30/31 maggio 2009 – Raid Provence Extreme

Patrick parla in francese, ma ormai non mi frega più… Non saprei come rispondere, ma capisco alla perfezione il senso del suo discorso. Guarda fisso verso di me, sorride: “Quest’anno, chi non ce la fa più dovrà ingegnarsi a tornare al capolinea con i propri mezzi. L’organizzazione interverrà per riportare alla base chi ha avuto un incidente o un problema meccanico… Ma se l’ostacolo è la stanchezza, saranno affari vostri, perché dovete sapervi gestire”. Guarda me perché sa che, l’anno scorso, io ho gettato la spugna dopo 530 km, e poi non per colpa della stanchezza, almeno, non quella fisica; è la testa che ha ceduto, che non ha saputo resistere dopo aver sbagliato strada ed aggiunto inutili chilometri ai già troppi chilometri, dopo essersi convinta che ormai non ci sarebbe più stato nulla da fare. Guarda me perché, nella platea di cinquanta ciclisti ed altrettanti accompagnatori, più o meno, sono in fondo l’unica per cui le probabilità di fallimento surclassano quelle di successo, ridotte queste ultime al caso miracoloso. Del resto lo so, è la pura innegabile verità; non me la prendo, ricambio il sorriso.

Il sole obliquo della sera illumina la piazza in terra battuta, bianca, livellata dalle ruote delle auto e dalle partite di bocce, chissà quante ogni giorno, giocate all’ombra paterna ed accondiscendente dei meravigliosi platani. Esaurite le spiegazioni, gli avvertimenti, le domande, la piccola folla si disperde, alla spicciolata. Matteo è già tornato al furgone da un po’: deve finir di cuocere la pasta… Entro le sette e mezza stasera bisogna consegnare le bici, che domattina saranno trasportate a Bedoin, al punto della partenza, ed i rifornimenti che ciascun ciclista “autonomo” potrà poi ritirare al punto di ristoro prescelto lungo il percorso. La corsa quest’anno prevede 590 km per 9.400 m di dislivello in salita, tra il Mont Ventoux, le Gorges du Verdon, il Luberon; tracciato più impegnativo dell’anno scorso, ma il tempo massimo è rimasto invariato, 34 ore. Impossibile per me, certo: ma, chissà perché, la preoccupazione non mi sfiora. Sarà che sto diventando vecchia ed un po’ meno scalmanata, sarà che sono già stata qui e più o meno so quel che mi attende; fatto sta che non riesco a lasciarmi travolgere dall’onda di entusiasmo e terrore che fino a qualche tempo fa mi assaliva in questi momenti. Sono a ore ed ore di auto da casa, eppure c’è un bel po’ di gente che conosco: Ivano, Neria, Patricia, Silke… Ivano poi come al solito è il teatrante della situazione, perenne dongiovanni sempre pronto ad attaccar bottone con ogni fanciulla nel raggio di dieci metri, con quel suo fascino rude da uomo vissuto; cattivo, cattivissimo, se la porta sempre appresso quella sua scorza da giustiziere della notte, ma a me ormai non la dà più a bere… Io so bene che lì sotto l’armatura da cavaliere a pedali batte un cuore, non solo d’atleta!
L’ambiente è simpatico, alla mano, tutto sorrisi e pacche sulle spalle e scoppi di ilarità in ogni lingua ed ibrido linguistico possibile. Benché siano quasi tutti alieni, gli atleti qui intorno, nessuno si comporta come tale. Sorrido dell’ansia di Matteo: è talmente concreta che potrei tagliarla con un coltello… In fondo rivedo me stessa l’anno scorso, la stessa inquietudine, lo stesso senso di smarrimento, di essere qui ma senza sapere bene perché, per fare cosa; il timore di una distanza mai percorsa tutta insieme, di uno sforzo che non si può nemmeno ben prevedere. Poi, come sempre, il mio compagno di viaggio è ossessionato dal cibo e dalle crisi di fame; macina più numeri di un registratore di cassa a furia di contare e ricontare le calorie dei cibi, di valutare il consumo ipotetico di energia su ogni tratto di strada; ha in testa un unico pensiero, la pasta. Quella che ha appena finito di cucinare va a comporre il bagaglio che gli sarà traghettato al secondo ristoro; più tardi, in agriturismo, ne cucinerà altra per cena. Va bè, pazienza, lasciamolo fare: se serve per la sua tranquillità, ben venga.

