29 giugno 2013 – LES FONDUS DE L’UBAYE

Proprio il periodo ideale, climaticamente parlando, per dimenticare a casa il sacco a pelo. Benché sia fine giugno, l’estate non ha la minima intenzione di farsi viva: fa un freddo ignobile in pianura… Figuriamoci in mezzo ai monti. Come mio solito, preparando il bagaglio, ho poi cacciato con ignominia l’unica idea intelligente che si fosse affacciata al nulla eterno della mia scatola cranica: portarmi dietro la vecchia tuta da sci imbottita. Almeno per i momenti di vita “borghese” giù dalla bici. Ma ormai so che è più forte di me; non riuscirò mai a mettere in borsa quel che davvero serve per la trasferta del momento. La valigia ed io viviamo su mondi paralleli.
Pantaloni corti e sandaletti. Ci saranno dieci gradi stasera qui a Barcellonette. Parcheggio la Zafira alla bell’e meglio, in pieno stile italiano, in divieto, poi raggiungo Matteo nel salone in cui è in corso la presentazione della randonnée di domani. Il locale è già gremito di ciclisti: occhio e croce, direi che Matteo ed io siamo gli unici italiani. Una pingue fanciulla declama con innata allegria gli ultimi dettagli e le raccomandazioni sul percorso della manifestazione, che si perdono nell’eco del capannone; poco male, di francese capisco poco… E poi so già quel che serve. La rando prevede la possibilità di scalare uno o più colli, a seconda del percorso scelto. A noi toccherà la versione “cinque colli”: nell’ordine, Vars, St Anne La Condamine, Bonette, Cayolle, Allos. Un po’ più di duecento km, occhio e croce. Ci sarebbe anche la versione “sette colli”, che prevede di proseguire in direzione del lago di Serre Ponçon ed aggiungere le salite del Col St Jean e del Col de Pontis: però… Però in mezzo ci sono troppi km di falsopiano, da percorrere in discesa prima ed in salita poi. Io odio tutto quel che è pianura e falsopiano. La coscienza ciclistica mi impedisce di rinunciare già a priori al percorso più lungo possibile, quindi quello da sette colli: non mi resta che sperare di essere abbastanza lenta da “sforare” il cancello orario tra il quinto ed il sesto colle. Così non sarei io a rinunciare, ma il fato avverso a costringermi alla resa.
Mi distrae un cagnolino che fa di tutto per conquistarsi un briciolo di attenzione e due coccole. Occhio e croce, direi che all’altro capo del guinzaglio c’è la consorte di qualche ciclista, annoiata e ben poco entusiasta della situazione. A momenti perdo Matteo che va di filato al tavolo delle iscrizioni. Numero di pettorale, carta di viaggio, abbiamo tutto; non ci resta che ricacciarci fuori, con somma goduria delle mie gambe nude. Il palco su cui l’organizzazione ha sistemato i tavoli ed i computer per le operazioni burocratiche è parecchio più in alto del resto della sala: mi soffermo un momento a guardare la folla di atleti… Era tanto, troppo tempo che non assaporavo l’emozione dei momenti pre – gara, anche se questa in realtà non è una gara, non è – o non dovrebbe essere – competitiva. E’ un’emozione che mi mancava moltissimo e che, purtroppo, mancherà ancora… Per il momento, devo dire grazie a Matteo che mi ha coinvolta.
Alcuni ciclisti si accalcano al bancone delle cibarie; molti sciamano fuori, noi compresi. Adesso si tratta di andare a caccia di un campeggio, se non altro per avere a disposizione doccia e bagno civili. Sono terrorizzata al solo pensiero: fa un freddo inimmaginabile… Gira e rigira, non c’è più traccia del campeggio vicino al centro del paese. Ci rassegnamo a rivolgerci ad un’altra struttura poco distante: ci arriviamo pochi minuti oltre l’orario di chiusura. Non ci resta che osare: Matteo suona il campanello dell’abitazione del gestore, che si trova sopra la reception. Esce un energumeno che pare la controfigura di O.J. Simpson, dai modi tutto fuorché cortesi, scocciatissimo per il disturbo fuori orario. Poco male: abbiamo ottenuto la nostra piazzola.
