30 dicembre 2008 – Visita al Medizinisches Zentrum di Bad Ragaz (Svizzera)

Se a qualcuno fosse sfuggito il mio stato di impercettibile, leggerissima agitazione… Ora non posso proprio più nascondermi. Ho appena tentato, convulsamente, di infilare la tessera bancomat in una fessura in cui in realtà non si deve inserire alcunché: da lì esce il biglietto del parcheggio, che si ottiene premendo l’apposito, evidentissimo, pulsante, cinque centimetri più a sinistra. Me lo fa notare, non so se commosso o terrorizzato da questa squilibrata alla guida di una Corsa con targa italiana, il gentilissimo signore proprietario dell’auto che segue, all’ingresso del garage sotterraneo. Cominciamo bene, non c’è che dire. E che caspita me ne devo fare, di ‘sto biglietto? Bah, non importa, me ne preoccuperò più tardi.
Parcheggio l’auto lasciando per miracolo illese le colleghe accanto: meno male, perché, da queste parti, credo che un pomellino dello specchietto retrovisore di una qualsiasi delle macchinine parcheggiate qui dentro valga più di tutta la mia Opel e di me stessa medesima, messe insieme. Non mi basterebbero dieci anni di lavori forzati per ripagare i danni! Indi, sforzo sovrumano per raccattare tutto quel che mi serve senza perdere o dimenticare qualche pezzo. Ho le mani che tremano ed il neurone ormai bruciato, completamente in tilt: mi domando come ho fatto a guidare per quasi cinquecento km fino qui ed arrivare incolume, lasciando per giunta incolumi anche gli sventurati che ho incrociato lungo la mia via.

Già il primo impatto con il Medizinisches Zentrum, visto da fuori, mette soggezione: è un complesso enorme, dall’aspetto molto lussuoso, a cui sono annessi un Casino, un hotel a venticinque stelle, un centro termale. Insomma, uno di quei posti in cui io mi faccio alta due centimetri, mi sento un pesce fuor d’acqua, anzi peggio, un pesce tirato fuori dall’acqua ed asciugato con il phon. Carico la borsetta ed il borsone con tutto l’occorrente: abbigliamento da bici, scarpe comprese, ed un paio di pedali Campagnolo. Mi è stato detto di portarli… Obbedisco.

E mò qual’è l’uscita giusta da questo antro? Imbocco una porta a vetri che dà su una scala; salgo al piano superiore, più spaesata ed intimorita che mai. Ho le gambe che fanno giacomo giacomo su per gli scalini: nemmeno fossi avviata al patibolo! Accanto al pianerottolo, il bancone di una reception e, dietro, una stragnocca bionda con camicia bianca e gilet nero: cavoli, ma questo è un centro medico, o qui si danno appuntamenti d’altro genere? Ah no, presto spiegato il qui pro quo… Do una rapida occhiata all’interno della sala; quel che vedo attraverso la porta è una slot machine, davanti alla quale sta seduta, di profilo rispetto a me, un’altra bionda da capogiro, con due chilometri di gambe incrociate e calze a rete da pesca a strascico. Ecco, diciamo che io, in jeans, scarpe da ginnastica e maglia da bici, con una borsa in una mano ed il sacco Venice Marathon in spalla, qui dentro faccio la mia porca figura, ma tant’è… Che son finita nel posto sbagliato, l’ho capito, ma dov’è che devo andare? Figuraccia per figuraccia, mi rivolgo alla signorina della reception, che mi indica, in perfetto inglese, la retta via.

Il centro medico si trova in un edificio a parte, ben più sobrio. Un corridoio ampio e luminoso, impiegate gentili e, cosa incredibile per chi arriva dall’Italia, con perfetta conoscenza dell’inglese. Mi accomodo in una sala d’attesa, visto che sono in anticipo; mi chiameranno quando sarà il momento. Bene, così ho il tempo di darmi una calmata e sforzarmi di pensare che sono qui semplicemente per una banalissima visita medica sportiva, niente di più: già, ma è difficile credere che sia una cosa banale, se per arrivare fin qui ho oltrepassato un confine ed un colle alpino. Inganno l’attesa sfogliando i giornali a disposizione sul tavolino: mi accontento di guardare le figure, perché il tedesco è lingua ostica! Rigorosamente riviste a tema sportivo; se solo capissi cosa c’è scritto, devono essere interessantissime!

Pochi minuti ed ecco che arriva una ragazza, giovane, avrà la mia età o forse meno: molto gentile e carina, mi invita a seguirla. Mi chiede se so già cosa mi attenda: no, non ne ho idea; sono qui per le insistenze di un amico; sia fatta di me la vostra volontà.

