28 novembre 2009 – Nebbia in Langa

“Mi sono perso”. Ma no? Non l’avrei mai detto… Un quarto d’ora di ritardo, quando mezz’ora fa il fenomeno ha dichiarato via messaggio, scripta manent, di essere quasi arrivato, può voler dire due cose: o gli è toccato uno scambio di opinioni con uno Scania… Oppure non ha idea di come si arrivi al parcheggio di fronte alla Clinica Città di Bra. Siccome io sono un’inguaribile ottimista, propendo per la seconda soluzione; infatti, quando squilla il cellulare, rispondo con un ghigno satanico: “Buondì!”. Difficile ricondurre una pecorella smarrita sulla retta via, al telefono, se la pecorella non sa dirti dove si trova. Comunque no, Pocapaglia non va bene; devi tornare indietro, verso Bra. “Andrea s’è perso / s’è perso / e non sa tornare”, cantava De Andrè; speriamo che Isacco invece sappia tornare, prima o poi, se no il giro in bici ce lo scordiamo.
Di norma, i ritardatari risvegliano in me i più truculenti istinti omicidi. Più lievita il ritardo, più sadico diventa il mio desiderio di vendetta. Non oggi, però: il caso con cui ho a che fare oggi è evidentemente disperato; inutile accanirsi, ci ha già pensato il destino. Di lì a poco, l’Isacco-mobile si materializza nel parcheggio; dopo averne percorso un paio di volte il perimetro completo, arriva a parcheggiare accanto a me. Quindi si parte, direte voi quattro lettori. Eh già. Troppo facile. Non avete considerato un passaggio fondamentale della vicenda. All’alba delle otto meno un quarto, otto meno dieci di una bella mattina di fine novembre, con una temperatura che non saprei valutare, ma che di certo è siberiana, mentre il rigor mortis si impossessa di me che aspetto, accanto alla mia bici… Egli si veste. Ho un ricordo molto vago di un libro delle elementari, un brano che narrava il rito della vestizione del Re Sole. Non saprei nemmeno dire se si trattasse di una ricostruzione un po’ fantasiosa a beneficio dei fanciulli ai primi anni di scuola, o se ci fosse qualche fondamento storico; fatto sta che quel brano, dopo vent’anni di torpore nei più reconditi angoli della memoria, mi torna in mente proprio adesso. Più o meno, la procedura dev’essere la stessa; come sia possibile impiegare così tanto tempo per prepararsi per un giro in bici, è un mistero… Guai se dovesse pure infilarsi i collant!

Un paio di ere geologiche più tardi, finalmente siamo pronti. Si parte. In discesa, da Bra verso Pocapaglia: neanche duecento metri e siamo già immersi nella nebbia. Così il mio compare di viaggio non si vede più; in compenso, si sente: paralizzato dal freddo, strilla come un’aquila, peggio dell’ululato di Paperon dé Paperoni quando scopre il deposito vuoto. Irripetibili i contenuti delle sue esternazioni: ma non è questo che mi preoccupa… Spero, piuttosto, che gli automobilisti riescano a vederci e schivarci. Secondo i miei calcoli, questa scomoda ed umida situazione dovrebbe durare poco; il tempo di arrivare all’attacco della salita di La Morra; però, da qui a lì, ce n’è già parecchia, di strada, per farsi schiacciare. Bivio a destra e discesa a Macellai: le dita nei guanti di pile, o meglio in quel sottile strato di guanti che mi resta, sono già congelate. Puro dolore. I piedi, invece, sono insensibili, meno male.
La coltre di nebbia si fa più spessa a Pollenzo, nei paraggi del Tanaro: appena superato il ponte, finiamo dritti contro un muro grigio; a stento riesco a scorgere il bordo strada; ogni volta che il rumore di un motore s’avvicina, è brivido… Però, a rigor di logica, la prima vittima tra i due dovrebbe essere Isacco, che mi segue; ergo, se nessun urlo squarcia il silenzio, significa che posso star tranquilla. Per ora, mi arrivano solo insulti.

