3 marzo 2013 – MTB da Ceva al mare e ritorno

La rubrica de “La Stampa” dedicata al meteo aveva previsto, per questa domenica, un “anticipo di primavera”, con la garanzia di sole e temperatura mite anche per il freddo Piemonte. Sarà che è fin troppo facile dare credito alle promesse che si accordano con le speranze, anche se l’evidenza dei fatti è contraria… Fatto sta che mi sforzo di ignorare quel trattino “-” davanti al numero 1, là dove la Zafirona mi informa dei rigori al di fuori dell’abitacolo. E non è che, anche facendo finta di non vedere, la faccenda si presenti poi molto più rosea… Il paesaggio assume un aspetto sempre più glaciale, man mano che mi avvicino a Ceva; ormai è giorno fatto, ma la luce sembra non esistere in questa landa grigia e bianca, con la foschia sospesa a mezz’altezza. Il freddo che non può ancora penetrare attraverso i vestiti, finché resto protetta in auto, mi gela le ossa attraverso gli occhi. Ceva, Millesimo, Osiglia, Calizzano, paesi che, nella mia memoria di ciclista e di podista, si associano da sempre ai peggiori rigori mai patiti, ad esclusione, forse, di qualche scorribanda invernale verso Pian del Re con relativa discesa lunghissima, gelida e tutta in ombra. E’ marzo ormai, ma forse a quelli di qui non l’ha detto nessuno. Il furgone blu elettrico di Matteo è già in attesa sulla piazza accanto all’ospedale; io ci arrivo in ritardo, sia pure di pochi minuti: non è da me. Il guaio è che stamattina, come già da qualche tempo a questa parte, il suono delle due sveglie, per giunta puntate a pochi minuti di distanza l’una dall’altra, non è bastato a riportarmi ad un livello di coscienza sufficiente per buttare le gambe giù dal letto. La palpebra, appena sollevata a mo’ di feritoia, è ricaduta pesantemente, salvo poi schizzare su mezz’ora più tardi, quando avrei già quasi dovuto essere in viaggio. Sto scontando un sonno che affonda le sue radici nei secoli…
Meno male che a scaricare la mia fida mountain bike, per l’occasione equipaggiata con i copertoncini slick, provvede Matteo. Quando si tratta di meccanica, anche la semplice sistemazione delle ruote, approfitto volentieri dell’altrui buona volontà; lui poi è rapidissimo, in un attimo ha già sistemato tutto, là dove per me sarebbe come cimentarmi con il cubo di Rubik. Al momento di saltare in sella, sono già ibernata. E meno male che non ho ceduto alla tentazione dei pantaloni tre quarti!
Matteo tenta di confortarmi: con il passare delle ore, ne è sicuro, il clima sarà migliore. Certo, ne sono convinta, quando saranno passate tutte le ore da qui al mese di giugno. Per oggi, non mi sento di sprizzare ottimismo. Si parte, direzione Perlo – Nucetto lungo una stradina secondaria che “punto” da un po’. Sono curiosa di vedere dove va a finire, o meglio, di capire se andrà a finire là dove penso io. Un tratto l’ho già esplorato correndo a piedi, la scorsa primavera.
Si affronta una blanda salita, un paio di tornanti in ombra; l’asfalto è viscido, l’erba a bordo strada bianca di brina. La fatica di andar su maschera, per ora, il freddo, pur non essendo abbastanza intensa per impedirci di menare la lingua. Non ci si vede da un po’… Dobbiamo aggiornarci sulle ultime novità!
Un brevissimo tratto di discesa, poi la strada e l’ambiente intorno assumono l’aspetto di vera montagna, anche se qui siamo a quota tutt’altro che elevata: una rampa, un costone di roccia sulla destra. Appena oltre la curva, ci troviamo davanti un mucchio di detriti ed anche un pietrone, che hanno tutta l’aria di essersi appena staccati dalla contorta parete sulla destra, fradicia e friabile. Sopra le nostre teste, l’abitato di Malpotremo che, se non erro, è frazione di Perlo, con il suo campanile, le poche case, il manifesto degli annunci mortuari. Alcuni cartelli stradali indicano Nucetto e Garessio, oltre a Perlo; quindi, da qui si raggiunge effettivamente la strada di fondovalle che va da Ceva verso Ormea.
