27/29 agosto 2010 – Grand Raid des Pyrenées

Una vecchia Opel Corsa nel bel mezzo del piazzale, una portiera aperta ed un piede, calzato in sandaletto da mare, che spunta fuori, pigramente appoggiato all’asfalto. E’ l’immagine inquietante che appare agli occhi degli automobilisti che, a mezzanotte meno un quarto di un mercoledì di fine agosto, guardano e passano lungo la strada di fronte all’Ospedale di Pinerolo. Tutto ciò che è attaccato al piede è sprofondato giù sul sedile di guida, rincitrullito per le due ore scarse di sonno, intento a smanettare sui tasti dell’autoradio. Già: la Opel, per il compleanno del suo duecentocinquantamillesimo chilometro, ha ricevuto in dono nientemeno che l’autoradio, fatta installare apposta per questo lunghissimo viaggio.

A pochi minuti dalla mezzanotte, nella luce fioca e giallognola dei lampioni, compare un oggetto semovente di forma imprecisata, che, man mano che s’avvicina, prende la forma di un enorme borsone da viaggio. Sotto il borsone, un altro losco figuro, in pantaloncini e maniche corte. In capo a qualche istante, il borsone è ben incastrato nel bagagliaio ed il losco figuro sul sedile passeggero. Destinazione, tra poco più di ottocento km: Vielle Aure, Pirenei.

Povero Aldo. Vittima, anche lui, del mio spiccato senso della democrazia: va benissimo condividere il viaggio… Ma si parte come e quando voglio io. Beh, diciamo che non ho usato proprio queste parole, ma il succo del discorso è stato questo. Il fatto è che odio perdere tempo inutilmente: se il programma della gara prevede che io ritiri il pettorale giovedì 26 agosto entro le ore 17, mi pare sufficiente calcolare qualche ora di margine per eventuali intoppi, prevedibilissimi in una trasferta così lunga, ma non di più. Così, la giornata di oggi se n’è andata con sveglia alle 5, giro in bici e sgobbata in ufficio, ancora in tempo di ferie, per sistemare un po’ di lavoro arretrato; due ore di nanna e via. Le lancette dell’orologio hanno appena traslocato nel giovedì, quando il rombo della Opel, o meglio il pianto disperato per il maltrattamento di marce e frizione, squarcia la quiete notturna della Val Chisone. Sestriere, Monginevro, Briançon, Gap, Aix en Provence, Arles, Nimes, Montpellier, Narbonne, Carcassonne, Toulouse e poi direzione Tarbes ma uscita n. 16, Lannemezan. Ormai me lo sono stampato in testa, l’itinerario, ma, se non bastasse, c’è persino la carta stradale. Viaggio infinito ed un po’ folle, con il tormento del sonno ed il conforto della radio e di qualche sosta in autogrill: non posso certo pretendere compagnia dal mio frastornatissimo compagno di viaggio… Ore e ore di buio delirante, fino ad una splendida alba che ci sorprende nei paraggi del Mont Ventoux; grandi pianure, vento, un po’ di caos e giri a vuoto a Tolouse e finalmente le montagne: non le nostre Alpi; più basse, tonde, più verdi, ma allo stesso modo stupende. I Pirenei.

Ho trascorso qualche anno fa, proprio nella zona di Lourdes, una decina di giorni di vacanza, non certo a fini religiosi, a dispetto del luogo, ma per turismo ciclistico: ricordavo luoghi meravigliosi anche se tremendamente umidi. Ricordavo bene: oggi, in più, ci accoglie una giornata straordinariamente calda, una luce violentissima ed un bel vento che spazza il cielo. La Opel trotta ancora, su per la strada che risale la vallata di Vielle Aure ed andrà a passare, oltre, un tunnel verso la Spagna; attraversa paesini di fiaba, da cartolina di paesaggio svizzero; prati e boschi ordinati e verdissimi, case con il tetto altissimo, fatto di tegole piccole e scure, forse ardesia; recinti e cavalli ovunque, e tanti, tanti ciclisti. Del resto, questo è il regno dei più bei colli del ciclismo francese, Aspin, Peyresourde, Tourmalet, su cui anch’io ho già portato i miei pedali. Poco più di dieci ore di viaggio e siamo già qui: nonostante il mal di testa feroce, nonostante il caldo e la stanchezza, butto l’occhio alle vetrine delle panetterie. Sarebbe forte, la tentazione… Ma non sia mai: prima il dovere, cioè il ritiro dei numeri di gara e la caccia allo chalet in cui ho prenotato un paio di letti in camerone, per questa notte.

Km dopo km su per questa splendida valle, Aldo ed io siamo sempre più affascinati. Non m’era mai successo, che io ricordi, di sentire così forte ed improvvisa la voglia di trasferirmi a vivere in un luogo diverso da quello in cui abito, eppure è proprio questo il sentimento fortissimo che provo in questo momento. Peccato dover tenere d’occhio la strada e le indicazioni dei cartelli. A Vielle Aure, sfoggiamo entrambi un sorrisone di gioia, da un orecchio all’altro. Ci si aspetterebbe una gran bolgia, al ritiro pettorali di una corsa da millecinquecento iscritti: invece, la Opel trova comodo posto nel prato, proprio di fronte al tendone dove un gruppo di gentilissimi e sorridenti volontari controlla gli zaini e consegna i numeri di gara con tanto di chip, o “puche”, come la chiamano da queste parti. E persino qui, a millemila km dal patrio suolo, fortuna vuole che ci s’imbatta in un gruppo di conterranei ben noti, due liguri più il mitico bolognese d’adozione, Mark.

Eccoci poi ancora in alto, a caccia dello Chalet Lou Rider: a St Lary Soulan, “suivre St Lary 1900 – Espiaube”, così recita il sito internet. Ci arrampichiamo lungo una bellissima salita proprio sopra Vielle Aure, uno stradone enorme, con pendenze da rampichino; passiamo l’abitato di Soulan e raggiungiamo finalmente lo chalet, ultimo baluardo ai piedi delle piste da sci, inondato di sole, con una straordinaria vista sull’intera vallata. Siamo fortunati: in qualità di primi arrivati, nel camerone abbiamo libera scelta sui sei letti disponibili. Così posso conquistarmi quello più nascosto, pizzicato tra il muro e lo spiovente del tetto. Dev’esserci in me qualche forma di istinto animale che mi fa preferire, per la nanna, i posti più vicini agli angoli ed alle pareti… Il tempo di un pranzo veloce, sotto il sole furioso, sulla terrazza in legno dello chalet: poi, all’alba delle due del pomeriggio, perdo conoscenza sul comodissimo lettuccio.

Mi risveglio dal coma ben più tardi, in tempo per tornare giù a Vielle Aure a consegnare le due borse che saranno spedite a due dei punti di controllo e ristoro, rispettivamente a Villelongue, km 73, ed a Luz Saint Sauveur, Km 119. Ci ho messo due cambi completi, maglia canotta pantaloni e calze, più qualche barretta e qualche busta di frutta secca come scorta. Caliamo a valle anche per il pasta party: rapida cena a base di pasta, formaggio, pane, insalata russa ed un’ottima fetta di torta alle mele. E qui, l’unica rimostranza che potrei muovere agli organizzatori del trail: santo cielo, la pasta… Un ammasso informe, colloso e senza sale! Va bé che, con la fame che ho, potrei mangiare anche i sassi… Ma l’anno prossimo mi porto dall’Italia un vagone di pasta come si deve ed un esercito di cuochi!

Alla luce calda di uno splendido tramonto, che qui arriva un po’ più tardi rispetto a casa, Aldo ed io torniamo su allo chalet. Penso e ripenso al profilo del percorso: ebbene sì, questa volta ci sono caduta anch’io; per la prima volta nella mia carriera podistica, ho stampato e persino accuratamente studiato e pasticciato l’itinerario di gara, con l’indicazione dei punti di passaggio, dei ristori, dei km progressivi, dell’altimetria. Il fatto è che 160 km di gara e 9.400 m di dislivello fanno tanta paura anche a me. Distanza e dislivello che non ho mai affrontato tutti in una volta: ci ho provato, l’anno scorso, all’Ultra Trail del Bianco, ma è andato tutto a rotoli… Tempo massimo e cancelli orari poi sono il mio incubo. Cinque salite lunghe, ben oltre i mille metri di dislivello: per la precisione, 1400, 1700, 1600, 1000 e 1800, più alcune risalite brevi, da tre, quattrocento metri; almeno una notte da passare in viaggio, se non due. Unica nota positiva: le previsioni meteo sembrano favorevoli; caldo e niente pioggia. In ogni caso, l’agitazione non m’impedisce di crollare, appena toccato il materasso, tra le braccia di Morfeo; non prima, però, di raccogliermi qualche istante in contemplazione estatica dell’ultimo arrivato nel camerone, un gran bel fanciullo francese dal fisico asciutto e muscoloso, gli occhi chiari ed i capelli castani lunghi. Pensieri inconfessabili, soprattutto alla vigilia di un ultra trail, che affondano tristemente nel sonno più profondo.

