3 e 4 gennaio 2009 – Col de Turini e dintorni – I giorno

Secondo gli ambiziosi progetti maturati fin dalla scorsa estate, oggi Matteo, Mik ed io avremmo dovuto essere in Corsica. Avremmo dovuto, per la precisione, partire in traghetto ieri sera, dopo esser giunti al porto, Mik ed io, dal freddo Nord in bici, con il nostro bravo bagaglio sulle spalle, pronti per tre giorni di scorribande ciclistiche sull’isola nonché per il ritorno dal porto a casa, ovviamente sempre a propulsione umana.
Eppure, ora che il mio ingombrante soprasella poggia comodamente sul sedile della Opel e si fa scarrozzare verso tutt’altra direzione, non posso che esserne contenta ed anche un po’ sollevata. Per carità, non è che non ci volessi andare, in Corsica, anzi; chi c’è stato, anche da ciclista, sostiene che sia un piccolo paradiso per le due ruote. Però, mi preoccupava, non poco, l’idea di star via cinque giorni in tutto, confidando sulla bici come unico mezzo di trasporto, a parte il traghetto per la traversata, con le temperature siberiane che di solito imperversano a gennaio, soprattutto in questo inverno così assatanato. Insomma, l’avventura non fa per me; io lo dico sempre, che amo far fatica, purché sia comoda! E, in questo caso, comoda non lo sarebbe stata, affatto… Quanto vorrei un maggiordomo, uno come l’Ambrogio della pubblicità dei Ferrero Rocher, che mi faccia da autista dell’ammiraglia mentre vado in giro, mi scarrozzi il bagaglio, mi passi i rifornimenti e mi faccia trovare doccia calda e pasta fumante a fine giro! Sarebbe il non plus ultra.

Va bè, bando alle fantasticherie. Mi sono appena lasciata alle spalle una nebbia fittissima che mi ha tenuto compagnia da Carmagnola a Ceva, in autostrada, e poi da lì ad Ormea; ora finalmente veleggio verso il Colle di Nava: ci sono neve e ghiaccio sulla strada, ma almeno adesso qualcosa vedo. Dovrei essere ad Imperia alle sei; ci arrivo, per un clamoroso errore di valutazione, un quarto d’ora dopo. Per fortuna, nemmeno Matteo spacca il secondo; ha litigato con il parcheggio… E dire che la sua macchinina gli starebbe tranquillamente in tasca, volendo!

Caricati il passeggero, la sua bici, il suo bagaglio; attaccato alla Opel il rimorchio per le cibarie di Matteo, che, si sa, non è di pasto piccolo, partiamo alla volta di Sospel: autostrada fino a Mentone, mentre il cielo comincia a farsi chiaro, e poi un po’ di curve fino ad una piazzetta su in paese. Son le sette e mezza quando ci arriviamo: approfittiamo di qualche minuto per fare un po’ di colazione, mentre i raggi del sole si danno da fare per consentirci di vedere almeno dove mettiamo le ruote.
Sarà pur vero che siamo a due passi dalla costa, ma a me sembra che qui faccia un freddo boia, né più né meno che a Carmagnola. E’ tutto bianco intorno, il parco, gli alberi, le auto intorno, che scintillano come se fossero tempestate di brillanti. L’inceneritore qui al mio fianco sbafa la pasta con la foga di chi non mangia da tre settimane… Quasi quasi temo per l’incolumità del mio braccio destro; meglio trovare il coraggio di scendere, e in fretta, anche: il freddo, in fondo, è un male minore dell’essere vittima di un atto cannibalismo! Che pure sarebbe più rapido e conveniente di un intervento di liposuzione…