Contengo a stento il disappunto e la sofferenza di aggirarmi per il campeggio con questo abbigliamento stile Rimini ad agosto: del resto, con chi potrei prendermela se non con me stessa? Si consuma una frugale cena a pane e formaggio: Matteo, come sempre, ha anche un’abbondante dotazione di pasta e si dedica alla “haute cuisine”… Ma io sono già distratta: ho scoperto che il campeggio è dotato di calcio balilla, con tanto di pallina! Suo malgrado, Matteo è costretto ad abbandonare i fornelli per concedermi una partita, una seconda partita e la “bella”… Finché anche l’ultimo barlume di luce del sole sparisce e la pallina diventa invisibile. Non mi pare in effetti il caso di continuare alla luce delle pile frontali: OJ Simpson e gli altri campeggiatori potrebbero spazientirsi… Non vola una mosca.
Io mi rifugio in auto e non mi muovo più. Poco male se il mio compare ha montato la tenda: schiatterò di freddo stanotte, lo so già, ma continuo comunque a preferire la struttura protettiva metallica dell’auto a quella inconsistente della tenda. E poi il sedile è mille volte più comodo del materassino.
Nella notte, mi sveglio un’infinità di volte, mezza congelata. Ho indossato tutto quel che avevo, felpa, giacca, ma non basta… Ogni volta è ancora buio pesto. La partenza è prevista per le cinque e mezza, la sveglia un’oretta prima. Più o meno in contemporanea con il trillo del mio telefonino, il fantasma di Matteo esce dalla tenda e s’infila sul sedile passeggero: a quanto pare, la sua nottata, pure con il sacco a pelo, non è stata molto più confortevole della mia…
Ci vuole tutto il coraggio di cui disponiamo ed anche di più, per scendere dall’auto e trascinarsi verso i bagni, l’unico luogo un po’ meno gelido per cambiarsi e vestirsi da bici. La stellata meravigliosa sopra le nostre teste sembra quasi prenderci in giro. Colazione per me quasi inesistente; il mio compare trangugia quella schifezza di pasta che credo abbia ormai la consistenza del Vinavil. Rapido controllo della bici e del bagaglio; si parte, disgraziatamente in discesa: poche centinaia di metri, ma è già un trauma.
A Barcellonette, nello stesso salone in cui è avvenuta la presentazione della prova, fervono i preparativi per il via. C’è persino la possibilità di bere un the o un caffè quasi caldi, lasciando da parte il gusto. Siamo imbacuccati come tanti omini Michelin… Le nostre bici sono rimaste fuori, ma non credo corrano alcun rischio: se proprio qualche malintenzionato volesse colpire, c’è l’imbarazzo della scelta tra bici che valgono uno sproposito.
Ad occhio, direi che sono l’unica concorrente dotata di mountain bike, sia pure in versione stradale con i copertoncini slick. Ci sono un paio di bici “ibride”; gli altri sono tutti puristi della bici da corsa.
Ci raccogliamo tutti nello slargo accanto al salone, dove è in corso una punzonatura parecchio disordinata. Altrettanto approssimativo è l’ordine di via: in un modo o nell’altro, comunque, siamo in marcia. In fondo al gruppo, inutile dirlo: pochi km di pianura e mi han già superata quasi tutti. Si viaggia in direzione di Jausiers: la temperatura alla partenza è esattamente di 1°C, a detta del termometro di Matteo e della sensazione delle mie mani. Terribile… Posso solo sperare che presto faccia capolino un po’ di sole, anche se ho poca fiducia: le montagne tutt’intorno terranno lontana la luce ancora per un bel po’.
Mentre io litigo con il cambio – la catena non vuol saperne di stare sulla corona anteriore più grande – scorriamo lungo il torrente Ubaye alla luce delle frontali che non serve quasi più. Ombra, silenzio, si sente solo il ronzio delle ruote, quelle poche che sono ancora a portata del mio orecchio. Qualcuno osserva perplesso la mia bici, scettico sulla buona riuscita dell’impresa. Non preoccupatevi, gente: se solo sopravvivo al congelamento, ce la faccio…
Jausiers, La Condamine, bivio per il Vars. Finalmente un po’ di salita, anche se molto blanda, per i primi km. Tutto tace per la strada, nei cortili delle poche abitazioni. Il cielo prende un po’ di colore, ma già le prime scie di nuvole fanno capolino. Chissà perché, non mi aspetto nulla di buono. Meglio comunque, superate le prime due gallerie, fermarsi a levare uno strato di abiti, per evitare di ritrovarsi fradici in discesa. Finalmente, dopo il bivio per St Paul, la salita diventa degna di questo nome: si va su a strappi irregolari fino al ponticello del minuscolo abitato a cinque km dalla vetta; da lì in poi, la pendenza diventa severa ma regolare. Il sole è un’illusione: il cielo si vela sempre più. Primo, secondo, terzo tornante, molto distanti l’uno dall’altro. Pedalo con prudenza: so benissimo che le mie forze sono davvero limitate… L’ultima uscita seria in bici risale a fine maggio e non è comunque paragonabile all’itinerario di oggi. Matteo si allontana solo nell’ultimo km: non appena arrivo in cima anch’io, si prodiga per sistemarmi il cambio riottoso, mentre io trangugio un caffè orribile ma, se non altro, caldo. Grazie ai volontari che attendono quassù, ci possiamo permettere anche questo lusso! Mi avvio in discesa con l’animo di un condannato al patibolo; non oso immaginare il gelo… I ciclisti rimasti dietro di me, che ancora salgono, sono davvero pochi; alcuni di loro mi sorpassano prima che io arrivi in fondo.
