29-30 agosto 2008: Trail Courmayeur – Champex – Chamonix

“Non possiamo darti il numero di gara senza controllare lo zaino!”. Oh cavoli, cominciamo bene… Siamo appena arrivati e già abbiamo un problema. Gli addetti alla distribuzione dei pacchi gara sono inflessibili: non si parte senza aver superato il controllo del materiale obbligatorio. E noi abbiamo lasciato gli zaini in auto e l’auto ad un km buono da qui, a Dolonne, nel parcheggio di fronte al centro sportivo: già, perché a Courmayeur non c’è un buco dove poter piazzare la quattro ruote senza dover accendere un mutuo per il pedaggio; anzi, oggi non c’è un buco e basta; anche i parcheggi a pagamento e gli pseudoparcheggi abusivi sono pieni!
Pazienza, s’ha da fare. Mi giro verso Matteo, bisogna tornare giù a prender gli zaini: anche lui strabuzza gli occhi, non è troppo contento dell’idea, ma qui non si discute. E poi, in fondo, è ancora presto: sono le otto e mezza; la distribuzione pacchi è attiva fino alle dieci e mezza.
Il centro di Courmayeur brulica già di gente: corridori, accompagnatori, turisti e semplici curiosi. Il brusio ed il movimento crescono con il passare dei minuti: son già tantissimi gli atleti pronti e scattanti per la partenza, che pure è fissata per le 11. Matteo ed io siamo un po’ disorientati: forse è anche colpa nostra, forse sarebbe bastata un po’ di attenzione in più al sito Internet della corsa ed ai dettagli di regolamento; forse è la nostra convinzione, tutta italiana, che le norme teoriche siano una cosa e la pratica sia tutt’altra… Torniamo a Dolonne viaggiando in senso contrario alla fiumana di gente che si sposta verso Courmayeur, in mezzo ai tavolini dei bar affollati di persone che fanno la prima, la seconda, l’ennesima colazione: un po’ per immagazzinare calorie, un po’ per ammazzare la tensione, scambiarsi impressioni e sorrisi un po’ forzati, di quelli che servono più che altro a rassicurare se stessi.
E’ strano: nonostante l’atmosfera da imminente evento sia palpabile, per adesso non sono minimamente agitata. Probabilmente è anche merito del fatto che, negli ultimi due mesi, sono già stata qui due volte prima d’ora; ormai questo paesello lo conosco abbastanza da potermi muovere senza dover perdere tempo a girare, chiedere informazioni, consultare cartine per orientarmi. Ancor più strano il fatto che invece sia più nervoso Matteo, lui che di solito è l’imperturbabilità fatta persona. Che in fondo sia umano anche lui? O forse è proprio lui, la ragione della mia tranquillità. Ha deciso che farà la corsa insieme a me: da una parte, mi dispiace, perché è evidente che avrebbe la possibilità di conquistare un risultato molto migliore del mio, se viaggiasse al ritmo che le sue doti fisiche, il suo allenamento e la sua esperienza gli consentono; dall’altra, però, so che, insieme a lui, tutto quel che dovrò fare io sarà la fatica, e quella non mi spaventa; per qualsiasi altro problema, so che Matteo avrà la soluzione.

Butto l’occhio alle vetrine della via centrale e proprio non posso fare a meno di avvertire un certo fastidio per quel che vedo: è tutto così sfarzoso, così impomatato, così finto, sembra un parco dei divertimenti, non una città. Tutto fatto per quel tipo di turismo che proprio non mi va giù… Il turismo dei souvenir e delle marmotte di pelouche che fischiano, per intenderci. Ma tant’è, meno male che non siamo tutti uguali. Ben altri pensieri, meno filosofici e più gastrici, mi suscita invece la vista del bancone di una panetteria, ove fanno bella mostra di sé ettari interi di pizze e focacce di tutti i generi! Meno male che non c’è tempo di fermarsi… Bisogna tornare giù alla Opel!

Dai bus scendono altre ondate di corridori: son duemila le persone che prenderanno il via oggi, mica poche! Ma chissà che faranno, lò schierati sotto l’arco di partenza, che non sono nemmeno le nove?
Matteo ed io torniamo a passo svelto alla Opel, rammaricandoci del fatto che questi sono tutti km e metri di dislivello che si aggiungeranno al tracciato della corsa: come se già non bastassero i 98 km e 5.600 m di salita ufficiali!
Ci dedichiamo con calma alle operazioni di preparazione. Io ho solo più da cospargere i piedi di pasta di Fissan, indossare le canoniche doppie calze e mettere le scarpe da montagna, visto che son già partita da casa in tenuta da corsa: pantalone lungo aderente, maglietta da ciclismo, manicotti, guantini senza dita per riparare un po’ le mani dalle botte delle inevitabili scivolate che pianterò in discesa, gilet antivento. Matteo invece è arrivato qui in borghese, ma è velocissimo a cambiar pelle. Il nostro piano: decidiamo di tornare su, in piazza alla distribuzione dei numeri, portandoci gli zaini, la borsa degli abiti e dell’occorrente per la doccia, da mandare all’arrivo, e la colazione; una volta là, nell’attesa, spazzoleremo i rispettivi contenitori della pasta e metteremo i vuoti dentro la borsa degli indumenti da spedire all’arrivo. Dopo aver partorito questa complessa strategia d’azione, non ci resta che sperare che la consegna delle borse sia da fare lì sul posto e non a casa del diavolo… Ultimi dubbi: la maglia pesante, la porto o no? Ho già una giacca Windstopper, una in Gore-Tex ed un paio di pantaloni impermeabili; il meteo annuncia bel tempo per entrambi i giorni… Memore dell’errore commesso al Grand Trail Valdigne, dove mi sono scarrozzata uno zaino troppo pesante ed ho patito un po’ quei kg, decido questa volta di eliminare un po’ di peso: anche se è solo una maglia, tutto fa brodo.

Sperando d’aver preso tutto, ci rimettiamo mestamente in cammino verso il centro di Courmayeur, in mezzo a tanti che, come noi, viaggiano su e giù a piedi per ingannare l’attesa. Chiacchieriamo di tutto e di più; soprattutto, scherziamo e sghignazziamo prendendo di mira, di volta in volta, questo o quello dei personaggi che incontriamo lungo la strada, quello con lo zaino troppo grande, quello con lo zaino troppo piccolo, quello vestito così o pettinato cosà… Insomma, sembriamo due vecchie zitellacce inacidite, due comari assetate di cavoli altrui! In realtà non è cattiveria la nostra… E’ solo un modo per esorcizzare la tensione.