Montiamo le bici alla svelta; pochi minuti e siamo in sella. Direzione Col du Castillon: una bella strada ampia, a quest’ora quasi deserta. Incontriamo solo un temerario podista, che, in ogni caso, per esperienza si sta scaldando più di noi. Io ho indossato un bel po’ di strati: canotta, maglia tecnica, giacca Windstopper, seconda giacca GoreTex, insomma il festival dei supermateriali, ma batto i denti lo stesso. Ah già dimenticavo: oggi, per l’occasione, i pantaloni lunghi Assos, regalo di qualche anno fa, che ho sempre conservato come una reliquia, usandoli pochissimo. Sono rossi come il fuoco: probabilmente, considerato il mio tonnellaggio, potrei essere scambiata per il Gabibbo!
I rilievi morbidi e tondeggianti della vallata sono ancora indistinti e neri contro il cielo che pian piano si schiarisce; poi s’illuminano di un colore giallo, caldo, che fa da contrasto con la temperatura ancora glaciale lungo la strada in ombra. Glaciale nel vero senso della parola, visto che l’umidità sull’asfalto forma un’insidiosa patina di ghiaccio.
Un bivio e ci immettiamo verso destra, lungo una stradina più piccola e sconnessa, terreno di cacciatori, i cui boati risuonano in mezzo al bosco. C’è persino qualche casa qua e là, davvero fuori dal mondo, anche se non siamo lontani dalla costa. Di tanto in tanto, mi tocca scendere di bici ed attraversare a piedi un lastrone di ghiaccio: Matteo è un funambolo, passa in bici ovunque senza mai nemmeno rischiare la caduta, ma io devo aver cura della mia Ridley nuova e delle mie ossa: ho troppi sogni nella testa, per potermi permettere di finire al traumatologico con qualche pezzo ingessato! No, per carità, non ci voglio nemmeno pensare: per me sarebbe una tragedia.

Il sole è abbastanza alto quando giungiamo al bivio con la strada che, da Sospel, sale direttamente al Col de Braus: bella, ampia, a tornantoni dolci. Sullo sfondo, cime innevate; sulla schiena, qualche raggio di luce che, a dispetto del colore intenso, non vale a riscaldare le membra già intirizzite. Però è pur sempre il sole; non so se sia consuetudine, ma, sul mio morale, l’effetto che ne deriva è di immediato conforto, quasi sollievo. Ricordo qualche lunga notte trascorsa in bici o a piedi: ciò che mi pesa di più non è il freddo né il sonno, in quelle circostanze, ma il buio; il bisogno di luce, ad un certo punto, diventa impellente, quasi urla dentro di me. Al trail Courmayeur Champex Chamonix, lo scorso agosto, l’arrivo dell’alba è stato una sferzata di vigore quando le forze si stavano proprio spegnendo…
Matteo, provvisto di ogni possibile utensile meccanico, oltre che di scorte di cibo tali da aprirci la borsa nera, mi sistema la sella, stufo di sentirmi frignare perché è troppo alta. Proporrò la sua candidatura alla beatificazione, prima o poi: se la merita tutta! Certo che tutto ciò è diseducativo… Sarei in grado di farlo da sola, volendo, ma lasciare che sia qualcun altro a provvedere è molto più comodo!

Si riparte, su verso il colle, in pieno sole. Sei chilometri al colle, salita blanda, tranquilla. Poi la picchiata, si fa per dire, verso L’Escarene, lungo una discesa di una bellezza impareggiabile, una vallata ampia e luminosa, anche se i tratti in ombra dietro le curve sono insidiosi: le lastre di ghiaccio, anche qui, non mancano di certo. Peccato non potermi godere meglio il paesaggio, ma la discesa, come sempre, è il mio cruccio; faccio già anche troppa fatica a badare a dove metto le ruote. Guardo giù con preoccupazione: il fondo dell’imbuto è ancora in ombra… Chissà che freddo farà là sotto!. Ma ci dobbiamo passare, poco da fare. Sfiliamo davanti agli occhi interrogativi di alcuni abitanti di una borgata e finiamo, poco più avanti, a L’Escarene, dove inizia, finalmente, la salita al Col de Turini.