Archiviato l’inospitale Col de Vars, ripercorriamo a ritroso un tratto di strada lungo l’Ubaye, fino a La Condamine. Da qui, imbocchiamo la breve ma “robusta” ascesa verso St Anne La Condamine, in corrispondenza degli impianti da sci: parecchi tornanti e rampe con pendenza sostenuta. Una marea di colleghi sta già scendendo. La temperatura è salita di pochissimi gradi… Cinque o sei km dopo, arriviamo al banchetto del punto di controllo. Davvero non invidio questi tapini costretti a restare qui, immobili, al freddo e al gelo… Stanno peggio di me, poco ma sicuro.
Altra discesa, ostica non solo per il freddo ma anche per il pessimo stato dell’asfalto. Siamo dinuovo a La Condamine: ancora una volta sulla strada di fondovalle, veleggiamo verso Jausiers. Qui il primo vero punto di ristoro, con succhi di frutta, frutta secca varia, pane, affettati. Ovvio, questi ultimi non fanno per me… Finisco per mangiarmi il pane asciutto, visto che non c’è formaggio e che i dolci, a lungo andare, nauseano. Riparto infatti con due o tre fette di pane in mano: impiegherò parecchi km della salita per finirli, perché non è così semplice masticare qualcosa di tanto asciutto in salita. Matteo prolunga ancora la sua accanita opera di saccheggio della tavola imbandita: prima o poi arriverà…
Affronto la Bonette con un certo timore reverenziale. E’ vero che conosco questa salita come le mie tasche, ma forse è proprio per questo che la temo… So benissimo di non essere allenata a sufficienza per il percorso di oggi. Un po’ di sole, troppa grazia, mi incoraggia, ma cerco di essere prudente, prudentissima. Anni di bici da queste parti hanno fatto sì che ormai io conosca ogni metro di questo asfalto, dalla prima parte in mezzo alle case, al tratto di tornanti con vista su Jausiers e Barcellonette, al passaggio a quota 2000 m con il rifugio “Halte 2000”. Qui, altri tornanti tra i laghetti, qualche breve tratto in piano per rifiatare. Tanta neve imbianca ancora i pendii delle montagne intorno. Infine, l’ultimissimo tratto oltre le casermette militari, quando la Bonette ormai si vede ma è ancora molto lontana. E la coltellata finale nelle gambe, il giro della cima. Ciclisti di ogni ordine e grado affollano la salita, oltre a quelli che partecipano al brevetto; purtroppo, non manca nemmeno il traffico di altro genere, auto e moto a profusione. Bellissimo quassù… Mangio un boccone, mi godo i pochi istanti, un bicchiere di Coca Cola. Bisogna scendere. Fan quasi tenerezza le Ferrari riunite per il raduno proprio quassù: i proprietari, griffati e decappottati, stanno visibilmente schiattando di freddo…
Si torna giù a Jausiers, ventidue km di una discesa interminabile, molto più penosi che nell’altro senso. Le mani, anche se protette dai guanti, sono paonazze e rigide. Tocca poi fare i salti mortali per evitare le auto e le moto dalla guida un po’ troppo sportiva. E’ ormai primo pomeriggio: saranno all’incirca le 14 quando raggiungiamo Jausiers. Si torna a Barcellonette, ancora senza sole o quasi. Ci siamo meritati una sosta un po’ più lunga al ristoro: un buon piatto con un’insalata di pasta, un paio di uova sode, un po’ di Coca. Ci attendono il Col de la Cayolle ed il Col d’Allos. Ecco, ho sempre accuratamente evitato di scalare la Cayolle da questo versante: dal bivio son quasi trenta km, in buona parte di falsopiano, non finisce mai. Ma oggi s’ha da fare, quindi via, gambe e ruote in spalla. Si riparte: breve tratto nella periferia di Barcellonette, lungo i campeggi, e poi al bivio si va a sinistra. Non mi è ben chiaro il senso del punto di ristoro piazzato qui, a pochissima distanza da Barcellonette dove ci siamo appena rimpinzati come otri… Ma Matteo lo afferra molto meglio di me e spazzola anche qui tutto lo spazzolabile.