Giungiamo in piazza per la seconda volta. Mi fiondo al controllo dello zaino: gli addetti sono meticolosissimi; hanno in mano l’elenco del materiale obbligatorio e non c’è santo che tenga, vogliono proprio vederlo! Indumenti impermeabili, due luci, pile di ricambio, rotolo di benda elastica adesiva, riserva d’acqua, fascia per la testa o berretto o bandana, telo termico, fischietto, riserva alimentare. Estraggo le cose una ad una con una certa agitazione: mamma mia, ‘sta a vedere che adesso, per qualche stupidaggine, non mi permettono di partire… Conoscendo la mia distrazione, che dà il meglio di sé nel momento in cui devo preparare il necessario per qualche appuntamento importante, di certo avrò lasciato sul tavolo di casa qualcosa di fondamentale. Invece no, per fortuna. Supero indenne il fossato con i coccodrilli ed arrivo finalmente al tavolo della consegna del numero: più difficile che giocare a Campo Minato! Ricevo non uno ma ben due chip, uno dei quali mi viene fissato al polso con un cinghietto pinzato: sono esterrefatta! Adesso ho il braccialetto elettronico come i carcerati; il Grande Fratello mi guarda! Chissà perché, due chip, per giunta diversi l’uno dall’altro. Vabbuò, non poniamoci domande oziose; l’importante è uscire di qui con il preziosissimo numero di gara. Ricevo anche una grossa borsa di plastica che dovrà contenere gli effetti personali da inviare a Chamonix… Sperando poi che io riesca a raggiungerli.
Abbandono la bolgia infernale e trovo, con sorpresa, Matteo già fuori: “Com’è possibile che tu abbia fatto più in fretta di me, se eri dietro in coda?”. Semplice… A lui han contestato la mancanza delle pile di ricambio per le luci e della benda elastica, nel senso che una benda ce l’ha, ma non è elastica. Mi cascano le braccia. Ok che il regolamento è regolamento… Ma proprio ad uno come lui devono andare a fare simili contestazioni? Persone messe lì a fare il controllo e che, ci scommetto, un trail non hanno nemmeno idea di cosa sia, muovono obiezioni simili ad una persona che mastica pane e montagna fin dal primo giorno in cui ha messo fuori i denti. Sì, lo so, è giusto che l’organizzazione imponga un equipaggiamento minimo, per limitare al massimo la possibilità che si creino situazioni di pericolo evitabili con un minimo di dotazione di materiale: vedi i casi di ipotermia nell’atleta che parte in maglietta e pantaloncini e viene colto dal temporale in alta quota, per esempio. E’ giusto anche perché, in teoria, a queste corse dovrebbero presentarsi persone adulte, responsabili e coscienti dei rischi a cui vanno incontro, ma in pratica partecipano spesso anche pericolosi soggetti che si credono Superman invincibili… Insomma: è giusto, ma “Lei non sa chi sono io”, anzi, “Lei non sa chi è Repetto Matteo da Genova”!!! Così, altra seccatura, il povero Matteo deve procurarsi quel che manca e poi rituffarsi nella mischia e sperare, questa volta, di passarla liscia. Qui lo dico e qui lo nego, se non lo lasciano partire, io li stermino tutti quanti! Per fortuna, non è necessario ricorrere alle maniere forti: dopo qualche peripezia, anche lui se ne arriva con il preziosissimo numero di gara, anche lui con il chip. Finalmente, ce l’abbiamo fatta, abbiamo il nulla osta, si può partire!

Ci accomodiamo sugli scalini della piazza e diamo fondo ai contenitori della colazione: pasta per Matteo, riso con olio e piselli per me. Il tutto, ovviamente, freddo, scotto ed appiccicoso: tanto, i nostri stomaci sono foderati di ghisa; tollerano qualsiasi cosa!
Tempo di scambiare due parole con Isacco, il ciclopodista cuneese conosciuto al Gran Trail Valdigne, e poi ce ne andiamo a compiere l’ultima, fondamentale operazione di preparazione: la visita alle toilettes pubbliche.
Anche la coda per il bagno è un’occasione per guardarsi intorno; ne approfitto per scrutare i miei rivali-compagni di viaggio: c’è chi mostra un fisico perfetto, asciutto, muscoloso e scolpito, messo in risalto da abiti fascianti, e chi sembra cascato lì da Marte o arrivato direttamente da una spiaggia di Rimini; chi si scarrozza uno zaino che sembra contenere un’intera porchetta e chi viaggia con una sacca che conterrà si e no qualche barretta ed un gilet; chi ciarla e ride, chi si chiude in un preoccupato silenzio. Si parla italiano, francese, spagnolo e chissà quale altra lingua incomprensibile. Davanti a me, due signore che attirano la mia attenzione: gemelle, minutissime, sui 65 anni, dall’aspetto assolutamente identico: maglia rossa, pantaloni aderenti neri, capelli corti biondo platino, pelle bruciata dal sole; queste due qua, penso, devono avere attributi cubici! E poi qualche maschietto davvero notevole… Sarà che queste occasioni esaltano la forma fisica di chi ce l’ha (e, per contro, mettono impietosamente in rilievo i difetti), ma a me tutte queste spalle nude e ben tornite, queste gambe forti, questi fisici massicci intorno fanno venire i crampi alle pupille a furia di roteare!
Meno male che il mio turno arriva in fretta… Poco dopo, sono fuori di qui, e pure Matteo. Non ci resta che avviarci verso la linea di partenza: lì dovremo lasciare i sacchi destinati a Courmayeur.
Abbiamo ancora tre quarti d’ora buoni, da occupare con un po’ di stretching e l’ultima rifinitura… Della colazione. Ci prendiamo un angolino di prato con un po’ d’ombra e cominciamo qui a gustarci il panorama che ci terrà compagnia per tutto il viaggio: il Monte Bianco, proprio sopra le nostre teste, illuminato dal sole ed impreziosito da un cielo meravigliosamente blu. Così vicino che sembra di poterlo toccare allungando una mano.
Butto giù due pastiglie di antiinfiammatorio per zittire subito il fastidio alla gamba che mi accompagna da qualche tempo e che s’è già fatto sentire stamattina, durante i vari trasferimenti: speriamo bene, questa è una cosa che mi preoccupa non poco. Speriamo che la chimica basti!

