3 novembre 2018 – 100 KM LA RONDE DES ELEPHANTS

Questa volta c’è mancato davvero un pelo che decidessi di restarmene a casa. Negli ultimi tempi, accade spesso che l’ansia di staccarmi, sia pure solo per un giorno o due, dalle belve di casa, lasciando l’incombenza della custodia a Madre ed a mio cognato, sia tale da sopraffare la voglia e l’entusiasmo per le corse in giro per il mondo. Madre ormai non è più una ragazzina e da tempo non brilla più per salute e, di conseguenza, per agilità nei movimenti. Le belve sono tante, in buona parte anziane e non troppo in salute perché io colleziono cariatidi canine: nemmeno troppo di rado capitano, anche per loro, guai di salute che richiedono un intervento veterinario immediato, leggi corsa in clinica e successivo ciclo di cure. Quindi, io so che, se mi assento da casa, non potrò intervenire in caso di emergenza… E so che Madre patisce molto la responsabilità, che pure io mai mi sognerei di attribuirle, in caso di imprevisto con epilogo infausto.

Mi sono iscritta alla Ronde des Elephants a luglio, sull’onda dell’entusiasmo per le belle imprese corsaiole collezionate in primavera ed all’inizio dell’estate e con lo spirito del “ma sì, poi si vedrà”. Novembre sembrava un’altra era geologica. Così, mi sono ritrovata a fine ottobre, troppo tardi, a compiere l’opera di preparazione psicologica di Madre per abituarla all’idea di una mia assenza da casa di circa due giorni. Operazione che dovrebbe partire da lontano, due-tre mesi prima, cominciando con vaghi accenni ad un ipotetico viaggio ed aggiungendo cautamente, settimana dopo settimana, particolari che vanno pian piano a dare concretezza all’idea. Ovviamente, così facendo, la reazione ad un comunicato troppo improvviso è stata uguale e contraria, tesa a rovesciarmi addosso una vagonata di sensi di colpa per la scelleratezza con cui meditavo di andarmene lasciando lei, la casa e lo zoo nella più nera disperazione. Insomma, proprio la disposizione d’animo ideale per affrontare un viaggio ed una gara di un certo spessore.

Ma sì, vado, il mondo sopravviverà due giorni senza di me. Ma no, non vado, ha ragione Madre, sono una scriteriata, non posso lasciare così la mia famiglia. Ma sì, vado, faccio in modo di preparare tutto per bene e vado. Ma no, non posso, se parto venerdì a mezzogiorno e non rientro fino a domenica mattina, è troppo, metti che poi succede qualcosa, non me lo perdonerò mai. E se poi incappassi in un incidente? Sarebbe un disastro. Sto correndo un rischio inutile ed egoista…

Alla fine, il lampo di genio. Ormai rassegnata alla rinuncia, mi accascio sulla sedia in ufficio e, con la testa tra le mani, consulto il sito internet della Ronde des Elephants alla ricerca di un miracolo. Eccolo, pronto, su un piatto d’argento. La distribuzione dei numeri di gara è fissata al venerdì pomeriggio, 2 novembre, ma anche al sabato mattina, giorno della gara, tra le 6 e le 7. Fantastico. La soluzione ideale per ridurre al minimo indispensabile le ore di lontananza da casa.

Così, il venerdì pomeriggio è dedicato in piccolissima parte a preparare il bagaglio per la gara e, per il resto, a riempire alcune pentole di pappa già pronta, in modo che a Madre e cognato basti solo, al momento opportuno, riempire le ciotole. Stilo un elenco di istruzioni lungo così, un tot di righe per ogni cane, comprese le più ovvie banalità. Alla fine di un venerdì cominciato con la sveglia alle cinque del mattino, quando sono ormai quasi le dieci di sera, carico il bagaglio, saluto tutti e mi metto in viaggio. Con il cuore in gola, il senso di colpa a mo’ di avvoltoio sulla spalla, il sonno in agguato ed un enorme thermos di caffé sul sedile del passeggero.

