3 gennaio 2010 – A spasso sui monti di Arenzano

“Meno sette?”. No, non è possibile; quel termometro lì è ciucco… Uno dei tanti pannelli luminosi lungo l’autostrada, più o meno all’altezza di Marene. Secondo la Opel, la temperatura è negativa, sì, ma di poco. Del resto, il cielo è limpidissimo, un affollamento di stelle all’ora di punta, e l’aria idem; si vedono le luci a grande distanza. Matteo è taciturno stamattina, caso più unico che raro. Sopporta con malcelata insofferenza il mio vizio di passare convulsamente da una stazione radio all’altra: il problema è che io ho bisogno che qualcuno, o qualcosa, mi tenga sveglia; altrimenti, mi addormento sul volante.
La prima luce del mattino ci accoglie già prima di Savona: “In una giornata così, può darsi che si veda la Corsica”, sentenzia Matteo. Tappa in autogrill appena prima di uscire al casello di Arenzano: son quasi le otto, ormai è chiaro; una lingua di nuvole si avvicina dal mare; nuvole rosse come il fuoco, la stessa luce che infiamma la superficie dell’acqua, la costa, le montagne. Quando esco, Matteo mi trascina a guardare il mare: io resto sbigottita dai colori, ma lui, che è uomo pragmatico e geografo, mi mostra una sagoma che emerge dall’acqua. Sembra vicinissima, a pochi km dalla costa: ecco, aveva ragione; quella non può essere altro che la Corsica. Vedo così quest’isola per la prima volta: tempo fa, s’era pensato di andarci, portando la bici…. Ma poi non se n’è fatto nulla; almeno, non per me che, quando viaggio, preferisco poggiare il prezioso posteriore sul sedile dell’auto. Detesto dipendere da mezzi che non posso guidare io!

Parcheggiamo a Lerca, la Opel accanto al furgone di Matteo, che è qui da ieri. Già: il tapino, sfumati i due giorni da trascorrere in Costa Azzurra per colpa del mio incidente, ieri mattina è partito da casa mia, ha portato il furgone qui con sopra la bici ed è tornato a casa, sempre la mia, in bici. Giusto quei centotrenta km per gradire, con quel vento da uragano che soffiava in collina ed in pianura, una faticaccia improba. Dio fa gli asini e poi li accoppia, disse un giorno qualcuno…

Il freddo si fa sentire, anche se siamo al mare. Il pieno sole inganna, ma la pozza al centro dello spiazzo è gelata. Ben imbottiti, ci avviamo di buon passo lungo la strada principale del paese: il primo incontro della giornata è un cagnetto ispido, col pelo a ciuffi dritti, marrone, ed occhi e tartufo dello stesso colore. Lo prendo un po’ in giro, s’offende, abbaia indignato. E poi un micio, nero, pasciuto, impassibile sullo zerbino davanti all’ingresso di casa. Un saggio: vive e lascia vivere. Risaliamo tra giardini, siepi e piante rampicanti sui reticoli; il sole si alza, ma un sottile strato di nuvole è già arrivato a velarne il calore. Nuvole alte, uno strato sottile, che non toglie nulla alla limpidezza dell’aria: non appena gli ostacoli lasciano spazio alla vista, si distinguono nitidi particolari lontanissimi. L’asfalto ci accompagna per un breve tratto, tra case nascoste da alberi e siepi, che si intuiscono solo dalle cancellate d’ingresso. Ci assale un ferocissimo cagnetto, di quelli piccoli e pelosi che somigliano ad uno strofinaccio da pavimento. La padrona, sconsolata: “Ho anche un dobermann, ma non è feroce come questo…”.