La giornata pare accompagnare: a parte il freddo, il cielo è di un blu quasi sfacciato; non si vede la minima parvenza di nuvola. I primi chilometri sono ostici, per i miei gusti: la strada sale con una lentezza esasperante. Se non altro, però, si riscaldano un po’ i muscoli induriti dalla discesa. Gli automobilisti ci danno di clacson, inferociti dal mio vizio di viaggiare in mezzo alla corsia: ma non mi sposto di un centimetro; hanno tutta la strada per loro; che passino, senza rompere troppo le scatole, possibilmente. E che cavolo, non credo proprio che siano tutti affaristi pressati dalla fretta e dagli impegni di lavoro… Certo che non esiste più la Francia di una volta! Almeno qui, dei ciclisti avevano un minimo di rispetto; ora più niente! Mi sento quindi in pieno diritto di ricambiare, con altrettanto affetto, le loro cortesie.

Dopo l’abitato di Luceram, dove mi fermo a riempire la borraccia, dovremmo svoltare a sinistra verso il Col St Roch: un cartello minaccioso piazzato a centro strada ci avverte, però, che la strada è chiusa, sprangata, fermée. E vabbuò. Mentre un gruppo di turisti caciaroni accanto a noi strepita nel tentativo di fare una foto di gruppo, Matteo estrae la carta ed ordina il dietrofront fino all’incrocio: saliremo al Turini via Peira Cava. Agli ordini. Riprendiamo la nostra lenta ascesa in mezzo ai pini marittimi, con la compagnia dei cartelli a bordo strada che ci danno, ad ogni km, la misura della distanza e del dislivello che ci separano dalla vetta. I colori cambiano man mano che si sale, sfumando dal giallo e verde intenso al bianco, al grigio della neve, dapprima un velo sottile sui prati, poi una vera e propria coltre, muri ammassati a bordo strada.

A mezza salita, posso persino permettermi di togliere i guanti, per un po’, e scattare qualche foto ai tornanti che si appoggiano l’uno sull’altro, sorretti dai muretti a secco, mentre la vegetazione marittima lascia via via spazio a quella più tipicamente montana. Gran sorpresa quando, oltre una curva, ci troviamo la strada sbarrata da un gregge di pecore: incontro insolito, in questa stagione, ma forse non da queste parti. Ci fermiamo, un po’ interdetti: io non perdo occasione per affondare le zampe nel pelo morbido e folto di uno dei cagnoni da guardia, dall’aspetto pacioso, pigro e ben poco interessato alle sorti degli ovini. Si vede, che è un dirigente: lascia che a fiaccarsi le zampe e l’ugola siano due giovani cani Border Collie o simili e si limita a fare da supervisore. Da quest’atmosfera bucolica stile Heidi ci strappa bruscamente il rimprovero di una virago travestita da pastora: in brusco francese, ci ordina di levarci da in mezzo alla strada; vista la frusta, con tanto di nodo in cima alla corsa, che la gentil donzella brandisce con tanto vigore, pensiamo bene che non sia il caso di discutere e ci spostiamo di lato: altrimenti, questa ci spiezza in due!
Non possiamo fare a meno di pensare, Matteo ed io, a quanto scrisse tempo fa, sul forum di Bicidacorsa, il nostro comune amico che oggi, peraltro, ci ha tirato un pacco clamoroso, senza alcuna valida giustificazione. Il buon Mik sogna una compagna che sia all’altezza delle sue prestazioni ciclistiche e podistiche, ossia una ragazza che sia in grado di salire in bici ben oltre i mille metri di dislivello all’ora, e che più o meno, di corsa a piedi, si avvicini ai tempi dei record olimpici sulla maratona. Posto che un essere così, nella realtà, non esiste, concordiamo che la pastora potrebbe essere un buon compromesso tra i due sport: questa qui, messa su un sentiero, i mille metri all’ora se li fuma, e mi sa che può andare avanti per chissà quante ore, altro che maratona! Immaginarsi la scena è un attimo: se Mik fosse qui oggi, leviterebbe come al solito senza gravità lungo la strada, ma, con la sua angelica bellezza, non sfuggirebbe all’attenzione della madama pastora che, armata di frusta, si lancerebbe immediatamente al suo inseguimento… E la storia, di cui censuriamo le scene intermedie per dovere di decenza, si concluderebbe, come commenta serafico Matteo, con l’eterea signora che si lecca i baffi tenendo in mano una tibia del malcapitato, completamente spolpata.