Prevedo, occhio e croce, cinque o sei ore di viaggio. Da Montaldo Roero a Chambery, passando per Torino, Susa e da lì tutto fuori autostrada via Monginevro, Col du Lautaret, Grenoble, sono meno di 350 km, ma molto lenti, vuoi appunto per le strade statali, vuoi per il meteo ben poco incoraggiante, vuoi per il sonno. Partendo alle dieci di sera, tuttavia, ho un buon margine in caso di imprevisti lungo il viaggio… E, se sono fortunata, potrò anche dormire un paio d’ore.

A parte le paturnie per la casa, che pure so di aver lasciato in ottime mani soprattutto grazie alla collaborazione di mio cognato, io adoro guidare ed adoro le lunghe ore al volante, soprattutto di notte, soprattutto su tracciati fuori autostrada, soprattutto in montagna. La radio ad alto volume, la mia voce stonata come una campana rotta, pochissimi veicoli. Una breve sosta per fare il pieno a Canale e poi via, galoppata destinazione Chambery, con un occhio alle cartine stradali rigorosamente stampate su tradizionali fogli di carta, perché il navigatore ed io non siamo affatto amici. Superata la tangenziale di Torino, da lì in poi è davvero il deserto. La Sacra di San Michele illuminata in alto a sinistra rispetto all’autostrada, l’autogrill Gran Bosco dove mi concedo la prima tappa bagno e caffè del thermos, la salita al Monginevro con la neve ai bordi della strada, il passaggio alla frontiera con cortese ma rigoroso controllo da parte della Gendarmerie, la discesa a Briançon con le ruote di piombo ed il termometro che segna 1°C, il passaggio lungo l’abitato già illuminato per le feste natalizie, la salita al Col du Lautaret anch’esso già innevato – già: è novembre, ma quest’anno il freddo sembra non voler arrivare, non ci sono abituata – la lunghissima e cauta discesa verso Le Bourg d’Oisans e poi fino a Grenoble. Il sonno c’è, ma in fondo non è insopportabile; con il caffé ed i finestrini completamente abbassati di tanto in tanto per qualche minuto, lo tengo a bada.

A Grenoble, mi sveglio per forza, per andare a caccia della strada segnata come statale per arrivare a Chambery, evitando l’autostrada. Decisione infausta: 40 km di innumerevoli tratti in paese, con limite a 30 km/h ed assurdi semafori che spuntano da ogni parte. Quando finalmente giungo a destinazione, commetto l’errore fatale: non mi fido del mio senso dell’orientamento, che mi direbbe di dirigermi verso il centro e lasciarmelo a destra, e comincio a girare come una trottola nelle vie periferiche di Chambery, un po’ ingannata anche da un cartello giallo che indica un “Parking Coureurs”. Evidentemente i Coureurs a cui il cartello fa riferimento non sono quelli della 100 km di domani. Anzi, di oggi, visto che ormai sono passate le tre del mattino.