Il passo un po’ fiacco, e certo il panorama qui non incoraggia: attraversiamo l’orrendo cantiere, un po’ più abominevole ogni volta che passo di qui. Un insulto alla montagna, al buon gusto, a qualsiasi minimo senso estetico. Attendo di vedere, la prossima volta, lo scempio completo di colori da pugno nello stomaco. A Matteo, più pragmatico, non sfugge la carcassa di una gru, divelta forse dal vento dei giorni scorsi. Poi, finalmente, ci lasciamo alle spalle la mostruosità ed imbocchiamo un sentiero. Una bella salita, lunga ed impegnativa, almeno per il mio stato di oggi, un po’ larvale. E’ pur vero che son passate meno di quarantott’ore dal mio volo parabolico prima sul cofano di un’auto e poi a terra… Ma non credo sia una buona scusa. Povero Matteo: dopo avergli fatto saltare i due giorni di vacanza in terra francese, ora lo costringo anche a far la muta, silente balia ad un rottame ambulante.
Un breve tratto di discesa ci porta nel paesino di Sciarborasca, accolti dai cani che girano liberi anche fuori dai cortili delle loro case e da un intenso profumo di pane che sfugge ai vetri appannati della panetteria. Della fatica per ora non ci accorgiamo, intenti a disquisire sulle teorie di alimentazione nell’ultramaratona, scovate in un libro che entrambi abbiamo letto recentemente. Teorie che, com’è ovvio, respingiamo entrambi con fermezza: sostengono che, in una corsa da 100 km, sia opportuno evitare di ingurgitare cibi solidi, per non sottrarre sangue ai muscoli… Ma per favore! Poi la pendenza s’impenna e ci mette a tacere; abbandoniamo un’altra volta l’asfalto per inerpicarci su un ripido sentiero.

Il bosco, i pini si fanno sempre più radi, poi in fretta scompaiono. Davanti agli occhi la parte alta della valle, pelata come una zucca. Niente alberi, solo erba e qualche minuscolo nevaietto. “E’ spoglio così per sua natura, questo posto, o è opera degli incendi?”. No, probabilmente è solo il vento. Ho solo i guantini da bici, salgo con le dita scoperte che, passo dopo passo, sono sempre più gelide ed insensibili. Che imbecille… E dire che li ho lasciati a casa volontariamente, i guanti lunghi! Proprio non pensavo potessero servire. Invece servono, eccome: mi trovo sul sentiero a schivare i rivoli d’acqua ghiacciati; ogni cascatella è oggi una custodia di ghiaccio per i fili d’erba. Il terreno crepita, gelato anch’esso, sotto le scarpe. Guardando il mare, la Corsica si vede ancora, nitida: anzi, le isole che si vedono son due; nella mia somma ignoranza, non saprei dare nome alla seconda. Mi soccorre Matteo: si tratta probabilmente di Capraia. Ok, Capraia, venduto.

Un salto di roccia nasconde una stalattite anomala: è storta, formata nel senso del vento, sembra la fotografia di un nastro di stoffa steso ad asciugare ed agitato da una corrente d’aria. Non posso farmi mancare una foto: ne approfitto anche per attingere alla busta di frutta secca, e naturalmente per condividerla con il compare, che sempre esige congruo tributo su qualsiasi genere alimentare che ci si porti dietro. Poi riprende la salita: ma il cielo ormai è vicino; a meno di sorprese, oltre la spalla d’erba, poco sopra di noi, la prima salita dovrebbe essere conclusa. Infatti, spunta una casermetta in pietra, con tanto di rudimentale recinto in legno; forse comincio a raccapezzarmi… A furia di passare e ripassare di qui, ho imparato che questa è l’Alta Via dei Monti Liguri. C’è gente a passeggio, in una giornata così rigida; “Si arriva in auto a Prariondo”, osserva Matteo: ah… Ecco il perché.
Lo sterrato dell’Alta Via è tutto una lastra di ghiaccio, che quasi ci si potrebbe pattinare. Anche da quassù, splendida vista sul mare, sulle isole, sulla costa ed i monti imbiancati verso La Spezia, ma le mani sono gelate e fanno male da piangere. Provo a scuoterle, a batterle, a strofinarle, come si legge nei libri di alpinismo; rifiuto però ostinatamente l’offerta dei guanti del mio compare. Non sia mai… Matteo s’improvvisa chirurgo, tenta di risistemare alla bell’e meglio il cerottone che si è staccato dal mio mento: niente da fare, non tiene più. Pace: vorrà dire che, da questo momento, offrirò a chi m’incontra l’inquietante spettacolo dei miei tre punti ben in vista. Un lavoretto di punto croce niente male.
Un po’ di slalom tra le pozze ghiacciate, in un ambiente che sembra irreale, immobile. Passo Prato Ferretto: indugiamo un istante, poi il capo spedizione ordina di andar giù, dritto, lungo un sentiero che inizia con alcuni gradini di terra trattenuta da assi di legno. Scendo più malferma che mai, con la paura di scivolare sul ghiaccio che si aggiunge a quella di inciampare, e le mani gelide ed insensibili che fanno poca presa sui bastoncini. Picchio le punte sulle pozze solidificate: resta appena un segno, come quello che lascia la pallottola sui vetri antiproiettile. Dev’essere parecchio sotto zero la temperatura, oggi…

