28 giugno 2008 – A spasso sul Marguareis

Come sempre, non ho idea di quale sarà il mio destino di oggi. Matteo ci ha provato, a spiegarmelo, ma, tra le tante cose a cui sono refrattaria, c’è la geografia, perlomeno quella dei sentieri di montagna. Mi basta che ci sia lui: io mi fido e lo seguo, dovunque vada; almeno finora, non ne ha mai approfittato per abbandonarmi da qualche parte e liberarsi di me. Inspiegabile!

Siamo a Viozene con la prima luce del mattino, che arriva prestissimo, ora che siamo nel periodo dei giorni più lunghi dell’anno. Rabbrividisco pensando che tornerà dicembre. Destinazione, Marguareis & dintorni: Matteo conosce bene la zona, io per niente, ma ci sono già stata e la ricordo molto bella. Per me è sufficiente; infilo le scarpe e via, si parte su per la stradina in mezzo alle case del paese: case che sanno di vecchio, vecchissimo; qualcuna dall’aspetto un po’ instabile, qualcuna invece più curata. Una splendida scala esterna è il particolare più curioso: in legno, a forma di arco; le due parti laterali, in cui sono incastrati gli scalini, sono formate da due mezzo tronchi piegati, non so come; non immaginavo si potesse dare ad un tronco la forma di un arco di cerchio senza spezzarlo. Finestrelle e portoni troppo bassi, cataste di legna accanto alle soglie, una provvidenziale fontana in pietra di cui approfittiamo per fare il pieno alle borracce. Matteo è già preoccupato: “Se non vuoi fermarti, vai, te la riempo io”… Ehi, calma, non cominciamo eh! Non saranno questi due nanosecondi di stop a rovinarmi il ritmo, che tra l’altro non c’è ancora; siamo partiti da un minuto!

Saliamo in direzione del Mongioie: man mano che ci alziamo, la vista si apre su un cielo blu, terso, non una mezza nuvola, solo lo spettacolo della verdissima corona di montagne, solo il suono confuso dei campanacci delle mucche. Quando si è giù, lungo la strada di fondovalle che arriva a Viozene, uno spettacolo così non si potrebbe proprio intuire: il vallone ove passa l’asfalto è profondo, chiuso, incassato, affascinante ed allo stesso tempo opprimente; ha l’aria di uno di quei posti che vedono il sole per poche ore al giorno.
Mi porto dietro uno zaino che pesa troppo e l’umore ancora bigio per qualche bega familiare della sera precedente; per fortuna a Matteo non manca il fiato e nemmeno la voglia di chiacchierare. Mi lascio distrarre, come sempre, fino a diventare parte di quel che mi racconta, delle vicissitudini divertenti della sua vita di negozio; così mi allontano dalle mie, che trovo molto meno divertenti. Sarà che ho un caratteraccio buio, tendo a rimuginare troppo su ogni sciocchezza. Ecco, questo bisognarebbe imparare a fare; quando la rabbia sale, chiedersi sempre: “Ne vale la pena?”. La risposta è inevitabilmente “no”, solo che non è facile indovinarla. O forse sarà che il mio motto è “vivi e lascia vivere”, e che io lasci vivere è indubbio, visto che amo starmene per conto mio o con quelle poche persone che sono orsi come me, ma talvolta c’è qualcuno che non lascia vivere me e allora sì che mi inalbero, per usare un eufemismo! Siamo sempre lì: io vivo nella mia boccia di vetro, che sarà pure piccola e limitata, ma è la mia bellissima boccia ed io ci tengo molto, ci sto bene. Se qualcuno, o qualcosa, scuote, sposta o rovescia la boccia, per me è un dramma, io fuori di lì non respiro più… In questi momenti penso ad una bellissima poesia, scritta com’è ovvio in un contesto ben più grave e pesante, che recita “…Lasciatemi così come una cosa posata in un angolo e dimenticata”. Lasciatemi così, come un escursionista disperso su un sentiero, o un ciclista lungo una salita, e dimenticato…

