3 febbraio 2009 – Escursione serale al Colletto del Forno

Scarponi da montagna, ghette in prestito da Mik che sempre vede e provvede, bastoncini, zaino in spalla, luce frontale e via: ormai è sempre lo stesso, piacevolissimo rito che si va consolidando, nonostante le sferzate del maltempo ed i rigori della temperatura invernale, da inverno vero, cattivo, come non ricordo d’aver vissuto. Un’altra sera coperta di stelle ci accoglie per un’altra delle nostre scorribande notturne su sentiero: oggi tocca, almeno secondo i piani, al Colletto del Forno, itinerario con partenza dall’abitato di Pontepietra, nei pressi di Giaveno. Mik ha una fantasia inesauribile, che gli nasce anche dall’esperienza di amante della mountain bike: a me, che in bici non mi schiodo dall’asfalto, questo bagaglio culturale e cartografico manca del tutto.
I primi km sono su asfalto, ideale per fare un po’ di riscaldamento e tenere il naso all’insù senza troppo rischio di inciampare. Attraversiamo borgate già assopite, pochi francobolli di luce alle finestre, qualche guardiano a quattro zampe che segnala, svogliato, il nostro passaggio. I tornanti secchi ci fanno mettere in saccoccia un bel po’ di dislivello: mi vien voglia, come sempre, di avere i pedali. Più in là, le suole calpestano una salita tranquilla, per nulla minacciosa, in mezzo al bosco, a qualche avamposto di presenza umana, alla neve: sfruttiamo però le provvidenziali tracce lasciate da un veicolo che, chissà come, s’è arrampicato fin quassù. La pendenza non è mai preoccupante, anzi; par di fare una lunga passeggiata a quota quasi costante, anche se è evidente che un po’ continuiamo a salire. Sulla destra, le luci scintillanti della bassa Valle di Susa, le montagne innevate che si distinguono nette, nero in basso e grigio della neve, contro il cielo, le luci di qualche pista da sci.

Raggiungiamo una borgata dove, a suon di fragorosi abbai, ci accoglie un buon numero di cani: come al solito, spero che il padrone di casa, spaventato, non pensi bene di uscire armato di carabina… Siamo matti, ma inoffensivi.
Poco oltre, un’altra abitazione, questa però senza dubbio deserta. Poi più nulla: solo il sentiero. E’ buio, ma il riverbero della neve, riflesso di luce che arriva chissà da dove – dal fondovalle, dalle stelle? – rende superflue le luci frontali. Il bosco, i rami, i tronchi, formano figure a tratti minacciose, che sembra quasi di veder muovere all’improvviso, ma che tornano immobili non appena le si fissa di fronte. E fruscii di chissà quale animale. Seguiamo ancora le tracce del veicolo, mentre di fronte a noi, oltre ogni accenno di curva, si aprono pendii innevati, visibili distintamente, grigi nel chiarore della notte, belli da togliere il fiato. Fino ad una casermetta: le rotaie si arrestano qui. D’ora in poi, tocca invece camminare nella neve alta, seguendo la traccia di una strada che si vede salire dolce verso destra e poi sparire dietro una curva. Confesso che non ne sono per niente felice, anche se sapevo bene che questo sarebbe stato, presto o tardi, il mio destino. Benché abbia ormai sviluppato una sorta di abitudine, camminare nella neve così alta è per me una sensazione sgradevole, un’intensa fatica che non dà risultato, in incedere lentissimo, affannato, un continuo cambio di ritmo, una sofferenza per i muscoli delle gambe, costretti ad un movimento innaturale e sempre tesi a parare una caduta, a fermare gli scarponi che sprofondano. Anche qui la superiorità di Mik è netta: avanza agile, lui, senza peso; io mi sforzo di sfruttare l’impronta dei suoi scarponi, ma, nella stessa impronta, affondo ben più di quanto non sia successo a lui. Eppure il mio peso non può essere tanto diverso dal suo… Diciamo che per lui il peso è distribuito su un metro e novanta e fischia, mentre per me resta tutto concentrato in un metro e un tappo, come uno di quei pesantissimi fermacarte da tavolo. Però insomma, non è giusto, la fisica è sempre contro di me! Che iattura!

Arriva la fatica cattiva, se ne va il buon umore. So benissimo di non correre il benché minimo pericolo, so che, alla peggio, basta tornare indietro, ma non riesco a soffocare, in questi momenti, il mio senso di inadeguatezza alla situazione, che mi mette paura. Penso alla neve così alta qui, chissà quanto alta più avanti, chissà se e come ce la faccio… Non ho altro riferimento che le ghette di Mik: se non tengo gli occhi più che incollati alla neve, immediatamente mi inciampo e precipito a pelle di leone. L’importante è che non si allontanino… Altra sensazione assurda; dubito che Mik decida di abbandonarmi qui; non foss’altro che ho io le chiavi dell’auto! Nel buio, nel silenzio, sentiamo solo il rumore ritmico dei passi e del respiro. Che cosa assurda, patire questa inquietudine, eppure aver sempre più voglia di buttarcisi in mezzo.