La truppa di ciclisti ed accompagnatori rompe definitivamente le righe poco prima delle otto; se ne vanno tutti, alla spicciolata. Domani mattina, l’appuntamento sarà qui alle sette e un quarto: i ciclisti che correranno senza assistenza, nella cosiddetta versione “Grands Randonneurs”, potranno approfittare del trasporto fino a Bedoin, alla linea di partenza. E così faremo anche noi: visto che la gara si conclude a St Remy, almeno avremo già qui il nostro bagaglio a fine corsa. Resta la sensazione che partenza ed arrivo in località diverse sia una scelta tattica infelice, ma tant’è.
Matteo ed io ce ne andiamo alla ricerca dell’affittacamere presso cui ho prenotato la stanza per questa sera: è a cinque minuti dalla sede del circolo ciclistico ed è un posto meraviglioso, una delle tante splendide case immerse nella campagna, nel verde e negli alberi, presidiato da un micione grigio, pingue e pigro che sbadiglia svogliato al nostro arrivo. La padrona di casa interrompe la cena in veranda, ci accoglie cortese; non sa nulla di quel che accade a pochi metri da casa sua… Non sa della corsa; strabuzza gli occhi quando le spiego, in inglese, di cosa si tratti, e poi, non convinta, ne chiede conferma a Matteo, mentre io,già in camera, li sento discutere attraverso la finestra aperta. Preparo al tavolino un tot di panini con le fette di pane confezionato e le sottilette; seziono un paio di ettari di focaccia per ridurli alle dimensioni di comode barrette da stipare nel borsello da manubrio della bici. Il cumulo di pacchettini di carta stagnola stride con l’aspetto severo del tavolo di legno, la specchiera, il divano, le pareti che sanno di antico e di ordine e di studio o lettura. Sembra uno di quegli ambienti da servizio fotografico matrimoniale, bellissimo ma finto. Matteo entra, rovescia parte del suo bagaglio sul divano, poi torna giù, nel furgone, a cucinarsi ‘sta benedetta pasta. Mi vien da sorridere, lo guardo chiudere la porta trafelato; penso che, senza di lui, questo viaggio pur bellissimo non potrebbe essere la stessa cosa. Penso che vorrei che questi giorni non finissero mai, penso che penserò che non arriverà martedì sera, che, per qualche strano fenomeno paranormale, il tempo si fermerà qui in Provenza. Sì, mi va di credere così, posso farlo finché sono qui. Mi accade di rado di vivere un giorno come quello che sta finendo: viaggio con la bici, ma senza starci in sella; è forse l’unica occasione in cui sono capace di godermi una giornata senza la mia dose di fatica, perché so che domani ne avrò da vendere e da appendere, e riesco ad apprezzare il riposo e la compagnia. Nei giorni normali, se accade qualcosa per cui mi tocca rinunciare alla mia razione quotidiana di corsa o bici, do di matto, verso me stessa e verso chiunque mi stia intorno.
La mia cena è caotica, un avanzo di formaggio e focaccia, dopo tutto quel che ho già piluccato nelle lunghe ore di auto; la fame non c’è più, resta solo da dare un ultimo sguardo alla carta di viaggio della gara e spegnere la luce.

La padrona di casa, alle sei e mezza in punto, ci fa trovare una colazione luculliana: sul tavolo della cucina, caffé, the, torte, marmellata, burro, succo di frutta. Ed ammirazione ed incoraggiamento per quel che ci attende.

Il micio ci osserva allontanarci lungo il vialetto d’ingresso, più assonnato e distratto di ieri sera, appallottolato all’ombra di un pioppo. E’ giunta l’ora: a St Remy abbandoniamo il furgone; una carovana di auto dell’organizzazione ci raccatta, insieme agli altri mattoidi, e ci proietta in un viaggio breve eppure interminabile verso Bedoin. Matteo è sorprendentemente silenzioso: se non ne conoscessi il motivo, direi che sta male, malissimo, anzi. Lo guardo ogni tanto di sbieco; ha l’occhio perso nel vuoto, tipo tossico in crisi di astinenza, solo più tranquillo, anzi immobile. Se potesse calare il silenzio perfetto nell’abitacolo, credo che il suo respiro non si sentirebbe. Dev’essere una forma di rallentamento dell’attività fisiologica, qualcosa tipo il letargo degli animali… Mi verrebbe da dir qualcosa, per stemperare la tensione, ma credo sarebbe inutile. So bene che basterà far girare i pedali, perché tutto si sistemi. Mi assopisco e mi sveglio più volte anch’io, cullata dalla monotonia del viaggio e del paesaggio sempre piatto, finché non s’intravede l’inconfondibile vetta bianchissima illuminata dal sole. Su e giù per colline dolcissime, ormai siamo a Bedoin: posto che conosco come le mie tasche e forse anche meglio. Sciami di ciclisti ovunque, tutti concordi verso un’unica meta. Che beffa: anche noi partiremo da Bedoin, ma non per la salita classica da questo versante, bensì in direzione del Col de la Madeleine e di Malaucene. Per carità, nulla togliere a quest’altra ascesa, che pure ha il suo bel perché ed offre, negli ultimi tre km, uno spettacolo mozzafiato sulla vetta, ma il Ventoux vero è quello da Bedoin e basta. Comunque, vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole…

Le bici dei Grands Randonneurs sono ordinariamente disposte sul piazzale proprio all’attacco della salita, di fronte al capannone di un negozio di bici che ha messo a disposizione i cavalletti, lo spazio ed anche i bagni. Ciascuno raccatta la propria: solo un istante di ansia perché sembra di non trovarla più, sepolta tra le altre… Ritrovo la Ridley, provvedo subito a zavorrarla per bene con il borsello anteriore e quello al telaio, pieni di cibarie. Per il resto, il bagaglio è sulla schiena: preferisco avere sempre con me tutto quel che può servirmi, sarà assurdo e un po’ paranoico ma è così. E poi stavolta sono stata brava; lo zaino sulla schiena è grosso, ma non è affatto pesante, anche se fa inorridire i puristi. In effetti i miei colleghi partono quasi tutti senza carico, a parte Matteo che nelle tasche ha infilato di tutto, forchetta compresa. Eh si capisce: nel bagaglio che ha spedito a non so quale ristoro c’è anche la pasta, come si fa a mangiar la pasta senza forchetta? E’ agitatissimo, il povero Matteo; ride, ma si vede lontano un miglio che è un riso forzato, di nervoso. Eppure non posso farci nulla, anche se vorrei vederlo un po’ meno angosciato; io lo so, che a lui andrà tutto bene. Se non altro, però, è riuscito a comprare, in extremis, una luce rossa posteriore con cui sostituire la sua, deceduta proprio ieri sera. Almeno questo è un motivo di agitazione rimosso. Anche Neria è tesa, ma contiene la sua ansia. Ivano no, lui continua imperterrito a fare il buffone. Sono un po’ preoccupata perché ho dimenticato di lubrificare catena e ruota libera dopo averle pulite; colgo la palla al balzo: “Senti Ivano, tu che hai la faccia come il cù, puoi mica chiedere qui al negozio se hanno dell’olio?”. Con la sua solita aria sorniona, esclama: “Aspetta e vedrai”. E sparisce dietro al capannone: chi lo vede più? Seduta sulla rampa di cemento, sbafo un panino e chiacchiero, guardo le altre bici, tutte equipaggiate nei modi più fantasiosi. Di lì a poco, il cuneese folle ricompare. Brandisce uno spray che, a quanto ho capito, serve proprio per quel che ho chiesto io: solo che, sotto gli occhi allibiti e divertiti degli astanti, e in bella mostra davanti al fotografo, se lo infila nella salopette e se lo spruzza, con gnerosità, là dove non batte il sole ma in compenso sfrega la sella… Sono piegata in due dal ridere, al limite del soffocamento: “Piantala, imbecille, dammi ‘sto coso che mi serve per la catena!”. Dovrò penare un bel po’ per vedere finalmente esaudito il mio desiderio… L’ho sempre detto io, che quest’uomo ha gli attributi d’acciaio! E’ anche giusto che vadano lubrificati.