Sconsolata, dopo aver macinato km ed infranto un buon numero di divieti di accesso e semafori rossi, cedo alla tentazione del navigatore, cosa che puntualmente si rivela una pessima idea: nessun collegamento dati, niente di niente, non funziona un accidente. A questo punto, dopo un’ultima disperata occhiata alla cartina, decido di concedere fiducia a ciò che il senso di orientamento diceva fin dall’inizio. Supero il centro città, me lo lascio a destra e come per magia ecco il cartello che indica la mia destinazione: “Cognin”. Ma vatten’ammorì ammazzato. A questo punto, i miei riferimenti compaiono in ordine: lì c’è la Mairie, lì c’è la Rue de l’Epine, dove dovrebbe trovarsi il Gymnase du Levant, sede della distribuzione pettorali. Sono quasi le quattro: mi resta persino un paio d’ore per dormire, che fortuna. Parcheggio, mi stringo nel piumone, punto la sveglia alle sei meno dieci e, nel buio di periferia, crollo addormentata. Un sonno contorto: mi sveglio incastrata con una gamba sul sedile passeggero e la testa appoggiata tra il poggiatesta del sedile di guida ed il parabrezza, ma soprattutto intirizzita fino al midollo. Guardo l’ora, le cinque e venti, devo dormire ancora un po’… Quando trilla la sveglia, mi ridesto con la mobilità di un ciocco di legno. Congelata e con un gran mal di testa. Sono le sei meno dieci ed è buio pesto. Ma i patimenti non sono affatto finiti. Credevo d’essere arrivata e, in effetti, mi trovo in Rue de l’Epine: però, mi ritrovo a girare anche qui come una trottola senza meta, senza riuscire a capire dove si trovi questo benedetto Gymnase. Pare che in Francia non usi attaccare il pannellino con il numero civico agli edifici… E qui non muove foglia, nessuna luce, nessun rumore, nessuno in giro. Tengo a freno l’ansia a fatica. Scorgo per caso due persone in tuta, con una borsa di carta in mano. Sono la mia salvezza. Chiedo a loro: finalmente ci sono; il Gymnase è a poche decine di metri, anche se del tutto invisibile dalla strada. Ci arrivo, parcheggio accanto ad un piccolo camper. Qualcuno bussa al finestrino dall’interno del camper: è Roldano, che mi ospita nella sua casa viaggiante per un caffé. Non ha nemmeno idea di quanto salvifico sia, il suo caffé, abbondante e caldo, efficace nel riportare alla vita le mie ossa intirizzite. Ma adesso tocca sbrigarsi: devo ancora cambiarmi, mangiare un boccone di colazione, spostare l’auto in uno dei parcheggi circostanti, perché qui è vietatissimo fermarsi oltre il tempo necessario alle operazioni di accredito: oltre alla multa c’è pure la squalifica dalla gara!

Alla fine, partita da casa con largo margine, finisco per vestirmi di fretta, con uno sforzo sovrumano di concentrazione per non dimenticare qualche pezzo fondamentale. La bandana, ad esempio, essenziale per riscaldare la capoccia e tener fermi gli occhiali; il reggitette, senza cui, gramo destino, anche per una tavola da biliardo come la sottoscritta diventa penosissimo correre, causa sballonzolamenti inconsulti. Non solo sortirei l’effetto di due palle da tennis in fondo ad un paio di collant appesi al torace, ma in capo a dieci km avrei abrasioni ovunque. Per carità.

La colazione, preparata con cura ieri pomeriggio, si riduce ad una pagnotta sbocconcellata nel trasferimento in pullman dal Gymnase al centro di Chambery, punto di partenza, più una banana ormai troppo matura. Il via è in una piazza sormontata da un maestoso castello. Un pugno di persone, un centinaio o poco più; atmosfera tranquilla e scanzonata, ben lontana da certe esagerazioni agonistiche a cui si assiste nelle gare nazionali. Anche per questo, correre in Francia mi piace sempre più che non in Italia, dove tutto è dannatamente serioso salvo poi spesso scadere nel ridicolo. Sarà che per me la corsa non è un lavoro.

Quattro chiacchiere con Ilaria, Luciano ed un manipolo di altri Italiani. Siamo parecchi, oggi, una buona percentuale dei partenti! C’è un tizio che parla con il microfono, ma quel che dice è incomprensibile, non solo per la lingua. A pochi metri di distanza, non si sente nulla. Carichiamo sul furgone dell’organizzazione le sacche con i ricambi destinati al km 60: di lì a poco, quasi all’improvviso, lo sparo che annuncia il via.