Raggiungiamo una fontana, Fonte Spinsu: un solo zampillo d’acqua e, tutt’intorno, ghiaccio in forme arrotondate, simili a bolle che scintillano alla fioca luce del sole; fili d’erba e rami paralizzati nella loro prigione di cristallo. “Risaliamo subito di qua”, ordina Matteo, indicando un sentiero sulla sinistra. Agli ordini. Però, non è possibile che il clima ordinario, da queste parti, sia quello che ci accoglie oggi. Tutto qui intorno è verde, sa di caldo; ci sono persino i fiori. Le temperature siberiane degli ultimi giorni devono essere per forza un’eccezione.

La nostra meta, adesso, è il Monte Argentea. Nome che io ho sempre pensato si pronunciasse con l’accento sulla prima e: invece, a giudicare da ciò che dicono gli autoctoni, si pronuncia “Argentéa”. Chissà perché, da cosa deriva? Segue un lunghissimo sentiero in falsopiano, che attraversa numerose lingue di pietraia. Orrenda, per me, la pietraia; uno dei tanti terreni su cui mi sento più che mai precaria e malferma. Tendo ad avanzare a tre, quattro zampe; non mi fido delle pietre che illudono con sicuro appoggio e poi si muovono malandrine sotto il piede. A volte mi chiedo, davvero, che c’entro io con la montagna, io che non ho alcun equilibrio ed ho terrore di tutto, anche della mia ombra. Matteo, paziente, di tanto in tanto si gira ed aspetta.
Raggiungiamo una radura, in un momento in cui il sole fa sentire più forte la sua confortevole presenza. Monte Argentea, o.15 h, recita un cartello: lo seguo. Sgranocchiando cioccolato bianco con mandorle e miele, si arriva ad un rifugio, una costruzione in pietra dall’aspetto modernissimo, con tanto di pannelli solari e webcam. Davanti a noi, una punta tozza: seguiamo il sentiero, aggiriamo la vetta, fino ad arrivare a metterle le suole in testa: Matteo molto prima di me, che sul sentiero appena un po’ più stretto incespico e rallento ancor di più. Vista spettacolare, da quassù, sia su Savona che su Genova; disteranno almeno trenta km, credo, ma sembrano vicinissime. Si vede persino l’isolotto di Bergeggi!
Un attimo di pausa alimentare per Matteo, di fotografia irriverente per me: prendo la buccia di banana e rifaccio il look alla madonnina di vetta, che assume così un aspetto decisamente hippy. Il tempo di una foto e rimuovo la creazione… Sarebbe forte la tentazione di lasciarla lì, ad esprimere disprezzo verso chi si sente per forza in dovere di piazzare croci e madonne in cima ad ogni montagna; però, osserva giustamente Matteo, non servirebbe: la prima folata di vento porterebbe via la buccia.

