31 dicembre 2009 – Da Ceva a Savona di corsa, via Giovetti e Melogno

Sono trascorsi poco più di dieci giorni dalla mattana che mi ha portata, di corsa, da Ceva fino a Genova: e rieccomi un’altra volta qui, ancora a Ceva. La solita voce metallica del casello dell’autostrada, che mi saluta: “Arrivederci”. Rispondo sempre, per educazione; si sa mai che il marchingegno si offenda e mi abbassi la sbarra sulla capote, per dispetto. Chissà poi perché al casello, sostantivo di genere maschile, è stata affibbiata una voce di donna, per giunta anche antipatica?
Son le cinque e trentacinque quando parcheggio l’auto nello spiazzo accanto all’ospedale. Questa volta non mi accoglie la neve, ma un cielo stellato che più limpido non si può; la temperatura è di ben nove gradi più alta rispetto a due sabati fa: -1°C, in luogo dei terribili -10 che quasi avevano fatto vacillare i miei propositi corsaioli. Quasi. La volta scorsa è stata davvero un’avventura: ottanta km di corsa a piedi, in autonomia, erano una distanza su cui davvero non avrei potuto fare pronostici. Ce la faccio, non ce la faccio, fin dove ce la faccio, e come? Tante preoccupazioni per nulla, perché poi quegli ottanta km, ottantaquattro per la precisione, son passati, uno dopo l’altro, con tanta fatica, ma conquistati. Con il ricordo, ancora fresco e bellissimo, di quell’esperienza, oggi parto un po’ più tranquilla e cosciente di ciò che sto per fare.

Il rito è sempre lo stesso. Uccidere lo sbadiglio e, con esso, la tentazione di appoggiare la testa al sedile e riprendere il letargo interrotto con la sveglia alle tre e mezza. Controllare che nello zaino ci siano il telo termico, gli indumenti di ricambio per quando avrò finito la corsa, la giacca impermeabile, il portafoglio, la farmacia, la luce e la pappatoria. Indossare tutti gli strati di vestiario, le bande rifrangenti, le scarpe. Già, le fedelissime Nike. Qualcuno potrebbe pensare, a questo punto, che io abbia lo sponsor… Magari! Non ce l’ho; ho donato personalmente un quarto di fegato per comprare questo paio di calzature, ma non smetto più di pensare che ne è valsa la pena. Da qualche giorno, l’osso alla base del “mignolo”, se così si può dire, del piede destro fa le bizze, è gonfio e duole al contatto con qualsiasi scarpa: le mie Nike però sono talmente morbide che sembra di indossare non una scarpa, bensì una calza. Infatti, mi basta muovere due passi per tirare un sospiro di sollievo: oggi il callo non sarà un problema. Non resta che mettere la chiave della Opel al sicuro. Poi, si parte.

La mia meta è, anche oggi, il mare. E’ un’idea che mi affascina: partire da un luogo gelido e ben poco ospitale, nella stagione invernale, per raggiungere, dopo lunga marcia, altri lidi ben più accoglienti. E’ quasi facile pensare di sobbarcarsi una faticaccia improba, se sai che alla fine sarai premiato dal tepore del sole, o ne hai almeno la speranza. Io credo nelle previsioni del tempo! L’intenzione è di raggiungere Finale passando dal Colle dei Giovetti e dal Colle del Melogno; una volta a Finale, se sarò in grado, vorrei tentare di correre almeno fino a Savona. Oltre, chissà: non appena Matteo avrà chiuso il negozio, con un po’ di anticipo visto il giorno di vigilia, salterà sul furgone e mi raccatterà, arrivando da Genova, per poi riaccompagnarmi a Ceva e tenermi compagnia nel favoloso cenone di Capodanno a base di tortelli pronti, pane e formaggio. Conto su dieci, undici ore di tempo, suppergiù: vediamo quanta strada riesco a mettere sotto le suole.

Così meditando, mi avvio di corsa lungo la direzione di Ormea. Sono le sei meno un quarto: avrò davanti a me un paio d’ore di buio. Si fa per dire: quasi non mi accorgo di essermi lasciata alle spalle le luci della città e quelle del casello della Torino Savona; in mezzo ad un cielo limpidissimo brilla una luna tonda, o quasi, accecante come un faro da stadio. Un sorriso a trentadue denti, la cartolina di una bellissima cascina costruita un po’ più in alto, sulla collina, la facciata bianca e squadrata che riverbera la luce della luna, è l’inizio della mia avventura. Mi costringo, fin da subito, ad un costante esercizio di pazienza. La strada è lunga, lo zaino pesante. Non posso permettermi di correre così come mi sentirei di fare. Dagli esperti di corsa, o sedicenti tali, ne ho sentite e lette di tutti i colori: bisogna fare passi brevi, per ridurre il salto e così il peso sul ginocchio; no, invece la corsa con il passo breve non va bene, perché allunga il contatto del piede col terreno; insomma, chi più ne ha più ne metta. Quale fondamento scientifico abbiano queste e mille altre affermazioni perentorie, lo ignoro; sarà qualunquismo, ma alla fine, secondo me, la ricetta è una sola: lasciare che le gambe vadano come vogliono, finché ne hanno, e non pensarci più. Solo, tirare il freno, non esagerare con l’entusiasmo, perché il minimo spreco di energie, su queste distanze, si paga caro. Pensare a tappe: davanti a me non ci sono gli ottantacinque km fino a Savona; per ora, ci sono i dodici della prima tappa, fino a Bagnasco.