Il bello è che siamo a pochi minuti dalla partenza e non abbiamo idea di quel che ci toccherà tra poco. Anzi, io non ho nemmeno guardato la mappa né l’altimetria, come sempre: gli unici due numeri che conosco sono il dislivello e la distanza totale, basta; non so dove siano e quanti siano i ristori, non so quali siano i colli da superare, i paesi che attraverseremo, non so niente di niente. Almeno Matteo ha un abbozzo di cartina da cui si evince che raggiungeremo nel pomeriggio le due cime più alte: bene; significa che di notte resteremo a quote più basse e non dovremmo avere troppi problemi con il freddo.
Lo speaker sta sbraitando nel microfono già da un po’ di tempo, ma io non recepisco: più che altro, sento solo rumore. Drizzo le orecchie solo quando sento parlare dell’UTMB, la versione lunga di questa corsa: in fondo in fondo, è lì che sogno di arrivare, prima o poi, in uno slancio di megalomania che supera qualsiasi limite della decenza.
E’ la musica, quella sì, che crea un’atmosfera particolare, soprattutto per me che adoro i ritmi da discoteca degli anni ’90! E dire che stavolta ho lasciato a casa il lettore Mp3: tanto, viaggiare con Matteo è più o meno come aver sempre la radio accesa! A lui piace chiacchierare, a me piace ascoltare ed intervenire ogni tanto con qualche saggio del mio cinismo, quindi ci compensiamo alla perfezione.
Ci buttiamo nella mischia pochi minuti prima delle 11. Il clima generale è molto rilassato; intorno al gruppone di matti c’è tantissima gente che applaude, incita, scatta fotografie, dai marciapiedi, dalle finestre. Neppure qui mi riesce d’essere nervosa. Matteo è visibilmente teso; lo ammette lui stesso, di sentirsi emozionato. Lo capisco: lui sì, ha un obiettivo ben preciso, quello di finire la corsa; del resto, se lo può permettere. Io no, non ho obiettivi, se non quello di vedere fino a che punto riesco ad arrivare. Ovvio, quindi, che non mi preoccupi di fallire. Non ho certo l’allenamento adatto per ambire a concludere un ultra trail di questa portata: tantissimi km in bici, ma non abbastanza a piedi, su sentiero. La bici abitua allo sforzo molto intenso e prolungato; insegna, per così dire, a stringere i denti e soffrire; però, camminare in montagna, per giunta con il passo svelto imposto dal limite orario, è distruttivo per i muscoli delle gambe, che spesso arrivano a far male al punto da non poter più andare avanti. Almeno, questo vale per me che appunto non ci sono abituata. Su 98 km, chissà a quale apice di distruzione arriverò, e, soprattutto, quando ci arriverò. Sarebbe presuntuoso e stupido illudermi di farcela: soprattutto perché, se si viaggia sulle nuvole, l’atterraggio può essere molto ma molto traumatico!

Cinque minuti, quattro, tre: lo speaker scandisce il tempo; quando finalmente si arriva all’ora X, l’avvio è indolore: partiamo a passo lento, chiacchierando, in mezzo agli applausi, agli schiamazzi, al fracasso dei campanacci da mucca che tanti spettatori agitano forsennatamente al nostro passaggio. Qualcuno accenna a correre: vedo Matteo che, già innervosito, guarda loro, guarda me, guarda l’orologio, e poi ricomincia il giro… Sorrido tra me e me; mi spiace vederlo friggere così, ma sono irremovibile: un passo di corsa non lo muoverò nemmeno dietro lauto compenso. E’ già pressoché impossibile che le mie gambe mi sostengano fino a Chamonix; in ogni caso, se ho una microscopica possibilità, è vitale che io viaggi sempre e comunque con il minimo sforzo possibile. La corsa in salita, per chi, come me, è poco allenato e troppo pesante, logora moltissimo i muscoli in cambio di un vantaggio di tempo irrisorio. Cerco di affrettare il passo, ma nemmeno troppo: non è proprio il caso di sprecare energie qui, adesso. Lasciamo pure che gli altri vadano via… Sono pronta a scommettere che la prima salita farà giustizia.
Siamo ancora tutti freschi e riposati, abbastanza da chiacchierare, ricambiare i saluti, scherzare e schiamazzare. Per un attimo, incrocio lo sguardo di una ragazza che, dalla terrazza di un albergo, sbadiglia annoiata: non nascondo un moto di disprezzo… Anche se poi, pensandoci bene, anch’io sbadiglierei senza sosta se dovessi assistere, che so, ad una partita di basket oppure ad un concerto jazz. Però, come sono distanti i nostri mondi, bella mia.

I primi quattro o cinque km sono quasi pianeggianti: qualche saliscendi qua e là, ma nulla di serio; un po’ di asfalto in mezzo alle borgate, un po’ di sentiero, un po’ di strada carrozzabile. Ancora gente che applaude: incitazioni persino da parte degli occupanti delle auto fermate apposta per il passaggio della corsa! Incredibile… Di solito, in questi casi, si rimediano degli insulti!
Come in ogni partenza di ogni corsa, in bici o a piedi, mi ci vuole la prima salita per lasciarmi alle spalle il fiatone incontrollabile, l’affanno, la sensazione di fatica esagerata. Arranco un po’ a star dietro alla massa: mi spiace rotolare subito al fondo, ma non è che possa farci molto; il rischio è di rovinarsi le gambe troppo presto, e poi addio! Matteo continua a voltarsi indietro ed a commentare che “qualcuno c’è ancora”, nonché a guardare l’orologio ogni dieci secondi. Confesso che avrei una voglia matta di strapparglielo, quell’orologio, e farglielo mangiare! Tanto, non ha certo problemi di digestione, è peggio di un inceneritore! Avevo coniato per lui la definizione di “tubo digerente sui pedali”, che, in questa occasione, potrei convertire in “tubo digerente escursionista”… Non è possibile, siamo appena partiti ed è già lì che rumina! E guarda l’ora… Io viaggio senza orologio e senza alcuna nozione delle barriere orarie, proprio perché non me ne importa un fico secco; ovvio, non posso fare a meno di sapere almeno vagamente che ora è, perché la luce della sera e le stelle della notte non potrò certo fare a meno di vederle, ma, per il resto, è inutile che mi assilli con lo scorrere dei minuti. Tanto, se anche mi accorgessi di essere in ritardo rispetto alla tabella di marcia, non potrei farci assolutamente nulla; finirei per angosciarmi e perdere la motivazione per andare avanti, e basta. Povero Matteo… Lui è qui accanto per dare una mano a me, ed io dopo pochi km manifesto già propositi omicidi! Meno male che lassù c’è il mio custode di pietra… Chissà poi perché mi sono fissata su quella splendida guglia che è il Dente del Gigante? Non so, ma il mio sguardo va su a cercarlo ogni volta che alzo gli occhi.