Stamattina fatico. Non posso dire di avere il fiatone o di sentire dolore, no; è proprio come se le gambe fossero vuote, senza forza. Ripongo tante speranze nei bastoncini, su cui cerco di scaricare tutto il peso possibile; procedo, ma è chiaro fin da subito che, se oggi voglio giungere a fine giro, devo andare al risparmio. Sento il bisogno di mangiare qualcosa di dolcissimo, ma non una merendina, più una bustina di zucchero, uno di quei disgustosissimi gel iperconcentrati: ma non ho né l’uno, né l’altro. Mi mette ansia questa condizione; se fossi da sola, sarebbe nulla, ma oggi sono in compagnia e rischio di creare problemi anche a Matteo, che è partito con intenzioni bellicose, almeno in fatto di distanza. E pensare che ieri zampettavo in bici senza il minimo problema… Colle della Lombarda prima da Vinadio e poi da Isola, più Colle di Fauniera da Demonte, fino a 4 km dalla cima, quando la pioggia mi ha immediatamente convinta ad una rapidissima ritirata strategica. Forse la mia cotta vien da lì? Ma no…

Camminando a capo chino, non mi sfugge nulla; potrei fare il censimento degli insetti, dei fiorellini dai colori così sgargianti da sembrare finti, ma sono troppo impegnata a badare a dove metto i piedi. Matteo sostiene che sia sbagliato fissare gli occhi sullo spazio troppo vicino alle proprie scarpe; sarebbe meglio camminare guardando più avanti; già, facile a dirsi… Io riesco ad inciamparmi già solo se alzo un attimo lo sguardo al panorama! E ci riesco in salita, figuriamoci poi in discesa.
Cerco con gli occhi la direzione del nostro sentiero: sembra lassù, ma so già che, di solito, quello che sembra un colle non è altro che una sella, e che, più in là, la traccia continua a salire, magari lungo una traiettoria diversa. Mai illudersi che la fine sia vicina; a parte il fatto che per me, più che un’illusione, è un timore: finché sono in salita va tutto bene; è con la discesa che cominciano i dolori. E poi c’è anche il pancino che ci si mette, a far le bizze; a furia disveglie ben prima dell’alba – stanotte alle due e mezza – non riesce più a regolarsi nemmeno lui! Per fortuna siamo en plen air; alla peggio, a quest’ora, solo qualche mucca potrà accorgersi del mio roseo mappamondo al vento.

Sfiliamo sotto la vetta tozza del Mongioie: mi torna in mente la tristissima cronoscalata dello scorso autunno… Dal rifugio alla vetta, 4 km ed un bel po’ di dislivello; peccato che le corse brevi e di pura velocità siano, tra tutte le prove non adatte a me, le meno adatte in assoluto. Resta da capire quali siano quelle adatte: ma per questa domanda cercherò risposta la prossima volta, magari. Insomma, in quella gara lì mi son classificata quasi ultima. E ricordo bene che la discesa per la stessa via è stata ben più lunga e straziante della salita… Oggi però tiriamo dritto, niente cima. Ci affacciamo su una vallata costellata di nevai, alcuni ancora molto ampi. Ecco, meno male che avevo detto di non avere alcuna voglia di neve. Il guaio è che quest’anno la neve c’è, niente da fare, e chissà fino a quando resterà. Matteo è alla ricerca di un lago: qui però non se ne vedono. Per me potremmo essere ovunque, ho già perso l’orientamento; in base a cosa la mia guida sostenga che dobbiamo dirigerci verso sinistra, lo ignoro, ma mi fido. Tocca proprio passarli, i nevai; qualcuno tentiamo di aggirarlo, perché la pendenza è tale che, in caso di scivolata, si vince un viaggio premio per la direttissima in fondo al canalone; qualcuno lo attraversiamo, con Matteo in avanscoperta a gradinare con i piedi di taglio, manco fossimo in arrampicata su parete coperta di ghiaccio: in effetti siamo messi molto peggio… Basti pensare che ci sono io!