Si avvicina l’ora X; è il momento delle foto di gruppo, prima per tutti, poi per le sole fanciulle. Sei o sette donne in tutto. Le auto dell’organizzazione scaldano i motori, ormai è questione di pochi minuti. Cerco Matteo, è perso nel gruppo e nei suoi pensieri; lo chiamo vicino a me, per augurargli buona fortuna a modo mio. Poi non ce n’è più per nessuno: via, si parte. Mi ritrovo capofila dietro all’auto del Big Boss della corsa, Patrick, non so bene perché: tutti gli altri restano un po’ indietro, li sento chiacchierare alle mie spalle. Ma non dura… Tempo che la strada prenda una leggerissima pendenza in salita ed io sono fatta, da prima scivolo ultima e staccata su per la dolce salita della Madeleine, tra verde e vigneti. Solo Ivano e Matteo aspettano; poi resta soltanto Matteo: non capisco perché, vorrei che andasse, che non stesse qui a perder tempo, ma lui nulla, si volta, mi controlla, rallenta. Mi sorpassa anche l’auto di fine corsa: dai Matteo, vai… “No, fino alla salita restiamo insieme”. E la salita arriva: Malaucene, bivio a destra, stavolta davvero comincia l’avventura. Saluto Matteo, so che lo rivedrò a St Remy: e comunque ci arrivi io, so che lui ci arriverà con i suoi pedali. Poi 34×27 e marcia da carro funebre: la salita è lunga, più o meno venti km; la conosco bene, so che non è il caso di scherzare. Tira vento oggi, si sente già di qua. Si pedala in un’interminabile processione di ciclisti: i miei compagni di gara sono già chissà quanto avanti, ma qui c’è di tutto, ciclisti turisti ed anche i partecipanti alla Granfondo Ventoux-Baumes de Venise, che si svolge oggi sullo stesso itinerario. Quelle che raggiungo io sono le retrovie, gli ultimi derelitti: insomma mi sento a casa!
Le raffiche di vento, da cui per ora il bosco ripara un po’, mitigano il caldo feroce che altrimenti mi incollerebbe all’asfalto nero; la luce è limpida, anche se qualche velatura in cielo c’è. Sento di star bene, gambe fresche, tanto che vorrebbero concedermi un po’ di vivacità in più, ma no, non si può: non devo sprecare nemmeno la minima stilla d’energia. Ho ben più di 500 km davanti a me.
Il versante di Malaucene alterna tratti di ampi curvoni a spietati chilometri di strada dritta e con pendenza cattiva, soprattutto perché non sembra di salire così tanto, per effetto proprio della direzione sempre uguale. Soprattutto nella seconda parte, appena prima del bivio per Mont Serein e poi nei sei chilometri successivi. La soddisfazione di percorrere salite così affollate è quella, magra, di godersi persino qualche sorpasso, anche se è evidente che sto sparando sulla Croce Rossa e sono crocerossina pure io. Il vento, verso la cima, rinforza e colpisce all’improvviso, a tradimento: mi chiedo come facciano, i ciclisti che incrocio, a scendere a simile velocità. So già che quei chilometri dalla vetta a Chalet Reynard saranno per me un calvario! Pedalo e mi guardo intorno, ad ogni metro di questa strada riaffiora un ricordo. Gian, certo che ne hai già calpestato, di asfalto, nella tua vita! Puoi davvero ritenerti fortunata… E’ la settima volta che sgambetti sulle pendici del Ventoux, è l’ennesima volta che gli salti in testa, considerato che in qualche occasione hai fatto due se non tre salite. Ed il Ventoux per molti è il sogno di un’intera vita ciclistica!

A tre km dalla cima, proprio dietro una curva, ecco la vetta in tutta la sua inquietante ed imponente bellezza. Sparisce il verde, resta il bianco della pietra, solo qua e là interrotto dal bianco ancor più lucente della neve: ogni volta è una sorpresa che mozza il fiato già corto. Questa è fatta, o quasi, anzi è proprio fatta, sempre che il vento non decida di coricarmi per terra. Data la mia velocità, non sarebbe poi nemmeno una gran botta: probabilmente finirei per appoggiarmi all’asfalto. Una foto al cupolone dell’Osservatorio, un’altra alla torre in cima, miracoli di equilibrismo; l’ultimo tornante, l’ultimo strappo e via, senza fermarsi nemmeno un istante, via dall’irritante folla di auto e turisti a passeggio quassù. Comincia l’incubo!
A scendere fino a Chalet Reynard impiego, come previsto, un’eternità. mi ripeto ossessivamente “Gian, stai tranquilla, vai piano, non succede niente”, ma il senso di vuoto che mi assale in questa landa desolatissima e bianca, che si affaccia a picco sulla pianura oltre mille metri più in giù, mi dà alla testa. E, come se non bastasse il vuoto, come se non bastasse la strada che pende e sembra volermi tuffare giù da un baratro, c’è anche il vento che sposta letteralmente la bici. Scendo con le dita avvinghiate ai freni, al punto che, allo Chalet, ho le dita completamente insensibili. Da lì a Sault, la vita è un po’ più facile; se non altro, il bosco nasconde alla vista il salto nel nulla. Però sarebbero chilometri favorevoli da sfruttare: invece io non ne sono capace, mi attardo, magari accelero un po’ in rettilineo ma devo poi inesorabilmente frenare anche nella più insignificante delle curve. E il vento continua a disturbarmi. Ma non finisce più questa discesa? Tanti sono i ciclisti che salgono anche di qua, il versante forse meno interessante perché lungo e molto facile.