Finalmente, dopo tanto mangia e bevi, passiamo un ponticello ed attacchiamo la prima salita, un sentiero che si vede, su, dritto, tagliare il bosco e sparire lungo il fianco della montagna. In men che non si dica, siamo in coda: troppa gente per un sentiero così stretto; per quanto io mi ostini a cercare il mio ritmo sorpassando a destra ed a manca, non c’è verso, prima o poi devo fermarmi come tutti, con il naso all’insù, a guardare il serpentone di gente sopra la mia testa. Dall’altra parte della vallata, sempre il Bianco, maestoso: raccomando a Matteo di fare qualche foto! Al Bianco ed anche ad altro tipo di panorama, dicesi un gran bel pezzo di gnoccolone a torso nudo che segue la gara dal prato.
Si procede lenti, con la capoccia surriscaldata dal sole cocente; ci si ferma di tanto in tanto: devo ammettere che a me queste pause forzate non dispiacciono, anzi! Ne approfitto per rifiatare, visto che fin qui ho già tirato anche troppo per le mie possibilità. Poco avanti a me, il classico personaggio “sotuttoio” che si lamenta, che critica, che banfa. Ci annuncia che le prime due salite sono mostruosamente dure, poi sentenzia che la cima più alta è a 2.900 m: Matteo ed io ci guardiamo e scuotiamo la testa; sappiamo che la Cima Coppi è 400 m più in basso! Il brontolone continua, si arrabbia per la coda… Ma cosa strepiti, sant’uomo? Così è se ti pare; non è che, arrabbiandoti, potrai cambiare la situazione!

Il sentiero ci porta ad un apparente colletto e ad una breve discesa verso il primo ristoro, al Rifugio Bertone, cinquanta metri più giù: ci arriviamo lentissimamente, in coda, con molto ordine, senza che nessuno si sogni di voler passare avanti a tutti i costi. Io sogno la mia Coca Cola: me l’han promessa… Matteo, invece, continua a friggere per la lentezza della processione; mi raccomanda di lasciare a lui le borracce ed abbandonare il ristoro dopo aver preso la Coca, così “risparmiamo cinque minuti”. Infatti, la coda per il pieno alle borracce se la sciroppa lui, che poi non ha difficoltà a raggiungermi. Eccezionale: nelle gare in bici sono una delle pochissime donne a non avere un gregario; qui, invece, sono una delle pochissime fortunate che ce l’ha! E che gregario…

Il sentiero, dal rifugio in poi, si impenna e prende una pendenza di tutto rispetto, che rende difficile, per me che sono molto instabile, camminare solo con le gambe. Adotto subito la tecnica delle quattro zampe e mi sforzo di liberarmi dal ritmo imposto dalla coda: tagliando il sentiero qua e là, prendendo scorciatoie forse non troppo ortodosse, lasciandomi trascinare dall’entusiasmo, guadagno un bel po’ di posizioni. Matteo è sempre dietro; lascia che sia io a decidere il ritmo. Nei pochi tratti in cui il sentiero spiana, abbiamo il fiato per chiacchierare; davanti a noi, il sentiero è evidenziato da una lunghissima fila di omini multicolori, di cui non si vede la fine. In fondo alla vallata, Courmayeur ormai molto lontana. Il sentiero è tutto polvere che si solleva e si infila ovunque sotto gli abiti e negli occhi: rabbrividisco pensando a come potrebbe essere se piovesse! Questo sarebbe un pantano impercorribile.
Abbiamo un gran da fare a ripararci dai maldestri portatori di bastoncini: il rischio di essere infilzati è alto; ci son quelli che li tengono sollevati e tesi all’indietro, quelli che te li infilano tra la scarpa ed il tallone… Che nervoso!