Scendiamo lungo un sentierino prima ripido, poi via via più comodo: itinerario che ci proietta in un attimo dalla luminosa vista sul mare ad un vallone scuro, tetro, dove colori dominanti sono il marrone ed il nero. Un sentiero che sembra non avere fine, che corre tra rocce aguzze, quasi lame precipitate dal cielo e conficcate nel terreno, e muretti a secco costruiti proprio a reggere il passaggio. Scende dolcemente, poi spiana, scende ancora; camminiamo e camminiamo, ma non ne vediamo la fine. Dall’Argentea si vedeva la Gava, ed è lì che dobbiamo andare a finire; la nostra marcia sembra però interminabile. Oggi poi io sono più goffa ed impacciata del solito, se possibile; il buon Matteo zampetta di sasso in sasso, io devo misurare ogni appoggio, puntare i bastoncini e sperare che l’appiglio tenga. Non sarei in grado di camminare in montagna senza il prezioso sostegno dei bastoncini. Non è proprio come avere due gambe in più, ma quasi. Anche qui, ghiaccio e pietra scivolosa; dietro ogni costone, ancora sentiero, ancora un altro costone. La luce del primo pomeriggio pare quella del giorno che già muore; sembra già tardissimo quando sbuchiamo sulla strada sterrata che conduce alla Gava. “Qui si potrebbe correre”, sbeffeggia Matteo: vai, vai, se ci tieni. Per quanto mi riguarda, è già tanto se oggi mi trascino.
La temperatura è mutevole, o forse lo è la mia sensazione: in certi punti, vorrei quasi levarmi la giacca; in altri, brividi di freddo mi assalgono la schiena. Per quel che ne so, dovremmo tornare nei paraggi di una delle località che abbiamo già attraversato qualche ora fa; in direzione del Monte Rama, se ho ben capito, anche se quassù faccio ancora fatica ad orientarmi. Nella zona del Passo Gava, c’è un laghetto artificiale con una cascata: lo spettacolo che ci offre vale, da solo, la fatica del viaggio. Ai piedi della cascata, due alberelli sono completamente ricoperti di ghiaccio, dalla radice alla punta di ciascun ramo: sembrano creazioni di cristallo Svarowsky. Rimango a bocca aperta, mi avvicino per fotografarli; non avevo mai visto nulla del genere, soprattutto, non in Liguria, in faccia al mare! Oggi invece mi sono già imbattuta persino in alcune cascate di ghiaccio in miniatura…

Il tempo, o meglio le ore di luce, stringono. Se Matteo teme di dover fare un breve tratto dell’ultima discesa al buio, significa che, come minimo, ci toccherà farci largo per l’intera discesa nel cuore della tenebra della notte, e non è che la faccenda mi riempa di gioia. Lui fa i conti, sempre, su se stesso; mai una volta che si ricordi che, quando ci sono io, i tempi vanno dilatati a dismisura, almeno raddoppiati.
Man mano che ci arrampichiamo, il vento rinforza e gela la faccia. Altro che togliere la giacca, tiro su la cerniera tutto quel che si può. I denti rotti dolgono al contatto con l’aria fredda. Mi arrampico alla bell’e meglio, calpestando terra pallida e gelata, ghiaccio, persino neve; ritrovo gli alberi cresciuti con le fronde nella direzione del vento, quasi fossero stati tagliati a metà nel senso verticale. E, in cima, alla fine della salita, altri pini marittimi rimasti bassi, tozzi, oppure piegati dal vento fin quasi a strapparne le radici dal suolo. Curioso che questi alberi crescano sul crinale più esposto, mentre giù, sul pendio, non c’è traccia di altro che di erba.