Ho la sensazione che tutto ciò rallenterà a dismisura la mia già lentissima progressione. Sono quasi sorpresa della calma che fino ad ora non mi ha abbandonata: in altri momenti, avrei già ceduto al panico da un bel po’, invece oggi nulla. Forse la fiacca attutisce anche gli impeti dell’animo, oltre alla foga delle gambe. La neve è ghiacciata e scivolosa solo in alcuni punti; in altri cede senza problemi, offrendo quello che a me sembra un sicuro ricovero per il piede. Quanto ai passaggi un po’ delicati su sentiero, per dirla con gli scienziati, abbasso il baricentro… Che poi, tradotto nella lingua del volgo, significa che procedo a quattro zampe, spalmata con tutta me stessa sulla roccia.
A furia di pattinare, incespicare e fendere incolpevoli distese di rododendri, riguadagnamo una traccia di sentiero che finalmente ci guida in vista di un laghetto. Bello, anche se ha il colore della muffa. Mi bruciano gli occhi, irritati dal riverbero della limpidissima luce di oggi sulla neve: sarebbe stato saggio portare gli occhiali scuri, ma proprio non ci ho pensato. Non è nella mia natura proteggermi dal sole: io lo amo, il sole! Lo desidero con forza nei lunghi mesi di ore ed ore di buio e raggi freddi…

Dal lago si torna a salire un po’. Alzo il naso verso le cime davanti a me; chissà quale mi toccherà adesso. Prato, nevaio, traccia, ma solo ogni tanto: “Seguiamo il sentiero solo quando lui incontra noi”, osserva Matteo. Piano con gli accessi di megalomania, che tra un po’ va a finire male, lo sento… Seguo a fatica la mia guida, mi sento come se pesassi una tonnellata. In effetti non è che io sia un peso piuma, ma oggi è proprio una giornataccia. Attraversiamo un nevaio, saliamo ad un colletto: dobbiamo raggiungere quota 2.500, a quanto pare. Dal colletto in su, sono dolori. Il sentiero si impenna, lascia il prato e diventa segno appena accennato nella pietraia; se all’inizio si cammina con fatica, ben presto non si cammina proprio più. Anche qui, è Matteo a fare strada; io davvero non capisco come, qui è tutto uguale. Sarà che sono già troppo impegnata a restare in equilibrio, con i piedi che proprio non riescono a fare perno; piedi, mani, denti, serve tutto per salire quassù. Ma sei sicuro che dobbiamo proprio passar di qua? E, quando mi sembra d’essere quasi al buono… Ecco una pietraia di schegge scure e sottili, che scivolano via sotto i piedi con il rumore che fanno i frammenti di vetro quando i camion della nettezza urbana scaricano le campane della raccollta differenziata; solo, meno fragoroso, ma più subdolo, perché tu appoggi il piede e credi di poter fare forza, e come ti muovi tutto sfarina giù… Certo, è vero, se scivoli qui, ti fermi, giustamente osserva Matteo. Peccato che ometta di precisare che paghi alla pietraia un tributo di strati di pelle che ci lasci! “Era segnato come sentiero”… Meglio che io non risponda. In fondo, dai, non ho nemmeno così paura. La stessa sensazione di prima: non sono terrorizzata come mi aspetterei da me stessa. Affondo le dita tra i sassi, invento curve e controcurve in un’immaginaria traiettoria verso la vetta, scivolo e torno su. L’importante è che io tenga gli occhi ben incollati al terreno. Non devo guardarmi intorno, e nemmeno devo indagare cosa ci sia sotto di me. Altrimenti è finita. E come diavolo sarà la discesa? Se è così, sono ben messa!

Matteo zampetta come se stesse camminando sul pavimento di casa; neanche quello in marmo, dove tutto sommato capita di scivolare, no, un bel pavimento ruvido in pietra grezza, o in cotto. Se non fosse lui, se fosse chiunque altro, l’avrei già catapultato giù nel laghetto, solo per la stizza di vederlo così sprezzante della mia ignobile fatica.
La cima finalmente arriva, anzi no: è una cima, ma non è la nostra. Il sentiero, quello giusto, spunta alla nostra sinistra… Com’è ovvio, passando da lì saremmo arrivati quassù con le mani in tasca. Va bè, dai, è stata un’esperienza. Ora si va alla cima vera, quella con la croce, che è a pochi minuti di marcia davanti a noi, lungo una traccia finalmente agevole. Scruto il cielo, da quassù se ne vede un bel po’; è terso, limpido. Non mi lascio comunque ingannare; le previsioni meteo hanno promesso pioggia e temporali dal pomeriggio e, ormai, difficilmente sbagliano. So bene che, dalla comparsa della prima virgola bianca in cielo, tuoni & fulmini non si faranno attendere molto.