Continuo la mia marcia a buon ritmo fino a guadagnare la cima, Tête de la Tronche, quota 2.584 m; poi, via lungo una discesa che tento di affrontare con una certa decisione: provo a lanciarmi giù un una pseudo-corsa su sentiero ripido e polverosissimo, riesco persino a superare qualcuno, ma tra me e me ho la sensazione che sto tirando troppo la corda. E rischio di finire la benzina ben prima del tempo.
Dopo il primo tratto ripido, raggiungiamo un tratto più agevole, dove riposare un po’i muscoli; proprio qui, ritrovo le due gemelle che avevo visto a Chamonix. Una delle due è chiaramente più forte, l’altra incespica un po’, ma entrambe sembrano decise e determinate verso la meta.
Al Rifugio Bonatti, altro ristoro, sempre e soltanto idrico; altro bicchiere di Coca Cola e via, mentre Matteo si mette in coda un’altra volta per l’acqua. Ci sarebbe anche il brodo, ma non mi ispira per nulla. Mi piacerebbe, sì, riempire la borraccia di qualcosa di diverso dall’acqua, ma… Non si può, è proibitissimo. Quindi, giù per un’interminabile discesa dove mi sforzo, ancora una volta, di fare del mio meglio. Matteo mi raggiunge dopo aver corso a perdifiato; mi racconta, divertito, un dialogo con un italiano che gli ha chiesto dove diavolo volesse andare, correndo così, come un pazzo: “Non la faccio tutta così, devo solo raggiungere una mia amica”… “E chi è, la Madonna?”.
Al Bonatti eravamo a quota 22 km e circa 1.600 m di dislivello già messi in saccoccia; mi vien da pensare che ne mancano… “Solo” 76! Mamma mia, 76… E già le gambe avvertono un po’ la discesa, ma non ci devo pensare. Passo svelto, a fondovalle si vede già il prossimo ristoro, quello del km 26, dove poi inizia la seconda salita. Anzi, a guardar bene, si vede già anche il culmine della seconda salita: lassù, lontano lontano, tra la montagna ed il cielo, si scorge una specie di globo giallo, che da qui non riesco proprio a capire cosa sia; quella roba lì, sento dire da altri corridori alle mie spalle, è la meta della nostra prossima ascesa, il Grand Col Ferret, quota 2.537 m.
Però, meglio pensare ad una cosa per volta. Adesso ho una gran fame e poca voglia di attaccare le mie barrette: quello che c’è là sotto sembra un ristoro più consistente dei precedenti; è vicino ad una strada, quindi sarà probabilmente fornito anche di cibi solidi, oltre che di sole bevande. Anche qui, coda per entrare nel tendone, dove peraltro è obbligatorio passare: ci vuole tanta pazienza. Un corridore francese accanto a me spiega le caratteristiche della prossima salita, aiutandosi con un foglietto scarabocchiato di suo pugno che ricalca l’altimetria della gara; mannaggia a lui, mostra anche l’orologio, che avrei fatto volentieri a meno di guardare: sono quasi le sei. In effetti, era immaginabile; le ombre sono molto lunghe, ormai. Si fa sera e ci vorranno un paio d’ore, poco meno, per guadagnare la cima che abbiamo visto poc’anzi.
Raggiunto il tendone, Matteo ed io facciamo il pieno di viveri, un po’ alla rinfusa: c’è della frutta secca, ci sono biscotti, patatine fritte, pezzi di formaggio, pane, salame, barrette di cereali e strani grissini corti ricoperti di zucchero. Nel grosso bicchiere di plastica che fa parte della dotazione consegnata alla partenza, metto un po’ di tutto: mangerò con calma in salita. Per ora sto bene, voglio ripartire subito, in modo da non dare tempo alle gambe di raffreddarsi. Matteo, instancabile, mi raggiunge di lì a poco con le borracce.
Il sentiero supera un ponte e si inerpica ripido nel primo tratto; quasi quasi rischio di soffocarmi, mangiando qui! Riprendo la mia marcia fatta di passi brevissimi e frequenti; c’è ancora la coda – incredibile, dopo 26 km – ma, per fortuna, il sentiero offre tante possibilità di sorpasso. Ecco, l’unica cosa che mi dà fastidio, di quest’assembramento, è il fatto di non poter prendere il mio ritmo; mi tocca andar su a strappi, sforzando troppo in certi punti, rallentando troppo in altri. E, siccome ogni passo sbagliato lascia sui muscoli un segno, seppur piccolo, so già che pagherò queste intemperanze. Ma ho voglia di arrivare in cima, troppa. Ecco, diciamo che sto ragionando per obiettivi intermedi: adesso, l’obiettivo è arrivare a capire cos’è quel globo giallo che ho visto un’ora fa. Matteo mi segue come sempre, premuroso ed attento a non passare avanti per non tirarmi il collo: ovvio che, mentre io arranco e fatico, lui può permettersi di canticchiare. Intanto, nei tratti in cui la pendenza si addolcisce un po’, mangio quel che ho raccattato al ristoro, in rigoroso ordine sparso: barretta, formaggio, cioccolato amaro… Ho fame, e parecchia, anche.
Nonostante la pappatoria, però, ad un certo punto sento che la fatica sta pesando un po’ troppo: male, ho appena riflettuto sul fatto che questa salita non è affatto terribile… Ben mi sta! Sono un po’ preoccupata, il fiatone è troppo per una pendenza di questo genere. E la cima, chissà dov’è la cima! Da qui non la vedo… Ma, con mia grande meraviglia, la trovo poco dopo, oltre un apparente scollinamento, poco più in su di dove mi trovo io adesso: ecco là la sella ed il globo giallo che altro non è che una tenda. Anzi, man mano che mi avvicino, mi accorgo che le tende sono due, più una struttura di plastica che sembra una cuccia gigante: il tutto, rigorosamente a marchio The North Face. Ci siamo, Gian… La seconda cima è conquistata! Siamo al confine con la Svizzera. Alle spalle, 30 km e circa 2.400 m di salita. La prima, piccola crisi è superata: tocca ora una lunga, interminabile discesa, ma non prima d’aver levato la scarpa destra ed aggiunto un po’ di pasta di Fissan sul tallone, dove mi sembrava di sentire un piccolo sfregamento.

Ormai è sera fatta, credo siano circa le otto. In fondo, all’ora di tanto in tanto ci penso anch’io… E mi vien quasi da ridere se ripenso al momento in cui, poco fa, ho zittito malamente il povero Matteo, che ha osato chiedere, in mia presenza, informazioni circa il cancello orario di Champex e la nostra possibilità di passarci in tempo o meno… Sono già un po’ pentita, ma, sul momento, m’è salita su una rabbia furibonda! Non ce l’ho più fatta a tenere a freno la lingua; anzi, a stento ho evitato di dire qualcosa di peggio di quel che poi ho espresso, limitandomi a qualcosa del tipo “Piantala, ma che biiiip te ne frega di sapere a che ora è il cancello, tanto non ci possiamo fare niente, e io non lo voglio sapere! Almeno, se mi fermeranno, mi incavolerò solo quando mi fermeranno, e non prima”… Poverello, ci ha pensato lui a metter giudizio e pazienza ed a non replicare. Dal canto mio, prima di tornare a proferire verbo, ho atteso un po’ che la fatica della salita facesse scemare la furia: insomma, non potevo dare già in escandescenze dopo meno di un terzo di gara! In queste prove, mantenere i nervi saldi è essenziale.
Ora che sono in cima, la rabbia è solo un pallido ricordo. Riprendiamo a scendere; il sole sta calando, ma per ora non fa freddo: mi limito ad indossare il gilet antivento ed a tirare su i manicotti. Ed attendere con ansia il prossimo ristoro di La Fouly. E’ ora di estrarre le lampade frontali e tenerle pronte: tra poco serviranno!