Il percorso di gara

La partenza cittadina, tra marciapiedi, paletti, fioriere, semafori, è abbastanza travagliata. Anche perché quel che sta succedendo ai miei pantaloni è a dire poco inquietante: sembra che non vogliano saperne di stare su… Provo a tirarli su dalla cintura, poi dalle cosce, poi dalle ginocchia, visto che sono aderentissimi, ma non c’è niente da fare, continuano a scivolare. Quella tremenda sensazione di pantalone a metà chiappa, in corsa verso l’inarrestabile declino… Passo i primi cinque o sei km a contorcermi come i dervisci danzanti, con i più foschi presagi rispetto al prosieguo della gara. Mi toccherà tener su le braghe per cento km? Non ce la posso fare… Poi, finalmente, la situazione si assesta, forse per la pelle che, sudata, diventa appiccicaticcia. Così, posso cominciare a godermi il bello della corsa. I primi km scorrono in una periferia tutto sommato godibile, che alterna i capannoni ad aree di viali e parchi con i colori sgargianti dell’autunno, le foglie gialle, le edere rosse e corsi d’acqua ora a destra, ora a sinistra. Da quando abbiamo lasciato la città, siamo su una pista ciclabile, di quelle vere, completamente separate dalla strada su cui viaggiano i veicoli a motore e con asfalto liscio come un biliardo. Andatura tranquilla e chiacchiericcio fitto in almeno tre lingue.

Per essere il 3 novembre, si può dire che faccia quasi caldo. Abbasso ben presto i manicotti, rimanendo in maniche corte, sia pure con il giacchino antivento a riparare il torace. Il cielo è ostinatamente nuvoloso, con la nebbia che si alza a fiocchi dai pendii delle montagne, ma non sembra esserci pericolo di pioggia, almeno per il momento. Le previsioni annunciano, per l’appunto, cielo coperto tutto il giorno, ma minima probabilità di pioggia. Lo spero, perché la Cima Coppi è a quota 1.000 m e ci arriverò con il buio!

Il primo punto di ristoro è al 10° km, appena prima del lago. Un ampio spiazzo con gazebo e tavolini, a dire la verità un po’ sguarniti… Nocciole sgusciate, arachidi, pane, un po’ di uvetta, più la Coca ed i miei adorati sciroppi dolci. Mi riempo la bottiglietta di acqua e menta e riparto, sperando in successivi ristori un po’ più corposi. Ho comunque una certa riserva di cioccolato e barrette nello zainetto, che non si sa mai.

Di lì a poco, vediamo finalmente il Lac du Bourget, che dovremo circumnavigare. Non solo lo vediamo, ma arriviamo a correre proprio sulla passeggiata a pelo dell’acqua. Grigio il lago, come è grigio il cielo; stormi di volatili che non so identificare galleggiano sulla superficie, a volte nascosta dai canneti. A sinistra il lago, a destra la strada e gli edifici, spesso di gusto davvero discutibile, come ahimé sembra inevitabile nelle località turistiche. Ma dappertutto c’è gente che applaude: anche qui, ben altra vita rispetto a ciò che in Italia di solito accoglie i corridori. Il Francese medio, anche se non sa di che corsa si tratti, se vede dei corridori o dei ciclisti, applaude ed incoraggia, sempre e comunque. Che sia a piedi, che sia un auto. Lo sport è tenuto nella giusta considerazione e desta sempre, o quasi, rispetto ed ammirazione. Da noi, è già tanto se si riesce a portare a casa la pelle.

Lungo la sponda del lago, la temperatura si abbassa drasticamente. O forse è il vento teso a far percepire il freddo, a far rialzare i manicotti e le cerniere. C’è chi corre in pantaloncini corti: non lo invidio. Una volta tanto, per me la scelta dei pantaloni ¾ si è rivelata saggia.

Corriamo lungo i moli, con le barche ordinatamente ormeggiate a riposo e gli scivoli colorati dei parchi giochi momentaneamente inutilizzati: i colori sgargianti fanno da contrasto al grigiore della giornata. Le piccole onde, grigie anch’esse, si infrangono sul pietrisco della spiaggia. Un altro punto di ristoro lungo il lago, altra piccola sosta e si riparte, passata ormai la distanza della mezza maratona, tra i chioschetti dei bar e dei ristoranti, rigorosamente serrati vista la stagione. Lungo il lago passeggiano anziani, ragazzi, cagnoni che giocano e di tanto in tanto rincorrono qualche podista. Ce n’è uno fermo, seduto sulle zampe posteriori, impettito, scuro a pelo lungo: la padrona lo guarda, intuisco che lo minaccia di “abbandonarlo” se lui non dovesse decidersi a seguirla… Ma negli occhi della bestiola leggo un menefreghismo che rasenta il dito medio. Proprio come la buonanima del mio maremmanone Thai, quando cercavo di impartirgli un comando.