Finalmente si apre il fondovalle: qualche tornante di risalita mi permette di rimettere un po’ in sesto le gambe infreddolite dalla discesa. La temperatura è mite, ma molto inferiore a quel che mi aspettavo. Dietro di me è in arrivo il primo degli “Ultra”, i ciclisti che corrono la gara con l’assistenza delle auto: ha nientemeno che un grosso monovolume al seguito, con tanto di altoparlanti sul tettuccio! Però non mi supera: si ferma al primo tornante. Da Sault svolto a sinistra verso Aurel; qualche chilometro in falsopiano ed ecco il primo ristoro. Mi ci fermo il minimo indispensabile perché gli addetti al controllo segnino il mio passaggio; intanto afferro qualcosa da mangiare, una fetta di formaggio, un vasetto di passata di frutta, il tutto rigorosamente mischiato insieme, a mò di struzzo. Saluto, riparto; in quell’istante arriva il primo degli Ultra.

Una breve ma severa rampa che si stacca dalla strada principale e va verso St Trinit è ora la mia direzione. Il primo Ultra mi sorpassa, finalmente: ha un casco da crono con la punta, le ruote a razze e non spiccica nemmeno mezzo saluto. Sarai pure un campione, figlio mio, ma te la tiri giusto giusto un po’! La pendenza si attenua, la stradina prosegue in mezzo ai campi di lavanda ed a colline appena accennate. Quel che colpisce di questi luoghi sono gli spazi immensi e deserti: si vedono solo campi e boschi e campi e boschi, qua e là una cascina; paesini distanti decine di chilometri l’uno dall’altro, nastri d’asfalto che si srotolano nel nulla. Raggiungo il bivio che, a sinistra, manderebbe verso il Col de l’Homme Mort e Sederon: due località dai nomi quantomeno curiosi! Ma io non vado né all’uno né all’altro, vado a destra, mi reimmetto sulla strada principale, direzione St Trinit. Da qui, infiniti lunghissimi saliscendi su strade ampie, bellissime, quasi biliardi. Ed anche qui, altri ricordi: ci sono stata con Matteo, solo la scorsa primavera; abbiamo percorso questo tratto nella notte, il mio calvario di sonno ed allucinazioni, pochi minuti di sonno rubati qua e là sul ciglio della strada, poi il crollo, la nanna per un’ora buona stesi in un fazzoletto di prato e protetti solo dal telo termico. Che follia, la rifarei subito!

Uno ad uno, mi sorpassano gli Ultra; un saluto ed un incoraggiamento arrivano quasi da tutti. Tra non molto, sarò sola. Revest du Bion, Banon, Revest de Brousses, St Michel l’Observatoire. Mi fermo a fare il pieno d’acqua ad una delle tante fontane di “eau non potable”: un turista in mountain bike mi fa notare che al bar posso trovare l’acqua potabile; replico che questa qua l’ho già provata… “E a quanto pare non sei morta”, conclude lui. Da St Michel a Manosque c’è ancora la salitella di St Martin les Eaux, dove l’unica forma di vita che incontro sono i Gendarmes. A Manosque, invece, di vita ce n’è fin troppa: un gran caos, traffico, semafori, rotonde. Ovviamente violo tutto il violabile del codice della strada: voglio solo togliermi di qui il più in fretta possibile, destinazione Valensole, una decina di km più in là. C’è un lungo tratto che, secondo i miei standard, definirei “falsopiano in salita”: stradone dritto ed a pendenza dolcissima. Ricordo ancora quanto ho sofferto ed imprecato qui, poco più di un anno fa, la prima volta che ho percorso questo tratto; oggi invece mi sento pimpante, sto bene; complice forse anche un po’ di vento nella schiena. La salita va a morire in mezzo ai campi di lavanda dalle file pettinate, ordinatissime; all’orizzonte si vedono ora nitidi, finalmente, i profili delle montagne. Al fresco del tardo pomeriggio raggiungo Valensole, il punto di controllo e ristoro: mangio un po’ di formaggio, una sorta di crema dolcissima di nocciole, bevo il primo caffè. Poi riparto: sono le sei in punto. Riez è la prossima meta; qualche tratto di breve salita e discesa, in mezzo a colline appena più aspre e ravvicinate man mano che si va verso le Gorges. Le ombre sono nette e lunghissime ormai, i colori accesi dalla luce gialla intensa della sera; l’aria frizzante, il traffico intorno a Moustiers già placato. Spettacolare come sempre l’immagine del paese arroccato all’ingresso dei giganti di pietra che custodiscono la meraviglia delle Gorges; scendo lungo la strada del lago, frotte di motociclisti, turisti della sera a caccia di luci e sfumature. Il bivio per Aiguines: si sale. Finalmente. Poco più di sei km dolci, a tornanti, che mi portano su su a godere il panorama del sole che si abbassa sul lago, a tentare improbabili miracoli d’immagine con la mia macchinina fotografica. Aiguines, ancora una breve sosta al ristoro, ancora un boccone da mangiare, ma in realtà non ne ho voglia. Chiedo un caffè, me ne danno due, mentre copro di coccole la splendida Bea, la cagnona che allunga il tartufo verso il tavolino delle vettovaglie. Chiedo se sono l’ultima, domanda retorica: sì… Mi scuso per aver prolungato l’attesa dei due addetti al ristoro; alle nove meno un quarto me ne vo. Da qui, al chilometro 194, si entra nelle Gorges, finalmente. Non resisto più alla tentazione di mandare un messaggio a Matteo: un occhio al tramonto sul lago, un altro allo schermo del telefonino. “Riparto ora da Aiguines”. Mi risponde poco dopo: “Sto per iniziare la Route des Cretes”. Un abisso, quasi cinquanta km più avanti rispetto a me. Risalgo lungo la Corniche Sublime, deserta al calar della sera; contorni e colori si fanno sempre più indefiniti; la pendenza ora non si vede più, si percepisce solo con lo sforzo dei pedali. L’auto dell’assistenza, con a bordo i due personaggi dell’ultimo ristoro, mi sorpassa una volta, si ferma, mi risorpassa, se ne va. Non la vedrò più, per un bel po’. Percorro la lunga discesa fidandomi ancora dell’ultimo barlume di luce del giorno, sempre più fioca; ho acceso il lampeggiante sul manubrio, ma è solo per farmi vedere. Da chi, non so, visto che qui non c’è più nessuno… Ora il buio è completo, il silenzio assoluto. Dall’altro lato delle Gorges, così vicino che sembra di poterlo toccare allungando una mano, si vede solo la processione di lucine che scendono lentamente la Route des Cretes verso La Palud, ciclisti ed auto al seguito. E’ una scena irreale, quasi dolcissima; quelle lucine mi fanno sentire un po’ meno sola, anche se in questo momento la mia solitudine è meravigliosa, anche se sono lontanissime da me. Procedo nel buio, vedo appena la striscia bianca a bordo strada; per ora non fa freddo, anzi. Accendo la musica, scelgo una delle più belle tra le mie canzoni, il pianoforte, Bruce Hornsby, “That’s just the way it is”, e davvero per un istante mi sembra di essere in paradiso, nel mio paradiso.