Il bivio: siamo salvi, almeno spero. Basta alzarsi di pochi metri per riacquistare il dono della vista. Anche la temperatura cambia in modo drastico, e non solo perché in salita si fa fatica: incredibile ma vero, s’intravede un pallido sole, sempre meno pallido. Il bubbolìo del mio compare pian piano si spegne; si vede che il tepore lo rimette di buon umore. Vorrebbe scattare avanti, sentenzia il marrano, ma non ce la fa: non riesce a sfuggire al potentissimo campo gravitazionale generato dal mio spropositato fondoschiena… Quindi è costretto a restarmi nei paraggi, a mò di satellite. Interessante, come teoria… Lo stermino subito o tra dieci minuti?

Si vede persino il Monviso, qui dove la nebbia non riesce a salire. Ed i vigneti rinsecchiti, gli alberi spogli, qualche grappolo striminzito, forse dimenticato, forse lasciato lì apposta. Si arranca in religioso silenzio, perché la prima vetta fa male, quando le gambe ed il cuore non hanno ancora avuto il tempo di scaldarsi. Via i guanti, giù la cerniera della giacca invernale: lo sapevo, ho esagerato… Passerò la giornata a far la sauna. Mi mancavano, però, i panorami di Langa; vivo qui a due passi, ma negli ultimi tempi ho girato un po’ troppo il mondo.
Sempre in silenzio, superiamo anche l’ultima rampa in paese, quella che sbuca, per gli animi poetici, sul belvedere… E, per gli spiriti più concreti, proprio al cospetto della toilette pubblica, che tra l’altro è stata sistemata di recente; sembra un salotto! Inutile dire che io sono uno spirito concreto e che, soprattutto, ho patito gli effetti della lunga attesa al freddo prima del via. Ma un attimo dopo sono già in discesa, destinazione Santa Maria e Gallo. Tra i filari di vigneti, il panorama è bellissimo: Isacco non lo ammetterebbe neanche a morire, che l’ho portato a spasso in un gran bel posto, ma so che lo pensa anche lui. Peccato che non si veda il cedro in punta alla collina: la nebbia lo avvolge, sfuma i contorni. Un attimo dopo, non vediamo più nemmeno la strada. La cappa di umidità ci fagocita dinuovo e gli occhiali appannati fanno il resto. Io procedo, è il caso di dirlo, a naso, solo perché conosco quest’asfalto come le mie tasche; sento un dolore fortissimo alle mani, per il freddo, ma confido, spero, che presto passerà. A Gallo, del collega nessuna traccia. Capisco che si sta avvicinando, solo perché ne sento gli improperi. E fa freddo, e c’è nebbia, e non ci vedo, e qui, e là… Che pazienza!

Passiamo la tenuta Fontanafredda; al bivio, anziché seguire la via principale per Serralunga, svoltiamo a destra, per salire a Monforte passando dalla frazione Perno. Anche qui, un paio di tornanti ci portano sopra la coltre di nebbia, così da poter finalmente ammirare un po’ di mondo: il castello di Serralunga, ancora più spettrale nella foschia, e Castiglione Falletto, lungo la strada principale per Monforte. Passiamo di qua, perché di qua si arriva in cima in cinque o sei km; dalla strada maestra ce ne vogliono undici. Isacco non è entusiasta della mia rivelazione… Ma oggi guido io! Un paio di rampe, poi salita più dolce; a questo punto, però, si sono riscaldate sia le gambe che le lingue; nessuna pendenza, per quanto aspra, potrà più frenare la chiacchiera.

Dal pavè del centro di Monforte, ci lanciamo in discesa verso l’ignoto: ho il terrore di quel che troveremo giù nel lungo tratto in falsopiano verso Dogliani. Una nebbia da tagliarla con la motosega. Invece no: a quanto pare, per oggi la nebbia è proprio finita. Possiamo tirare un sospiro di sollievo e riprendere il chiacchiericcio in uno dei rari tratti in cui si può viaggiare appaiati, senza che io resti miseramente indietro. Protagonista il racconto di un incontro ravvicinato con motociclista inferocito: avventura vissuta la scorsa estate in compagnia di Ivano… Non me lo dimenticherò mai, il modo in cui proprio Ivano ha risposto, con calma glaciale, alle invettive del centauro. “La prossima volta ti spacco la faccia!”. E lui, impassibile, braccia conserte: “No… Spaccamela adesso!”. Dopo approssimativa valutazione della stazza del terribile Cuneese, detto anche “L’Invasato delle Alpi Occidentali”, il novello Valentino Rossi ha ritenuto più saggio deporre l’ascia di guerra e sparire. Isacco non apprezza: “Se qualcuno attacca briga con te, io scappo…”. Non avevo dubbi, fanciullo! Come mastino da difesa infatti non mi ispiri troppa fiducia.