Sveglia dopo poco più di sei ore di sonno: rispetto alle due della notte precedente, è già un lusso; aggiunte alle tre o quattro del pomeriggio di ieri, poi, ce c’è da vendere e da appendere. La notte è stata breve, ma ristoratrice; in questo splendido posto, poi, non si sente nemmeno il minimo rumore. Non che ci sia molto da fare: vestirsi, approfittare della colazione, gustosa ed abbondante, preparata dalla gentilissima proprietaria del locale già alle tre, e via, si scende, destinazione Vielle Aure, sotto un cielo stellato che più non si può e con il conforto di un graditissimo tepore. Insieme a me e ad Aldo, in auto, un corridore francese che approfitta del passaggio per non costringere alla levataccia anche moglie e bebè. Chi l’avrebbe detto, che persino quassù, almeno cinquecento metri più in alto del paesino del via, avremmo incontrato tanti colleghi?

Con la mia proverbiale abilità di pilota di montagna, creo dietro la Opel una lunga coda: se non altro, do a chi mi segue la possibilità di ammirare con calma le luci del fondovalle. Giù in paese, troviamo parcheggio senza difficoltà: pochi istanti dopo, siamo al via, pronti e scalpitanti. Le ultime raccomandazioni dell’organizzazione, strillate nel microfono: pare che troveremo vento forte al Pic du Midi. Poi, al suono di una musica allegra e ritmata, tra i saluti e gli incitamenti degli spettatori, alle cinque in punto, si parte.
La salita comincia, dolce dolce, da subito. Poco più di un chilometro di strada asfaltata e siamo nell’abitato di Vignec, dove inizia un tratto di strada sterrata nel fitto del bosco. Centosessanta km davanti a me, eppure sono già tesa ed agitata. Calma, Gian… La strada, alla luce della frontale, diventa a tratti sentiero che taglia i tornanti in mezzo alla vegetazione. Spesso s’incontra una barriera di filo spinato, scavalcata da un’inquietante scaletta di legno: ogni volta si forma un po’ di coda, ma qui nessuno scalpita; si chiacchiera e si resta in paziente attesa. Con pendenze finora per nulla proibitive, attraversiamo un torrente ed andiamo poi a sbucare sulla strada asfaltata, proprio quella che ieri la Opel ha scalato per raggiungere lo chalet. Infatti, proprio davanti alla casetta, la gara abbandona l’asfalto e si immette sulle piste da sci. Qui sì, che si sale sul serio, piegati in due sui bastoncini, o con le mani sulle ginocchia, per chi – mosche bianche – ha deciso di fare a meno dell’aiuto telescopico. Attacco, un attimo prima che la via s’impenni, le mie scorte di cibo, oggi a dir poco esagerate: fuori la prima banana. Dai terribili nove giorni di ferie trascorsi ininterrottamente in bici o sui pedali, mi è rimasto qualche chilo in meno ed una fame atavica: così, onde evitare di patire, mi sono premunita, anche troppo.
La risalita della pista è spietata: ci soffia un vento freddo e violento, tanto più impetuoso quanto più si va verso l’alto. Se ci s’inciampasse, qui, non ci sarebbe problema; non si cadrebbe a faccia in giù. Provvedono le raffiche, dritte in faccia, a tenerci su. La prima meta, il Col des Portets, arriva dopo circa dodici km e millequattrocento metri di dislivello che, tutto sommato, non posso dire di aver sofferto; il cielo è meravigliosamente limpido. Sul piazzale del Restaurant Merlans, nel bel mezzo delle piste, il primo punto di ristoro, spazzato dal vento. Cosa vedono le mie fosche pupille: decine, ma che dico, centinaia di bottiglioni di Coca Cola! Faccio il pieno, di Coca e di cioccolato, pochi istanti per non perdere tempo e per non gelare; poi ancora via, a pestare sui bastoncini. Ancora piste, per una breve risalita, poco più di cento metri, fino alla “Haute Teleski”: da lì, un accenno di discesa e poi una risalita, dolce, in un meraviglioso panorama di verde e di laghetti agitati dal vento. Le macchine fotografiche, qui, sono messe a dura prova di resistenza; non si contano i corridori che, soli o a gruppetti, sfuggono al sentiero per fotografare e farsi fotografare. Penso con un po’ di rammarico alla mia macchinetta, rimasta a casa: è la seconda, nel giro di poco tempo, che rende lo spirito… Sono stufa di comprare oggetti che non durano un tubo!
Fiori, erba e rocce tonde macchiate di verde; l’atmosfera è tranquilla, quasi lontana da qualsiasi idea di agonismo. Ai 2.500 e rotti metri di quota del Col de Bastanet, con una vista quasi sorprendente sulla sagoma del Pic du Midi e sulla lunghissima torre bianca che campeggia in cima, segue una lunga e travagliata discesa, in gran parte su pietroni; è qui che comincio a rendermi conto che, per me, questo percorso sarà molto lento. Là dove la maggior parte dei miei colleghi salta da una roccia all’altra, con molta nonchalance, io impiego un’eternità per mettere a fuoco l’appoggio successivo, puntare i bastoncini e spostare con cautela un piede dopo l’altro. Matteo sostiene che il salto sia la condizione intermedia tra uno stato di equilibrio e l’altro: già, senza dubbio; il problema è che, a volte, tra i due stati di equilibrio, c’è anche il tonfo… Solo di rado riesco ad alzare gli occhi e guardarmi intorno, per godermi la profusione di fiori ed i piccoli specchi d’acqua che spuntano in ogni radura. Scendo ed incespico di continuo, fino al più grande dei laghi, bellissimo e profondo, attorno a cui la corsa fa un bel giro, tra i primi pini a cui la quota consente la vita. Il sentiero corre qualche metro più in su del pelo dell’acqua, agitata dal vento un po’ meno rabbioso, fino ad una capannetta ed alla diga: uno spettacolo di una bellezza quasi commovente. Lac de Gréziolles: a seguire, lunga discesa su terreno appena più praticabile, in mezzo al bosco, verso una splendida imponente cascata. Il sentiero confluisce poi in una strada sterrata che s’infila in un gruppo di case: tifo sfegatato di turisti e famiglie al seguito della corsa, e punto di ristoro, allestito in un locale chiuso, con abbondanza di Coca Cola e generi mangerecci vari. Direi che ci sta, in fretta, la prima ciotola di brodo caldo con la pastina. Trangugio tutto in pochi istanti, per non perdere tempo; andare, andare, è il momento della salita al Pic du Midi.