Poi, purtroppo, il sonno non tarda a farsi sentire. Sonno ed insofferenza perché sono costretta a guardare sempre e solo lì, il cerchio di luce davanti a me; in salita posso spegnere le luci e sfruttare quello spicchio di limpidissima luna che brilla stasera e sottolinea appena i contorni delle montagne, ma in piano ed in discesa devo per forza accendere frontale e fanalino e, paradossalmente, è peggio. Ormai sono scivolata in uno stato di parziale incoscienza: so più o meno dove mi trovo e cosa sto facendo, ma non riesco a capire se sto viaggiando bene, se sto perdendo tempo, se sono stanca o se sto bene, se davvero ho voglia di correre oppure no. Buio e silenzio, silenzio e buio, solo ogni tanto il fruscio dei pipistrelli, lo schiocco degli zoccoli dei camosci che scappano dalla strada, ma saranno proprio camosci o qualcos’altro? Chissà, il mio neurone è troppo stanco per disquisire di regno animale.
Solo le luci di Trigance interrompono la monotonia del mondo nero. Il paese è illuminato come a festa, ma non c’è anima viva, solo il latrato di qualche cane. Lunga discesa, mi avvicino all’abitato; d’improvviso, appena oltre il bivio, sento abbaiare cani che sembrano ben più grossi, arrabbiati e liberi: quasi mi pare di sentirli avvicinare, anche se non capisco da dove… A quest’ora della notte, non è più la ragione che governa le reazioni; è solo l’istinto che fa schizzare il cuore in petto, che dice “Molla i freni, scappa, vai!!!”. Salvo poi inchiodare alla prima curva, al limite del volo parabolico fino al Pont de Soleils… Meno male, per questa volta riesco ad arrivarci via strada. Altra svolta a sinistra; c’è un gruppo di persone appena uscite dal vicino ristorante, sembrano alticci, sbraitano qualcosa al mio indirizzo: speriamo non venga loro in mente qualche strana idea… Li ignoro, tiro dritto. Se fossi pienamente cosciente, avrei forse paura; per fortuna non lo sono. Resto in bilico tra sonno e veglia, combatto per aprire le palpebre che si serrano; sbando, di tanto in tanto. Strizzo gli occhi che spesso non riescono a vedere dove vada la strada. Vedo cose, persone, animali che schizzano a destra ed a manca: quasi sempre il parto della mia fantasia… Massi che sembrano mucche, alberi che tendono le braccia verso di me, dita estranee che s’infilano nel borsello sul manubrio: giuro che, se qualcuno mi raccontasse tutto questo, non ci crederei, eppure lo sto vivendo io stessa. Il fragore del fiume è un rumore di sottofondo che non sento più; l’unico barlume di lucidità è per la strada. Devo imboccare la salita della Route des Cretes: so che il bivio è vicinissimo a La Palud… Eppure mi ci sto avvicinando proprio troppo, a La Palud: tre km, due, uno, possibile? Che l’abbia saltato? Che fosse più indietro? Gian, nello stato in cui sei, tutto è possibile… Poi il ristorante sul bivio appare come una liberazione dalla mia angoscia. Ci sono, è giusto, è qui! Curioso che, per raggiungere La Palud, poche centinaia di metri avanti a me, io debba fare un giro di venti e più km…