Con le lacrime agli occhi per le risate, fendiamo il gregge, mentre le pecore schizzano a destra e a manca, saltando il muretto come se nulla fosse, sconfinando giù per il dirupo, a sinistra, o su in mezzo alla pineta, a destra. Hanno un bel da fare i cani a contenere la massa entro i confini della strada! Le bestie si spostano tutte verso lo stesso punto, man mano che avanziamo, fino ad un momento critico in cui le teste premono le une contro le altre impedendo il movimento: mi torna in mente quel corso all’Università, sullo studio dei movimenti caotici, che avevo ambiziosamente tentato e prontamente abbandonato; chissà se, pensando alle pecore, avrei potuto capire qualcosa più che nulla?

Va bè, acqua passata, tirem’innanz. Si vede, che è tempo di vacanza: gli automobilisti bloccati dal gregge, anziché inveire, scattano foto, divertiti.
Qualche km ed arriviamo al punto in cui la strada che arriva dal Col St Roch, quella che avremmo dovuto imboccare da Luceram, si congiunge con la nostra: la strada in realtà non si vede, coperta da una spessa coltre di neve. Ecco spiegata la ragione della chiusura!
Ci attendono, da qui, circa sette chilometri di salita dolcissima, quasi un falsopiano, in mezzo ad una splendida pineta ed a muri di neve sollevati dagli spartineve e schiacciati sui bordi. La luce ora è quella grigia, fredda del pieno inverno; la strada in molti punti è coperta di ghiaccio. Mi sembra d’essere stata proiettata in un documentario sulle foreste canadesi! Incontriamo turisti con sci, slittini, snowboard, mezzi indubbiamente più adatti di una bici da corsa, qui, in questa stagione. Ma anche una ciclista!

Qualche foto per documentare l’epica impresa, e poi via in discesa, con somma cautela, per via del ghiaccio. E’ giunto il momento che attendevo con terrore; io speriamo che me la cavo. Matteo è sempre a fianco, vigile, consapevole della mia innata e sconfinata capacità di farmi del male. Discesa su La Bollene, interminabile, con la vana speranza che, perdendo quota, si guadagni qualche grado di temperatura. Manco per niente; in compenso, appena prima dell’abitato, sento che la bici procede in modo strano: la mia sensibilità infallibile mi fa pensare d’aver forato la ruota posteriore… Invece ho forato sì, ma davanti.
Ecco. Questo è uno dei contrattempi che mi fa salire più la rabbia, in assoluto. Ho le mani indurite dal freddo, sono infreddolita io stessa, mi inferocisco al pensiero di dovermi fermare… Ma s’ha da fare, non c’è santo che tenga. Prima ancora che possa raccapezzarmi, il mio fido compagno d’avventura prende il controllo della situazione: in un attimo, smonta la ruota, leva il copertoncino, toglie anche la camera, controlla dove si trova il foro. Con mio gran disappunto, questo copertoncino, almeno in superficie, è già un colabrodo: a ben pensarci, è logico; ha una tenuta di strada eccellente, quindi è molto morbido. Per forza che le pietruzze ci si conficcano.
Porto sempre con me qualche pezzetto di camera d’aria per tappare eventuali buchi che possano passare il copertone da parte a parte; Matteo ne usa uno per proteggere, appunto, uno dei buchi più profondi, poi rimonta il tutto e rigonfia. Io mi sento davvero una nullità a stare lì a guardare: sto proprio facendo la figura, che tanto aborro, della femminuccia che non è capace a far nulla se non ha al seguito un ometto… Però io ci avrei messo molto più tempo, già solo per far tornare il sangue nelle dita delle mani! E meno male che questa piazzola su cui ci siamo arenati è baciata da un timido raggio di sole… Riparto innervosita e mezza ibernata. Attraversiamo La Bollene, poi giù verso Lantosque. Un po’ di stradone ed ancora salita, da Saint Jean La Riviere verso Utelle: stradone ampio, niente rampe cattive. A dire il vero, pendenze proibitive, oggi, non se ne sono viste; per carità, non è che mi lamenti: va benissimo così! Basta già il freddo siberiano a creare problemi.