Ed è qui che Matteo ed io viviamo la parte della corsa che, credo, ricorderò con più affetto e piacere dell’intera gara. Non so perché, non so come, non so nemmeno a chi dei due sia frullata prima in testa l’idea; fatto sta che, di punto in bianco, approfittando della discesa che assorbe poche energie e poco fiato, ci mettiamo a cantare. Sì, proprio a cantare: ci lanciamo nel repertorio di De Andrè, da Bocca di Rosa a Il Gorilla a Geordie a La Guerra di Piero a Marinella a Via del Campo a Don Raffaé, di cui Matteo conosce a memoria quasi tutti i testi, molto meglio di me, per poi passare a vari altri autori ed altri generi, Quattro Amici al Bar, Hanno Ucciso L’Uomo Ragno, Sei Un Mito, addirittura qualche slancio su testi inglesi. Matteo è molto intonato, ha una bella voce, fa piacere ascoltarlo, mette allegria; io, beh, so da sempre di essere stonata come una campana rotta, ma non importa, in questa occasione posso anche mettere da parte il pudore. Intorno a noi, mutismo & rassegnazione: mi sa che abbiamo seminato il terrore; chi ci sta accanto ha paura di avere a che fare con due squilibrati! Incoscienti, noi continuiamo a ridere, fino al ristoro, dove facciamo il pieno di un po’ di tutto. Il menù è lo stesso del ristoro grande precedente: formaggio, dolci vari e frutta secca, banane, cioccolato. Breve sosta in bagno per me, poi via verso la salita di Champex-Lac. In realtà, prima della salita, tocca scendere ancora un po’, circa 400 m, fino all’abitato di Praz de Fort: benissimo, altra strada buona per cantare!
Poi, da lì, poco meno di 400 m di salita abbastanza ripida in mezzo al bosco per giungere a Champex Lac, al 55° km ed al 3.000° m di dislivello. Affronto ancora questa salita con un certo brio, ma a questo punto comincio a sentire la necessità di un pasto più serio di quelli che ho frettolosamente consumato fino ad ora. La debolezza si fa sentire, ma Matteo mi rassicura, annunciando che al ristoro ormai manca poco. Ecco, sono proprio incomprensibile io! Non voglio sapere che ora sia, ma mi fa piacere essere informata su quanto manca; soprattutto, chiedo spesso quanti km mancano, o quanti ne mancheranno dal prossimo punto di controllo, o quanti ne abbiamo percorsi dal precedente. Il mio gregario, per fortuna, ha la pazienza di Giobbe!

Non mi par vero di scorgere le luci di Champex… A quest’ora, c’è ancora gente che ci aspetta e ci applaude! Addirittura, poco fa, lungo il sentiero, siamo stati “vittime” dell’euforia esagerata di alcuni ragazzi muniti di trombetta da stadio, che facevano un fracasso infernale! Quando poi arriviamo al tendone, ecco che ci accoglie un vero e proprio tifo da stadio! Sono le undici ormai, eppure siamo sommersi di urla, applausi, complimenti, manco fossimo all’arrivo. Nel tendone fa caldo, troppo caldo: quando usciremo da qui, ci sembrerà di ibernare; sarà meglio vestirsi bene!
Fatichiamo un attimo ad orientarci in questo scenario da bolgia infernale. Ci accodiamo ad una fila e cominciamo ad afferrare alla rinfusa ogni sorta di alimento a disposizione: nel mio piatto metto due vasetti di yogurt, una di passato di frutta, qualche pezzo di formaggio; poi, in equilibrio estremamente precario, prendo anche un bel piattone di pasta con il formaggio; Matteo idem, a ruota. Trovare un posticino in uno dei tavoli è un’impresa: questo è un carnaio, ovunque c’è gente che sbrana come se non mangiasse da anni, oppure gente che riempe i piatti e poi avanza il cibo per metà e lo abbandona lì senza curarsene… Chi si lamenta piegato in due dai dolori, chi si massaggia i piedi e si cura le vesciche, chi sta seduto immobile con sguardo fisso nel vuoto; tutto questo è impressionante… A che punto di bestialità può ridursi un essere umano dopo 55 km di marcia in montagna! Ed io non faccio certo eccezione: mangio un po’ di pasta, con fatica nonostante la fame, poi la polpa di pesca, poi torno alla pasta, poi il formaggio, lo yogurt, senza alcun ordine, solo per riempire lo stomaco il più possibile, ed anche il più in fretta possibile: guai a dar tempo alle gambe di raffreddarsi; è pericolosissimo, si rischia di non partire più. Poi mi guardo intorno ed arraffo qualche resto lasciato da chi mi ha preceduta al tavolo: cose confezionate, ovviamente… Sono allo stato di animale selvatico ormai, ma non così tanto! Afferro uno yogurt ed un vasetto di polpa di frutta, spazzolo anche quelli; intanto Matteo arriva con una tazza di caffè che, pur disgustoso, almeno è caldo. Indossiamo qualcosa di più pesante per la notte e ripartiamo: per fortuna, mi accorgo solo dopo pochi metri di aver dimenticato la frontale nel tendone. Mi precipito dentro, con Matteo che urla “Non correre!”, inutilmente: mi prende una rabbia tremenda per la mia stupida distrazione; travolgo un buon numero di persone, raggiungo la panchetta dov’ero seduta, ritrovo, con solllievo, la mia frontale, e finalmente si riparte sul serio.

E’ un momento no per Matteo, che lamenta di aver male alle gambe. Faccio finta di nulla, ma confesso che la cosa mi spaventa, e molto: Matteo non è certo uno che si lagna a vanvera; se dice d’aver male, è una cosa seria, davvero. Spero che l’antiinfiammatorio che ha preso al ristoro faccia presto effetto. Ebbene sì, anche lui, nemico inflessibile dei medicinali, questa volta ha dovuto cedere; ma non è che la cosa mi dia soddisfazione, anzi! Anch’io, a Champex, ho preso un’altra pastiglia, per me la terza.