Progressivamente ci allontaniamo dal lago, abbandoniamo la pista ciclabile ed affrontiamo la prima risalita. Fin qui, il tracciato è stato in leggerissima discesa. Ma la seconda metà della gara farà ripagare tutto con gli interessi. Il terzo ristoro, intorno al trentesimo km, è allestito in un centro sportivo: altra pausa, altro carico di sciroppo ed acqua, più pane, noccioline ed arachidi, mentre due coppie di ignari tennisti si sfidano sulla terra rossa.

Si torna a correre lungo il lago, questa volta su strada, proprio sotto una ripida parete rocciosa punteggiata di chiazze di alberi ed incrociando più volte i binari del treno. Speriamo che i passaggi a livello non si chiudano… Qui siamo in leggero falsopiano in salita, leggero ma abbastanza logorante, per quanto io riesca a tenere un passo discreto di cui quasi mi stupisco. Non starò esagerando? In qualche tratto, riesco persino a sopravanzare i corridori delle staffette. Perché sì, questa gara è prevista anche in versione staffetta, oppure in versione con assistenza in bici. I ciclisti, tra l’altro, sono sempre gentili e premurosi anche verso di noi che corriamo in solitaria: uno di loro si offre persino di caricarsi il mio zainetto per un po’. Ma declino, ringraziando: lo zainetto per me è la coperta di Linus, devo averlo sulle spalle con tutte le mie cose dentro. Oggi ci ho messo la giacca impermeabile, la pila frontale, qualche barretta, il cellulare, i documenti.

Al ristoro del km 40 arrivo in effetti un po’ provata, con le gambe indurite. Anche qui mi giunge in soccorso la raccomandazione di Ivano: siediti ed appoggia la schiena. Così faccio, tenendo in mano una ciotola di brodo caldo: mi siedo al posto che Roldano, affannato oltre il necessario, lascia libero. Eccone un altro di quelli che si dichiarano scoppiati e poi volano via e chi li piglia più! No no, per carità, adesso io mi metto qui tranquilla, stendo le gambe, mangio qualcosa di caldo. Mancano 60 km e saranno duri. Tra non molto dovrebbero iniziare le salite: si romperà finalmente la monotonia della corsa.

Si riparte, con una svolta secca a destra e qualche km ancora in piano o leggerissima salita. Il lago alle spalle, ormai lontano; non lo vedremo più. Qui, la strada corre lungo un grosso canale gonfio d’acqua di un blu intenso, su cui si affacciano case con il porticciolo personale e la scalinata che scende direttamente nell’acqua. Case dai tetti molto spioventi ricoperti di tegoline minuscole, dall’aspetto un po’ tetro ma molto suggestivo. E ancora vegetazione di tutti i colori d’autunno e foglie che cadono leggere.

In corrispondenza di un piccolo abitato, la strada prende a salire senza misericordia. Raggiungo qui Ilaria e Luciano, con cui sto facendo il tira e molla già da un po’: perdono meno tempo di me ai ristori, loro. La salita, qualche km, ci porta in un altro mondo: un altopiano di prati, pascoli, alberi gialli e rossi, ordinatissime cataste di legna. E per parecchi km corriamo lungo questi meravigliosi saliscendi, come in una favola. Sembra non ci siano esseri umani, oltre la nostra variopinta carovana di podisti e di bici. Cerco di riportare alla memoria l’altimetria della corsa, ma non la ricordo con precisione. Ricordo però alcune salite più brevi e poi l’ultima, lunga salita fino a quota 1.000 m, che affronterò già con il buio della sera. Dopo un lungo e godibilissimo tratto tra i pascoli, ancora popolati qua e là da mandrie, oltre una spalla della montagna si apre un paesaggio diverso, tutto coltivato a viti di ogni colore autunnale e sormontato dai roccioni tondi delle montagne. Un paese con campanile ed altissima guglia, il minuscolo cimitero, davvero un’immagine da fiaba. Breve discesa e si risale ancora. Così per lunghi tratti, salite tutto sommato dolci e mai troppo lunghe.