Dal paese, uno dei tanti, bellissimi, arroccati sulla montagna, si passa sotto una breve galleria. Mai più mi sarei aspettata quel che poi vedrò all’uscita… “Per me si va nella città dolente, per me si va nell’eterno dolore”, avrebbero dovuto scriverlo sopra l’ingresso! Dall’altra parte, l’Apocalisse: non più lo stradone ampio e liscio, ma poco più che una mulattiera, una stradina sconnessa, che l’asfalto l’ha visto forse all’epoca delle Guerre Puniche, che si tuffa con pochi tornanti giù per l’abisso, il fondo del vallone. La superficie ingombra di sassi, sfasciumi, terra, sabbia, e naturalmente ghiaccio, quello non manca mai. Mi assale il panico. E adesso come faccio io a levarmi da qui? Ancora un po’ instabile sulla bici nuova, scendo a passo d’uomo, aggrappandomi ai freni come unica via di salvezza, finendo per vedere ben più pericoli di quelli che in realtà ci sono. D’istinto, mi verrebbe da afferrare Matteo e farlo arrivare al fondo del vallone per via diretta; però, mi rendo conto, in un momento di lucidità, che non ho ragione di scaricare alcuna colpa su di lui: l’ho avuta io, la malsana idea di delegare a lui la definizione dell’itinerario… E dire che ormai doveri conoscere il rischio che deriva dal dare a Matteo carta bianca!

La stradina è sempre più sconnessa e difficile; in molti punti, l’asfalto manca del tutto. All’improvviso, sparisce lasciando il posto ad una gigantesca pozza: tocca scendere di sella e passarvi accanto, sulla ghiaia. Ormai è pomeriggio avanzato; luce, non ne resterà più per molto. Il freddo, dopo la breve parentesi della salita, è tornato cattivo, morde le mani, i piedi. Intorno a noi, il nulla più assoluto. E’ solo un’impressione irrazionale, dovuta alla lentezza con cui procediamo, ma a me sembra d’essere piombata in questo luogo desolato da un’eternità. E’ bellissimo, ma io non riesco a vederlo, tutta presa come sono dalla preoccupazione di capire dove andremo a finire, quanto impiegheremo, se riusciremo almeno a raggiungere qualche baluardo della civiltà prima che venga buio. Da una parte, mi rendo perfettamente conto che si tratta di un’angoscia immotivata, perché, in fin dei conti, mi trovo pur sempre su una strada asfaltata, e il freddo, per quanto faccia star male, non sarà certo tale da far gravi danni; alla peggio, buscherò un raffreddore. Però, la razionalità non è mai stata il mio forte e, in questo momento, fa a pugni con la paura. Mi sforzo di non far trapelare troppo il mio stato di inquietudine, perché è pur vero che Matteo è infinitamente paziente, ma prima o poi si stuferà di dover sempre fare il gregario – meccanico – psicologo – calmante della situazione e mi manderà al diavolo!
A furia di salire e scendere e ancora salire, sbuchiamo su quello che sembra un colle, oltre il quale la strada piega decisamente a destra. Qui il fondo è molto migliore, ma c’è ghiaccio. Ci sembra di dover iniziare la discesa, ma non è così: la serpentina che si vedeva, dal colletto, sull’altro versante della valle, è proprio quella che dobbiamo percorrere noi, e allora ancora su per tornanti. Il mio sconforto ora è incontrollabile… Chissà quanto dobbiamo ancora salire, chissà quando e dove finiremo. Guardo in su, scorgo solo un edificio, una specie di rifugio, in mezzo al nulla, vuoto, silenzio, ombre sempre più lunghe. Non riesco più a spiccicare una parola: chiacchierare sarebbe il modo migliore per esorcizzare la paura, ma la voce mi muore in gola e le gambe, irrigidite dal freddo, spingono i pedali con fatica. La sensazione è quella di dover andare avanti, perché qui non ci si può fermare; dove, non lo so.