A Dogliani, ignoro stoicamente il profumo che sfugge dalla panetteria all’angolo. Tiriamo dritto, e poi a sinistra, destinazione Cissone e Serravalle Langhe. Il calendario sportivo, di bici e di corsa, per il 2010, occupa le nostre dotte disquisizioni. Ma anche l’aspetto inquietante delle pareti, se così si possono chiamare, di sabbia che chiudono questa valle: lassù, proprio al culmine, ci sono edifici in cui non vorrei proprio aver la residenza… Sembra che la terra si sgretoli sotto le loro fondamenta, e mi sa che prima o poi finirà così!

Imponenti tronchi di pioppi dall’aspetto spettrale, confusi nella foschia. “Dobbiamo andare lassù”, esclamo indicando il campanile di Serravalle. E pure questa salita passa indolore: nemmeno me ne accorgo, troppo coinvolta in una discussione rotolata in politica, tema su cui l’Abominevole ed io potremmo scannarci da mane a sera senza raggiungere nemmeno un barlume di accordo. Sproloquia pure, caro mio, che tra poco ti arrangio io! La vendetta è un piatto che va servito freddo… Un brevissimo passaggio sulla strada alta che da Alba va verso Bossolasco; poi, a Pedaggera, si svolta a sinistra e giù per l’interminabile discesa in direzione di Sinio. Interminabile e gelida, e non posso nemmeno distrarmi a guardare le montagne, appena accennate nella foschia. Alla nostra destra, Albaretto Torre, più o meno alla stessa altezza quando iniziamo la discesa: bene, arriveremo giù in sette km, e torneremo su allo stesso punto in quattro. “Brutto affare”, sentenzia Isacco. Mi aspetta, ignaro, in fondo, al bivio: il cartello “18%” non l’ha ancora visto… Lo annuncia cinque secondi più tardi, con una sequela d’improperi. E poi è la solita scena da tragedia greca, immotivata; in un attimo, forte del suo fisico da scoiattolo, che poi è un modo gentile per ricordargli che è alto un metro e un tappo, si alza sui pedali e se ne va. Lo vedo schizzare su per la rampa più dura come un forsennato: strano, eppure stavolta non c’è alcun cane all’inseguimento… Io mi rassegno al 34×29 e, nonostante ciò, ad una frequenza di una pedalata ogni due minuti; pazienza, ormai ci sono abituata. Persino i tre cagnetti degli agricoltori all’opera in mezzo al vigneto hanno pietà di me: non mi inseguono, sarebbe come sparare sulla Croce Rossa. “Non amano i ciclisti – osserva il loro padrone – ma per fortuna di qui ne passano pochi!”. E te credo, io ne ho incontrati cinque o sei in tutta la mia carriera di appassionata di Albaretto, e quasi sempre stavano scendendo. Che fatica, speriamo almeno che l’Abominevole stia soffrendo, pure lui.
Sulla piazza di Albaretto tiro il fiato, sotto l’occhio allibito di un tale che ha appena lasciato a metà un messaggino sul cellulare. Non distrarti, che poi lo spedisci alla persona sbagliata, magari a tua moglie anziché all’amante, ocio!
Approfitto del tratto quasi in piano prima della rotonda, per afferrare una barretta e dare inizio alla strenua lotta per scartarla con i denti. Grave mancanza, non essere capace di staccare entrambe le mani dal manubrio. Quando lo raggiungo, in attesa alla rotonda, Isacco annuncia trionfante di aver appena trangugiato un panino con il lardo. Uhm! Mi tornano in mente le raccomandazioni alimentari che ho letto di recente su un libro dedicato allo sport di lunga distanza, “preferibile evitare cibi solidi durante lo sforzo, e comunque cibi proteici o grassi”: direi che ci siamo! A lui la mia barretta non va proprio giù; nemmeno la sola vista, che gli ricorda i rattoppi in catrame dei buchi sull’asfalto. Boh, io non sono così esigente; certo, un cucchiaio di Nutella sarebbe meglio, ma meno pratico.