Raggiungiamo un bivio, una tavola segnaletica: siamo dubbiosi, ma tentiamo la via a sinistra, che sembra a tutti gli effetti una strada migliore dell’alternativa a destra. Neve sempre alta, ancor di più se possibile; orme piccole e e tonde che segnano la traccia di una corsa forsennata, a zigzag, dal bosco al sentiero e slalom tra i tronchi degli alberi caduti a terra. Dal buio, sulla sinistra, spuntano i tetti di alcune piccole case; ci troviamo su una sella, un colle, di fronte ad un’altra cartina dei sentieri. Piccolo, irrilevante particolare: questa cartina non ci dice dove siamo! La scrutiamo entrambi nei minimi particolari, ma niente, nessuna traccia di un “voi siete qui”. Così non abbiamo la certezza di essere sulla buona strada o no, anche se Mik, il navigatore, propende per il no. Pochi minuti di consulto, in cui il gelo e l’aria freddissima che soffia quassù si impadroniscono di ogni mio singolo ossicino: poi via, un breve tratto a ritroso fino al primo bivio, stavolta tentiamo a destra. Con mio gran dispetto, anche qui neve alta: c’era da aspettarselo, ovvio. Via in mezzo ai pini; dovrebbe attenderci un lungo traverso in quota. Ma…

Non appena il bosco si dirada, lasciando spazio al pendio sopra le nostre teste, ci troviamo di fronte ad un cumulo di neve. Nasi in su, non ci vuole molto a capire cosa sia successo: questa è una piccola valanga; se ne vedono ancora i segni, la spaccatura, proprio su sul pendio. Uno strato di neve, forse una decina di centimetri, per quel poco che i miei occhi miopi e la luce fioca permettono di capire, scivolato giù come un foglio di carta ed accartocciato sulla nostra strada. Guardando oltre, se ne vede un’altra. Soprattutto, si vede che la strada passa sotto ad un lungo tratto di pendio così esposto, fino ad una curva, e chissà dopo. Dubbio amletico… Che si fa? Una volta tanto, non mi sento così intimorita dalla situazione; mi sembra che la slavina sia piccola e, per quel che ne so, è improbabile che le slavine cadano di notte. Anche se qualche dubbio ce l’ho: è vero che è notte e fa molto freddo, ma l’acqua stenta a gelare stasera; se siamo intorno allo zero, è proprio per poco. Quasi quasi, sarei dell’idea di provare almeno a superare un pezzetto della mini valanga: ma Mik, che c’è già salito sopra, è risoluto nel decidere la retromarcia. Mi dirà, poi, perché ha avuto l’impressione, naturalmente nella fantasia, di vedere una mano spuntare da sotto la neve… Non so se una slavina del genere possa essere pericolosa, non so se sia stata prudenza eccessiva, fatto sta che, dopo aver messo una decina di metri tra me ed il cumulo, già mi sento meglio, più leggera. Apprenderò della saggezza della decisione domani mattina, quando mia sorella, montanara di più lunga data, mi farà il cazziatone per aver anche solo pensato di procedere. Pazienza, rinunciamo all’anello, torniamo sui nostri passi. E l’euforia mi scoppia in petto, anche se, da fuori, mantengo un contegno il più possibile rigoroso: niente di più gaudioso, in queste situazioni, che imboccare la via del ritorno lungo una strada che conosco già. Non si può dire, proprio no, che io abbia l’indole dell’esploratore: tutto quel che è nuovo mi preoccupa; mi ci butto solo se ho il conforto di una compagnia che metta buonsenso e cervello per entrambi. Zampetto nella neve con allegria; anzi, mi pare quasi di affondare meno… Allora è vero, mi sento leggera leggera, ma è proprio così! In un lampo, siamo al bivio; un altro lampo e riecco la casermetta, di cui noto solo adesso la dotazione di pannelli solari. Riecco le luci del fondovalle e le piste da sci illuminate sull’altro versante, le stelle e le scie grigie degli aerei. Chissà se, da lassù, qualcuno ci immagina qui.

La via del ritorno è lunga, perché la strada ha pendenza quasi sempre dolcissima; a perdere quota s’impiega un’eternità… Ma è tempo ben speso a pianificare i prossimi piani d’attacco, a piedi e in bici, curando anche di non pattinare troppo sulle lastre di ghiaccio.
I cani della borgata, questa volta, ci percepiscono con buon ritardo e non si scomodano più per avvicinarci; procediamo spediti, seguendo ancora le tracce del fuoristrada, fino a riguadagnare l’asfalto, i tornanti, le luci dei lampioni, il fumo dei comignoli. Ed infine la frazione dove ritroviamo l’auto: anche qui, dorme quasi tutto; solo il torrente Sangone schiaffeggia fragoroso le rocce del suo letto, schizzando poi via a fondovalle.

Mik consulta la sua base spaziale da polso; ne sono usciti sedici km, più o meno. Non male, affatto: se non fosse che, per slacciare gli scarponi, mi tocca ricorrere ad un prestito di dita: le mie sono gonfie e gelide! In compenso, però, il cervello, o meglio, la zona di esso che controlla l’appetito, funziona alla grande e mi fa ricordare che, dietro al sedile, dovrei ancora trovare un paio di sacchettini del biscottificio di Ceresole d’Alba: infatti… Baci di dama con lo zabaione. Non par vero: in fondo ce lo meritiamo, e poi dobbiamo pur reintegrare le scorte. No?

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!