Con le ombre già lunghissime, benché non siano ancora le quattro del pomeriggio, cominciamo la lunghissima discesa verso Lerca. Lunghissima e travagliata. “Un’ora e un quarto”, sentenzia Matteo. Uhm. Ormai ho imparato a non dargli retta quasi mai, e soprattutto quando esprime pronostici sui tempi. “Vuoi che non ci basti un’ora e un quarto, per scendere di mille metri?”. Ecco, se fossi un uomo, porterei immediatamente la mano a luogo innominabile. Va bé dai, tre ore e sarà fatta. Se solo potessi chiedere l’arrivo in salita… Le discese finali sono interminabili, ancora peggio tollerate di tutte le altre. E poi il sole è ormai basso; la temperatura scenderà in fretta. Percorriamo un tratto di sentiero scosceso, un salto che ci riporta al bivio con l’altro sentiero già battuto all’andata: quello che ci ha condotti all’Argentea. Realizzo a malincuore che toccherà attraversare un’altra volta, a ritroso, le pietraie, e stavolta con l’affanno della sera che incalza. A pensarci bene, poi, il buio non dovrebbe rappresentare quel gran problema: abbiamo entrambi una luce nello zaino. Vero, ma farà freddo, e poi abbiamo già avuto, oggi, un incontro, per fortuna non troppo ravvicinato, con i cinghiali. Non vorrei fare il bis!

Cammina e cammina, sempre in piano o poco altro: eccolo, il motivo per cui ci vuole un sacco di tempo per scendere di mille metri. Elementare, Watson: se tocca percorrere un sacco di strada in cui non si perde quota, la faccenda diventa lunga assai. Raggiungiamo però finalmente la Fonte Spinsu, dove il ghiaccio si è ritirato appena un poco rispetto a questa mattina. Ma non c’è tempo per contemplarne la bellezza. Giù lungo il sentiero che ci porterà a Lerca: “Guarda, il paese è già laggiù, si vede benissimo”, dice Matteo. E sai che sollievo: si vedeva benissimo anche la Corsica, stamattina, ma da qui a là ci sono duecento km! No, la marcia si preannuncia ancora lunga; non solo per la distanza in sé, ma anche perché il sentiero è ricoperto, per lunghi tratti, di un soffice strato di foglie secche. Il piede affonda e non sempre trova appoggio saldo; talvolta è una buca, o una pietra che si sposta e rotola via. La scarpa fende le foglie come una barca sulla superficie del mare, ma i miei passi sono lenti, guardinghi. Già su terreno facile, inciampo con tale facilità che qui devo stare con quattro occhi ben aperti. Lerca appare, poi sparisce dietro il costone della montagna; le sue luci già accese e vivide nell’aria cristallina. Un tornante via l’altro, ci rituffiamo in mezzo al bosco; una sola esitazione, il rumore di frasche e pietre smosse: sono di certo cinghiali, che allontaniamo a colpi di pietre sbattute l’una contro l’altra.