La strada corre lungo il torrente, attraversa le belle “gorges”, ma impiega un’eternità a guadagnare quel po’ di quota. Tra le curve strette e cieche, bisogna prestare molta attenzione, perché ormai la maggior parte dei colleghi di corsa sta arrivando in discesa. Tengo d’occhio il cielo che, verso la testa della valle, è sempre più grigio; sguardo di penosa ansia ai parabrezza delle auto che scendono, per capire se lassù piove. La valle si apre e rivela una fetta di cielo ancor meno incoraggiante; appena prima del ponte che segna l’ultimo cambio di versante e l’inizio del tratto di salita un po’ più decisa, ecco le prime gocce. Faccio finta di non sentirle, ma se n’è accorto anche Matteo… Il freddo si fa pungente; tira vento di fronte e porta via il mio già misero coraggio. Lassù è nero… Gelido e nero. Possibile che io abbia sempre questo terrore del freddo e della pioggia? Rabbrividisco man mano che il vento rinforza. A me la scena pare apocalittica… No no, se le cose si mettono così, io non vado più sul Col d’Allos. Mi dispiace ma quando è troppo è troppo. Poi verrà buio lassù…
Matteo si porta avanti con il lavoro; raggiunge il colle un po’ prima di me. Lo trovo seminascosto nel furgoncino dei volontari, in cima al colle, dove c’è solo più un goccio di the caldo. Sono in preda allo sconforto: timbro il cartellino, mi vesto come posso, riparto sotto la pioggia, con la paura di quel che sta per succedere, meteorologicamente parlando. Siamo pur sempre sopra quota 2000, stanchi… E piove.
La pioggia mi accompagna per una decina di km, poi sembra voler concedere una tregua. Quel che basta per regalarmi un po’ di fiducia: la discesa “finta”, spesso da pedalare, fa il resto e mi infonde un po’ di calore. Si torna al punto di ristoro a Uvernet: da lì, comincia l’ultima salita. Beh, formalmente potrebbe non essere l’ultima: se si riuscisse a tornare a Barcellonette entro le 22, si potrebbe proseguire aggiungendo gli altri due colli “minori”. Ma, in tutta franchezza, con questo freddo, la minaccia di pioggia e sì, anche la stanchezza, non ne avrei proprio voglia. Le gambe faticano molto già sulla salita del Col d’Allos, che è tutto fuorché micidiale… 17 km, molto regolare, mai davvero ripida. Le luci della sera, le ombre sempre più lunghe. Non mi sarei mai aspettata che il sole si facesse vivo proprio adesso, appena prima del tramonto. Le nuvole si diradano, si dissolvono in un tripudio di sfumature gialle e rosa. La temperatura rimane rigida, ma a questo punto poco importa… Lungo tratto sul versante destro della montagna, poi qualche tornante che ci fa superare l’ultimo scalino. Un gregge di pecore, l’abbaiare dei cani… C’è ancora un collega con noi: siamo proprio gli ultimi. Chissà se in cima ci sarà ancora qualcuno ad attenderci.