Risalgo di buon passo lo stradone di fondovalle. La luna distingue i profili della montagna, nero contro nero, e il grigio della neve che ricopre i pendii: qui s’è fermata, ben più che in pianura. I rami spogli degli alberi sono prigionieri di un’immobilità quasi irreale; non un fruscìo di vento, solo il rumore lontano del fiume che scorre giù, al fondo del vallone. Corro lungo il guard rail, cerco le forme delle costellazioni: ne saprò riconoscere, sì e no, due o tre. Mi distrae un semaforo che impone il senso unico alternato, l’unico intoppo in questo tratto di strada larga e, già a quest’ora, parecchio frequentata. Mi conforta il pensiero che sia mercoledì mattina: è improbabile che si tratti di traffico di nottambuli da festa, assonnati o, peggio, ubriachi o strafatti; spero che i volanti siano saldamente in mano a gente che va a lavorare, o magari a sciare, insomma, che qualche ora di sonno alle spalle ce l’ha. Avevo anche considerato l’idea di partire da Bagnasco, anziché da Ceva, in modo da evitare il tratto di stradone: però, così facendo, avrei forse rischiato l’incontro ravvicinato con qualche bestio, che so, cinghiali, o anche solo cani di cascina, poco propensi a lasciarmi proseguire. Simili incontri, preferisco gestirli alla luce del sole! La strada tra Ceva ed Ormea, nelle primissime ore del mattino, non è poi così frequentata. Infatti, percorro i primi km in tutta tranquillità; ascolto i rumori della notte che sembra ancora fonda, anche se sta per finire. Le scarpe pestano ogni tanto un po’ di neve, che cede, non è ghiacciata. In mezzo agli alberi, s’intuisce una casa qua e là, dal quadratino di luce gialla. Accendo il faretto che porto in mano solo quando sento avvicinarsi un’auto alle spalle: sono già visibile come un albero di Natale, in tema con il periodo, ma meglio abbondare. Vedermi, mi vedono eccome; non c’è un’auto che non rallenti, incrociandomi o passandomi accanto. Sono lunghi rettilinei, curve appena accennate; accanto a me corrono i binari della ferrovia.

A Nucetto, i primi cenni di vita: un bar illuminato, una tazza sul bancone attraverso i vetri appannati. A ben pensarci, non sarebbe affatto male un cappuccino caldo… Ma è troppo presto per pensare alle pause. Finestre che s’accendono, camini che fumano. Se fosse estate, forse potrei sentire il tintinnio delle posate della colazione, ma ora no, è tutto sprangato. Auto ancora abbandonate nei cortili, scintillanti di gelo: tra poco, qualcuno abbatterà santi e madonne per scongelare il parabrezza. Ancora una stazione di servizio, voci dal bar; un passaggio a livello, una strada che s’arrampica chissà dove. La linea bianca a bordo strada è la mia guida; il sale scricchiola sotto le suole.

All’ultimo accenno di curva, poco prima di Bagnasco, alla mia sinistra una striscia di azzurro rompe il nero uniforme del cielo. Mi si allarga il cuore: è sempre una sensazione stupenda, di sollievo e di gioia, quando mi accorgo che arriva il giorno. Benché io provi spesso ad affrontarlo, a rubargli un po’ di spazio e di vita, il buio non è il mio elemento; insinua ansia, tensione, forse per i suoi rumori di cui non puoi vedere la fonte… O forse perché non ha rumori, e tu infossi la testa tra le spalle e ti aspetti che qualsiasi cosa ti cada addosso da un attimo all’altro. Quella striscia di azzurro mi toglie un vero macigno dallo zaino. Bagnasco;: tutti i cani del paese abbaiano all’unisono, furiosi, corrono all’impazzata su e giù per i cortili. Noto ora per la prima volta, passando tra le case, un paio di dipinti sui muri, dedicati al paese del “Bal do Sabre”; immagino si tratti di una danza, a giudicare dalle immagini, ma mi riprometto di documentarmi, quando sarò a casa.