A ben pensarci, è proprio assurdo: so che, non appena mi chiuderò alle spalle la porta di casa, alla fine di questa avventura, sarò felice ed orgogliosa di averla vissuta; mentre ci sono in mezzo, però, che sofferenza. Ha ragione Matteo: da queste pazzie traggo grandissima soddisfazione, ma solo alla fine!

Un miraggio: all’improvviso, un paese si materializza davanti alle nostre ruote. Incredibile, ma esisterà davvero? O è solo un’allucinazione? Un paese, illuminato dagli ultimi deboli raggi che quassù arrivano ancora. E poi, la strada che si allarga, si tuffa giù per una valle di una bellezza selvaggia; sembra incredibile, un paese in mezzo al nulla, uno stradone che porta chissà dove, comunque verso il basso, è quel che conta. Cinque o sei chilometri di discesa che ormai affronto stoicamente pur di perdere quota, stringendo i denti anche se il freddo è quasi insopportabile e rende le dita insensibili, rende difficile la frenata. Non mi par vero di giungere a fondovalle. Risaliamo, in direzione nord, qualche chilometro dello stradone che conduce da Nizza verso Isola, St Dalmas le Selvage, i noti luoghi di scorribande ciclistiche estive. Traffico e ancora traffico, una colonna ininterrotta di auto, la maggior parte sciatori che tornano dalle montagne verso il mare; però, una volta tanto, non provo fastidio, anzi. Questa volta, il caos del fondovalle, i clacson, i gas di scarico sono quasi un conforto, dopo interminabili chilometri in mezzo al deserto, reso ancor più vasto e minaccioso dalla mia inquietudine. Chiedo a Matteo se sia proprio il caso di abbandonare questa bella statale: la risposta è laconica, “Se preferisci possiamo andare fino a St Etienne”… C’è ancora una salita, ma la salita è nulla; è la discesa successiva, che mi preoccupa. Sono stanca, ho mangiato pochissimo durante il giro: questa però è stata una mia libera scelta, una sorta di esperimento di cui pago le conseguenze. Una gelatina di frutta, mentre la strada riprende a salire, blanda, dopo che abbiamo abbandonato la statale di fondovalle. Il sole è ormai sceso dietro le montagne, ma Matteo assicura che manca poco, molto poco; una decina di chilometri. Ormai sono rassegnata: non ci credo; non ho alcuna fiducia che in quel minuscolo villaggio verso cui siamo diretti, Villars sur Var, troveremo una sistemazione per la notte. Sto cercando di far accettare a me stessa, in anticipo, l’idea che ci toccherà un bel po’ di chilometri in più, fino almeno al paese successivo, Touet sur Var, se non ancora più lontano.