Torniamo alla Pedaggera: esattamente dov’eravamo prima della discesa e della salita micidiale di Albaretto. Il mio collega non apprezza questo genere di arzigogoli. E’ un uomo di scienza e logica, lui; non capisce perché ci si debba infliggere un giro di dieci e più km, discesa e poi risalita, per tornare nello stesso identico punto. Dubbio senz’altro ammissibile, ma, portando questo ragionamento all’estremo, allora ci si dovrebbe chiedere che senso abbia uscire di casa per una pedalata, se tanto poi ci si deve tornare. Dipende sempre dal punto di vista. Il mio è la ricerca minuziosa di belle salite! Ingrato d’un Isacco, ed io che mi scervello per fargli visitare qualche bel posto…

Lunga discesa fino al torrente Belbo, sotto un sole appena più acceso, che fa da contrasto con l’ombra nera del sottobosco. Anche questa volta, il mio annuncio: “Dobbiamo andare lassù”, sorrido, indicando un punto non ben definito dall’altra parte della valle, più o meno alla stessa quota di dove ci troviamo ora. Solo un grugnito in risposta. Tornanti dietro tornanti e poi il rettilineo finale, in forte pendenza. E il ponte, preceduto da una leggera curva a destra: ricordo, qualche stagione fa, di esser passata di qui mentre i Vigili del Fuoco ripescavano dal Belbo un’auto il cui pilota aveva evidentemente trascurato proprio quel piccolo particolare, la curva… Poi, un paio di km di risalita secca verso Clavesana; chiudi la cerniera, apri la cerniera, è un passaggio continuo dalla sauna della salita alla ghiacciaia della discesa. Arranchiamo in mezzo ai noccioleti spogli, un tappeto di foglioline secche a bordo strada, ingannando la fatica con argomenti da camionisti; com’è, come non è, andiamo sempre a rimestare lì… Due incalliti pervertiti montati su ruote!

La discesa verso Castino scorre veloce, con un paio di improperi all’indirizzo della madama che osa suonare il clacson, e solo perché stiamo occupando l’intera sede stradale! Meno male che saggezza ci coglie un attimo prima che riprendiamo le medesime giaculatorie al secondo colpo di clacson… Perché questa volta sono i Carabinieri!
Imbocchiamo una minuscola stradina sulla sinistra, appena prima di Castino, così striminzita che Isacco, per un attimo, si preoccupa: teme che qui non ci sia nessuna salita… E che io lo voglia condurre in luogo sperduto per attentare indisturbata alla sua virtù. Tranquillo: se proprio dovessi attentare, credo che sceglierei una tattica, una strategia, soprattutto una sistemazione più comoda, e calda, del fondovalle Belbo. Quindi puoi anche fare a meno di guardarti le spalle; pedala e taci! In effetti, questo posto ha un che di spettrale; una strada dimenticata dal mondo e dalle ditte che hanno l’appalto per l’asfaltatura, quasi una mulattiera in mezzo a castagne e gaggie. Eppure qualche forma di vita c’è: un paio di cagnetti che schizzano fuori dal cortile di una casa quasi invisibile nella vegetazione. Due bestiole da due etti l’una; l’unico pericolo per il ciclista è che si infilino in mezzo ai raggi. Ma, prima che possa spiegarlo al collega, quello è già schizzato via con scatto da vero scalatore: lo rivedrò solo in cima, a Lequio. Pazienza, questi splendidi tornantini, uno dietro l’altro, me li godo da sola. Una curva più luminosa delle precedenti annuncia la fine dell’ascesa, o quasi; da questo punto si vedono entrambi i versanti della catena di colline su cui ci siamo arrampicati. Ma c’è ancora una rampa, accanto al cimitero, e poi un’altra, in mezzo a borgate che sembrano disabitate, tale è il silenzio che regna quassù: ma i giardini sono curati, le finestre aperte, qualcuno c’è. Sarà l’ora del pranzo o della pennichella. Ritrovo Isacco nell’ultimo tratto di questa salita che sale un po’ meno, ma non smette mai del tutto di salire, fino alla strada in cresta, su cui ci immettiamo per la terza volta, ma solo per un chilometro. Chiacchierando di progetti podistici, perché si sa, non si desidera mai quel che si ha; stiamo pedalando e pensiamo a correre. Lui con la fissa dell’Ultra Trail del Bianco, con cui entrambi abbiamo un conto in sospeso; io con un calendario 2010 già più fitto di un Capo di Stato e, in particolare, con il miraggio della Nove Colli Running. Al bivio successivo, direzione Benevello: incontriamo due atleti alle prese con gli skiroll; ecco, un altro sport che mi incuriosisce, anche se devo ancora capire come ci si arrangia in discesa. La vedo dura, frenare su quegli aggeggi!

