuola di colpi della massaia che lo batte per levar la polvere. In fondo, la persona che mi ha costretta ad interrompere la gara mi ha probabilmente salvato, se non la vita, almeno un buon numero di ossa. Ero sulla buona strada verso l’autodistruzione. Che vita grama! Ma alla diga è già tornato il sorriso, da un orecchio all’altro. Isacco arriva di lì a poco, in sella alla sua tamarrissima bici da corsa full carbon, questa volta munito di morigerato pantalone nero sotto il ginocchio. Nonostante i guai del suo menisco, in bici non sembra aver problemi; infatti, già dopo un paio di chilometri di salita e di boiate a raffica, sparisce oltre la curva e va. Io salgo tranquilla, meravigliandomi che nemmeno qui le gambe trovino alcunché da ridire; devo solo prestare bene attenzione a dove metto le ruote, perché la strada è invasa da pietrisco, rami e da qualche rocco più grosso ed insidioso. Speriamo che nulla di simile decida di darsi al volo proprio mentre ci passo sotto io!
In cielo si rincorrono e si addensano nuvoloni scuri che sembrano voler minacciare pioggia; a seconda dell’orientamento della strada, un vento non troppo intenso ma gelido mi investe di fronte o di schiena. Un tornante sopra l’altro, i chilometri scorrono, il dislivello si accumula; la distanza progressiva è segnata a bordo strada, ma tanto non mi ricordo mai di buttare l’occhio, persa come sono tra i miei confusi pensieri e l’antenna che spunta lassù in mezzo al bosco, la mia meta. E’ proprio vero che una salita sembra meno ostica se la conosci già, così come, del resto, un certo itinerario, per qualche strano fenomeno fisico-chimico, diventa sempre più breve ed agevole man mano che lo si ripercorre.
Che differenza di paesaggio rispetto a ieri, lassù, a picco sul mare. Meno male che le nuvole sono abbastanza alte. Nonostante questo, quando supero gli ultimi tornanti ed arrivo in vista del parapetto di pietra ove l’asfalto va a morire, trovo Isacco semiassiderato. Eccolo qui, l’uomo da bivacco invernale a millemila metri di quota! E’ più forte di me, non ce la faccio a non prenderlo in giro; la sua reazione mi fa morire dal ridere ogni volta… Giacca e discesa, per me eterna proprio come la discesa giù dalla Bisalta; qui a farmi paura è il fondo sporco, sabbioso o coperto di foglie, dove una frenata improvvisa può rispedirmi a guardare l’asfalto da vicino: francamente, per oggi di contusioni e lividi ho già fatto il pieno, grazie. Così il povero Isacco si sciroppa la discesa a rate, anzi, ne approfitta per esplorare un paio di strade laterali. Quando torniamo alla Opel, dopo ventidue km e circa novecento metri di salita, Matteo è già nei pressi di Entracque: una decina di minuti e lo vediamo spuntare in fondo alla strada, gioioso e soddisfatto dei suoi trenta euro, nonostante i frizzi e lazzi che Isacco ed io gli rovesciamo addosso, Eh sì, lo sapevo, che la terapia ciclistica avrebbe funzionato; la rabbia di prima è solo un ricordo, da seppellire, tornando a casa, sotto una betoniera di Lasonil… Ed un piattone di tortellini!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!