La salita mi aiuta a riprendere un po’ di coscienza. Sono così sollevata dal fatto di aver trovato la strada giusta, che quasi quasi affronto i tornanti con entusiasmo. So che, di là del parapetto, il baratro è impressionante, ma non me ne preoccupo, finché non vedo: ci sono luci sulla montagna, dall’altra parte delle Gorges, e in mezzo un salto profondo centinaia di metri, ma io non lo posso vedere e questo mi basta. Ancora buio, ancora silenzio; qualche camper custodisce il riposo dei “climber”, almeno a me piace pensare così; mi piace immaginare che sia gente venuta fin quassù per faticare, arrampicare, per vivere una passione, diversa dalla mia magari, ma con la stessa intensità. Occhi, tante paia di occhi gialli spuntano dal nero del bosco: occhi di gatti che mi fissano, che schizzano a nascondersi quando li punto con il fascio della frontale, che tornano su, curiosi, non appena mi volto. Fruscii di piante, crepitio di rami spezzati, qualunque cosa li produca, speriamo che non decida di saltare sulla strada. Non conto più i belvedere, ma un cartello in francese ammonisce: “Da qui al fondo ci sono settecento metri, non è il caso che tu ti metta a fare il conto”. E chissà come continua… Non ho il tempo di fermarmi a leggere il lunghissimo pannello. Non ho bisogno dei numeri per sapere che la cima è vicina, vicinissima, che ci sono sopra. Mi fermo, indosso la giacca e mi costringo ad una lunga, terrificante discesa. Non lo vedo, ma so che appena oltre il bordo della strada c’è il nulla, il baratro, un tratto di pennarello blu laggiù in fondo, tremendamente in fondo. Scendo a freni serrati, restando rigorosamente dalla parte della parete. Il sonno mi assale subito, traditore; scarto una volta, due, poi la paura risveglia l’attenzione. Sento un’auto che si avvicina, di fronte, ne vedo i fanali: è l’auto dell’organizzazione. Chiedono se voglio fermarmi, ritirarmi qua: “Non se ne parla nemmeno”. Scendo con esasperante lentezza, non posso farne a meno, approfittando dei fanali dell’auto che mi segue. La pendenza rabbiosa, l’asfalto in pessime condizioni, la scarsa predisposizione al volo acrobatico e la mancanza di un paracadute mi costringono a frenare senza interruzione, finché la strada non si allontana dalle Gorges e si addentra verso la montagna. Ancora camosci in mezzo alla strada, temerari, restano lì fin quando l’auto non è troppo vicina, poi schizzano a destra ed a manda; ancora gatti, il popolo della notte da queste parti. Sono appena un po’ più sveglia, ora che intorno c’è qualcuno; al ristoro di La Palud arrivo con le gambe sorprendentemente fresche. Km 271. Qui l’amara sorpresa, anche se in fondo un po’ me l’aspettavo. Chiedo un caffé, ingoio un po’ di cibo a casaccio, non ne ho voglia in realtà: palpabile la noia nell’animo degli addetti al ristoro. Uno di loro mi passa un cellulare, è Patrick, il capo, che mi vuol parlare. Mi dice che sono molto in ritardo e che probabilmente i prossimi ristori non mi aspetteranno più: è vero, sono le tre e venti, chissà da quanto tempo è passato l’ultimo corridore prima di me… Però ci rimango malissimo: so che non potrei arrivare a fine gara entro l’orario limite, ma sono abbastanza certa di riuscire comunque ad arrivarci; e poi, nessuno ha mai parlato di cancelli orari intermedi, né nel regolamento, né tantomeno ieri sera, alla riunione informativa. “Non se ne parla nemmeno”, replico a Patrick che vorrebbe farmi salire sull’auto. “Voi fate quello che vi pare. Io continuo per i cavoli miei”. Chiudo la chiamata, saluto, mi ributto nella notte: Col d’Ayens, poi la lunga discesa su Moustiers, a chiudere il giro delle Gorges. Ciao Verdon, alla prossima! Mando un messaggio a Matteo: Patrick mi ha detto che è fermo a Moustiers… Ma io so che non può essere vero, so che non può aver perso tutto il vantaggio che aveva su di me. So che sta andando bene ed è molto più avanti. La rotonda a fine discesa arriva senza che io me ne renda conto: ho perso la nozione del tempo, dello spazio, della fatica. Fa molto freddo ora: per scrupolo, provo a passare nell’interno di Moustiers, ma non vedo nessuno, come previsto. Allora tiro dritto. Probabilmente sto viaggiando davvero come una lumaca, anche se non me ne rendo conto: alla risalita appena oltre l’abitato arrivo un po’ prima delle cinque… Qui non riesco più a resistere. Ormai sono fuori gara, tantovale che mi conceda qualche minuto di sonno, altrimenti rischio davvero di cascare addormentata a terra. Sul prato a bordo strada, appoggio la bici, butto lo zaino a mo’ di cuscino, mi addormento all’istante, un sonno greve, profondissimo, pieno di sogni concreti, di sensazioni vive. Mi rialzo dopo una mezz’oretta, a giudicare dal suono della campana; sta facendo chiaro, finalmente. La successiva salitella mi aiuta a scaldarmi; ancora intontita, la testa pesante, mi riavvio, direzione Puimoissons e, da lì, ancora Valensole. Qualche saliscendi; appena prima di Puimoissons, lungo la strada mi corrono incontro, abbaiando, due cagnoni: mi fermo, spezzo in due una “barretta” di focaccia, ne getto loro un pezzo per uno; immediatamente l’atteggiamento cambia, mi osservano e scodinzolano… Che belli. Ci sono solo loro in giro, tutto tace; solo a poca distanza da Valensole, mentre mi godo la leggera discesa ed il panorama della Provenza e della lavanda, incontro la prima auto della giornata. Chissà se a Valensole troverò ancora qualcuno?