Nonostante io mi sforzi di mordere il freno, ho la tentazione di far correre le gambe, per quanto possa correre il mio corpaccione in salita. Una rampa in mezzo al prato mi porta in alto sopra le case di Artigues, su una strada sterrata in mezzo agli alpeggi. In fondo al vallone, che prima si restringe per poi aprirsi su un enorme verdissimo pascolo, eccolo, il Pic, meraviglioso, imponente, una pala di roccia con le strutture bianche dell’Osservatorio in cima. A guardarlo da quaggiù, vien da chiedersi come sia possibile arrampicarsi fin là a passo, senza necessità di corde ed imbraghi; un po’ di pazienza e lo scoprirò. Sorpasso un po’ di colleghi che procedono con più prudenza, fino al ponticello sul torrente. Il sole picchia spietato; fa molto caldo: cosa c’è di meglio di una rinfrescata al viso appiccicoso di sudore? Detto, fatto: scendo giù accanto al ponte, mi chino e oplà, il road book scivola dalla tasca dello zaino e finisce a bagno. Dev’essere proprio destino, che la pianificazione delle corse ed io non si vada d’accordo. Per fortuna, provvidenziale interviene, dall’altra parte del ponte, la punta del bastoncino di un collega francese. Incredibile: il mio papiro, ben sigilato in una busta di plastica trasparente, non s’è nemmeno inumidito. Lo recupero, ringrazio, riprendo la lunga marcia, ora su un lunghissimo sentiero che risale la valle sul lato sinistro. Pochi alberi, solo verdissimi pascoli a disposizione di mucche ben pasciute dal mantello uniforme, chiaro. In lontananza, la nebbia sembra voler scavalcare le cime e rotolare lungo i pendii: infatti, il tratto di sentiero più ripido, a tornantini rocciosi e coperti di sfasciumi, è immerso in una nuvola umida e bianca, che sembra messa lì apposta per la coreografia. Infatti, quando già ho perso le speranze di veder qualcosa, ecco che la nebbia si dirada e lascia intravedere, definita a poco a poco, a picco sopra la mia testa, la mole rocciosa del Pic, e la cabina della funivia con i fili che sembrano dissolversi nel nulla. Il bianco dell’osservatorio che spicca netto nell’azzurro limpidissimo del cielo; una luce violenta e calda che esalta i colori, quelli naturali dell’erba e della roccia e quelli ben più accesi delle divise dei corridori. Uno spettacolo che mi lascia senza fiato ben più delle rampe della salita e mi mette una gran voglia di spronare i garretti… Ma direi che, per il momento, non è il caso; conviene piuttosto fare una breve pausa al Col de Sencours, località ahimé, a quanto pare, raggiungibile in auto, a giudicare dalla quantità di merenderos assiepati quassù. Tracanno un numero imprecisato di bicchieri di Coca: un gran bel volontario mi spiega, in ottimo inglese, che qualche metro più in là c’è anche un tavolo con qualcosa di solido da mettere sotto i denti. Più tardi: prima, la salita al Pic. L’itinerario prevede il passaggio in cima ed il ritorno al colle: infatti, qui ci si immette sulla strada sterrata, bianca di sabbia e sole, che va su a tornanti; l’affronto in salita mentre, in senso contrario, scendono di gran carriera i corridori più veloci. Saluti ed incoraggiamenti reciproci si sprecano. Di tanto in tanto, alzo il naso: sembra impossibile che, dal colle alla vetta, ci siano ancora cinquecento metri di dislivello; eppure, devo ammettere che, curva dopo curva, il torrione dell’Osservatorio è sempre lassù, ostinatamente alla stessa distanza da me. Scruto le sagome di chi mi corre incontro, alla ricerca di un volto noto: l’individuo, infatti, già dalla maglietta grigia e dal cappellino indossato al contrario. E’ Aldo, ben più veloce di me, che ha già superato il passaggio in vetta. C’incrociamo e ci salutiamo; non lo vedrò più fin dopo il traguardo.
La strada sterrata si tramuta infine in sentiero tracciato su pietraia e frequentatissimo, non solo dai corridori, ma anche da una gran quantità di turisti di ogni foggia, equipaggiamento, età. Qui, sorpassi ed incroci sono un po’ più traumatici, ma in fondo non c’è fretta. O forse sì… Passaggio velocissimo in vetta, per il controllo elettronico, e poi giù, via veloce, verso il mare di nuvole che nasconde la pianura e consente il passaggio solo alle vette più alte. Uno spettacolo che meriterebbe di essere ammirato con calma, seduti su una roccia… Ma non c’è tempo. Picchiata, si fa per dire, verso il Col de Sencours, ma senza correre, mai, nemmeno sulla strada sterrata. Un messaggio a Matteo, oggi impegnato nella trasferta verso Chamonix per la partenza dell’Ultra Trail del Bianco: “Ho circa tre ore di vantaggio sul cancello orario, ma adesso, in discesa, mi do una calmata”. Talmente vero che, per la smania di andar via, al Colle approfitto ancora della generosa profusione di Coca Cola, ma disdegno il punto di ristoro e schizzo via. Strada sterrata, sentiero, ancora strada; quanta abbondanza di chilometri da mordere anche con le ruote della MTB: si arriva, volendo, fin quasi in cima al Pic, a pedali!

Masticando bocconi di formaggio, seguo la leggera discesa tra prati e laghetti. Un’infinità di laghi. Ora che il vento, minacciato già sul Pic, s’è placato, gli specchi d’acqua riflettono placidi le cime ed i baffi di nuvole che si arrampicano lungo i pendii più alti. Secondo i miei calcoli, è il momento delle quattro brevi salite in successione. La prima, quasi impercettibile, mi porta a scollinare i 2.300 m del Col de La Bonida. La seconda, già più impegnativa, è una ripida rampa che schizza su contro il cielo; benché io senta già le gambe un po’ indurite, non riesco ad essere razionale: alle spalle ho un gruppo di inseguitori e non posso proprio ammettere che mi sorpassino in salita… Al Col d’Aoube, km 48, arrivo con il fiatone ed un certo mal di testa. Quasi tutti i miei colleghi, in vetta alle salite, si fermano, si riposano, brandiscono le macchine fotografiche; io non alzo, a momenti, nemmeno lo sguardo… Poi, in discesa, gli inseguitori mi fanno mangiar la polvere, ma a quel punto la cosa non ha più alcuna importanza. Laghi, prati, roccioni, null’altro intorno: sembra davvero d’essere persi in un mondo incantato, con la luce del pomeriggio sempre più lunga e più calda, avvolgente. Altro colle, Col de Bareilles, quota 2.200: uno sguardo ansioso al road book… Ma quanto manca a Villelongue? Le gambe sono sempre più affaticate; sbollito l’entusiasmo della salita al Pic du Midi, la lunga marcia senza una vera e propria suggestiva meta è sempre più logorante, per i muscoli e per il cuore. La partenza è ancora troppo vicina e la meta è terribilmente lontana… La meta. Non ci devi pensare, Gian. Per ora, la tua corsa finisce a Villelongue. Lì ti fermi, ti cambi, ti riposi un attimo, per favore, non far la fesseria di ripartire con la fretta. Meno male che, per regolamento, sei comunque obbligata a ritirare la borsa che hai depositato. Così almeno non ti saltano in testa strane idee. Però, che male alle gambe, ai piedi, che stanchezza… Coraggio, che la caviglia, fasciata nella cavigliera elastica, per ora sembra reggere. Hai un sasso nella scarpa… Non ce la farai mai. No, no, è inutile, non hai speranza, e poi hai esagerato nei primi km, hai dato troppo…

“Non corri mai, ma hai un buon ritmo”, osserva un corridore francese alle mie spalle. Ormai, con il francese, posso quasi dire di cavarmela, almeno per le conversazioni a tema sportivo; del resto, oggi non c’è quasi altro modo per fare conversazione: l’inglese è merce rara… E’ vero, non corro mai: per scelta, ma anche per necessità. Le mie forze non sono certo tali da permettermi exploit di velocità, per di più sul percorso più lungo ed impegnativo in cui mi sia mai cimentata: se voglio coltivare una flebile speranza di arrivare alla fine, devo centellinare le energie. E poi, son proprio le mie gambe a non amare i cambi di ritmo. Se provo a muovere qualche passo di corsa, mi sento rigida come un baccalà; non ho articolazioni, ho pezzi di legno. “Sì – confermo – non corro, però di solito riesco a mantenere un’andatura più o meno costante dall’inizio alla fine”. Un’affermazione del genere è un azzardo: non sono affatto certa di quel che ho detto, a proposito di questa corsa… Lo dico per convincere me stessa. Il simpatico francese mi racconta d’essere in attesa di un amico, ottimo maratoneta con tempi intorno alle 2h 30′ sui 42 km: il tapino, però, ha peccato di presunzione, sostenendo una posizione del tipo “Non può essere così difficile marciare a 4 km/h per tanto tempo”. Così, il povero maratoneta è stato iscritto d’autorità, suo malgrado, al primo trail della sua vita, e che trail. Inutile dire che, in questo momento, sta sputando l’anima ed imprecando, qualche centinaio di metri più indietro, mentre il mio spassoso accompagnatore lo richiama e lo incita a gran voce: “Hey Jack, come on”… Canzonato in più lingue, il peggio del peggio! Mi ci metto anch’io: “Dai, che io la percorro tutta a quest’andatura; se stai con me, arrivi alla fine”. Sempre più audace, anch’io, nelle mie speranze. Ma il maratoneta, che nel frattempo ha faticosamente abbreviato la distanza, sbotta, con un tono che non ammette repliche: “No no, questo è l’inferno, io mi fermo a Villelongue”.

Sfilo accanto al Lac d’Ourrec, turbando il pascolo di un gruppo di meravigliosi cavalli dal mantello marrone chiaro e con coda e criniera quasi biondi; sono enormi e si spostano paciosi verso l’acqua. Ecco, son bastate quattro parole e qualche risata a restituirmi il buon umore, sia pure a spese di un compagno d’avventura vittima della propria fiducia eccessiva. Del resto, il povero maratoneta se l’è proprio cercata! Immagino la soddisfazione del suo amico sornione… Comincia qui l’ultima, dolce risalita prima del ristoro grande di Villelongue, un sentiero che prende quota nel prato con pochi tornanti. L’affronto di gran carriera raccattando un po’ di fuggiaschi: dall’alto guardo giù, al lago, e riconosco lì la casacca rossa del simpatico francese. Scollino nella nebbia, che è arrivata fin quassù, ai quasi millenovecento metri di un colle dal nome complicatissimo, Horquette d’Ouscuoau. La prima parte della discesa è quasi cieca; per fortuna, il sentiero è ben tracciato e le balise fluorescenti sono quasi superflue. Fa freddo, anche perché ormai si fa sera. Chiudo la zip del gilet, tiro su i manicotti. Duecento metri di umidissima camminata verso il basso: ecco la stazione sciistica di Hautacam, un obbrobrio, ma caldo ed accogliente. Ci arrivo di buon umore: Coca Cola a volontà, anche qui, e cioccolato. Il pancino è un po’ in agitazione, non so se per fisiologica necessità o per colpa dell’alimentazione non proprio ortodossa: ma non c’è tempo, adesso; la pausa sarà a Villelongue, punto e basta. Mi fiondo fuori dall’edificio: incrocio, per la terza volta nella giornata, il buon Mark, che come sempre procede con il sorriso sulle labbra. Brevissima risalita sulle piste da sci: a seguire, millecento metri filati da lasciarsi alle spalle, o meglio sopra la testa, destinazione Villelongue. Poco più di dieci km, parte su sentiero, parte su strada sterrata in mezzo ad una fittissima faggeta che lascia appena filtrare i raggi obliqui del sole della sera. Sono stanca, ho voglia di una pausa, ma non posso fare a meno di apprezzare e sentirmi contenta di essere qui. Acqua, tronchi tagliati ed accatastati, profumo di legno; più in giù, le prime abitazioni, linde, ordinate: sembra che tutto sia stato ristrutturato di fresco, prima del passaggio della gara… Le luci dell’abitato sembrano sempre alla stessa distanza, mentre la stanchezza cresce, esacerbata dalla voglia di arrivare. La strada sterrata, in leggera discesa, sarebbe ben favorevole alla corsa, eppure non c’è verso; ci provo, muovo qualche passo, ma le gambe sono troppo dure. Del resto, quei pochi colleghi che di tanto in tanto sento arrivare alle spalle non hanno un’andatura molto più briosa della mia.