Attraversiamo il paese costeggiando il lago, poi procediamo lungo un sentiero, ancora in leggera discesa. A questo punto, ci attendono tre salite da circa 600 m di dislivello l’una. La prima, verso Bovine, passa ancora abbastanza in fretta; è ripida, ma non particolarmente cattiva, e l’affronto con il pensiero di Matteo, che è diventato silenzioso, troppo silenzioso perché la cosa sia normale. Cerco di tenere un’andatura molto regolare; gli chiedo, di tanto in tanto, come vanno le gambe: “Non preoccuparti – risponde – fai il tuo passo e vai”. Sì, certo, come no, ma per chi mi hai presa? Mi hai fatto da balia fin qua e credi che adesso, in caso tu fossi in difficoltà, io deciderei di andarmene e mollarti qui? Sei matto, caro mio! Per fortuna, però, mi sembra che non abbia difficoltà a tenere il passo, anzi; evidentemente, le sue risorse sono ancora ben abbondanti. Al contrario delle mie… E’ notte ormai da un po’; in cielo c’è una distesa di stelle di indescrivibile bellezza, nemmeno una nuvola, solo lo scintillio di centinaia di migliaia di puntini. Intorno non si vede null’altro se non ciò che viene illuminato dal cerchio di luce della lampada frontale; il sentiero, i sassi, i tronchi degli alberi.
Il culmine della salita arriva senza troppo sforzo… Ma la discesa segna il mio tracollo. Non so se sia la stanchezza, la notte lunga e fonda, ma le gambe fanno male, ormai, troppo male, e questa discesa non finisce mai, e tutti quelli che ho sorpassato in salita mi superano saltando come camosci, mentre io inciampo, inciampo ed ancora inciampo, procedo sempre più lenta e pesante, senza riuscire a gettare i piedi dove voglio io… E l’ansia si trasforma presto in rabbia, silenzio, groppo in gola e lacrime agli occhi da ricacciare giù in fondo, perché non è proprio il caso di comportarsi da bambina capricciosa, perché non si può mollare adesso che se i km che mancano sono poco più di trenta, anche se trenta km, per le mie gambe, sono ancora un abisso. Inciampo l’ennesima volta ed impreco ad alta voce, attirandomi il rimprovero di Matteo che giustamente suggerisce di darmi una calmata; già, una calmata, facile a dirsi… Questa discesa non finisce proprio mai. Chiedo a Matteo se a fine discesa si arrivi o meno ad un paese; sì, si arriverà a Trient; ma le luci che vedo adesso non sono quelle di Trient: è solo una borgata, minuscola, dove comunque c’è ancora gente ad aspettarci, ad applaudirci, anche noi, ultime ruote del carro. Persone infagottate in abiti pesanti ed improbabili coperte, lì proprio per noi! E poi si scende ancora a lungo, giù per un sentiero impervio, e penso a quanto sia lontana adesso l’allegria di poche ore prima, quando cantavamo a squarciagola come due ubriachi. Ora di cantare non ho più voglia…

A Trient, altro ristoro, dove mi fermo qualche minuto in più, per fare il pieno e per una sosta in bagno, nel locale della scuola elementare messo a disposizione per la corsa. Che montanara assurda che sono: con distese immense di boschi incontaminati, io se non ho un civilissimo bagno sono rovinata…
Quando esco, trovo Matteo seduto su una panca, con uno sguardo preoccupato che mai gli avevo visto negli occhi: per la prima volta, ho davvero paura per lui. Non voglio che si faccia del male per andare avanti a tutti i costi. Si rammarica di non essere adatto a fare il gregario… E mi fa tenerezza: se solo sapesse che probabilmente non sarei mai arrivata neanche fino a qui, senza il suo aiuto e, più importante di tutto il resto, senza la sua presenza, che è molto più del trasporto di una borraccia. E’ sapere che, se capita qualcosa, c’è qualcuno accanto, qualcuno di cui ci si può fidare.

Ripartiamo, entrambi pesti nel fisico e nell’animo. Lui con la compagnia del mal di gambe, io con uno strano senso di oppressione che cresce man mano che procediamo verso l’alto. Mancano 28 km secondo la tabellina: pochi rispetto a quelli che abbiamo già percorso, ma tantissimi per le ore che ancora ci attendono di marcia, per la stanchezza, per il sonno. Procedo per chissà quale senso di inevitabilità, perché s’ha da fare e non c’è altra scelta, perché non è che ci si possa fermare ed attendere il pullman scopa come nelle corse in bici; però il groppo in gola è sempre lì, alleato della debolezza che mi sta assalendo. Penso che non ho più voglia, sì, è proprio questo che mi gira in testa: non ho più voglia di fare fatica, non ce la posso più fare a marciare ancora per sette, otto ore, chissà quante. Mi sento sfinita, anche se è più la convinzione che la realtà delle cose. Non ho più voglia, davvero. La notte è troppo troppo lunga, non sopporto più questo buio che schiaccia, non riesco più a tollerare il cerchio di luce della frontale, la mancanza di orientamento, il fatto di non potermi guardare intorno, di non vedere altro che nero, nero, nero. Laggiù in fondo, la piana di Martigny con la miriade di lucine: ricordo d’esserci passata nell’estate 2004, in una tappa della mitica XXAlps che andava a concludersi proprio a Chamonix, come la CCC. Di tanto in tanto alzo la testa a guardare in su, se per caso da qualche parte si possa intravedere qualche barlume di alba, ma niente, solo nero. Chiedo a Matteo dove sia l’est, ma nemmeno lui riesce ad orientarsi… Poco prima della cima, altra breve sosta: Matteo mi chiede un’altra dose di Fastum; già che ci sono, prendo una pastiglia anche io, e così arriviamo a quota 2 per lui e 4 per me. Poi ripartiamo; in preda ad un attacco di sonno feroce, provo a mangiare una barretta senza averne voglia. Mi si chiudono gli occhi: rischio seriamente di rotolare per terra!

Finalmente… Alzo lo sguardo e, questa volta, mi pare di distinguere il profilo delle cime da quello del cielo. Vuoi vedere che… Sì, minuto dopo minuto l’impressione è più nitida; senza ombra di dubbio, sta arrivando l’alba. Non appena realizzo che è proprio così, è come se qualcuno mi avesse tolto un macigno che schiacciava il cuore; è l’effetto di una frustata, ma un effetto buono, benefico, ristoratore. Arrivo in cima, mi butto in discesa per quanto possibile, lascio che un’assurda incontrollabile euforia si impossessi di me: Matteo mi prenderà per pazza, ma pazienza, io sono sicura, sicurissima che la luce del sole sarà la soluzione di tutti i miei problemi. E, anche se continuo in cuor mio a respingere con fermezza l’illusione, si insinua timidamente una piccolissima speranza di arrivare a Chamonix… Riprendo a canticchiare, da De Andrè a Ligabue, io ci metto la musica e Matteo segue con il testo: ok, buon segno, ci siamo. Intorno a noi, i primi raggi del sole infiammano il cielo e le cime.

La discesa su Vallorcine è molto lunga, ma me la mangio senza troppi problemi: è mattina, c’è il sole, questo è quel che conta. Anche Matteo sembra stare un po’ meglio. Alcuni tratti di strada carrozzabile ci permettono di rifiatare un po’ anche in discesa; di fronte a noi spunta improvvisamente una diga.