La salita, dolce, finisce all’abitato di Tournefort, bello e curato, ma completamente deserto: non c’è anima viva in giro, e non è ancora del tutto buio. Proseguiamo per un lungo tratto di falsopiano, poi perdiamo quota e giungiamo a Villars quand’è ormai notte. Un paesino minuscolo, deserto: nonostante l’ottimismo di Matteo, io ho la ferma certezza che qui non troveremo nulla, ma proprio nulla, e che dovremo rassegnarci a pedalare al buio ancora per un po’. In sé, non sarebbe un dramma, visto che siamo ben provvisti di luci; è il freddo che ormai non dà tregua, fa star male, nonostante il vestiario più che idoneo. Freddo, stanchezza. Abbiamo macinato fin qui, annuncia Matteo, 127 km e 3.400 m di dislivello, impiegando quasi dieci ore: vuoi per la mia lentezza cronica e per la mia difficoltà in discesa, vuoi per le innumerevoli volte in cui ci è toccato scendere di sella per via del ghiaccio, vuoi per la foratura. Insomma, è evidente; in queste condizioni, distanza e dislivello costituiscono solo una parte, direi una piccola parte, delle difficoltà.

In questo buco di posto non può esserci nulla. Quasi mi verrebbe da dire, lasciamo perdere, mettiamo su le luci, non sprechiamo altro tempo, rassegnamoci a marciare ancora una ventina di km ed arriveremo a Puget, che, se non altro, è una cittadina degna di questo nome. Lì troveremo qualcosa. Ma Matteo mi precede; sulla piazza centrale, punta diretto verso un bar, dove ottiene l’indicazione per una struttura turistica qui a due passi, un “Gite”. Lì, dietro la chiesa, oltre una breve scalinata. Il mio fido gregario ci si fionda: chissà da dove gli deriva tutta questa fiducia. Va bè che, per lui, l’idea di fare fiasco e rimettersi in marcia non costituirebbe il benché minimo problema. Seguo di malavoglia: quasi non credo alle mie orecchie quando afferro che sì, c’è posto per noi. Non mi pare vero. Me lo devo far ripetere una volta, prima di tirare un sospirone di sollievo. E’ davvero finita…

Quando entriamo nel piccolo appartamento, a seguito della padrona di casa, l’orologio alla parete segna le sei meno dieci. Eravamo in viaggio dalle otto meno un quarto della mattina. Lascio, come al solito, che sia Matteo ad informarsi di tutto: io punto, come un automa, il calorifero e mi ci incollo. Eppure, per quanto incredibile possa essere, la fortuna stasera ha deciso di essere dalla nostra parte: non solo abbiamo trovato una sistemazione per la notte in un piccolo alloggio a prezzo stracciato, no; eravamo convinti di dover saltare cena o quasi, quando la signora ci informa che il negozietto sulla piazza, a due passi da qui, apre alle sei e mezza, sì, proprio tra mezz’ora. Un orario del tutto inconcepibile per le nostre abitudini, che casca letteralmente a fagiolo. Dopo la doccia, ci fiondiamo al minimarket: c’è poca roba, ma noi non abbiamo grandi esigenze; una confezione di Camembert ed una di altro formaggio altrettanto grasso ed appetitoso, da tre etti l’una; due pagnottone della consistenza di mattonelle di cemento; un dolce dall’aspetto mostruosamente calorico, un po’ di yogurt, un succo di frutta. La nostra cena e la nostra colazione.

Ci mettiamo a tavola, rinfrancati; man mano che mi si riempe il pancino, anche il morale si riprende. Trovo però sollievo dal freddo solo dopo aver fatto scaldare un pentolino d’acqua di rubinetto ed averlo bevuto a temperatura al limite dell’ustione: certo, una tisana sarebbe stata più gustosa, ma non ne abbiamo.

Ecco, l’unico vantaggio del pedalare d’inverno è questo: le notti sono tanto tanto lunghe; prima della sveglia, abbiamo quasi dieci ore per dormire. E, per quanto mi riguarda, non saranno troppe!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!