Tagliamo gli ultimi tornanti della strada tuffandoci giù per budelli bui in mezzo alla vegetazione; del resto, così vogliono le balise. E le luci dell’abitati non s’avvicinano mai, mai. Attraversiamo una borgata, c’è gente seduta intorno al tavolo ad ascoltare musica e mangiare; scendiamo ancora, e ancora. Quasi non ci credo quando, finalmente, posso osservare i tetti delle case dal basso. Butto l’occhio per caso in una finestra illuminata; una donna asciuga i piatti con uno strofinaccio. E’ quasi buio, potrebbero essere le nove o poco più. Il pensiero va a Matteo, partito da un paio d’ore o poco più per correre l’Ultra Trail del Monte Bianco: chissà a che punto è… Non invidio la sorte di chi comincia a correre con centosessanta km davanti agli alluci, come me, ma alle sei e e mezza del pomeriggio. Significa avviarsi già stanchi e trovarsi subito al cospetto della notte…
Immancabile tifo all’ingresso del ristoro, ma sono così stanca che riesco a malapena a ringraziare. Una volontaria rileva il mio passaggio con il solito aggeggio elettronico. Ok, Gian: adesso, calma e sangue freddo. Per prima cosa, recupero il mio sacco; poi mi scovo un angolino, fuori del locale, dove la ressa, il rumore ed il caldo asfissiante mi darebbero alla testa in pochi istanti. Mi accomodo, fuori, su una seggiola un po’ precaria: utopia, ricordarsi cosa posso aver messo in questa borsa… Ah, sì. Un cambio completo, dalla canotta alla mutanda. E un po’ di barrette, un po’ di frutta secca. Mi impongo la calma nel cambiarmi, darmi una robusta lavata, sia pure “a pezzetti”, approfittando del bagno, e poi rivestirmi. E’ meraviglioso il clima di questa sera: la canotta è l’abbigliamento ideale per godersi il tepore. Ma indosso anche la maglia con le maniche lunghe, sia pure leggera, per la notte. Rinnovo la dose di pasta Fissan sui piedi, cambiando ovviamente le calze. Poi, è la volta della pappatoria: due piatti di pasta, decisamente più appetitosa di quella di ieri sera – sarà la fame? – formaggio, cioccolato, caffé, frutta secca, in rigoroso ordine sparso. La notte sarà lunga e tormentosa. C’è un gran caos intorno a me, ma sento le voci lontane, come se provenissero dallo schermo di un televisore a basso volume. Mi ridesto solo quando i miei occhi incontrano quasi per caso, mentre sorseggio un disgustoso caffé, il faccione sorridente di Mark. “Sto cominciando a drogarmi”… Per la notte, sottinteso

E’ ora di ripartire, un po’ meno disfatta di quanto fossi una mezz’oretta fa. Luce frontale ben calcata sul cranio e prima pastiglia di Voltadvance per placare sul nascere le proteste della povera caviglia. Mi lascio alle spalle le voci confuse e le luci del ristoro e mi rimetto, sola, in marcia, tra le auto parcheggiate, tra le case e lungo un brevissimo tratto di strada asfaltata. Per evitare le auto, il percorso devia quasi subito su un sentiero ripidissimo. dev’essere la famosa “Haute Conduite” citata sul road book; infatti, si sale a zig zag accanto ad una condotta forzata. “E’ solo per evitare il tratto di asfalto”, mi spiega il corridore francese che mi arriva alle spalle; “E’ già quasi finito”, aggiunge, sorpassandomi mentre arranco e sbuffo per l’inattesa stilettata alle gambe. Sbuchiamo sull’asfalto, più in alto, con vista sulle luci della piccola città, tra le belle case appena più in alto, tutte sempre con lo stesso disegno, muri solidi in pietra, tetti a lunghissimi spioventi e tegole nere; ci raccontiamo l’un l’altro, in un curioso misto di francese, inglese ed italiano, i trascorsi podistici e non solo. Un tifoso notturno ci osserva dal balcone di casa e ci indica, provvidenziale, la retta via; scendiamo nella via centrale del paese, per poi abbandonarlo definitivamente imboccando una strada sterrata in mezzo al bosco. Il collega mi narra le vicissitudini tragicomiche della prima edizione di questa corsa, che risale a due anni fa: pare che, da Villelongue in poi, si vocifera per imperscrutabili questioni di rivalità politiche locali, le balise siano state rimosse per chilometri e chilometri, appena prima del passaggio dei concorrenti. Così, guardando in su da Villelongue, si vedevano decine di lucine vagare senza meta sparse per l’intera montagna: detto così, può anche far sorridere, ma immagino lo sconcerto dei corridori, il dispiacere ed il rischio di responsabilità per i corridori, soprattutto l’idiozia criminale di chi ha avuto la bella pensata. E chissà come se l’è cavata lo sfortunato atleta che, pare, sempre in quell’occasione, s’è imbattuto in uno dei pochissimi esemplari di orso bruno che popolano i Pirenei!

Si torna a salire; cala il silenzio. Le luci del fondovalle, sempre più lontane, filtrano di tanto in tanto dal bosco; il cono di luce della frontale illumina figure quasi mostruose, tentacoli di alberi e foglie. Brevi tratti di sentiero si alternano alla strada sterrata, finché il bosco scompare e lascia il posto ai prati, finché la strada muore e diventa scheletro estivo di una pista da sci. L’aria è frizzante; innumerevoli i rumori che giungono dal buio: fischi che sembrano lamenti, versi sordi e prolungati che mettono i brividi al pensiero degli orsi. Un buon gruppo di persone marcia nei miei paraggi, ma nessuno fiata; se qualcuno di loro pure condividesse il mio timore, non lo da a vedere. Un colpo di bastoncino dopo l’altro, un piede dopo l’altro, procedo senza avere più ormai alcuna cognizione del tempo e dello spazio, vinta da quell’intontimento che sempre mi assale quando il buio scende e costringe la mia vista all’angusto spazio del cerchio di luce della pila frontale. Sento la salita nei muscoli, vedo coppie di puntini gialli attorno a cui, man mano che si avvicino, si delinea il corpaccione di un bovino; il pigro scampanìo fa da colonna sonora del mio viaggio nel nulla, nel freddo.

Un grande falò squarcia la monotonia del buio: località Turon de Bene, c’è un tendone in cui ci accolgono i gentilissimi volontari del ristoro. Bevande calde a volontà, brodo e l’immancabile Coca Cola; mi concedo, anche qui, una breve pausa e qualche bene di conforto. Cioccolato, soprattutto. Proprio insoliti, i capricci del corpo. Riparto insonnolita, su per una rampa di terra scavata dal passaggio di rigagnoli d’acqua e costellata di pozze e fango calpestato dai bovini; una splendida luna, sia pure non più piena, inonda di luce azzurra l’intera vallata. La strada piega, d’un tratto, a sinistra; inutile cercar di capire dove sia la nostra prossima meta, il colle. Il sonno è terribile, adesso. Chiudo gli occhi per pochi istanti, camminando; mi sforzo di pensare a qualcosa di concreto, al lavoro, a questa o quella pratica ancora in sospeso, alla prossima gara, ma non c’è verso. Mi guardo frenetica intorno alla ricerca di un posto dove appoggiarmi qualche minuto per dormire, ma non ce n’è. La strada diventa sentiero, a mezza costa, in salita lievissima; sono talmente rintronata che quasi non riesco a ragionare sulla necessità di mettere un piede davanti all’altro. Tiro avanti ancora un po’, incerta; poi, mi arrendo e mi abbatto sul prato, quasi seduta contro il pendio. Chiudo gli occhi e li riapro per colpa dei brividi: sono sudata, poco vestita e prossima ai duemila metri di quota. Ibernare è il minimo che possa accadermi.Mi rialzo, sotto lo sguardo preoccupato di chi mi sorpassa; macino un altro po’ di strada, ma il sonno ancora una volta ha la meglio; altro tuffo sull’erba umida, altri minuti di nanna, altro brusco risveglio. Poi, quando la strada torna a guadagnare una pendenza un po’ più seria, finalmente mi riprendo un po’. Ma del Col de Contente, quota 2.100, 90° km, mi accorgo solo per effetto dei muscoli delle gambe, che si distendono ed ululano ai primi cenni di discesa.