Oltrepassiamo una porta a vetri su cui campeggia la scritta “Swiss Medical Center”, che già mi mette in imbarazzo: non faccio altro che chiedermi cosa c’entro, io, qui dentro. Una sala attrezzi: una bici, alcuni tapis roulant, altri marchingegni di cui non immagino proprio il funzionamento. Tutto pulitissimo, ordinato, luminoso, con la luce che entra dalle finestre, il riverbero della neve sulle montagne talmente vicine che sembrano appena lì fuori, sul terrazzo. L’infermiera fa di tutto per mettermi a mio agio, scherzando e chiedendomi di me, da dove vengo, cosa faccio nella vita.

Prima tappa, la bilancia: tasto dolente… Poi l’altezza e la circonferenza vita. Il prelievo di sangue, questo no, proprio non me lo sarei aspettato: aiuto, l’ago… Mi stendo sul lettino, chiudo gli occhi per non vedere e non svenire; questa ragazza però ha la mano fatata; non sento quasi nulla. L’elettrocardiogramma, la misura della massa grassa: intorno a me, un gran viavai di strumenti, ventose, fialette, fogli di carta. Non oso chiedere più di tanto; faccio il burattino e resto lì in attesa degli eventi. Mi sembra che il tempo scorra con una lentezza estenuante.
Mi tocca poi il terzo grado: cosa ho mangiato oggi e quando; come mi sono allenata nei giorni scorsi; quali sono le mie consuetudini alimentari e sportive: diciamo che, per essere riuscita a far storcere il naso ad una ragazza della Svizzera tedesca, ben sapendo che razza di ignominie siano in grado di ingurgitare da quelle parti, devo proprio essere un caso patologico!

Poi, è la volta della prova pratica. Consegno i pedali alla ragazza, che, con mio grande stupore ed ammirazione, in pochi secondi svita quelli già presenti sulla pseudo-bici piazzata in mezzo alla sala e li sostituisce con i miei: fantastico, io non ho ancora imparato adesso, a momenti!
Salgo sulla bici, regolo la sella; devo pedalare, per un quarto d’ora circa, quasi senza sentire alcuno sforzo, solo per riscaldare i muscoli. Resto un po’ da sola e, pedalando, mi guardo intorno; pavimento lucido in parquet, muri bianchi tappezzati di foto di ciclisti con i controcavoli, sciatori, maratoneti. Passa ogni tanto qualche infermiere, qualche altro candidato alla visita medica; dal corridoio giungono spezzoni di dialogo in ogni lingua, tedesco, inglese, persino italiano. Continuo a sentirmi un pop’ sospesa, fuori dal mondo, come se in realtà non fossi qui ma fuori dalla finestra, a guardare me stessa appollaiata su una finta e scomodissima bici.

L’infermiera, di lì a poco, ritorna spingendo un tavolo con sopra un macchinario indecifrabile. Mi spiega quel che si farà adesso. Dovrò pedalare tra le 70 e le 80 pedalate al minuto, leggendo il numeretto che compare su un piccolo schermo davanti a me; la resistenza della bici aumenterà ogni tre minuti, finché sarò in grado di spingere i pedali; in più, ogni tre minuti, uno dei miei polpastrelli sarà spietatamente sforacchiato per estrarne una minima quantità di sangue che verrà inserito nel minaccioso marchingegno. In più, accanto a me c’è un cartellone con alcuni numeri, da 0 a 20, abbinati ad un livello di difficoltà: facile, meno facile, duro, molto duro, ecc; in ciascuna fase dell’esame, devo dire dove mi trovo in questa scala, secondo me.

Si parte. Prima fase, prima sforacchiatura. L’infermiera maneccia fialette sottilissime, quasi come capelli. Seconda fase, altra sforacchiatura, anzi no: strizzatura del dito già sforacchiato! Terza fase, il gioco comincia a farsi duro, io a grondare come una fontana, pure sforzandomi di dissimulare la fatica; avanti così, fino a quando i pedali diventano talmente duri che, per quanto mi contorca e spinga giù le gambe, non c’è più verso di muoverli. Fine… Ancora una decina di minuti di pedalata senza resistenza, poi sono libera; posso andare a far la doccia e poi attendere il Dr Hoppe.

Anche il locale delle docce è tirato a lucido come uno specchio. Ho l’aspetto disfatto; mi ricompongo: una bella doccia calda è l’ideale per farmi passare un po’ la tensione. Torno poi alla sala d’attesa; poco dopo, faccio finalmente la conoscenza del dottore. So che di un medico si dovrebbero valutare tante altre cose, ma la prima che mi salta agli occhi è che si tratta di un gran bell’uomo, dal tipico aspetto tedesco, fisico asciutto, occhi chiari, sorriso aperto e simpatico. Meno male, almeno mi sento un po’ più a mio agio.

