3 e 4 gennaio 2009 – Col de Turini e dintorni – II giorno

Alle sei e mezza, quando la sveglia ci riporta alla cruda e soprattutto gelida realtà, è ancora buio pesto. Nonostante le abbondanti libagioni di ieri sera, il mio primo pensiero va alla colazione: una fame da lupi! Restano da spazzolare la torta, due yogurt, il formaggio. Forse la mia è più un’esigenza psicologica che non reale: pochi bocconi di panino al formaggio mi saziano già, sul momento… Ma devo convincermi di essere una discarica e buttar giù più sostanza possibile, perché so che, tra freddo e fatica, ben presto avrò dinuovo fame.
Con i preparativi la tiriamo un po’ per le lunghe, in attesa di poter partire con un po’ di luce. Dalla finestra si vede, dapprima, solo la sagoma nera delle montagne contro il cielo appena più chiaro; poi, pian piano, i dettagli: il pendio della montagna, terrazzato per fare spazio ad un misero orticello, tutto bianco di brina. Trovo il coraggio per aprire l’imposta e fare un paio di foto: la temperatura è siberiana… Non è che potessi attendermi nulla di diverso, del resto. E non posso farci nulla: tocca partire, a meno di volere svernare qui per un paio di mesi!

Faccio scaldare dell’acqua sul fornello per metterla nelle borracce: in realtà, non ha molto senso, visto che né Matteo né io abbiamo alcuna borraccia termica. Infatti, meno di mezz’ora dopo la partenza, nell’acqua galleggeranno già frammenti di ghiaccio.

Sulla carta, oggi ci attende, rispetto a ieri, più o meno la stessa distanza, con meno dislivello; quindi, dovremmo fare più in fretta. Sulla carta. Io però ho smesso da tempo di credere a queste promesse da marinaio del mio collega: lui ragiona su se stesso; da solo, impiegherebbe un’infinità di tempo in meno, rispetto a me; io invece combatto con mille difficoltà. Non sono capace di andare in bici, l’ho sempre detto; qualsiasi cosa mi crea problemi. Matteo si preoccupa all’idea che oggi si rientri troppo presto alla base e che, per questo, io mi possa arrabbiare. E’ vero, effettivamente, in condizioni normali, mi secca molto dover fermare i pedali quando sarebbe ancora umanamente possibile percorrere un po’ di strada e dislivello in più; ma queste non sono condizioni normali, questa è una situazione disperata! E, pur avendo voglia di pedalare, anzi, pur sentendone la necessità, sono combattutissima. Nello stesso momento, spero di arrivare presto all’auto, spero di arrivarci il più tardi possibile; in ogni caso, quando ci arriverò, sarò troppo intirizzita e sfinita per essere dispiaciuta.

Il peggio che possa capitare, in una gelida mattina di gennaio alle otto, è dover partire in discesa. Poco più di due chilometri, ma dev’essere più o meno come infilarsi degli spilli sotto le unghie. Arrivo giù, alla strada di fondovalle, quasi senza fiato, e mi lancio lungo lo stradone con tutto l’impeto che posso metterci, solo per riscaldarmi. Anche oggi, la pianura non mi riesce antipatica, affatto. Ne abbiamo circa 16 km, accompagnati dal traffico in senso inverso rispetto a ieri sera: già, perché ieri sera gli sciatori tornavano verso mare, mentre stamattina vanno verso monte.

E pensare che, per oggi, Matteo aveva programmato un itinerario che ci avrebbe condotti per ben due volte a quota 1.600 metri… Sarebbe stato da pazzi, anzi, proprio impossibile. Se davvero fossimo saliti al Col de la Cuillole, probabilmente poi io non sarei stata in grado di scendere; insomma, ne sarebbe venuto fuori un bel guaio. Meno male che, tra tutti e due, siamo stati illuminati da un barlume di buonsenso: anzi, per quanto mi riguarda, più che di buonsenso s’è trattato di paura. So bene di non essere così stoica né così coraggiosa; so bene che, alla minima difficoltà, posso non essere più in grado di proseguire. Ho i nervi di pastafrolla, quando qualcosa va storto. Insomma, oggi resteremo più verso sud, sperando in una temperatura appena appena meno spietata di ieri.