Solo una velocissima sosta per un paio di foto: non è proprio il caso di perdere altro tempo; già quest’incedere lento e faticoso mi mette ansia. Dobbiamo scendere giù per questo ampio vallone, sembra un unico dolcissimo prato, verso il Rifugio Mondovì, che già si vede in lontananza. Vista così, la faccenda pare facile e di tutto riposo: scendiamo seguendo gli ometti, i piccoli ciciu; a volte lungo una traccia di sentiero, a volte nel prato, calpestando piante dalla foglia enorme, larga, che mi dà l’idea di abbondanza di acqua. Infatti l’acqua non manca di certo, tra ruscelli ufficiali, pozze e semplici rigagnoli. Sulla destra all’improvviso si apre la vista su… Un paese: per un attimo resto a fissarlo incredula. Dev’essere Frabosa, dice Matteo. Non so perché, ma a me par di vedere una di quelle città del futuro, tutte torri e strade sopraelevate… Insomma, un’allucinazione, non è possibile vedere una città qui in mezzo al nulla, quando già camminiamo da un bel po’ e non abbiamo ancora incontrato anima viva! Solo i camosci che corrono su e giù per i nevai, traditi alla vista dal mantello scuro che risalta sulla chiazza immacolata. Sarà la stanchezza, o forse la quota.

La discesa verso il rifugioè eterna, interminabile. E’ sempre così in montagna: ciò che pare facile da raggiungere in quattro e quattr’otto, di solito in realtà richiede un tempo interminabile per arrivarci… E quando è possibile raggiungerla, quella meta, va già di lusso! Camminiamo, e camminiamo, e camminiamo; sembra di scendere ma non c’è verso di vedere quel puntino là in fondo gonfiarsi. Resta piccolo, irraggiungibile.

La prima forma umana che incontriamo è un personaggio chino a trafficare in mezzo ad una distesa di quelle piante con la foglia larga. Chissà cosa raccoglie? Mi viene in mente che lì sotto possano esserci solo sanguisughe… Rododendri e cardi si fanno beffe dei miei polpacci scoperti; tra il prato ed il solco della valanga, che adottiamo come sentiero, di scendere non ne posso proprio più. Invece, mio malgrado, mi tocca anche il guado acrobatico del torrente. Di fronte a me, dall’altro versante della valle, vette arcigne che spuntano fuori dalle pietraie; non so dove si vada ora, ma di certo non lassù. Punto dritto verso la strada sterrata, popolata di camminatori più e meno seri, escursionisti con la pancia, della comunissima specie “da tavola”, e viandanti oberati di zaini dalle dimensioni inquietanti. Penso al mio zainetto semivuoto: ormai io ho fatto il gran salto; in montagna vado solo più con scarpette da corsa e bagaglio super leggero. Ma che diavolo ci mettono in quegli zaini… L’intera batteria di pentole?

L’ultimo guado appena prima del rifugio. Non mi preoccupo, in fondo fa caldo: non riuscirei a mantenere l’equilibrio sulle pietre; non ci provo nemmeno, metto i piedi a bagno e via. Fa persino piacere adesso: infatti c’è qualcuno che è d’accordo con me… Uno splendido massiccio Labrador che, sdegnoso delle coccole, si tuffa a mo’ di sottomarino in ogni pozza che incontra sul percorso. Un po’ meno convinto è Matteo: lui il guado sulle pietre l’ha tentato, ma con esito infausto e soprattutto umido.

Confesso che una cioccolata calda mi farebbe tanto tanto piacere… Ma sopprimo il pensiero distogliendo lo sguardo dalla porta d’ingresso del rifugio: insomma, non ci si può mica lasciare andare a simili debolezze! Le consumazioni in rifugio costano, credo giustamente, uno sproposito – chissà quale spesa e quale disagio per portare tutta la mercanzia fin quassù! – e poi non si può mica perdere tempo così. C’è chi sostiene che la montagna vada gustata con spirito contemplativo, ma io non sono per niente d’accordo: una volta che le gambe si mettono in moto, preferisco evitare, per quanto possibile, di fermarle o anche solo rallentarne il lavoro, fin quando non si rientra alla base.