Superare il km 50, la metà della gara, è sempre un momento di incoraggiamento, anche se in questo caso la metà dei km non corrisponde affatto alla metà della fatica. Niente da fare, non riesco a ricordare il profilo delle salite: tanto vale che mi goda il panorama ed affronti quello che arriva, senza pensarci. In salita, sempre a passo svelto; in discesa, cercando di lasciar andare le gambe.

Finora non sono mai stata sola per lunghi tratti: nei paraggi c’è sempre qualcuno, sia a piedi che in bici. Non che la solitudine mi preoccupi, anzi; è però rassicurante avere conferma del fatto di essere sulla strada giusta. I bivi sono segnalati con cartelli gialli e scritte sull’asfalto, ma si sa che, correndo per tante ore, spesso la mente vaga per conto suo e si stacca dalla realtà.

Al km 60 opto per una pausa un po’ più lunga. Mi cambio la maglia, indossando una felpa con collo alto per la notte e, sopra, una maglietta con le maniche corte, tutto asciutto. Sistemo sulla testa la pila frontale, approfitto con calma del bagno, mangio un’altra ciotola di zuppa calda. Sto bene, ma non vedo il motivo per affrettarmi. I cinque minuti “persi” qui saranno recuperati in fretta, correndo con abiti asciutti e caldi e la pancia piena.

Oltre il ristoro, un lungo tratto di discesa boscosa, mentre ormai si va verso il tramonto. Chissà quando inizierà la salita vera? Calcoli su calcoli, senza capo né coda. In fondo, che mi importa? Al km 65 altro punto di ristoro. Volontari ormai intirizziti eppure sempre gentilissimi e prodighi di cure verso i podisti. E si procede ancora per stradine a mezza costa, tra minuscoli abitati, finché il buio scende ad inghiottire il panorama. E col buio, purtroppo, anche la nebbia. Questa non ci voleva: la nebbia, per chi come me porta gli occhiali, è un dramma. Infatti, ben presto sono costretta a levare la pila frontale dalla testa ed a tenerla in mano, più in basso possibile. Così, il dolorino alla spalla destra che mi accompagna ormai da qualche settimana diventa ben presto un dolore più serio, che si irradia al gomito e fino al polso, per la mano tenuta in quella posizione innaturale. Ma non ho scelta. Non vedo nulla, non riesco nemmeno a distinguere la strada. Spero solo che le poche auto che circolano siano edotte della presenza dei corridori. Nel dubbio, mi tengo ben a sinistra. Ma l’ansia sta già montando.

Lungo tratto di discesa dove, dopo un tratto di strada che sembra interminabile immersa nella nebbia, rivedo le luci delle moto scorta e ritrovo i volontari sull’incrocio. Bisogna andar giù, decisi: ma ci sono delle luci che vengono in senso contrario… Sono corridori! Che succede? Quasi ci sbatto contro. Poi, il lampo di genio: è vero, l’avevo anche visto sulla cartina, c’è un tratto in cui si deve percorrere un anello ed una breve porzione di strada sia in andata che in ritorno. Rincuorata, proseguo in discesa, di buon passo, fino a raggiungere e superare un gruppo di podisti appena prima del ristoro a fine discesa, sistemato anche qui in una sorta di palazzetto. Pausa brevissima: guardo il Garmin, la distanza, i km, faccio due conti; ormai non può mancare molto alla salita lunga. Siamo ad 80 km. Ed a 400 m di quota, il che significa che bisogna andar su di altri 600. Nella notte, nella nebbia. E chissà che freddo. E mannaggia a me che non ho preso i guanti lunghi.