Passano i chilometri, arriviamo prima a Touet sur Var, poi a Puget-Théniers: qui abbandoniamo il fondovalle, attraversiamo un ponte ed iniziamo la prima salita della giornata, verso il Col St Raphael. Otto chilometri di salita sempre in ombra, mentre di là, dal versante opposto della valle, la montagna è già illuminata. Pazienza; in salita più o meno ci scaldiamo; l’importante sarà avere un po’ di sole nella discesa, ammesso che quella che ci attende dopo il colle sia una discesa. A giudicare da quel che abbiamo visto sulla carta, si tratterà probabilmente di un lungo, lunghissimo tratto a mezza costa, su e giù. Così sarà, infatti. Perlomeno, questa volta la carta indica la strada in bianco, ma con linea continua: non dovrebbe trattarsi di un tratto infernale come quello che abbiamo percorso ieri dopo Utelle, che, ho scoperto solo alla sera, era segnalato con i trattini rossi!

All’attacco della salita, incontriamo un mezzo spartineve: cominciamo bene… Il freddo è pungente; Matteo mette già in azione le ganasce: probabilmente, quelli delle mascelle sono i più allenati tra i suoi muscoli, pure allenatissimi in generale. Pare di potersi aspettare, dopo ogni curva, un po’ di sole… Ma ogni volta si tratta di un’impressione, un miraggio, un’illusione. I raggi si concedono solo per pochi metri.

Al colle, imbocchiamo la strada sulla sinistra: proprio come previsto, si tratta di un’interminabile percorso a saliscendi. Interminabile, davvero. Forse anche perché, poco dopo il bivio, incappo in un’altra foratura. Anche questa volta, Matteo interviene a limitare i danni, cambiando la camera d’aria in pochi minuti; io però fumo dalle orecchie per il nervoso e comincio a nutrire seri dubbi sull’opportunità di montare questi copertoncini. E’ vero, sono eccezionali quanto a tenuta di strada, ma è evidente che non sono abbastanza robusti per il tipo di percorsi in cui mi lancio di solito. Qui la strada è più o meno integra, ma sporca di ghiaietto e sassolini, come del resto tutte le strade secondarie, in questa stagione. Non posso mica mettere in preventivo una foratura al giorno! E poi è proprio il luogo ed il momento peggiore per essere costretti ad una sosta forzata; fa un freddo da battere i denti, nonostante il sole che qui, finalmente, ci illumina.

Riparto, contrariata ed innervosita; siamo in marcia da poco e già abbiamo avuto un contrattempo… Questa strada non contribuisce affatto a mettermi di buon umore, anzi. Probabilmente, tra un paio di mesi, la potrei apprezzare; saprei godere della solitudine e del bellissimo panorama. Ma oggi proprio non va; questo luogo dimenticato dal mondo mi mette addosso un senso di inquietudine, una voglia, insolita ma irrefrenabile, di arrivare in qualche luogo più caotico, in qualche modo più caldo. Anche il peggiore dei misantropi sente, ogni tanto, il desiderio di trovarsi in mezzo alla folla. Di tanto in tanto, attraversiamo qualche minuscolo paese, Rourel, Toudon, Revest les Roches, ma poi ritornano deserto e ghiaccio sulla strada, da attraversare con la bici per mano. Ghiaccio nelle curve, nei tratti in ombra, ma anche in pieno sole, anche quando si vede il mare così vicino e quindi dovrebbe far più caldo… Ma non è così, non oggi.

Devo essere proprio pesante, come compagna di viaggio: musona come non mai, d’umore mutevole come una banderuola, anche se cerco, nel limite del possibile, di tacere e tenere tutto per me. Finirà, questa strada, prima o poi! Infatti, sì, finisce, dopo almeno una trentina di km, scendendo giù a fondovalle. Ora ci attendono tre brevi salite prima del Col de Braus, che concluderà la giornata riportandoci a Sospel. La prima sale verso La Roquette ed è in pieno sole, tanto che mi tocca fermarmi a levare una delle due giacche: la temperatura sale di pari passo con il mio morale. Ora sì che mi sento bene: le gambe potrebbero girare fino a sfinimento. Riprendo anche un po’ la favella, altrimenti poi Matteo penserà che un pelouche gli avrebbe fatto più compagnia, creandogli per giunta meno fastidi! Sono davvero inspiegabili i corsi e ricorsi della mente: se mettessi in un grafico l’andamento del mio umore in relazione al tempo, ne otterrei una funzione simile a quella del seno o del coseno. Anzi, meglio, quella della tangente: tendente ad infinito, nel bene e nel male…