Seduti ad un tavolino, abbiamo sotto il naso una moltitudine di fogli, numeri, grafici. Il Dr Hoppe scorre e commenta i risultati; già alle prime righe, mi fa saltare sulla sedia: “Your weight is OK for me”. Eeeeeh? Chestaiaddì? Stai scherzando? 61,5 kg per 1,67 di altezza ed una collezione di cazziatoni da parte dei medici da cui ogni anno vado a far la visita sportiva… E qui mi sento dire che va bene? Pare proprio di sì… Il dottore mi spiega che, per il tipo di corse che interessa a me, cioè le prove su distanze lunghissime, essere molto magri non è affatto la strategia più produttiva, anzi. La buona riuscita delle imprese dipende anche dal fatto di portarsi appresso una certa quantità di riserve. Il Dr Hoppe si alza, passa nell’altra stanza, ne ritorna con in mano una cartolina che ritrae l’ultraciclista Dani Wyss lungo uno degli interminabili immensi rettilinei della Race Across America: mi fa notare come la sua struttura fisica sia ben diversa da quella dei classici ciclisti manichino, magri al punto da sembrare quasi malati. Si parla di prove molto diverse; in una corsa da 5000 km, come la RAAM, l’energia non deriva solo da ciò che si mangia in gara, tutt’altro.
Mi si allarga il cuore: ed io che avevo già visto il barattolo della Nutella volare via con le alucce e dirmi addio… Non tutto è perduto! Il peso non deve scendere, cosa potrei chiedere di più dalla vita? Ho una percentuale di grasso, 26,5%, che credo sia più o meno come quella del gorgonzola… Ma da questo istante smetto di preoccuparmene!

Anche il cuoricino, con 52 battiti al minuto, a riposo, dopo la sveglia alle 4 del mattino e cinquecento chilometri di auto, va bene così.

Pendo dalle labbra del medico quando attacca a spiegarmi tutta la storia delle “fasi” dei battiti cardiaci, le soglie aerobica ed anaerobica, ecc. Uno dei tanti fogli sparsi sulla scrivania riporta un grafico che mette in relazione il battito cardiaco, in ordinata, e la misura di una grandezza che si chiama “lattato”, in ordinata: ben lungi da me l’idea di lanciarmi in spiegazioni scientifiche, né di tentare di riportare le parole che ho sentito; però, in sostanza, quel che dovrei riuscire a fare è “appiattire” questa curva che ora tende a puntare un po’ troppo verso l’alto. Se ho ben capito, detto in parole miserrime, si tratta di abituare i muscoli a lavorare più a lungo, riducendo su di essi i danni della fatica.

Di tanto in tanto mi distraggo, come a scuola; mentre il dottore parla, io mi perdo per un momento a correre dietro ai mille sogni assurdi ciclistici che mi coltivo, quasi che già questo solo colloquio potesse servire a rendermeli più accessibili.

Un primo consiglio, a grandi linee, con riferimento al battito cardiaco ed a una delle tante tabelline che compaiono sui fogli che stiamo guardando, è quello di svolgere un 50-60% del mio allenamento restando al di sotto dei 151 battiti, un 20-30% tra i 151 ed i 188, un 10-20% al di sopra dei 188. Devo ancora capire come fare a superare i 188, visto che, quelle poche volte che ho indossato la fascia del cardio per correre a piedi, pur lanciandomi a tutta velocità su per il cavalcavia, arrivo al massimo a 178, poi le gambe ed il fiato cedono; idem sui rulli, a 180 battiti non arrivo mai; è evidente che durante il test in qualche modo ci sono arrivata, ma a rischio di defungere!

In ogni caso, adesso non è un problema. Come fare, non sarò io a doverlo decidere. I risultati del mio test passeranno, sempre grazie all’amico che mi ha trascinata fin qui, nelle mani di un preparatore d’eccezione, ultraciclista anche lui con un elenco di prestigiose vittorie lungo così; sarà poi lui a dirmi cosa devo fare. Se…

…perché è ovvio che ci sia anche un “se”. Sono stata catapultata in una situazione di cui solo adesso, qui, comincio a rendermi conto; sembra proprio sia una cosa seria. Provare, per una stagione, a fare le cose per bene; non più scorrazzare in bici, ma allenarmi nel senso serio del termine, secondo i consigli di qualcuno che ha ben presente quale sia il tipo di ciclismo che piace a me. E che consigli!
Solo che io non ne sono così convinta; non penso affatto di avere le qualità per combinare qualcosa di buono, né di essere davvero in grado di seguire un serio programma di preparazione, conoscendo la mia testa matta. E’ una grande occasione, costerà soldini, tempo e fatica; devo cercare di non buttare tutto all’aria.

Una stretta di mano, un bel sorriso, il Dr Hoppe mi augura buon viaggio: ci si rivedrà ad aprile o a maggio. Ora la parola passa ad Andrea Clavadetscher, sarà lui a dirmi come comportarmi d’ora in poi. A me non resta che prendere una bella camomilla e prepararmi con pazienza all’attesa.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!