La strada è ricoperta da uno scivolosissimo tappeto di sterco di pecore: cadere qui sarebbe una vera, imbarazzante, puzzolentissima tragedia! Osserva Matteo, in discesa sarà bene andar piano onde evitare di ritrovarsi imbrattati fin sui capelli… Povero Matteo, avrebbe potuto chiudere il giro parecchie ore prima, se solo non mi avesse fatto da fedele gregario per tutto il viaggio; avrebbe potuto aggiungere gli altri due colli senza la minima difficoltà. Invece è qui… Mi “abbandona” solo negli ultimissimi km, quando la strada si perde alla vista contro il cielo e il vento rinforza. Lo ritrovo all’ultimo punto di controllo, dove, sorpresa, ci accolgono due madame a dir poco entusiaste. Forse lo sono perché, con noi, si conclude la loro fatica… In realtà risulterebbe esserci ancora un concorrente che deve arrivare quassù, ma probabilmente è un errore… O c’è un disperso. Non c’è più traccia di altri, dopo di noi. Un caffè bello caldo; mi vesto, indosso i guanti, mi lancio verso l’ultima discesa. Incurante del tappeto di guano ovino, vado giù il più in fretta possibile per sfruttare quel poco di luce naturale che rimane: la mia vista, anche con la potente pila frontale che ho, al buio vale quasi nulla. Preferisco andar giù un po’ più lercia, magari, ma più sicura. Matteo invece tiene fede alla promessa: mi preoccupo parecchio a non vederlo arrivare…
Percorriamo insieme gli ultimi km alla luce della sua pila frontale, che è davvero avveniristica. Per me, più che un “percorrere”, è un trascinarmi… Sono letteralmente congelata. Altro che aggiungere due colli… A stento raggiungo Barcellonette. Al punto di controllo, il volontario ci guarda con terrore. “Vi fermate… Vero?”. Lo posso capire: guai se decidessimo di proseguire… Gli toccherebbe aspettarci fino a chissà che ora, domani! No no, non c’è pericolo… Io di qua non mi schiodo più.
Ci tuffiamo entrambi al tavolo del ristoro finale: mannaggia ai Francesi, che razza di menù… La pasta col ragù per me è proibita; resta solo la zuppa di cipolle. E vada per la zuppa di cipolle, doppia dose: almeno è calda. Spazzoliamo famelici le nostre razioni, così come siamo, sporchi e sudati; accanto a noi, i fenomeni già puliti, lavati e cambiati discutono di tempi e prestazioni. Mamma mia. Io non riesco a pensare ad altro che all’agghiacciante idea di andare in campeggio, cambiarmi e lavarmi con questa temperatura… La zuppa di cipolle è rovente ma non vale a togliermi i brividi di dosso. Il brusio tutt’intorno dà alla testa. Il povero Matteo, dopo aver consumato le derrate alimentari delle prossime sei edizioni della rando, deve faticare non poco per convincermi ad alzarmi e ad uscire. Non parliamo poi del trauma di rimettere il deretano sulla sella dopo 220 km e 5.300 m di dislivello in salita, quando non sei più abituato a passare tanto tempo in sella… Quasi diciassette ore, nel mio caso. Un ciclista mi ferma appena prima di uscire; indica la mia bici, chiede se io abbia fatto tutta la strada con quella… Sì, certo. Ma per me non è affatto un problema: attrezzata così, la MTB è forse un po’ meno scorrevole della bici da corsa in salita, ma dà una sicurezza impagabile in discesa, dove recupero tutto il tempo perso. Non tornerei alla bici da corsa, nonostante anni ed anni di onorata “carriera”.
Per fortuna, la strada per il campeggio, in discesa prima della partenza, adesso è in salita: ci si scalda un pochino. Poi raccolgo quel barlume di lucidità che mi resta per prendere dall’auto tutto quel che mi serve per la doccia ed il cambio d’abito. Ci fiondiamo nottetempo nelle docce: sarà contento il sosia di OJ Simpson, che ha casa proprio al piano di sopra, di sorbirsi il rumore del getto d’acqua. Data la temperatura confortevolissima dell’acqua e la quantità di gelo siberiano da lavare via, la nostra doccia diventa lunghissima.
Passiamo quel che resta della notte entrambi in auto, sistemati alla meno peggio con l’unico sacco a pelo di Matteo, che per fortuna si apre a libro e ci copre entrambi. In effetti, va un po’ meglio della notte precedente… Al mattino, il rito dello sgombero della tenda mi ricorda ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, quanto sia più comodo dormire in auto, senza bisogno di aprire, montare, piantare picchetti, smontare, piegare,… Si riparte per l’Italia, ma non ancora per casa. Verso le nove siamo a Vinadio: giù le bici, destinazione Colle della Lombarda. Una luminosa e fredda mattina ci accompagna su per i tornanti, lungo il pianoro, passando accanto al Santuario di Sant’anna, e poi per i chilometri finali oltre al bivio. Anche oggi il sole ci inganna e si nasconde presto dietro alle nuvole: qualche goccia di pioggia, ma ormai siamo al colle; Matteo ci arriva due volte, prima da solo e poi dopo essere tornato a raccattare me. Ammetto di aver faticato molto, dopo la sfacchinata di ieri, e un po’ mi dispiace… Ma è fatta; si torna giù lasciandoci la pioggia alle spalle, via in auto. Questa volta, destinazione casa.
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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!