Ci sono due tracce di sentiero; per fortuna, si prende quello che, sulla sinistra, va in salita. Seguo, anzi precedo, Matteo che mi cede sempre il privilegio di impostare l’andatura. La fiacca non mi molla, ce l’ho sempre lì appollaiata sulla spalla, ma mi difendo, cercando di non farmi saltare il cuore in mezzo alle orecchie. Questa salita è breve, ancora baciata dal sole; qualche tornantino e la tentazione di lanciarmi all’inseguimento degli escursionisti che vedo poco più in su. Per la verità, spesso è come sparare sulla Croce Rossa: del resto, questi sono gli avversari che posso permettermi io… Le vittime degli insulti del tempo e degli eccessi di polenta e salsiccia! Senza contare che, comunque, anche questa categoria include eccezioni che potrebbero farmi mangiar la polvere in qualsiasi momento. Oppure le famiglole: anche se, ad onor del vero, incontriamo tra gli altri una bimba dall’aria molto combattiva, per nulla intimorita dal guado del torrente, di certo molto meno afflitta della mamma. Si sale ancora, su percorso irregolare, che un po’ spiana e un po’ salta; c’è ancora qualche tratto su neve. Osservo una bella escursionista con la pancia scoperta ed un po’ la invidio: Matteo suggerisce che anch’io dovrei cedere all’esibizionismo, ma il mio esibizionismo prende coraggio solo a livello del mare, o poco più su, nelle ore più calde delle più calde giornate estive. Oggi indosso canotta traforata, maglietta e manicotti: rabbrividisco al solo pensiero della temperatura dell’aria sulla pelle nuda a quota duemila e rotti. Non credo che il mio pancino apprezzerebbe, né i miei bronchi.

Il colle – Porta Sestrera, se non ho capito male – è una sella dolce ed erbosa. Matteo punta il naso in su, alla ricerca di una vetta su cui forse si potrebbe salire: io però già da un’oretta tengo d’occhio le nuvole che si stanno gonfiando velocemente alle nostre spalle. Già al Mondovì avevo notato una virgoletta bianca… E, memore delle previsioni meteo che annunciavano temporali nel pomeriggio, sono già un po’ in agitazione. Per fortuna, la mia guida si volta, stupisce e concorda: meglio scendere direttamente al Rifugio Garelli. La costruzione si intravede poco dopo l’inizio della discesa: grossa, scura, sembra formata da tre triangoloni addossati l’uno all’altro. Beh sì, non è che sia una bellezza. Scendo con un po’ di preoccupazione, perché non so bene cosa ancora mi attenda, ma ho la netta sensazione che sarà comunque marcia all’umido. Anche qui non manca la compagnia: gente sparpagliata sui sentieri, ma soprattutto, orrore orrore, stuoli di merenderos che affollano il prato intorno al rifugio come un variopinto formicaio. Quintali di pance e salami di lardo spiattellati ovunque senza pudore… Che spettacolo raccapricciante! Ma in fondo è meglio così, a pensarci bene… Significa che la gente non si cura troppo del giudizio altrui!

Matteo ed io facciamo rifornimento d’acqua al torrente. Chissà se qui il cellulare prende? Potrei mandare un messaggio a casa… Già, il cellulare. Dov’è il cellulare? Faccio due più due… Non ci metto molto a realizzare che lì dove l’avevo messo, nella tasca laterale dello zaino, non c’è più. Scavo nella parte interna, ma senza convinzione; ricordo perfettamente di averlo spostato nella tasca esterna per averlo a portata di mano. Sarà saltato via chissà dove… Ma porca miseria, è l’ennesimo telefonino che mando in malora nel giro di un anno. Meno male che l’ultima volta, alla Metro, ne ho comprati due al prezzo infimo di uno, approfittando dell’offerta; almeno non ci perdo gran che. Sarà il caso di bloccare la scheda? Mah. Osserva giustamente Matteo che, con tutta probabilità, non lo troverà nessuno; se poi qualcuno lo trovasse, trattandosi di viandante con la passione dei monti, difficilmente sarà un farabutto che approfitta del mio contratto per fare un paio di telefonate da qui alla Terra del Fuoco… Pace, non ci penso più, tanto è inutile arrabbiarsi. Finché i guai sono solo di questa entità, va tutto bene.