Coraggio, Gian. Milleduecento metri in giù, e che sarà mai. Meno male che c’è la luna: pur con la nuova luce frontale, ultimo ritrovato del mio spacciatore genovese, rischierei di dar di matto, a fissare sempre e solo il mio cerchiolino di luce. E meno male che il tracciato, una volta tanto, non sembra terribile. Un semplice sentiero, nemmeno troppo sassoso, a tornantini, che taglia il pendio erboso e scende giù, deciso. A questo punto, ciò che conta è andar giù in fretta, raggiungere il prossimo punto di ristoro, a Cauterets. Ci sono pur sempre otto km da macinare, ma lì saranno quasi cento già messi alle spalle. Non sarà finita, questo no, ma sarà già un buon traguardo intermedio.
Scambio qualche parola con altri insonnoliti concorrenti; tutto, pur di pungolare un po’ il neurone. Le gambe sono ancora una volta dure e, come se non bastasse, la pancia s’è rimessa a far le bizze. Che rabbia… Chissà perché, i manifesti che pubblicizzano i grandi trail recano puntualmente foto di atleti dal fisico impeccabile, che corrono a testa alta e lunga falcata in lande incontaminate, sotto il sole. Mai che riprendano il tapino, o in questo caso la tapina, che si trascina piegata in due, sola ed al buio, e fiaccata dal sovrumano sforzo di strizzatura delle chiappe. Se continua così, un accumulo di acido lattico nei glutei non me lo leva nessuno… Il guaio è che fa freddo, mi terrorizza l’idea di fermarmi così, a bestia, in qualche angolo nascosto, col favore delle tenebre. Potrebbero vedermi. Potrei inciampare. Oppure, più semplice, sono troppo rintronata per tramutare l’idea della sosta in realtà. Mi trascino come un automa, sempre e ancora giù, quando il sentiero s’infila nel bosco e dal fondo del nero spuntano luci che sembrano urbane. Non val nemmeno più la pena di illudersi: tanto, da quando le scorgi a quando ci arrivi, passano intere ere geologiche. Confido nella presenza del bagno a Cauterets e lascio fare ai garretti ciò che vogliono, anzi, ciò che possono; la mente si perde tra i rumori sordi del bosco, il fruscio delle foglie agitate da un leggero vento, e chissà quali pensieri. Il traguardo, quello finale, non è tra essi. Rifiuto l’idea con tutte le mie forze: non devo permettermi, nemmeno per un istante, nemmeno in sogno, di lasciarmi illudere. Prima o poi, incapperò nelle maglie troppo strette di qualche cancello orario et voilà, fine del sogno pirenaico.

Quasi senza che io me ne renda conto, con le gambe ormai forse anestetizzate al dolore, mi ritrovo a distinguere sagome di tetti e camini tra quelle degli alberi e, poco dopo, a calpestare un fondo più uniforme e consistente di quello del sentiero. Alzo gli occhi, confusa: in questo paese, o almeno lungo la sua via centrale, esistono solo edifici antichi e splendidi, conservati in modo eccellente, possenti muri in pietra, lavorati, e portoni in legno. Tutto tace nella fioca luce dei lampioni: solo la piazza centrale è animata da gran fervore. Una scalinata apre l’accesso al locale del ristoro. La risalgo, per fortuna, senza difficoltà, a differenza di alcuni compagni di viaggio, e mi ritrovo davanti ad uno scenario da bolgia dantesca: decine di corridori accasciati su seggiole o per terra, alcuni sdraiati in branda e semisepolti da coperte verdi tipo militare; sguardi spenti, stralunati, teste riverse contro il muro, bastoncini e zaini abbandonati per terra. Resto interdetta: beh, in fondo, mors tua, vita mea; una scena apocalittica di questo genere è balsamo per il mio morale: in fondo, io non sto poi così male… Riempo la pancia, che lo voglia o no, e la borraccia; solito rituale, brodo caldo, Coca, cioccolato. Visita turistica alla toilette e via, in marcia, nel silenzio immobile della via principale. Le balise mi guidano attraverso un parco e poi su, per una lunga, monotona e blanda salita sterrata. E rieccolo, puntuale come un orologio svizzero, il sonno. No, per favore, ce la faccio ancora, non tmi devo addormentare, non devo… Posso sedermi un attimo lì? No lì è troppo umido, lì ci sono le pietre, no, non mi devo fermare, ce la faccio, avanti ancora… La panca che si materializza sul curvone della strada bianca è il definitivo colpo d’ariete che spiana la mia debole resistenza. Andare avanti così non ha alcun senso. Mi siedo, indosso la giacca impermeabile, mi sdraio un po’, con lo zaino sotto la testa.

Non ho idea di quanto tempo sia trascorso, quando sento, confusi, passi in avvicinamento, voci sommesse. Non riesco ad aprire gli occhi. Le voci scorrono e si allontanano. Ancora, altri passi, altre voci; attraverso una fessura tra le palpebre, scorgo alcune luci. Dai Gian, fai come Lazzaro. Alzati e cammina. Ma non ce la faccio, non riesco ancora a muovermi, intontita ed infreddolita come sono. Occorre uno sforzo sovrumano di volontà e follia. Alla fine mi siedo, mi levo la giacca, meccanicamente, riprendo la marcia. Testa bassa e camminare. Strada sterrata, qualche scorciatoia su sentiero, ancora strada sterrata. I primissimi cenni dell’alba mi sorprendono ancora lungo la salita: pura poesia… Ma la volgare prosa non tarda a reclamare attenzione, sotto forma di ennesima recrudescenza del mal di pancia. Ormai sono rassegnata: benché alle mie spalle si sia formata la solita fila di colleghi che si lasciano guidare dal mio passo regolare, decido per una brisca deviazione, finché quel che rimane delle tenebre mi offre ancora un po’ di riservatezza. Questo è il lato positivo del buio. Quello negativo, immancabile, è che di notte tutti i gatti sono bigi, e tutte le foglie idem; così, accade che l’incauto ed assonnato viandante per monti non distingua un innocuo cespuglio di rododendri da un pericolosissimo fascio di ortiche, e ci affondi la parte migliore di sé con tutto l’entusiasmo del senso di liberazione. Soffoco stoicamnte un urlo che potrebbe far pensare al risveglio dell’orso pirenaico: va bé, se non altro, per il dolore, correrò più forte…

Riconquistata la mia posizione, osservo con disappunto che, oltre al portacoda sforacchiato, mi ritrovo alle prese con una giornata bigia e nuvolosa. Anzi, peggio, con le nuvole basse che, man mano che salgo, mi avvolgono e mi nascondono il panorama ed il sentiero. Non vorrei ammetterlo, ed infatti non lo ammetto: almeno, finché non raggiungo il cartello che indica il Col de Riou. Lo individuo solo perché, per puro caso, arrivo quasi a sbatterci il naso contro. A questo punto, con la maglietta umida appiccicata alla pelle ed i brividi di freddo, mi arrendo all’evidenza: piove. Sarà forse il vento che sbatte le gocce di nebbia addosso, sarà quel che si vuole, ma l’effetto è il medesimo; piove. Di bene in meglio. Calma, devo stare calma. Adesso mi attende la lunga discesa su Luz Saint Sauveur. Attacco la discesa, su una pista da sci con pendenza lieve, tra gli scheletri metallici degli impianti di risalita e con la nebbia che s’appiccica alle lenti degli occhiali; accanto a me, un concorrente francese che lamenta di non riuscire a correre: va giù al passo, proprio come me. Si consoli, io non ci provo nemmeno. Eppure qualcuno c’è, che riesce a procedere, non dico a larghe falcate, ma almeno al trotto… Di lì a poco, sotto di noi si materializza un piazzale: qualche chiazza di colore, che, man mano che ci avviciniamo, scopriamo essere auto e camper. Anche qui, non manca il sostegno delle famiglie e degli amici al seguito di molti atleti. Brrr, che orrore… Il solo pensiero d’aver qualcuno che mi attende, che si fa un tombino quadro per seguirmi, aspettarmi e sostenermi, mi fa rabbrividire. E mi darebbe un gran fastidio. Per carità: potendo, mille volte meglio arrangiarsi, sempre.