Riparto. Pochi passi di corsa e comincia la salita, davvero ripida. Mi supera a lunghissime falcate un corridore con assistente in bici. In breve, la coltre di nebbia, che giù in fondo aveva concesso un po’ di tregua, torna ad avvolgermi. Le lucine degli altri podisti scompaiono; scompaiono le luci delle case, i bordi della strada. Si intuiscono solo i tratteggi minuscoli della linea di mezzeria. Coraggio, Gian, ci vorrà un sacco di tempo. Passo svelto, senza arrivare all’affanno. Devi salire, devi andare. Sarà dura lassù, ma non hai scelta. E poi è quasi finita. Non correrai per sempre.

Le ripide rampe mi riportano ben presto al tratto di strada che ho già percorso. Poche centinaia di metri, un tornante. Incrocio un gruppo che deve ancora cominciare il giro: beh, dai, un po’ di vantaggio su di loro ce l’ho… Non sono proprio l’ultima, per quanto possa contare. Imbocco il bivio presidiato dai volontari; uno di loro mi dice “Cinque km al Col de l’Epine, poi la salita è finita, si scende”. Ecco, devo dire che la cosa non mi incoraggia. Speravo meno. Cinque km di salita, almeno un’ora ancora. Nel nulla, con due o tre metri di visibilità davanti a me ed intorno solo il rumore delle gocce d’acqua che cadono dalle foglie. Curioso: i numeri di gara si ritiravano in Rue de l’Epine, lì sarà l’arrivo, ma prima tocca superare il Col de l’Epine. Dovrò andare a verificare cosa sia l’epine. Così, a naso, mi sa di spina. In effetti, questa è ancora una bella spina nel fianco. E nei polpacci. Non piove, ma sono comunque fradicia. Meno male che ho già indossato la giacca. Combatto lo sconforto procedendo a passo svelto e pensando ad altro, fino a recuperare, con una certa sorpresa, il podista dalla lunghissima falcata che mi ha sorpassata ad inizio salita. Ci salutiamo. Tengo d’occhio i cippi chilometrici a bordo strada: meno quattro, meno tre, meno due. Sono il mio unico riferimento in questo muro grigio e gelido.

Quando manca poco più di un km al Col de L’Epine, accade l’impensabile. La pila frontale comincia a lampeggiare: chiaro segno che le batterie stanno per scaricarsi. Ma come è possibile? Le ho sostituite prima di partire… Che imbecille. Era già successo una volta, che questa frontale si scaricasse nel giro di pochissime ore, ma avevo dato la colpa alle batterie ricaricabili. Pensavo di averle caricate troppo poco. E invece no, evidentemente è un problema della pila. E adesso? Lo sconforto mi piove addosso come un macigno. Nella nebbia fitta, senza luce, è finita, non posso muovere nemmeno un passo. Comincio a correre, anche se la strada è ancora in salita. Alzo lo sguardo, vedo le stelle oltre il grigio: eppure, davanti a me, c’è un muro… La coltre si dirada appena un poco nei pressi del colle, forse per effetto del vento. Confido che, dall’altra parte, vada un po’ meglio: non posso fare altro che sperare. Spengo la luce avvicinandomi al ristoro; sbocconcello ancora qualcosa, bevo. Poi mi butto in salita menando le gambe con tutta l’energia residua, mentre la pila continua ostinatamente a lampeggiare. Devo assolutamente percorrere più strada possibile prima che si spenga, questa maledetta. La nebbia torna più fitta che mai, non vedo nulla intorno se non il muretto di pietre a bordo strada. A volte, nemmeno quello. Corro a perdifiato, con visibilità di pochi metri. Quando mi raggiunge un’auto, spengo la pila e sfrutto la luce dei fari per risparmiare un po’ di batteria; idem quando incrocio un’altra auto che sale. Salutano, incoraggiano e non sanno che io sono nella più nera disperazione… Sì, forse la disperazione è eccessiva, ma diventare un nero paracarro incapace di muoversi nel fitto della nebbia è una sensazione inquietante.