Fendiamo il mare di merenderos, impegnati a rosolarsi a quel che resta del sole, e prendiamo un sentiero che piega verso sinistra in uno splendido ampio vallone profondo. La linea chiara del sentiero percorre, sempre più o meno alla stessa quota, la testa della valle e poi continua, dall’altro versante, scendendo poi verso chissà dove; è lì che dobbiamo andare noi? I miei occhi seguono un percorso ideale per tagliare il curvone ed attraversare il vallone per via più diretta; mi sa però che l’impresa sia alquanto impervia. Ma non ha importanza; la nostra direzione, spiega Matteo, è diretta, verso la testa della valle. Raggiungiamo un laghetto sormontato da un ampio nevaio… Da qui, il nulla. La cartina di Matteo indica un sentiero che porta, appunto, verso la testa della valle, ma, a perdita d’occhio, vediamo solo neve, rododendri ed un’immensa pietraia. Lassù, indica la mia guida: lassù… Tento invano di seguire il prolungamento del suo dito, ma tutto quel che vedo sono vette aguzze e pendii orrendamente ripidi. Lassù dove? Che diamine stai dicendo? No, aspetta un momento, ragioniamo. Sfodero sguardo implorante, vocina querula ed atteggiamento da cane bastonato: chissà che non riesca in questo modo a suscitare pietà… Ma non si può tornare indietro ed imboccare una via alternativa? Sì, si potrebbe tornare al Garelli, su fino al colle e svalicare da lì… Ecco, allora, almeno lì c’è un sentiero definito, l’abbiamo già percorso, non dovremmo correre rischi. Guardo salire dal fondo della valle i nuvoloni gonfi e grigi che forse a me sembrano più minacciosi di quanto siano in realtà, li vedo correre, arrotolarsi, allungare i tentacoli verso la fetta di cielo azzurro che ancora ci sovrasta. E se ci arrivano addosso mentre attraversiamo la pietraia? E se scoppia il temporale proprio mentre siamo quassù? Tutti pensieri che provo ad esprimere, smozzicati… Matteo sembra proprio deciso. Io no, assolutamente no, combattuta come sono tra la razionalità e la paura, tra la fiducia nell’esperienza di Matteo, di certo superiore alla mia, e la profondissima sfiducia nel mio equilibrio. Va bene, cedo senza opporre resistenza. Tanto non è che abbia molta scelta: se anche mi ammutinassi, non saprei tornare all’auto da sola, nemmeno per la via alternativa.
Matteo guada il laghetto e si lancia su in mezzo ai rododendri, seguendo una traccia ideale che vede solo lui. Io ci provo, ma di fatto è come se muovessi due passi avanti e tre indietro: mani, piedi, bastoncini, quasi quasi anche i denti, tutto vien buono per cercare di avanzare in questo mare di rami, foglie e spine che mordono i polpacci. Mi rammarico di aver indossato i pantaloni ¾ anziché quelli lunghi. L’agitazione cresce: più avanzo e più la testa della valle si allontana; Matteo ogni tanto sparisce dietro un balzo di roccia, io snocciolo nella mia mente i più orrendi improperi, ed è solo per mancanza di fiato che non do loro voce. Che diavolo ci faccio qui? Ma chi me l’ha fatto fare? Calma, Gian, calma e sangue freddo, perché qui se ti saltano i nervi è fatta. Insomma, Matteo non è mica un novellino, e nemmeno un incosciente; saprà ben quello che sta facendo. Sì… Però temo che non sempre si renda conto di quanto tragica sia la mia condizione, e di quanto nulle siano le mie doti, fisiche e di coraggio, in queste condizioni. Di male in peggio, poi, quando passiamo dalla vegetazione alla pietraia: immensa, infinita. massi enormi che stanno lì da chissà quanto tempo, ma guardacaso muovono proprio se io ci metto sopra il piede. Ho i nervi a fior di pelle, procedo a stento, a quattro zampe, appoggio mani, piedi, ginocchia, didietro, e davvero non capisco come sia possibile restare in posizione eretta qui sopra. I nuvoloni avanzano, certo molto più in fretta di me. Matteo, se sono qui è proprio solo perché ti voglio bene… Ma tanto… Perché se tu fossi chiunque altro, ti avrei mandato al diavolo, già da un po’, me ne sarei andata a costo di ripercorrere tutta la strada già macinata oggi, a costo di fermarmi al rifugio e restare lì fino a miglioramento delle condizioni meteo. Spero che tu lo capisca, questo! Lui si ferma spesso, mi aspetta, chissà se mi legge nel pensiero; secondo me sì, ci legge qualcosa di spiacevole. Lassù, o forse no: il dubbio coglie anche lui, che ritratta almeno un paio di volte prima di sentenziare, per certo, che la nostra direzione è il canalino davanti al nostro naso, sulla sinistra guardando verso la testa della valle. Ecco, perfetto, nel caso non fossi già abbastanza terrorizzata. Se noi andiamo fin lassù, e poi scopriamo che non è la via giusta? Elementare, secondo Matteo; torniamo indietro ed andiamo a ripassare dal Garelli.