Oltre l’abitato, la salita si attenua; il cielo è di uno splendido colore azzurro intenso, ma la luce qui non ci raggiunge ancora. Si gela… Persino Matteo, è tutto dire, si lamenta per il freddo alle mani, nonostante quelle specie di sacchi di patate in cui le ha avvolte. Per me, in questo momento le mani sono una delle poche parti del corpo che non danno problemi… Ci pensano i piedi, due pezzi di ghiaccio. In effetti, avrei dovuto indossare un paio di calze più pesanti: ne avevo l’intenzione, in verità, ma stamattina, per la fretta, ne ho trovata una sola… Chissà dov’è finita la gemella. Amen, ormai è fatta.
Da quassù si vede un po’ di panorama, ma tutto grigio, smorto. Non una gemma, nemmeno a pagarla; per terrà, umidità, residui di sale, talvolta ghiaccio.
Raggiungiamo un bivio: a sinistra, direzione Perlo; a destra, Nucetto e la strada statale. Scelgo la seconda; sono più sicura circa la destinazione. Infatti, qualche chilometro di gelida discesa ci conduce, completamente ibernati, all’incrocio con la strada di fondovalle. Anche Nucetto è silenziosa e deserta, benché siano accese le luci del bar: del resto, immagino che gli abitanti di questa valle passino l’inverno in letargo; non credo si possa sopravvivere a mesi di questo clima infame. Giove Pluvio è persino più ostile qui che a Carmagnola, nel regno della nebbia; almeno, da noi, non ci sono le montagne ad impedire il passaggio di quel po’ di pallida malatissima luce invernale.
Meno forsennatamente i pedali lungo lo stradone, non per un improvviso impeto agonistico quanto per portare un briciolo di calore alle estremità. “Sei km a Bagnasco – si lamenta Matteo – ma sembrano trenta”: ci credo, per lui dev’essere anche peggio. Adattarsi alla mia andatura significa, per lui, viaggiare piano e scaldarsi poco. L’unica soddisfazione è che, in questo momento, forse può capire quel che proverò io, che sono una freddolosa cronica senza speranza, per quasi tutto il giro di oggi…
Bagnasco, finalmente. Al semaforo, si svolta a sinistra, con molta cautela per il fondo ghiacciato. Se a Ceva c’erano tre gradi sotto zero, direi che la situazione termica non è molto più conciliante adesso. Primo colpo di clacson della giornata: ecco il primo imbecille motorizzato… Ma cosa suoni, microcefalo che non sei altro? Non lo vedi che hai l’intera strada per te, ci passeresti con un camion a rimorchio! Normale, è torinese, osserva Matteo… Il guaio è che l’idiozia è una qualità molto ben distribuita.
Si va su per il paese, finalmente in salita. Ancora gelo, brina, ombra. Bisogna lasciarsi alle spalle un po’ di tornanti, prima di conquistare qualche timido raggio di sole ed un po’ di visuale sulle montagne intorno, bianche e nere e tristi. Ma le gambe girano bene, per fortuna. E’ un’eternità che non pedalo; saranno trascorsi due mesi dall’ultima uscita in bici degna di questo nome: sarà merito del corso di spinning? Ormai è qualche settimana che lo frequento, a Villastellone, con gran fatica ed altrettanta fiducia. Il colle dei Giovetti è già sotto le ruote: comincia qui, con mio sommo orrore, la discesa verso Calizzano, che non sarebbe poi in sé così lunga, ma diventa eterna e tragica con questo clima. Scendo con cautela ed a freni tirati nonostante il senso di sicurezza che mi dà la MTB: per quanto il mezzo sia stabile, non può far miracoli su quelle angoscianti colate di acqua che nel pieno della giornata si allargano dai cumuli di neve sporca a bordo strada e nella notte gelano, formando vere e proprie insidiosissime lastre. Persino Matteo, che in bici è funambolo su qualsiasi terreno, è più prudente del solito. E fa freddo, un freddo dannato, che prende mani, piedi, tronco… Ma perché diamine non me ne sono andata a correre oggi? E perché nessuno ha ancora pensato di produrre una maglia in grado di riscaldarsi, che so, con l’energia prodotta dalle ruote della bici? Ma soprattutto, perché questa dannata strada è così lunga? Chi ha aggiunto dei tornanti?