Discesa a Levens, tutto sommato breve e tollerabile. Altra salitella, poco più di 400 metri di dislivello, a Chateauneuf Ville Vieille, e comincia il toto-orario di arrivo: Matteo promette, le quattro-quattro e mezza; io ci aggiungo due ore e mi regolo su quello. Ultimo salto prima del Col de Braus, quello che da Contes ci porta verso L’Escarene. Ci arrivo già intirizzita: il sole ormai ha perso quel poco di vigore conquistato a metà giornata; non vedo l’ora che la pendenza mi permetta di riscaldarmi un po’. Esorto Matteo a godersi almeno questa salita: poverello, mi è stato fedelmente al fianco per tutta la giornata di ieri, sia in salita che in discesa, ed anche oggi… Soffro io per lui, a vederlo mordere il freno, anche se la sua presenza per me è preziosissima.

Avevo la sensazione che la salita al Braus fosse ben più lunga, ricordandomi questo stesso tratto percorso ieri in discesa: ma, come al solito, è la mia antipatia per le discese, che dilata le distanze a dismisura. Si tratta, in realtà, di una decina di chilometri di salita, che diventa un po’ più seria dopo Touet de l’Escarene. E’ da lì, a sei chilometri dalla cima, che Matteo, dopo aver fatto l’ultimo pieno alimentare – anche se è difficile definire i momenti in cui mangia: è un aspiratore in continuo! – parte a tutta verso la cima. Lo seguo allontanarsi con lo sguardo, mentre io, al contrario, avverto le conseguenze della fame. Anche oggi, ho cercato di costringermi a limitare gli introiti, ingurgitando un paio di barrette ed un paio di gelatine di frutta, più un provvidenziale pezzo di panettone ed un po’ di frutta secca rubati alla scorta di Matteo; complici alcune rampe più serie, sento di essere in difficoltà. Mi conforta il fatto che, davvero, è quasi finita: mi distraggo guardando il bellissimo panorama con i colori del tramonto e scattando fotografie ai morbidi tornanti sopra la mia testa. Mangiare ora, a fine giro, sarebbe inutile; tantovale portare avanti l’esperimento fino in cima.

A due km dalla vetta, ricompare Matteo, che è già di ritorno dalla cima. Io ormai arranco, le gambe molli e refrattarie alla fatica. Mi preoccupano i dodici km di discesa fino a Sospel: qui, su questo versante della montagna, c’è ancora un po’ di luce, ma, oltrepassato il colle, sarà ombra, nient’altro. Scatto un paio di foto ed indosso tutto quel che ho: coraggio, mezz’oretta e sarà finita. Giù, tornante dopo tornante, cerco avidamente i cartelli bianchi e gialli a bordo strada che indicano lo scorrere dei chilometri. Vorrei riuscire a fare una tirata unica, ma a metà strada mi tocca fermarmi per riscaldare le dita, ormai inservibili sui freni. Ecco, una cosa che ho imparato leggendo i racconti di vicende alpinistiche: battere le mani l’una contro l’altra, pare un’ovvietà ma io non ci avevo mai pensato. Aprire e chiudere le dita non sortisce lo stesso effetto. Qualche istante di puro dolore quando il sangue torna a scorrere fino ai polpastrelli, poi ancora giù, quattro km, tre, due, uno, eccoci a Sospel. Gli ultimi cinquecento metri per raggiungere il parcheggio sono un vero supplizio: quasi tuffo la bici nel bagagliaio e mi rinchiudo in auto, seguita poco dopo da Matteo.

Due giorni splendidi, non lo posso negare, sia per il viaggio che per la compagnia. Però, qualcuno mi ricordi che, per i prossimi due mesi almeno, idee del genere non me le devo più far venire in mente!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!