Il grosso edificio, orrendo come tutte le stazioni sciistiche, che campeggia nel piazzale ci inghiotte per uno dei tanti passaggi al controllo elettronico. Ristoro: il solito copione, pochi istanti per qualche sorso di Coca Cola, un po’ di cioccolato, frutta secca, un pieno alla borraccia. Via, mi ributto fuori, prima che il tepore dell’ampio locale diventi una tentazione troppo forte. Fuori, nella nebbia, al freddo. Le balise mi guidano giù in mezzo ad un pendio erboso, ripido, e poi, al di fuori di qualsiasi logica, lungo un tracciato inventato dal nulla, che taglia un pendio ancor più ripido ed a tratti impressionante. Le scarpe fanno poca presa sull’erba unica; sotto le suole, diverse decine di metri di scivolata, se solo le mie La Sportiva decidessero di giocarmi qualche scherzo da prete. Non sono l’unica, a quanto pare, a camminare sulle uova; c’è chi è addirittura più in difficoltà di me. Guardo la strada asfaltata a tornanti che, finalmente, la nebbia ormai diradata mi permette di individuare: ecco, per evitare uno o due km di asfalto, guarda che razza di giro ci fanno fare. E giù epiteti poco edificanti, all’indirizzo di quell’entità genericamente definita come “loro”, gli organizzatori, insomma i responsabili di quest’agonia. Cerco sostegno un po’ nei bastoncini, un po’ aggrappandomi agli arbusti; mi sembra di procedere come i gamberi, un passo avanti e due indietro. E’ esasperante… Ma perché, perché questa mania di evitare le strade a tutti i costi! Capisco l’amore per la natura, ma l’asfalto non è incandescente, non è sabbie mobili, non morde… Sempre più inferocita, incespico di continuo, all’inseguimento di una balise dopo l’altra. Ben pochi, qui, si lanciano in sorpasso.
Una strada sterrata mi fa per un attimo sperare: vuoi vedere che il calvario s’è concluso? Macché… L’illusione dura lo spazio di un tornante. Poi ci tocca un’altra dose di prato: si corre su ciuffi d’erba lunga, scivolosa, che nascondono gobbe ed irregolarità del terreno molle. Ci s’infila persino tra le chiome di alberelli talmente bassi da costringerci quasi a strisciare: ancora, ancora e ancora, senza che se ne veda la fine, anche se lo sguardo spazia sul lungo pendio di fronte a noi. Più m’inciampo e più lievita la mia rabbia, un misto di stanchezza e di esasperazione; non ce la farò mai, non è possibile, maledetti, quando finirà quest’incubo, quand’è che raggiungeremo il fondovalle… In questa corsa, le discese sembrano fatte apposta per mettere a dura prova i nervi del corridore, prima ancora che le sue gambe. Non tanto per il dislivello, quanto per l’alternanza alienante di interminabili tratti a mezza costa e di picchiate degne di una calata in corda doppia; pare proprio che non si arriverà mai, mai… La stanchezza, lì in agguato da tempo, mi rovina addosso a tradimento, e con essa lo sconforto. In un tratto che sembra appena più tollerabile, nelle vicinanze di un gruppo di abitazioni di pastori, impugno il telefono e chiamo Matteo. Ho saputo, nella notte, che l’UTMB è stato annullato, a meno di trenta km dal via, per maltempo, pioggia, neve in cima ai colli e frane; però, non tutto è perduto, per i coraggiosi che in queste ore affollano la Vallée: il mio compagno di sofferenze a distanza mi racconta che è stata organizzata, in fretta e furia, una sorta di gara unica, più breve, con partenza tra una mezz’ora. Un percorso quasi “breve”: novanta km… Beh, breve sul serio, per chi s’era predisposto i neuroni a percorrerne quasi il doppio. Lo sento allegro, Matteo, ma non riesco a fingere altrettanto. Sono davvero giù di morale, preoccupata; sento sul collo il fiato del cancello orario, anche se non so che ora sia, quale sia l’orario di chiusura a Luz, e non oso consultare il road book che ho nella tasca. Non ce la farò mai…

La discesa, oltre le case, prosegue su sentiero e strada sterrata, ma nemmeno le affettuose coccole di un gruppo di giovani Border Collie riescono più a tirarmi su. Ho mal di testa e sento le forze che mi abbandonano pian piano, inesorabilmente, come se fossi un secchio pieno d’acqua con un buco sul fondo. Mal di testa, brividi, gambe e braccia molli. Dai Gian, non è il momento di cedere, adesso. Il sole ha riconquistato prepotente il proprio spazio e picchia, imperioso, sulla mia testa. Fa caldo. Cammino, mi sforzo di tenere un buon passo, di non accorgermi che sto per cascare a terra. Inspiro, ma l’aria nei polmoni non entra, non abbastanza; il petto fa male, brucia, il cuore batte all’impazzata. Chilometri, ancora chilometri; le case di Luz sono troppo piccole e lontane. Stai sveglia, Gian, devi stare sveglia. Non devi fermarti, altrimenti è finita sul serio. Ma Luz non arriva più, non arriva più, non arriva più… Precipito in un baratro di sconforto, come un aereo che s’avvita e punta a terra in picchiata. Vorrei piangere, ma non ci riesco, non escono lacrime. Fatico a respirare; ogni passo mi costa uno sforzo immane. L’asfalto, il fondovalle, mi gira la testa. Edifici alti, sottili, costruiti tra la strada ed il torrente; le terme. Finestre alte e strette, eleganti abbaini; si cammina, si cammina ancora, del ristoro non c’è traccia. Le voci rimbombano lontane, assordanti; la gente del paese saluta, incita, applaude, ma il volume di voci e rumori è uno schiaffo alle orecchie, un colpo di mazza su quel gigantesco dolente tamburo che è diventata la mia testa. Un bivio, un altro bivio, un altro ancora, marcia sotto il sole cocente, mi fanno male i piedi, non finisce più, non finisce più…

Salgo con inaspettata scioltezza la breve scalinata che porta al punto di ristoro. Un edificio con ampi locali, forse un centro convegni. Mi guardo intorno: non c’è gran ressa. Forse perché son già passati tutti, forse perché ormai è tardi… Dai Gian, tanto sei qui e non puoi cambiar le cose. Recupero il secondo sacco lasciato alla partenza; anche stavolta, approfittando delle toilettes, riesco a darmi una parvenza di lavata, a cambiarmi canotta e maglia, insomma a rinfrescarmi ed a rimettermi un po’ all’onor del mondo, tra sapone, salviettine ed asciugamano. Ignoro il neurone che implora di lasciar perdere, ignoro il cuore che continua a battere all’impazzata ed il respiro affannato; mi levo le scarpe, rinnovo sui piedi lo strato di pasta di Fissan. Il corridore seduto accanto a me mi chiede di spalmargli la crema, qualcosa di simile alla mia, sulla schiena. Un attimo di imbarazzo: ma avrò poi tradotto giusto? Nessun problema ad accontentare la sua richiesta, anche se il soggetto in questione assomiglia più ad un comò del Settecento che a George Clooney; però, non vorrei mai aver frainteso e passare per una maniaca in azione… Faccio del mio meglio, ad occhi chiusi, sognando di essere ai preliminari di un’emozionante performance con Rocco Siffredi come coprotagonista; non c’è verso, la risposta tattile è più o meno la stessa che si ottiene facendo pulizia sulla moquette, ma tant’è. Del resto, io non assomiglio certo a Sabrina Ferilli, tantomeno in questo momento.
Un piatto di pasta, un numero incalcolabile di bicchieri di Coca Cola. Poi s’ha da fare: riprendo lo zaino, i bastoncini, stringo i lacci delle scarpe. Si riparte. Però, prima… Lo faccio o non lo faccio? Ma sì, lo faccio, dai, affrontiamo la realtà. Guardo l’orologio, è tarda mattinata. Perquisisco con lo sguardo affannato le righe del road book: il cancello chiude alle quattro e mezza del pomeriggio… Un sorrisone, purtroppo non più a trentadue denti da tempo, s’allarga da un orecchio all’altro e fa persino il giro sul retro della capoccia. Ma allora non sto andando così male… Ma allora…
Riparto sprizzando gioia da tutti i pori, sotto il sole caldissimo ed ora amico. Ma non devo lasciarmi travolgere dall’entusiasmo: sento ancora il petto bruciare, il cuore battere troppo rapido. Calma Gian, qui non si scherza. Una cosa del genere non mi è mai accaduta. Non m’è mai capitato di ripartire, dopo un buon momento di riposo, trascinandomi dietro questi sintomi. Occhio. Ho davanti la salita più lunga della giornata, milleottocento metri filati di dislivello, e sulla testa il sole nell’ora più calda e furiosa. Gambe e braccia sono un po’ malferme: è come se camminassi sul filo delle mie energie; un minimo errore, un minimo eccesso, e sono fregata. Non posso permettermi di sbagliare.