I tetti della frazione sono bianchi di brina. Qualche camino fuma; i più sono immobili e gelidi. Ancora ghiaccio, a tradimento, sulla strada. Matteo avrebbe proposto la deviazione per il colle Quazzo e la discesa a Garessio, ma io non sento ragioni: voglio raggiungere il mare per la via più breve possibile e fare scorta di un po’ di tepore. Da Calizzano si tira dritto verso il Colle del Melogno: torniamo a salire, se non altro ci siscalda, ma il panorama lunare non cambia. Ancora neve ed alberi spogli; grigi tronchi lucidi dei faggi; candelotti di ghiaccio aggrappati alla parete di terra, radici e pietra. Vero, sembra che si stiano sciogliendo, ma che triste visione. Il sole quaggiù non arriva ancora, tra la montagna ed i rami del bosco. Pochissimo movimento, qualche auto, un paio di motociclisti coraggiosi che procedono, anche loro, con le ruote di piombo.
Le barrette al gusto di parmigiano, residuo di qualche pacco gara di corse in Emilia Romagna, si rivelano a dire poco disgustose, e sì che io non sono una dal palato fine… Inutile dire che quell’inceneritore a pedali che viaggia al mio fianco le fagocita senza alcun problema. Io vado di Mars, una garanzia… Anche se saranno gli ultimi, la scorta di casa da smaltire, visto che ho deciso, per il futuro, di provare a passare dall’alimentazione vegetariana a quella integralista senza ingredienti di origine animale, in particolare latte e uova. E’ un po’ come se mi godessi l’ultima sigaretta prima di smettere… Anche se, non posso negarlo, per il Mars mi dispiace. Una delle maialate più libidinose che la mente umana abbia mai potuto concepire!
Come sempre, passare sul versante del mare è come aprire una porta che dà su un altro mondo. Alle spalle un film in bianco e nero, lento e sonnacchioso; davanti, una danza di luce e di colori. E un po’ di tepore, anche se siamo pur sempre a mille metri di quota: il mare si vede già da quassù. Purtroppo, il sole non può scacciare nel giro di mezz’ora il freddo che mi si è insediato nelle ossa e nelle giunture; anche questa discesa è fonte di patimento, sia pure nulla al confronto della tragedia giù dai Giovetti. Freno anche qui più del necessario; il mio neurone per oggi si è incantato in modalità “attenzione al ghiaccio”, anche se qui il ghiaccio sull’asfalto è solo un ricordo. Quando patisco il freddo, mi si accentua anche la paura, come se fossi davvero irrigidita nelle braccia e nelle gambe. Così il povero disco continua ad ululare per tutti i km che conducono dal colle al mare. Mi stupisco di quanti ciclisti si cimentino, oggi, nell’ascesa al Melogno: in bici da corsa, in mountain bike, qualche coraggioso con le pesantissime bici da downhill. Ammirevoli, soprattutto questi ultimi: il brivido della discesa se lo guadagnano con la giusta dose di fatica, anziché con un comodo viaggio in furgoncino.