I fari di un’auto che sale. In quel momento, la pila si spegne di scatto. Ecco, sono panata… L’auto passa ed io sbatto, virtualmente, contro un muro nero. Quasi per automatismo, schiaccio il pulsante: la luce si riaccende. Ed io riprendo la mia corsa forsennata, con il cuore che ad ogni lampeggio salta un battito. Quanto potrà ancora durare? E poi, cosa farò? I pensieri schizzano come palline nel flipper, ma non ho alternativa. Mannaggia a me, porto sempre le batterie di ricambio, stavolta non l’ho fatto. Potrei tentare con la luce dello schermo del cellulare… Ma và, cosa potrebbe fare in mezzo ad una nebbia tanto fitta ed ostinata?

Di lì a poco, arriva alle mie spalle il motociclista, uno di quelli che tante volte, nel corso della gara, ha affiancato me e gli altri corridori, per accertarsi che andasse tutto bene. Anche stavolta me lo chiede. Mi aggrappo, virtualmente, a lui come ad una boa in mezzo all’oceano: “No, la mia luce non funziona più!”. Detto, fatto: la moto si mette alle mie spalle e mi fa luce, mentre io letteralmente volo, sputando i polmoni, col cuore in gola, per bruciare il prima possibile quest’ultimo tratto di strada. Non può mancare molto: ormai Chambery dovrebbe essere alle porte… Lo è, infatti. Quando sono ormai alla canna del gas, nel maldestro tentativo di non costringere la moto a frenare troppo, come per magia la nebbia si dirada. Un incrocio, l’ultimo punto di ristoro. Non mi fermo, tiro dritto, ancora 5 km. Congedo la moto: qui c’è qualche lampione ed il riverbero delle luci della città; con un po’ di attenzione, me la posso cavare. Discesa su uno stradone ampio, buio ma non troppo, morbide curve nel bosco. Ormai non voglio più rallentare. Raggiungo due corridori, con mia sorpresa due italiani: breve scambio di frizzi e lazzi, poi mi allontano. La pila mi concede ancora alcuni brevi tratti di luce nei punti più scuri, finché la strada esce dal bosco e mi porta al cospetto della distesa di luci di Chambery. La sofferenza non è finita: alcune brevi risalite mettono alla prova il morale più che le gambe. Per non parlare dell’ultima, ripida, cattivissima discesa, che sembra non finire mai. Se mi inciampo, qui arrivo al traguardo rotolando come una botte. Invece no: ci arrivo in piedi, sana e salva. Ultima curva, l’arrivo è nel palazzetto dello sport. Luca come fotografo personale; tempo finale di 13h 8′, che mai più mi sarei immaginata. Lassù, nella nebbia, avevo perso il senso dello spazio e del tempo, temendo quasi di arrivare a filo delle 17 ore di tempo massimo. Se non ci fosse stato il motociclista, avrei rischiato, forse.

Al traguardo

Ma l’avventura non è affatto finita. Come Cenerentola, devo anch’io tornare a casa il più in fretta possibile, pena lo stigma di tutta la famiglia umana e canina. Madre raccomanda di dormire un po’, ma io preferisco ripratire subito, dopo una calda doccia corroborante, finché l’adrenalina mi regge ancora in piedi. E, nella doccia, la tragica scoperta. Ho corso per 100 km con i pantaloni indossati al contrario: i disegni sulla pelle anziché all’esterno. Ecco il perché di tutti quei problemi alla partenza. Boia mondo… Meno male che sono pantaloni neri come la pece: forse non se ne sono accorti proprio tutti. E comunque, chissenefrega!

Così, poco prima delle undici di sera sono di nuovo in viaggio. Un bel po’ di soste per mangiare, in preda ai morsi della fame scatenata nel dopo gara, e per dormire, l’ultima a Briançon, su una piazzola. Lì, a risvegliarmi è la pila di un gendarme, che bussa al finestrino per capire quali siano le mie pessime intenzioni. A fatica, tra la beceraggine del mio francese ed i fumi del sonno, spiego la situazione: giunge in mio soccorso la foto che gli organizzatori, a fine gara, hanno provveduto a stampare, con i dati di ciascun atleta ed il risultato di gara. Insomma, in qualche modo il gendarme capisce che casco dal sonno e si ritira. A questo punto, però, credo sia meglio avviare il motore e passare il Monginevro il prima possibile…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!