Poi accade… L’imponderabile. Il sentiero attraversa un corso d’acqua che probabilmente, in tempi normali, non è altro che uno dei tanti rivoli in cui si buttano senza cura le suole per passare di là. Solo che, è chiaro, oggi non appartiene ai “tempi normali” e quello che ci troviamo di fronte non è un rivolo, ma un vero e proprio torrente. Matteo individua immediatamente un passaggio tra le rocce, poco più a valle del sentiero: due salti agili ed è dall’altra parte. Io no. Una cosa del genere non la posso nemmeno pensare. Guardo una roccia, l’altra e l’altra ancora. Mi vedo saltare, atterrare, scivolare sulla pietra bagnata e cadere malamente in acqua, chissà come. Provo a seguire l’itinerario di Matteo, solo usando tutti gli appoggi che ho; mani, piedi ed anche il posteriore. Mi ritrovo seduta su una roccia; Matteo fa il possibile per farmi scendere lungo uno scalino: cerca di rassicurarmi, offre l’appoggio delle sue mani, ma il mio piede non arriva al fondo, ed io non riesco a fidarmi di far peso su di lui. Per me è già panico: interminabili minuti di trattativa, alla fine scendo quello scalino, ma la roccia successiva è troppo lontana; mi trovo bloccata su un isolotto di pietra, una situazione grottesca, perché davvero basterebbe un salto, ma io non posso, non ce la farei mai. Il mio povero compagno di viaggio le prova tutte, per rassicurarmi, ma io sono già oltre: non è più il misero neurone che controlla la situazione, è il terrore. Guardo la roccia su cui dovrei arrivare, guardo l’acqua: non mi sembra poi così alta… Prendo la drestica decisione, ci salto dentro; per un attimo mi manca il fiato, l’acqua è gelida. A mollo fino alle ginocchia, tento di spostarmi verso la meta ideale. Ma non ho tenuto conto di quanto forte possa essere la corrente di un torrente, anche se mi ci sono immersa solo così; trascina via le gambe. Tento di muovere un passo, ma per il piede non c’è più sostegno: il fondo scende, troppo rischioso; precipitosamente torno in retromarcia alla roccia di partenza. Matteo fa il possibile per aiutarmi, ma ormai io non lo seguo più: mi arrampico, maldestra, sulla stessa sponda del torrente da cui son partita; risalgo un po’ più in alto, dove passa il sentiero. Bagnata per bagnata, lo supero così: ancora a mollo, fino alle ginocchia; il contraccolpo della corrente mi fa vacillare, ma c’è un tronco incastrato, col ghiaccio sui rami. Mi ci attacco con la disperazione delle formiche che, da piccola, salvavo con gli stecchini quando le trovavo galleggianti nell’acqua della vasca per l’irrigazione dell’orto: così, mani ben salde ed avvinghiate al tronco, mi tiro avanti, due passi e sono salva. Con le scarpe, le calze ed i pantaloni zuppi, ma salva.

Sui dieci minuti che seguono, cala un gelido silenzio. Matteo, forse arrabbiato, forse spaventato, forse tutt’e due: “Dovevi fidarti, ti avrei tenuta”. Già, fidarmi. Col rischio di trascinare in acqua anche te, che pesi poi poco più di quel che peso io. E’ vero, il salto va spiccato senza chiedersi come si atterrerà dall’altra parte, altrimenti non è un salto, diventa un rovinoso tonfo nell’acqua, Ma io ho il terrore, anzi so già che dall’altra perte non ricadrò in piedi. E’ l’ennesima dimostrazione di come il minimo intoppo sia sufficiente a farmi perdere il controllo. E non mi spiego come mi riesca, in alcune situazioni di certo più rischiose, di manterere una calma glaciale, e poi in altre come questa, a dire poco ridicole, di sbandare, terrorizzarmi, scoppiare in lacrime come i bambini capricciosi. Non sarei davvero il cliente ideale per una guida alpina…

Matteo mi calca sulla testa la pila frontale. Cammino di buon passo; finché sono in marcia, non patisco il freddo ai piedi fradici. ben presto si fa buio; lui mi segue e si fa bastare il cono di luce che spunta dalla mia fronte: incredibile, io che stento a trovare la traccia così. Scruto con ansia le luci di Lerca; non riesco a capire quanto manchi ancora. E’ il latrato dei cani che mi dà sollievo: forse manca poco, forse ci siamo. Il sentiero si tuffa giù per una ripida rampa: pochi minuti e siamo di ritorno all’immenso cantiere. Quel che avevo trovato così odioso all’andata, per un attimo mi apre adesso il cuore; ritrovo l’allegria che avevo smarrito nel torrente. Ora che è buio, sono felice di tornare nel bozzolo di lamiera della mia macchinina, ideale propaggine di casa, con la soddisfazione di quarantacinque km e 2.200 m di dislivello in salita. Quel che mi spiace è che ci tornerò da sola, perché Matteo stasera torna a casa, a Genova. All’incrocio con l’Aurelia, è fortissima la tentazione di girare a sinistra, seguire il suo furgone, accompagnarlo a casa o almeno ancora per un pezzo. Ma è ora di tornare con i piedi, finalmente asciutti, per terra. Sia pure a malincuore, giro a destra: è quella la direzione della realtà, e dalla realtà ci si può ogni tanto nascondere per un poco… Non per sempre.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!