A Vallorcine, siamo a quota 81 km e poco più di 4.500 m di dislivello accumulato. Altra breve sosta, pochi minuti per l’imperdibile Coca Cola e per riempire il bicchierone di alimenti vari da portar via, e si riparte, destinazione La Flégère. Non voglio ammetterlo nemmeno a me stessa, ma ormai è fatta, non c’è ragione per pensare di mollare adesso. Manca solo l’ultima salita. Qualche km di leggera salita, mangia e bevi, ci porta al Col de Montets, dove attraversiamo la strada asfaltata. Poi, naso all’insù: il serpentone dei compagni di viaggio disegna il profilo del sentiero lungo il costone della montagna… E, a vederla così, questa non sembra affatto una passeggiata!
Per me, terza sosta ad un provvidenziale bagno pubblico proprio lì, messo quasi apposta… E poi via, quasi di corsa lungo quest’ultima salita che affronto con tutta l’allegria e l’ottimismo di cui sono capace, forse per reazione alla profondissima tristezza in cui ero sprofondata solo poche ore prima. Sono da poco passate le otto, la luce dell’alba sta scendendo giù lungo le cime, lungo i fianchi della montagna; tra pochissimo sarà ora di togliere la giacca, o sarà sauna sicura.
Parto anche qui con la solita andatura, sforzandomi di frenare l’euforia che mi spingerebbe ad andar su a grandi falcate. Piano Gian, piano, passi corti e veloci. Pare incredibile, ma c’è ancora un sacco di gente intorno. Tanti che, ormai vicini alla conclusione, non si preoccupano di perdere un po’ di tempo e fermarsi qua e là a riposare un attimo: no, non sia mai, ora il comandamento è uno solo, andare avanti, a testa bassa, arrivare alla cima. Le caratteristiche di questa salita sono ideali per me: ripida ma non eccessivamente e, soprattutto, molto costante. Noto con piacere che, tutto sommato, in salita, sono meno disastrata della maggioranza dei miei colleghi qui intorno
La strada asfaltata è sempre più lontana, laggiù in fondo; la sella che credo sia la fine dell’ascesa, al contrario, sempre più vicina. Ormai abbiamo anche il conforto del sole; le nostre crisi sono ormai un ricordo sbiadito, tanto che raggiungiamo la cima e non ci fermiamo nemmeno un’istante: giù, via, un tratto di discesa, poi un centinaio di metri di dislivello in risalita, in cui ancora una volta mi lancio in qualche sorpasso, e infine giù, destinazione Chamonix. Qui, al cospetto del Monte Bianco che si vede ora da un’altra prospettiva, si apre il toto-”Quanti km mancano alla fine?”. Chi dice otto, sette, sei, insomma, le idee sono poche ma confuse. Al rifugio di La Flégère, ultimo ristoro, dopo un lungo tratto di sentiero: tocca ancora salire; saranno cinquanta metri, ma a questo punto fanno male… Chamonix si vede, è là sotto, ma ancora troppo sotto, almeno ottocento metri di salto. La freccia nei pressi del rifugio indica due ore di marcia: lì per lì sembrano troppe, ma… La misura non sarà sbagliata di molto.
La discesa inizia lungo un’ampia strada carrozzabile: una benedizione per le gambe, ma non per la testa, perché è evidente che scendere lungo una strada del genere richiederebbe cent’anni di cammino! Per fortuna, presto pieghiamo a sinistra lungo un sentiero che sembra scendere più spedito. Già, sembra… Anche qui, gente che risale in senso contrario a noi, gente che aspetta ed applaude, “Bravo, bon courage”, ed io non so dire altro che “Merci” ma credo vada bene! Poi, all’improvviso, una visione credo dovuta alla fatica… Incrociamo una meraviglia in forma d’uomo, un gran pezzo di gnoccolone alto, slanciato, con la pelle abbronzata, gli occhiali scuri ed un sorriso da favola: la lingua mi si srotola fino a strisciare a terra… E mi rammarico per essere, in questo momento, dopo oltre 24 ore di marcia, in uno stato tale che lo spazzolone del water è indubbiamente più sexy di me. Peccato…

Ci pensa il sentiero ad uccidere qualsiasi barlume di euforia: la discesa diventa, ad un certo punto, un interminabile traverso quasi piano, che costringe a macinare strada senza perdere quota, ancora ed ancora, mentre i tetti di Chamonix sono sempre allo stesso punto: troppo lontani! Forse, come osserva Matteo, la nostra percezione del tempo e delle distanze è ormai talmente alterata da dilatare tutto in modo esagerato; fatto sta che ben presto entrambi perdiamo la pazienza. Colpa nostra, abbiamo cantato vittoria troppo presto; stiamo scontando le conseguenze di un errore di valutazione… Soprattutto io sono in uno stato di sfinimento tale che mi vien voglia, adesso, di strozzare chi applaude ed incita; però, mi consola il fatto che anche Matteo mediti propositi omicidi contro un gruppo di marmocchi muniti di campanacci da mucca… Quel fracasso dà in testa e noi, dopo quasi 100 km di cammino, ci sentiamo autorizzati ad essete intolleranti, insofferenti e scorbutici quanto basta. E questo sentiero che non finisce mai… Passiamo tra i tavolini di un bar, poi finalmente torniamo a perdere quota; raggiungiamo una strada asfaltata, incredibile, è il paese! Ma non è finita; ancora curve e controcurve ed incroci e svolte, ed applausi ed incoraggiamenti… Finché, incredibile a dirsi, ecco lo striscione dell’arrivo. Ci eravamo ormai convinti che non esistesse, che un sortilegio ci avesse condannati a vagare per sempre dentro Chamonix calzando scarpe da trail… Possiamo sciogliere la tensione, buttarci negli ultimi metri di corsa con le gambe che paiono improvvisamente rinate, tagliare il traguardo tenendoci per mano con le braccia alte. 24h 52′ 52” il tempo ufficiale, poco più di un’ora al di sotto del limite massimo consentito, 26 h.

Il resto è recupero delle sacche con l’occorrente per la doccia, una lavata veloce al palazzetto dello sport, il rientro in pullman a Courmayeur attraverso il Tunnel del Monte Bianco, che intravedo appena, in un istante di risveglio nel sonno profondo in cui sono piombata; è una difficilissima discesa dal bus, con le gambe completamente inchiodate, è un dirigersi verso la macchina a passo lentissimo, incerto e condito dai lamenti più strazianti… Ma è anche ridere di tutti gli altri che, proprio come noi, camminano come se avessero un bastone conficcato in luogo innominabile; è tornare a casa in auto alternandoci alla guida perché non sappiamo bene chi dei due sia meno addormentato… Non è ancora tempo di realizzare davvero quel che siamo riusciti a fare, anche se sul sedile posteriore ci sono due splendidi gilet di pile con scritto “Finisher CCC”. Per questo, ci sarà tempo domani, dopo una bella, meritata dormita.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!