Indietro? Tu sei pazzo, caro mio… Ridiscendere, riattraversare la pietraia? No, non sarà possibile, perché nel frattempo i primi fulmini avranno fatto giustizia di noi, e poi io da qui non scendo più, non mi muovo più, vado rassegnata incontro alla fine della mummia di Similaun! Almeno un giorno qualcuno pagherà per vedermi…
Lascio la pietraia con un sospiro di sollievo che mi si strozza in gola. Il salto che mi separa dall’ipotetico colle lassù è una roba approssimabile al verticale. Matteo ci si butta con la noncuranza di chi sta uscendo a passeggio col gelato; mi ci butto anch’io, di rabbia, con la paura che ormai la fa da padrone; mi aggrappo a tutto, anche ai fili d’erba, muovo un passo, scivolo, salgo ancora, e guardo in su, ma il colle non s’è mosso di un millimetro, Sembra impossibile, sembra una congiura, più salgo e più mi resta da salire; forse dovrei vergognarmi ma ormai non trattengo più i singhiozzi… Ho paura del vuoto sotto di me, delle scarpe che non fanno presa, delle dita che non sanno dove conficcarsi, e del colle che potrebbe non essere il colle… Tornare indietro di qua? No, davvero questo sarebbe impossibile per me, tanto varrebbe spiccare un balzo ed atterrare di testa! Mi vien quasi rabbia a guardare Matteo che sale su come una capra, mi chiedo quanto mi tratterrò ancora dal coprirlo di miserie. E non ne avrei alcun diritto, visto che, dopotutto, quassù sono salita da sola, non certo con il fucile puntato nella schiena. Avrei dovuto rifiutarmi. La prossima volta mi rifiuterò. Anzi no, non ci sarà una prossima volta, giuro, mai più! Basta montagna, basta sentieri, basta cacciarsi in queste situazioni del cappero, basta, se io arrivo viva lassù, giuro che le uniche salite che frequenterò da qui in poi saranno le scale mobili all’Ikea!

Insieme al controllo, perdo via via quel poco di equilibrio che mi resta, tanto che il mio compagno di sventure, più volte, scende a fare sicurezza per l’appoggio dei miei piedi. E non è che la cosa mi conforti, tutt’altro: così la paura raddoppia; se dovessi scivolare, trascinerei con me anche lui, che, pur con tutta la fiducia, non credo sia in grado di arrestare la caduta libera di un grave tanto grave come la sottoscritta.
Sono ormai sull’orlo della crisi di nervi quando lo vedo in piedi sul colle. Con il groppo in gola, dopo un attimo di esitazione, chiedo se sia proprio questa la via giusta… Sì, lo è. Per un attimo mi si ferma il cuore. Ai polsi ed alle caviglie spuntano mazzi di palloncini colorati, gonfiati ad elio che mi fanno superare l’ultimo metro senza la benché minima fatica; spariscono le nuvole, il canalino diventa d’improvviso una distesa piatta come un biliardo, oserei dire persino asfaltata… Matteo mi abbraccia, ha fatto finta di nulla finora, ma so che era preoccupato pure lui. E già comincio ad odiarlo un po’ meno, ed anche la discesa in mezzo al prato, ripida ed un po’ sconnessa, mi sembra una sciocchezza, anche se la mia guida si affanna ad assicurarmi che “migliora”. Ma no, non importa, se sono sopravvissuta alla salita tragicomica, sopravviverò a qualsiasi cosa.