Il mio dubbio è presto fugato: sulla piazza di Valensole non c’è più nulla. Tavolo, gazebo, persone dell’organizzazione, spariti tutti. Non è rimasta nemmeno una buccia di banana. Non che m’illudessi… Ora però si pone il problema di decidere cosa fare. A St Remy torno con le mie ruote, questo è sicuro; del resto, qui a quota 320 km mi sento bene, ora che è passato anche il sonno, come per miracolo, al sorgere del sole. Per ora faccio il pieno alla fontana e leggo il messaggio finalmente arrivato da Matteo: sta bene, sta andando alla grande, è ad anni luce da qui ormai… Sono felice per lui; questo vale a mitigare un po’ il mio dispiacere, che non è nemmeno rabbia, ma profonda amarezza. Sconforto, disillusione, chiamiamola come si vuole. Qualche lacrima scende sulle guance, ma lascio che sia il vento ad asciugarla. Seguo per ora il tracciato della corsa, nei lunghissimi venti km di piatta piattura verso il Pont de Mirabeau. Attraverso Greoux Les Bains con la sua rampa feroce; c’è un assembramento enorme di ciclisti: a giudicare dai numeri sulle bici, direi che sta per svolgersi una corsa; un circuito, se ho ben capito, da Greoux a Greoux via Manosque e Valensole. La mia bici stracarica di borsine, il mio zaino sulle spalle, la luce sul casco stridono con l’equipaggiamento essenziale, ciclista più bici, di questi cavalli da corsa; il mio passaggio suscita in effetti una certa curiosità. Assumo l’atteggiamento del turista in viaggio: e, se qualcuno dovesse chiedermi come mai sto viaggiando così, posso sempre appellarmi alla scusa di non conoscere il francese…

Un momento di pausa all’ombra di una pianta, consulto la carta per decidere il da farsi. Per me, il massimo sarebbe poter percorrere l’intero giro del RPE, pazienza se sono fuori gara e per conto mio. Però, ci sarebbero dei però. E’ già tardi ormai; sdovrei indubbiamente sobbarcarmi un’altra notte, o almeno un pezzo, visto che, ormai fuori corsa, me la sono presa fin qui molto comoda. E poi costringerei il povero Matteo, che nel frattempo sarà arrivato a fine corsa e sarà distrutto, ad un’interminabile distruttiva attesa. Infine, dovrei accettare il rischio di viaggiare senza rifornimento né appoggio alcuno. Propendo quindi, a malincuore, per una decisione un po’ più ragionevole: tagliare una bella fetta della seconda parte del percorso e raggiungere St Remy esplorando qualche salitella nuova nei dintorni.
Riprendo il viaggio con il cuore in tumulto, un turbinio di pensieri cupi, di dispetto, di disillusione. E’ evidente ormai che sono troppo troppo lenta per questo genere di competizioni; ho nelle gambe la distanza, ma non la rapidità, purtroppo. E’ dura ammetterlo, perché queste corse sono il mio sogno, la mia passione, e proprio loro mi stanno cacciando via, mi hanno già cacciata, solo che io non l’ho mai voluto capire né ammettere. Ho voglia di prender la bici e buttarla giù nel primo fosso, hovoglia di arrivare a casa e metterle in vendita tutte e tre, le bici, di indossare le scarpe e di lenire il dispiacere su per qualche sentiero. So già che questi son propositi destinati a sparire nel nulla domani, se non già stasera, ma non posso fare a meno di esserne proprio convinta, adesso.

L’aria stamattina sembra non voler scaldare. Ho ancora i brividi, nonostante la giacca; in lontananza si vedono nuvole grigie, sottili, che han tutta l’intenzione di volersi avvicinare. E ci sto andando incontro. Boh, pazienza; alla quota a cui posso salire, di certo un temporale non mi impensierirà.
La lunga pianura si conclude al Pont de Mirabeau. Lo oltrepasso e svolto a sinistra alla prima strada che indica Mirabeau: breve dolcissima salita che finalmente mi riscalda un po’. Poi, al paese, giro a sinistra, per tornare verso l’itinerario del Raid a Beaumont de Pertuis: altra discesa e risalita in mezzo a boscaglia, frutteti e vigne. Da Beaumont, zona nota, proseguo in direzione La Bastide, ma, al primo bivio significativo dopo qualche chilometro di leggera risalita, svolto a destra, direzione Grambois. Raggiungo così uno splendido paesino di poche case, una ripida rampa che mi porta sulla piazzetta del paese, con una bellissima fontana e l’edificio in pietra del Municipio. E’ tutto qui, raccolto intorno ad una piazza, un negozietto, un viale. Pochissime anime. Ora dovrei seguire la direzione di Saint Martin de la Brasque: già… Ma dove? Giro un po’ qua e là, come una trottola, poi mi rassegno a chiedere indicazioni, il che, dato il mio scarno francese, significa scegliere un personaggio dall’aria cartograficamente affidabile, mettergli sotto il naso la carta, mettere il dito sul paese che voglio raggiungere e dire: “Pour aller ici… ???”. Il malcapitato mi capisce e mi guida anche bene. Trovo la retta via ed attacco un’altra bella salita, molto lieve, alla luce di un sole sempre più malaticcio. Quando lo sguardo può spaziare in alto, vedo che alla mia destra, cioè nella zona dove passa il Raid, marca male: nuvoloni spessi e neri come la pece. Infatti Matteo, via messaggio, mi dice che è nelle Gorges de Murs e che sta addirittura grandinando. Dice che non sa se ce la farà… Ma non ci credo, e so benissimo che non ci crede neppure lui. Gli mando un messaggio che spero serva a fargli coraggio, cercando nel contempo di non perdere la mia retta via verso il paese di Cucuron. Ci arrivo per la via, del tutto casuale, che passa per un altro paese indicato sulla carta, Cabrieres. Da Cucuron poi punto dritto su Lourmarin, per andarmi a ricongiungere ancora una volta con il giro del Raid. Qui mi ritrovo in mezzo al traffico un po’ più sostenuto; facile infastidirsi delle auto, quando da ore si pedala nel nulla… Cielo ormai coperto, tra poco pioverà anche qui. Almeno si abbasserà la temperatura ed avrò un po’ di sollievo dal dolore ai piedi che mi tormenta da ieri: ormai è diventato il mio compagno di viaggio fisso, ufficiale; quasi quasi non mi sembra nemmeno più strano. Punte dei piedi gonfi, dita irrigidite, non appena il sole scalda un po’. E non c’è verso, non c’è niente da fare!
Passo il Pont de Cadenet, svolto verso La Roque d’Antheron. Mi piacerebbe seguire il percorso della gara ed affrontare la brevissima ma cattivissima salita che c’è qui. Ma prevalgono lo sconforto e la poca voglia di incontrare i corridori della gara; qualcuno lo troverei di sicuro, perché, abbreviando molto il percorso, arrivo qui prima di molti di loro. Chissà che ora è, ancora mattina o già pomeriggio? Boh, ho ormai perso la nozione del tempo. No, non tornerò sul percorso di gara; se adesso, da sola, riesco a controllare un po’ la tristezza, in compagnia so già che non potrei trattenere le lacrime, e non ho voglia di dare spettacolo. Tanto, tra poco, sul percorso ufficiale dovrò immettermi comunque. Per ora, tiro dritto lungo l’orrido stradone piatto, o meglio a saliscendi, verso Charleval: terribile, ampio, dritto, fiacca le forze ed il morale, già fiacco di suo. Se non altro, ad Alleins, dove mi ricongiungo all’itinerario della corsa, la strada diventa un po’ più piccolina, torna ad essere una bella strada di campagna tra viali di platani, nei paesi, ed ulivi. Alleins, Lamanon, Eyguieres: piove a scrosci, una lavata e un raggio di sole ed un’altra lavata. Chissà gli altri, Matteo, Ivano. Mi prende un tremendo abbiocco, colpa di questa piattissima piattura: va bè, adesso un momento di pace me lo posso anche permettere, di già che la pioggia offre una tregua. Appoggio la bici per terra, la schiena e la testa al tronco di un giovane ulivo e sono già nel mondo dei sogni.