Appena oltre Manera, lungo la salitella che segue la direzione per Mango, troviamo la fontanella. Incredibile ma vero: ora fa caldo e la sete si fa sentire. Sopravviviamo anche alla nuvola di chissà cosa, che c’investe quando passiamo accanto ad un vigneto su cui un trattore sta spandendo una nuvola grigia con una grossa ventola. Non voglio nemmeno sapere… Scatto in apnea e poi lunga planata su Alba, via Madonna di Como, il mio itinerario preferito, molto più panoramico della via diretta tra Alba e Cortemilia, e molto più tranquillo.

Superato il caos di Alba, imbocchiamo la stradina dietro lo stabilimento Miroglio. Indico il castello di Guarene e sentenzio: “Lassù”. Un attimo dopo, mostro al collega una strada, proprio di fronte a noi, che risale la collina e sembra un pezzo di asfalto incollato in verticale sul pendio. “Quello?”, rantola il poveretto. Oh insomma, quante storie: sempre lì a lagnarsi, quest’omino, e poi va su con la leggerezza di un camoscio. Infatti, sulla rampa, mi abbandona e prende vantaggio; allunga sul breve tratto in salita più leggera, da Castelrotto al bivio per la frazione Vaccheria, e sparisce su per la seconda rampa, lunga e feroce, nell’abitato di Guarene. Lo ritrovo in cima, intento ad immortalarmi mentre salgo a zig zag e con la lingua che s’impiglia in mezzo ai raggi.

La fatica, per oggi, è quasi finita. Scendiamo verso Corneliano con le ombre che s’allungano sui campi coltivati a file di piantine sottili, affusolate: sarà granturco? Se mi sentissero i nonni, generazioni di gente che lavorava la campagna… Mi cancellerebbero dallo stato di famiglia! Panorama di guglie di sabbia che si sgretolano, vegetazione selvatica, il Monviso nella foschia. Giù in paese, mostro sempre con molto orgoglio la rotonda che ha attentato, senza successo, all’integrità del mio cranio; strano che nessuno abbia ancora provveduto a tributarmi l’onore di una lapide! Ci passo con circospezione, si sa mai che lo spigolo di marmo intenda fare un altro tentativo. Poi via, verso Sommariva Perno: non tutta, ma una parte della salita ci tocca. Solo fino al bivio, appena oltre i Cunoni. Isacco questa volta non prende il volo: i bollenti spiriti dello scalatore che è in lui, a quanto pare, si sono placati. Quanto ai miei, non si sono mai accesi. La successiva, blanda discesa è già fredda; il sole ormai è troppo basso per raggiungere la strada un po’ incassata tra le colline. L’erta di Pocapaglia è davvero l’ultimo sforzo: mi sorpassa un ciclista che spinge a perdifiato e nemmeno saluta… Pallone gonfiato! Sogno una cioccolata calda, o almeno una maglia asciutta; meno male che la strada per raggiungere Bra è in leggera salita, almeno ci si scalda. Raggiungiamo il parcheggio della Clinica con 140 km nelle gambe; dislivello chissà, credo che almeno 2000 m ci stiano. Infreddoliti e soddisfatti: Isacco non lo ammetterebbe mai, nemmeno sotto tortura, ma sono sicura che l’itinerario sia stato di suo gradimento. “Uhm sì, un bel giro”, non posso aspettarmi nulla di più: come sempre, lui fa il duro senza cuore… Ma non gli crede nessuno, è troppo bello il suo sorriso!

Carichiamo le bici in auto, si riparte; anzi, io riparto: se il rito della svestizione è lungo e complesso come quello della vestizione, credo che il collega sarà pronto per ripartire a notte inoltrata. Per quell’ora, io avrò già i tortellini nella pancia!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!