Man mano che i pini lasciano il posto alle palme, ci avviciniamo a Gorra; da lì, il bivio per Borgio Verezzi mi concede un paio di tratti di salita anche ripida, in cui finalmente posso scaldarmi un po’. Matteo approfitta del successivo tratto in saliscendi per rimpinzarsi e foraggiare anche me: incredibile come io abbia a che fare con persone che temono per me la minaccia costante delle carenze nutritive, quando la mia stazza fa concorrenza alle navi della Costa Crociere… Dev’essersi messo d’accordo con mia madre, Matteo. Lei non perde occasione per infilarmi nel frigo derrate alimentari di vario genere, di solito in quantità sufficiente a sopportare un assedio di anni; lui mi mette continuamente sotto il naso porzioni di panini, biscotti, pezzi di cioccolato. Insomma, non dico di essere un motore Euro 3, ma non consumo così tanto!
Gli alberi di mimosa si impegnano in un timido tentativo di fioritura, ma l’impressione è che nemmeno qui in riviera la primavera abbia fatto sinora grandi passi. La temperatura è certo migliore dei tre gradi sotto zero di questa mattina a Ceva, ma è lungi dal mito della calda Liguria. Non mi viene voglia di levare la giacca invernale nemmeno lungo i cinque o sei km di infernale Aurelia: in compenso, Matteo, che pedala davanti a me, si leva la giacca ed il giacchino, infila il tutto nello zaino, si rimette lo zaino in spalla, senza mai smettere di pedalare. Non mi stupirei se adesso estraesse l’asse da stiro e la Vaporella. Seguo le operazioni restando qualche metro più indietro, con il terrore che una buca, lo scarto di un auto, un pedone che si sposta improvvisamente sulla strada lo colgano con le mani lontane dal manubrio… Per il bene delle mie coronarie, sarebbe meglio che il temerario si dedicasse a questo genere di performance quand’è alle mie spalle.
Lungo l’Aurelia viaggio con i nervi a fior di pelle e mille occhi attenti a tutto, alle auto, ai pedoni; questo non basta a farmi rischiare di disarcionare una ragazza in motorino in una rotonda… Mea culpa, questo marasma non è proprio roba per me. Il bivio per Toirano è una liberazione…
La leggera salita fa sì che, tra un cambio e l’altro, salti fuori un problema che si era già presentato ma che avevo, come mio solito, rimosso, a mò di struzzo con la testa nella sabbia: ogni quattro o cinque pedalate, il pedale fa un mezzo giro a vuoto. Che barba… Il cambio di questa bici è una iattura, si svirgola di continuo. O almeno, io la vedo così… Matteo mi fa sommessamente notare che la mia catena ha avuto l’ultimo incontro con l’olio ai tempi delle Guerre Puniche e che, se protesta, tutti i torti non li ha… Senza contare il fatto che almeno due corone anteriori su tre sono ormai consumate. Insomma, o di riffa o di raffa, è sempre colpa mia… Ma possibile che non esista una bici su cui basti pedalare? Perché questa piaga della manutenzione?
Bah… Per oggi il mezzo è sopravvissuto fin qui; speriamo sopravviva ancora. Comincia una nuova salita, con gran gioia del mio sistema di termoregolazione: persino io, qui, mi tolgo la giacca. La pendenza non è mai eccessiva; le gambe, dal canto loro, girano con una facilità di cui io stessa mi sorprendo. Solo, non mi fido troppo a salire in piedi sui pedali; se la catena dovesse giocarmi il tiro della mezza pedalata a vuoto, mi ritroverei lunga e distesa sull’asfalto. Una bella salita tra tornanti ben esposti al sole; pochissimo traffico, quasi nulla. Peccato solo per i ciuffi di nuvole che riescono a sfuggire alla gabbia del versante piemontese e si allargano fino a coprire, di tanto in tanto, i raggi diretti del sole. Subito un brivido percorre le braccia e la schiena… Man mano che si sale, il tepore del mare resta un ricordo e solo la fatica della lotta contro la forza di gravità mantiene nelle ossa una temperatura nel limite della decenza. Gambe, fiato, cuore, polmoni, tutto lavora a meraviglia. Ho voglia di tornare a pedalare con un po’ di costanza… Di lasciarmi alle spalle quel periodo nero, ma proprio nero nero, che prima o poi travolge tutti nel corso dell’esistenza. So che non è finita e che probabilmente non finirà mai del tutto, ma credo sia arrivato il momento di riprendere il controllo e di riconoscere a certe cose, a certi episodi, a certe persone il valore che effettivamente meritano, nel bene e nel male. Credo di aver toccato il fondo, nei lunghissimi bui mesi passati; ora non mi resta che risalire, metaforicamente ed anche nella realtà. E riprendermi le mie ragioni di vita, la corsa, la bici, anche se il lavoro ormai lascia poco tempo e poco spazio.