Attraverso l’abitato di Luz, affollato di turisti e villeggianti ai tavolini dei bar ed a passeggio davanti alle vetrine. Il percorso prosegue poi in mezzo ad un ampio prato, solcato da tanti rigagnoli e da un vero e proprio torrente: approfitto per immergere le braccia e la bandana nell’acqua gelida, raffreddare un po’ il neurone. La figura che mi precedeva, fino a poco fa, in lontananza, è sempre più delineata. Ombre corte, aria immobile. Dal prato ci strappa una strada sterrata che sale, a scalini di pietra e ciottoli, tra le ultime case. Una fontana dal getto potente è un’ottima occasione per raffreddare l’intero cranio; mi rialzo grondante e sorridente, sotto l’occhio perplesso del corridore che nel frattempo ho raggiunto. La pendenza qui è minima: vorrei affrettare il passo, ma la strana sensazione quasi di nausea mi suggerisce che è meglio procedere con giudizio, almeno per un po’.
Camminiamo paralleli alla strada asfaltata che, dall’altro lato della valle rispetto al fiume, sale al Col du Tourmalet. Come dimenticarla, quella strada? Qualche anno fa, arrancavo su per quelle rampe, a poche centinaia di metri da dove mi trovo in questo momento. Chi l’avrebbe mai detto?
Raccatto un altro fuggiasco ed allungo il distacco dai miei inseguitori lungo il tratto di salita appena più ripida che va a spuntare tra le case dell’abitato di Viey. In realtà, né io m’impegno per lasciarli indietro, né loro hanno la benché minima intenzione di corrermi dietro. A questo punto, dopo oltre 120 km di marcia, non esistono più né avversari, se mai sono esistiti, e non è il mio caso, né compagni di cammino; ciascuno è chiuso nella propria bolla di fatica, ansia, sonno, preoccupazione.

La strada, sempre sterrata, prosegue ora a lunghi e blandi saliscendi, talvolta chiusi nel folto della vegetazione, talvolta in vista di ampi pendii e belle abitazioni isolate. Qualche raro turista a passeggio, qualche famigliola impegnata in interminabili picnic; da tutti, un applauso, un incoraggiamento. Qualcuno addirittura è appostato proprio in attesa dei corridori!
Sembra di camminare in eterno. Affretto un po’ il passo: fiato e cuoricino non sono troppo d’accordo, ma non ne posso più di quest’interminabile agonia. D’un tratto, le balise indicano di attraversare il ponte: si passa nel centro dell’abitato di Bareges, si percorre un tratto di asfalto. Proprio “quell’asfalto”: il mio animo di ciclista sussulta alla vista del cartello “Col du Tourmalet”, e di alcuni ciclisti che faticano per arrivare lassù… Ma a me tocca, oltre le case, tornare sulla strada sterrata. So che tra poco ci sarà un punto di ristoro; ormai credo di poter consultare il road book senza ansia. Non so ancora se potrò fidarmi di me fino alla fine: mancano ancora poco più di 30 km e, da qui, direi milleottocento metri di dislivello. La Coca Cola resta il mio desiderio più intenso, anche se ho bevuto l’ultimo bicchiere non troppo tempo fa. Camminare così a lungo, senza mettere in saccoccia dislivello significativo, mi mette ansia. Il sole picchia radioso sul cranio: avvisto, non più troppo lontano, un gruppo di case. Più che un paese, sembra si tratti di locali per turisti: infatti, passo di fronte ad un bar e ad un grande parcheggio. Stazione sciistica, tanto per cambiare. Il mio torpore è scombussolato dalla veemenza del tifo: turisti occasionali e familiari in attesa dei corridori, tutti si sgolano e si spellano le mani. Ma tutto ciò che desidero, in questo momento, è il gazebo del ristoro: lo individuo, finalmente, e quanto pesano questi ultimi cento metri. Controllo e un attimo di tregua: trangugio una quantità sempre più vergognosa dell’indispensabile elisir nero schiumoso, mi rimpinzo di cioccolato. Dovrei esserne nauseata, a questo punto, e invece no; ho voglia, anzi direi spasmodico desiderio, di roba dolce. Incamero anche due tubetti mignon di gel zuccherino: chissà che non possano servirmi, più avanti.

All’uscita della tenda, mi cade l’occhio su una scena tenerissima: un Border Collie che impazzisce di gioia all’arrivo del suo amico umano. Chissà il mio amore peloso… Sarà a casa, a nanna all’ombra, adesso. Mi rimetto in marcia lungo il sentiero. Arriverò alla fine prima che cali il buio? Mah, non so nemmeno che ora sia, adesso. E non è ancora ora di pensare alla fine. Ma… Da dove arrivano tutti questi invasati, in braghette e pettorale, che mi sorpassano di gran carriera? Che diamine sta succedendo? Tutti risuscitati? Come diamine è possibile? Non c’era nessuno alle mie spalle, fino a poco prima del ristoro… Dunque, la mia crisi è davvero così nera? Precipito nello sconforto. Non m’importa un fico secco della posizione in classifica, ma mi terrorizza pensare che il resto del mondo sia ancora così pimpante, quando io sto centellinando le forze. Passano avanti anche due donne, mi salutano entusiaste, mi fanno i complimenti: continuo a non capire… Il sentiero si ricongiunge ad una strada sterrata. Naso all’insù, cerco di valutare la direzione: so solo che ci sarà da salire moltissimo, ma non riesco ad individuare la meta. La strada diventa poi sentiero, che si rivela subito ostico: tutto pietroni, quindi passi incerti, irregolari, scalini, un tormento per le gambe stanche. Dai Gian, è l’ultima o quasi. Di tanto in tanto, raggiungo qualche corridore con l’aria da zombie come me: eppure, continuo a non capire… Salgo, paziente, misuro i passi e la fatica. Quando il sentiero pende sul serio, chissà poi perché, mi sembra di star meglio; forse l’idea di mettere metri di dislivello sotto le suole delle mie fide La Sportiva. Mi raggiunge a spron battuto un gruppo di podisti; il primo mi supera, guarda l’orologio, esclama, in francese: “Dieci ore di corsa!”. Queste parole sferzano il neurone, che pian piano fa lo sforzo di rimettersi in movimento: dieci ore? Dieci ore… La gara “corta”, quella da 80 km, avrebbe dovuto partire alle cinque del mattino del sabato. Quindi… Ecco spiegato l’arcano! La speranza si riaccende e mi concede, per un attimo, il miracolo della capacità di parlare correttamente anche in francese: “Chiedo scusa… Ma voi siete quelli della gara da 80 km?”. Sì, sono proprio loro! Ecco perché… Tiro un sospirone di sollievo che sposta le masse nuvolose sull’Oceano e costringe i meteorologi di tutta Europa a cambiar le previsioni per i prossimi quindici giorni: non si tratta di un fenomeno di resurrezione collettiva dei concorrenti dell’Ultra, questo il nome della corsa da 160 km; no no, quelli che mi hanno sorpassata e ancora mi sorpassano con tanto vigore sono i partecipanti al cosiddetto “Grand Trail”! Loro, nelle gambe, di km ne hanno “solo” sessanta e, soprattutto, non hanno una notte in bianco alle spalle. Rinvigorita dalla bella notizia, dopo l’ennesima rapida sosta per accontentare i capricci del mal di pancia che ormai mi accompagna come un corvaccio sulla spalla, accelero il passo, anche in vista della bella rampa ripida che mi compare davanti. Una lunga scia di formichine colorate che risale il pendio per la via più diretta. Appena prima della rampa, un mini punto di ristoro idrico: riempo la borraccia; il volontario esclama “Oh, l’ottava donna!”. “Sì, assòreta”… Ci faccio una risata e me ne vado: rampa, a me! Sarà il canto del cigno? Boh, non lo so; tachicardia o no, io qua vado su come piace a me. Passar davanti anche e soprattutto ai concorrenti della gara corta è soddisfazione enorme, anche se so bene che sarò travolta già nei primi cento metri della successiva discesa. Oltre la prima rampa ce n’è un’altra, e un’altra ancora: i colli non sono mai nel punto in cui sembrano… Non ha importanza, le salterò tutte, ce ne fossero anche mille, di rampe. Sotto un sole un po’ meno rabbioso, al fresco dei 2.400 m del Col de Baréges, supero la recinzione installata dai pastori con un impeto di gioia. Ho un solo desiderio, a questo punto: lasciarmi alle spalle anche l’ultima salitella, gli ultimi quattrocento metri di dislivello. E poi è fatta.