Capanna Saracco-Volante: e dire che c’ero già stata… Ma continuo ad avere il dubbio che “Volante” sia un aggettivo di “Saracco”, ma allora cosa diavolo sarà un “Saracco”? Mah, non importa, non è fondamentale adesso. A fugare i miei dubbi provvederà Wikipedia. Bisogna salire, e in fretta; il cielo non sembra voler pazientare ancora molto. Tra poco, reclamerà giustizia.

Accanto alla capanna, due curiosi personaggi intenti a prendere il sole: già, ma quale? Tra un po’ Giove Pluvio dà inizio alle danze, altro che sole! Ci affrettiamo lungo la breve e facile salita al Colle del Pas, dove ancora una volta sbuffo e soffro: ma ormai è finita. Ci avvolge la nebbia nella lunga discesa, parte su sentiero, parte attraverso un ampio pianoro, il Solai, dove fedelmente seguo Matteo che deve avere nascosto da qualche parte un GPS.
Memore di altri incontri del tutto casuali in posti lontanissimi sia da casa mia che da casa sua, faccio notare a Matteo: “Oggi non hai ancora incontrato nessuno che conosci!”. Come per magia, in mezzo alla nebbia spuntano quattro ombre che ci vengono incontro e salutano… Come non detto. Mentre loro chiacchierano, io ne approfitto per una foto ad un masso che pare in equilibrio molto precario. Poi la lunga discesa, bella ripida, che sarebbe molto ma molto bella nell’altro senso. Si vede tutto il vallone, finché poi non ci si immerge nella pineta. Confesso che ho voglia dell’auto: un po’ per l’eccesso di emozioni, un po’ per questa fiacca che mi annienta. Non è male alle gambe, è proprio sensazione di vuoto, mal di testa, debolezza. Da Carnino si potrebbe poi andare a Viozene via sentiero: ma è un’ipotesi che scarto subito. Matteo non insiste: se una volta ha scampato il linciaggio, di oggi, è comunque meglio che non sfidi troppo la sorte, Asfalto, voglio solo l’asfalto; si parte, di buon passo, sette, otto chilometri di puro grigio amatissimo bitume fino a Viozene. In fondo io sono nata come corridora da asfalto e non disdegno di tornare ogni tanto al mio primo amore, così inviso agli escursionisti puri. Superficie regolare, non si corre il rischio di inciampare, niente movimenti né appoggi strani… Procediamo di buon passo; ora che la salvezza è stata raggiunta, ho ritrovato tutto il mio buon umore. E ritrovo anche un bel coltellino svizzero, perso sul ciglio della strada da chissà chi: eh bè, ho abbandonato tra i monti il cellulare, ma ho guadagnato un Victorinox, insomma, meglio di niente. Camminiamo lungo il vallone fondo, aspro, scuro e minaccioso; l’enorme galleria che all’improvviso ci si para davanti ci lascia di stucco. Una galleria immensa, ancora in costruzione… Per tagliare una curva, lungo una strada dove passeranno si e no gli abitanti qui delle frazioni? E poi, per evitare una curva che non è altro che un’agilissima, tranquillissima curva? Per risparmiare cento metri? Ci sfugge il senso di tutto ciò, ammesso che un senso ci sia. Oltre la curva, due operai appesi alla volta manovrano rumorosissimi strumenti che incidono la pietra; più avanti, macchinari imponenti parcheggiati a bordo strada, uno spiegamento di mezzi e forze e risorse economiche che, visto così, sembra davvero assurdo. E poi una grotta lassù, sospesa a metà parete dall’altro versante della valle: Matteo la punta, per deformazione professionale; già, ma come ci si potrebbe arrivare? Forse con un elicottero… No, non fa per me, io mi accontento di arrivare, dopo circa 45 km di marcia e poco più di 3000 m di dislivello, a Viozene, alla Opel, di scolarmi il tarocco di Red Bull per combattere i postumi della sveglia alle due e mezza, e, di lì in poi di tenere a bada i morsi della fame fino a casa. Il piacere della scoperta lo lascio volentieri a qualcun altro!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!