Raggiungiamo il paese di Balestrino, suggestivo, abbarbicato sulla montagna, con l’unico neo di un’orrenda chiesa di architettura moderna, improbabile ed inguardabile. Bellissimo anche l’altro paesello lungo il nostro itinerario, Castelnuovo di Rocca Barbena. Benché abbia già girato questi posti in lungo ed in largo, ho ancora un po’ di confusione circa la geografia; ogni tanto mi rendo conto, con un’illuminazione, di trovarmi un un luogo noto e già visto… Salita e chiacchiera proseguono ancora per un po’; la discesa, annunciata da Matteo ma che speravo, in cuor mio, scomparsa, mi interrompe il ritmo ed il calore. “Dobbiamo scendere per circa trecento metri”, che dramma… Per andare ad intercettare la strada del Colle San Bernardo, che ci riporterà in quel di Garessio.
Finalmente, ripresa la salita, trovo un luogo di mio gradimento per la sosta tecnica che ho necessità di concedermi da almeno tre ore… Faceva troppo freddo, prima. Non potevo certo esporre le pudenda a cotanto gelo. Così, mentre mi addentro nel fitto del bosco, Matteo si dedica ad ispezionare la meccanica della mia MTB. Non appena riemergo dalla vegetazione, mi chiama con voce a metà tra l’indignato e l’incredulo, per farmi notare che le maglie della catena, se piegate con le dita, non si distendono più… Insomma, ho capito, c’è bisogno di un po’ d’olio, ecchessarà mai. Strano che non m’insulti quando gli propongo di sopperire, per il momento, con un po’ d’acqua. Si riparte per l’ultimo tratto di questa lunga e bellissima ascesa; a bordo strada ricompare la neve, che stride un po’ con il concerto di cinguettii tutto intorno.
Sul colle ritrovo Matteo, che aveva preso un po’ di vantaggio. L’idea era di imboccare una strada che avrebbe dovuto condurci, da quassù, direttamente al Colle Quazzo, per poi scendere da lì a Calizzano e risalire dal Colle dei Giovetti. Ma, saggiamente, Matteo desiste: “Meglio scendere a Garessio – osserva – l’altra strada rischia di diventare sterrata”. So benissimo che, da solo, non si sarebbe nemmeno posto il problema e non avrebbe esitato a lanciarsi in esplorazione… Ma ormai conosce l’ira funesta che scatenano in me le situazioni ed i percorsi più impervi: prevale in lui l’istinto di conservazione. Quindi, rivestiti di tutti i possibili strati di abiti, ci avviamo giù per la strada principale, rassegnati ad un’altra dose industriale di freddo, perché l’aria di mare ormai è rimasta di là. Asfalto umido e residui di sale; la temperatura è salita un po’ rispetto a questa mattina, ma non poi così tanto. Il microclima di questa valle è davvero una disgrazia! Ed i km scorrono lentissimi, con il rammarico della cioccolata calda che avrei avuto piacere di godermi su al colle: ma del bar resta solo l’edificio, sprangato e dall’aspetto polveroso. E pensare che, dietro a quella finestra, tanti anni fa me l’ero concessa davvero una bella cioccolata, verso la fine di una pedalata mica da ridere. Pazienza…