L’euforia, purtroppo, non è mai una buona compagna di viaggio. Commetto l’errore di illudermi che la discesa sia breve. So che si dovrebbe raggiungere un lago a quota 1.800 m circa e, da lì, riprendere a salire per l’ultima volta. Così, quando, dopo un bel tratto tormentoso di discesa sugli immancabili pietroni, vedo sotto di me un piccolo specchio d’acqua, ed il sentiero che vi gira attorno, “Ok, ci siamo”, sentenzio. Invece no, niente affatto. La discesa continua lungo un tracciato nervoso, tutto sassi, radici, che massacra le gambe e mi costringe a procedere al rallentatore. Ogni passo è una goccia in più nello stillicidio della mia ansia: preoccupazione, sconforto, rabbia, ed i sintomi della stanchezza che, solo sopiti, trovano la strada ideale per travolgermi dinuovo. Un altro lago, ma si continua ad andar giù; intorno a me non c’è più nessuno, forse il grosso dei concorrenti della gara breve è già passato. Solo pini e sassi, sassi e pini, e bosco che non lascia intravedere tracce di camminamento. Non è possibile, non è possibile che proprio adesso io debba mollare… Non ce la faccio più, per favore, la salita… Non c’è più nemmeno un barlume di razionalità nei miei pensieri tragici, solo paura e sconforto. Chi non conosce e non pratica gli sport di lunga durata fatica a capire il motivo per cui si possa piangere per una corsa: “Che esagerazione, è solo una corsa…”. Ma, in questi istanti, la corsa è tutto il mondo, tutta la vita, è l’unica cosa che conta. L’arrivo al traguardo, che già da tempo fantasticavo senza quasi ammetterlo neanche a me stessa, è un’immagine che si sbriciola, si perde nelle lacrime che colano giù senza controllo, mentre la testa è lì lì per scoppiare e le gambe, pure senza più energia, si muovono frenetiche. Ogni curva è una speranza per quel che troverò dopo, ed ogni curva è una delusione perché si continua a scendere; il sole sempre più basso, l’aria meno dolcemente calda. Non ce la farò mai…

Quando ormai i garretti procedono senza che il neurone ne abbia più il controllo, accade ciò che non speravo più: un bivio, un gruppo di concorrenti fermo. S’imbocca il sentiero a sinistra e, finalmente, si comincia a salire. Dolore forte al petto, gambe di legno, polmoni che non ce la fanno più: i primi passi verso l’alto sono un calvario. Poi, pian piano, va un po’ meglio; solo un po’, ma è sufficiente perché io possa restare alle calcagna del gruppetto di corridori francesi, a cui si unisce un tifoso, familiare di uno di loro. Mi domandano se io voglia passare avanti: dalle stelle alle stalle; rispondo uno stanco “No, ho solo bisogno di seguire qualcuno che mi suggerisca il ritmo”. Archiviata una prima rampa severa, il sentiero sale blando in mezzo al bosco. Ci sferza un vento sempre più freddo: i miei compagni di viaggio si fermano per coprirsi; io sento freddo, la maglia umida appiccicata alla pelle, ma non posso fermarmi, non più, voglio solo finire. Quanto avremo marciato, dal bivio? Un chilometro, due? Testa bassa, mi accorgo della nebbia che mi avvolge solo quando ne sento l’abbraccio umido. Il campo visivo s’è ridotto drasticamente, ma, per ora, riesco a vedere le balise. Mi annunciano il punto di ristoro vicinissimo: beh, allora provvederò lì a vestirmi. Risaliamo l’ennesima pista da sci, in direzione di un’enorme ombra scura che, qualche passo dopo, prende i contorni di un edificio. Forse di qui siamo già passati, ieri, al primo ristoro: forse, ma non ne sono sicura. Con le forze al lumicino, decido per un’ultima pausa, anche se mancano dodici km alla fine. Una ciotola di brodo caldo, un’ennesima sosta in bagno, poi, come un’automa, riprendo zaino e bastoncini e riparto, ben coperta dalla giacca eppure in preda ai brividi. Risalgo la pista da sci, seguendo più le ombre dei miei colleghi che le balise: non vedo più nulla… Mi assale il panico di perdere la strada; non ce la faccio più, ma devo tentare il tutto per tutto e reggere il passo di qualcun altro con una vista più acuta della mia. Altrimenti, son panata. Nasce un gruppo spontaneo di tre corridori, uno più disorientato dell’altro: insieme, organizziamo una battuta di caccia alle balise, anche se il contributo che posso dare io è più che altro simbolico. Cammino con lo sguardo incollato alle scarpe di chi mi precede: cammino, cammino, cammino, sempre più o meno alla stessa quota, sempre in mezzo ai pascoli ed allo sterco di bovini e cavalli, per un tempo che a me sembra infinito, sempre incollata ai miei due provvidenziali accompagnatori, che hanno ben capito la mia difficoltà. Esasperazione è l’unica parola che mi viene in mente. C’è una strada sterrata qui vicino, l’ho vista… Perché ‘sti maledetti non ci fanno passare da lì? Meglio la nebbia, il freddo, il pascolo, il letame, piuttosto che l’onta di qualche km di strada, vero? Sono furiosa, ma non ho tempo per dare sfogo alla rabbia; devo seguire i due compagni, come un’ombra. E la nebbia non accenna a diradarsi. Anche i due corridori francesi, sinora chiusi in un silenzio glaciale, cominciano a dar segni d’impazienza; questo tratto interminabile di discesa che non scende avrebbe già fiaccato la resistenza del più stoico dei concorrenti. Nebbia, freddo, piedi, nebbia, freddo, piedi. Sono sfinita… Dai Gian, finirà prima o poi. Quasi non ci credo, quando vedo la coltre grigia diradarsi ed il sentiero prendere deciso verso il basso. Il sole sta calando. Corriamo per poche decine di metri lungo una recinzione di filo spinato: ad un certo punto, tocca chinarsi e quasi strisciare per oltrepassarla. Fango sulle ginocchia e sulle mani, ma non ha alcuna importanza, giù in picchiata lungo un sentierino che quasi quasi potrebbe essere sostituito, con poca differenza, con una pertica stile stazione dei pompieri. Mi volto ogni tanto, per controllare la posizione dei due colleghi che mi hanno salvata dalla nebbia; tribolano un po’ più di me, ma sono nei paraggi. Mi spiacerebbe approfittare della discesa per scappar via, lasciandoli indietro; sarebbe ingrato e meschino. Il guaio è che la voglia di arrivare travolge tutto: alla vista delle prime luci di Vielle Aure in fondo alla valle, mi sembra d’impazzire… Telefono a mammà ed avviso Matteo mentre rotolo in discesa verso l’abitato di Soulan; nonostante tutto, non riesco a correre. Se prima non lo volevo, adesso non lo posso proprio più fare. Supero le belle case di Soulan, raccolgo ancora qualche applauso; poi giù, a passo veloce e corsetta strascicata, per un breve tratto di asfalto. L’ultima discesa, strada sterrata e sentiero a tratti alterni, è infinita. Mi sforzo di correre, ma non c’è verso; al diavolo, il tempo non mi manca; sforerò un po’ le 40 ore, ma il regolamento ne mette a disposizione 50… Parecchi corridori, più volenterosi di me, mi sorpassano veloci, ma la cosa non ha alcuna importanza. Il mio orgoglio non reagisce alle offese in discesa… Non reagisce più a nulla, ormai. Si torna a calpestare la strada già percorsa appena dopo la partenza: speravo di poterlo evitare, ma alla fine mi tocca mettere in azione la pila frontale. Le luci di Vielle Aure si avvicinano, ma troppo troppo piano… Cammino, ancora e ancora, mossa solo più dalla voglia del traguardo, e non riesco quasi a crederci. Sull’asfalto, gli ultimi due km, me l’impongo per dovere: correre. Piano, pianissimo, con quel barlume di energia che è la riserva della riserva. E’ buio quando attraversiamo il centro di una borgata: ancora applausi, poi la rotonda, finalmente l’ultimo lungo tratto di strada quasi rettilinea. Il volume del tifo sale man mano che ci si avvicina all’arco: i battiti del cuore sono al di fuori di ogni controllo; mi sembra di avere un macigno legato alle spalle; più che correre, mi trascino…

E’ un attimo: qualche curva in paese, qualche finestra illuminata, il passaggio tra la folla. L’arco, il mio nome scandito al microfono. E’ finita, è davvero finita. 40h 17′, settima donna sulle ventiquattro che saranno in tutto classificate. Il tizio del punto acqua non aveva tutti i torti…

Riapro gli occhi, mezza congelata e sepolta nel sacco a pelo e sotto una spessa coperta. Ho dormito con il telefono in mano, dopo la chiamata di Matteo di questa notte. Era preoccupato perché non l’ho avvisato della conclusione della gara: lui, la sua, l’ha finita davvero bene, in 95° posizione su oltre un migliaio di partenti. Aldo ronfa ancora, sulla branda accanto alla mia. Riprenderemo completa coscienza solo intorno alle otto; il tempo di una tazza di cioccolata calda e di veder arrivare, con mio sgomento, gli ultimissimi concorrenti della gara da 160 km. Quasi non riesco a crederci: io ho già dormito un’intera notte… A loro modo, questi atleti sono i veri eroi! Poi, via, in auto, destinazione casa. I rispettivi materassi, oltre quattordici ore dopo, con la decisione, già definitiva, e la voglia di tornare l’anno prossimo a correre sui Pirenei.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!