Mi risveglia, non so quanto tempo dopo, il trillo di un messaggio: è Matteo, a 80 km circa dalla fine. Ormai è fatta! Mi rialzo, gli rispondo che lo attenderò sull’ultimo colle e riparto. Ancora tanta, troppa pianura; Mouries, Maussane Les Alpilles. La mia marcia ora è resa più penosa, oltre che dalla piattura, anche da una dolorosa piaga che dev’essersi formata proprio dove la gamba sfrega sul bordo della sella: brucia, fa male. Se potessi fermarmi e sistemare un po’ la faccenda… Ma, con le mani sporche e senza disinfettante, rischio di peggiorare la situazione. Stringo i denti e tiro avanti, in improbabili equilibrismi e posizioni monochiappa sulla sella; in fondo, si tratta ancora di qualche decina di chilometri.
Il bivio per Les Baux de Provence arriva quando ormai non ci speravo più. Una salita, a questo punto, ha il sapore di una liberazione, anche se saranno in tutto cento metri di dislivello o poco più. Il paese, arroccato sulla montagna bianca e bucherellata, è bellissimo: peccato solo che pulluli di gente, di auto, di pullman. Ha evidentemente un interesse turistico; peccato, se solo fosse deserto, sarebbe perfetto. Supero la pendenza con vigorose pendenze in fuorisella, non per vanto ma per necessità… Devo risparmiare l’appoggio! E comunque mi accorgo che le gambe rispondono bene, senza nessun problema, a questo ennesimo maltrattamento. La strada, oltre l’abitato, si inerpica tra rocce squadrate, credo tagliate apposta per farcela passare in mezzo. Al colle di Val d’Enfer, anonimo, senza nemmeno un cartello – strano, i Francesi danno un nome anche al più insignificante dei dossi! – mi fermo, appoggio la bici e mi sdraio su una pietra. Solo adesso guardo l’ora: sono le quattro e mezza passate da poco. Incurante degli sguardi interrogativi dei turisti, tolgo le scarpe, calo il casco – orrida costrizione da regolamento – sugli occhi e mi addormento. Immagino che qualcuno si domandi perché sono salita fin quassù per dormire… Ma io mi godo il caldo del sole tornato prepotente e recupero un po’ della notte insonne. Mi svegliano prima Romina, una delle altre Grands Randonneuses, ritirata a causa di un dolore al ginocchio ed arrivata quassù in auto, e poi uno degli addetti al seguito della corsa, con cui scambio qualche foto e quattro chiacchiere in anglo – franco – italiano. Ma è sorprendente quanto io riesca a ripiombare in fretta nel sonno più profondo. Infatti non mi accorgo nemmeno dell’arrivo, finalmente, di Matteo: è lui a svegliarmi, sorridente, raggiante; quattro parole veloci, poi riparte, se ne va. Pochi minuti e sarà a St Remy. Contentissima anch’io, anche se con un fondo irrinunciabile di amarezza per non aver potuto festeggiare in due; lo esorto ad andare via veloce. Che finisca la corsa, si faccia la doccia, mangi con tutta calma; quando avrà finito, mi farà uno squillo sul cellulare ed io scenderò. Apparirò maleducata, ma non ho alcuna voglia di andare all’arrivo e veder gente felice di aver avuto successo laddove io ho miseramente fallito. Per carità, è solo una corsa in bici, ma tant’è. Resto ancora un po’ qui sulla mia pietra, a prendere gli ultimi raggi del sole. Circa un’ora dopo Matteo, passa Ivano, ancora ben pimpante; gli scatto una foto. Poi, siccome ormai qui è arrivata l’ombra, decido a malincuore di rimettere le scarpe e scendere giù, a St Remy. Aspetterò Matteo all’incrocio in paese, con circa 500 km nelle gambe e tanta delusione in cuore. Anche se mi imporrò di fare il possibile per non rovinare la festa a Matteo.

L’ultima discesa è un calvario per colpa della piaga ormai dolentissima: sulla sella non mi appoggio più… Per fortuna, i chilometri son pochi; il campanile arriva in fretta, scendo di sella e per oggi è finita. Matteo arriva poco dopo, stravolto e contento; non ci resta che filare in campeggio, montare la tenda – fa sempre tutto lui, poveretto – goderci una doccia ed una breve passeggiata. Domani si tornerà a casa… Ma non senza una camminata nelle Gorges! Perché non ne abbiamo mai abbastanza…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!