Anche qui finisco per sconvolgere il piano di viaggio del buon Matteo: vorrebbe risalire, lui, al Colle Quazzo e poi ai Giovetti, e da lì a Bagnasco, infine a Battifollo ed a Ceva. Sarebbe un gran bel finale, non lo metto in dubbio, ma, al mio ritmo, raggiungerei l’auto col buio o quasi… E, soprattutto, col freddo dannato che al buio si accompagna. Preferisco un più modesto percorso da Garessio a Bagnasco, con salita a Battifollo e rientro a Ceva, anche se il mio compare storce il naso per via del tratto di qualche km da percorrere sulla strada di fondovalle. In effetti, qualche auto di troppo ed un curioso personaggio che butta palate di neve in mezzo alla strada per spostarla dall’ingresso di casa ci accompagnano verso la ridente località tropicale, mannaggia la miseria, di Bagnasco City; se non altro, è un bel tratto di pianura al sole. Appena oltre il semaforo, ci attende il bivio per Battifollo. Si comincia a salire per rispondere alla fatidica domanda di sempre: ma la mezza torre di Battifollo, mezza nel senso verticale, sarà ancora in piedi? Chissà. Qualche strappo, qualche tornante; Matteo si lancia in un allungo, mentre io resto, come sempre, ostinatamente fedele alla mia marcia da carro funebre. La luce si attenua; non sono più le brevissime giornate di dicembre, ma il sole non riesce ancora a farsi rispettare. L’entusiasmo dei suoi raggi si spegne sui rami ancora morti, scuri e tetri del bosco; non un fiorellino, nemmeno una gemma.
Le gambe girano ancora gagliarde, nei limiti delle mie possibilità, e la mezza torre di Battifollo compare prima del previsto. E’ un paesaggio davvero suggestivo: credo lo ritenga tale anche l’autista del fuoristrada che viaggia in senso contrario a me, che prima invade un po’ della mia corsia e poi si ferma. Quella torre è una beffa alle regole della fisica; il suo aspetto, poi, nella grigia stagione invernale è ancora più inquietante.
Matteo spunta in discesa, già ben vestito e coperto; di lì a poco, in paese, mi fermo anch’io: tempo di indossare tutto quel che ho, sotto la guardia attenta e chiassosa di tre o quattro pasciutissimi cagnetti in un cortile. Direzione Ceva, l’ultima discesa, sempre troppo lunga. Fin troppo facile prevedere che quel cagnotto, legato alla padrona da un guinzaglio allungabile, attraverserà la strada… Tempo di raccomandare a Matteo “Occhio!”, che la bestiola è già dall’altro lato della carreggiata rispetto alla madama molto svampita e poco responsabile: in mezzo, il cavo del guinzaglio. Roba da disintegrarci tutti quanti, umani e cani… La discesa prosegue con cautela; ghiaccio non ce n’è più, ma l’asfalto è viscido di fanghiglia e sale. E fa freddo… Questa è una delle poche circostanze in cui la vista dell’autostrada mi è di gran conforto. Oltre il cavalcavia che la sorpassa, siamo a destinazione: la rotonda, un passaggio in paese e su per l’ultimo strappo, dove un simpatico automobilista si attacca al clacson per ottenere spazio, salvo poi fermarsi cento metri più avanti per rispondere al prepotente richiamo della vescica. Mi vien quasi da fare al suo indirizzo il gesto del pollice e dell’indice tesi, paralleli e con i polpastrelli molto vicini… Ma non è il caso di attaccare briga, proprio alla fine di una bella giornata. Anzi, mi concedo persino la progressione sull’ultimo tratto della salita, giusto per accumulare un briciolo di calore prima di raggiungere l’auto. La Zafirona ed il furgone blu elettrico sono ancora lì in attesa. 145 km e circa 3.200 m di dislivello in salita; la fame si fa sentire: meno male che la mamma di Matteo ha pensato alla torta salata!
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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!