Ecco, i primi dodici km sono andati. Obiettivo della seconda tappa, il Colle dei Giovetti, tra nove km. Mi lascio alle spalle le case di Bagnasco; passo sullo stretto ponte sotto cui scorre una corrente impetuosa; intravedo la ruota di un mulino, chissà se è tuttora funzionante. Sembra incredibile: basta cambiare mezzo di locomozione e, d’improvviso, luoghi che hai già attraversato più e più volte, in bici o in auto, diventano strade, boschi, paesi e montagne sconosciuti. Il viaggio a piedi, anche se di corsa, è eterno, vero. Però regala scorci e particolari che altrimenti vanno persi.
E’ giunto ora il momento forse meno poetico, ma certo più impellente dell’intera giornata: la ricerca del luogo più idoneo per una sosta tecnica. Urge approfittare degli ultimi scampoli di buio. Un tratturo alla mia sinistra sembra fare al caso mio… Sono questi i momenti in cui occorre decidere senza esitazione ed agire senza indugio. Mi ci fiondo: com’è ovvio, in quel preciso istante, tutti il traffico a motore dell’intera Valle Tanaro, alta, bassa e media, si concentra lungo la strada dei Giovetti. Così, brache in mano, caracollo un po’ più in là, dietro ai pioppi ed ai cespugli, nella speranza che i cani che sento latrare in lontananza non decidano di avvicinarsi e far colazione con il mio fondoschiena. Rischierebbero come minimo un’impennata del colesterolo, povere bestie.

Si sa che, quando ci si libera di un peso, la vita torna a sorridere. Riprendo a correre: poche centinaia di metri ed attraverso l’ultima frazione prima del colle, l’abitato di Massimino; perlomeno, l’ultima frazione visibile dalla strada principale. Ovunque, cataste di legno, composte con precisione da geometra; cataste di tronchi o di ceppi già squadrati, a forma di parallelepipedo o con la punta, a triangolo; profumo di legno fresco di accetta, profumo di legno bruciato nel camino. Neve, tanta neve per terra, anche se già da qualche giorno non ne cade più; neve spostata, accumulata e sporca. La salita vera comincia qui, con il primo tornante che avvolge il cortile di una casa. Il cielo è quasi chiaro, coperto di nubi che prima non c’erano; soffice coltre rosa, sembra quasi voglia far neve, davvero. Una luce fioca rischiara le cime degli alberi imbiancati, ma non arriverà qui, su questo lato della valle, che tra qualche ora. Man mano che corro e salgo, posso però vedere le cime dall’altro lato, quelle che godono dei raggi diretti del sole e s’illuminano man mano, dall’alto verso il basso. Al km 4, brilla l’acqua di una bella fontana: sembra quasi irreale imbattersi in uno zampillo così vivace, qui dove l’acqua sembra esistere solo in forma solida, immobile fotografia di ghiaccio e neve.

Scende di gran carriera il camion che sparge il sale; una cascata di granelli che schizzano giù dal cassone, rimbalzano, ricadono sull’asfalto e sulle mie scarpe. Sale e fanghiglia umida rendono la strada quasi più scivolosa dello stesso ghiaccio. La corsa adesso si fa più affannata: è salita, e si sente. Ma ormai conosco il mio cuoricino. Sulle prime rampe, e per un bel po’ di tempo, soffre, il poveretto; come sempre, ha bisogno di una prima salita, lunga, e poi di una discesa, per riprendersi. Patisce, tossisce, sembra non volerne sapere di accelerare il battito. Sulla prima salita della giornata, se ascoltassi lui, ogni volta direi che non è aria, che è il caso di mollare tutto e tornare in branda, che non ce la farò mai ad arrivare in cima, né tantomeno a proseguire. Ho imparato a convivere con questa sensazione. Cerco di non curarmene e corro, anche se la mia corsa, in salita, è una forma di movimento che dà un vantaggio minimo, in termini di velocità, rispetto alla camminata, ma in compenso causa uno spreco ignobile di energie.
Grandi cartelli quadrati indicano i km percorsi da Bagnasco. Quando arrivo a quota cinque, cedo alla tentazione: da questo momento in poi, alternerò tratti al passo e tratti di corsa, per risparmiare un po’ le gambe in vista della lunghissima sfacchinata. Il passo è una sorta di marcia affrettata e maldestra, un’empirica ricerca del migliore compromesso tra la lunghezza del passo, la rapidità del gesto e l’affaticamento dei muscoli. E poi dicono che io mi alleno alla carlona… Non è vero, io conduco veri e propri esperimenti scientifici! Che poi non capisca un accidente di quel che vien fuori da questi esperimenti, è un’altra storia… Languo alla vista delle cime illuminate dal sole: sono sempre le altre, mai questa! La vallata è inondata di rosa e di foschia sottile, che sfuma i contorni degli alberi e delle case. Taglio le curve, le percorro tutte nell’interno, fidandomi forse un po’ troppo dell’assenza di traffico a quest’ora mattutina; meno male che il rombo del camion spargisale si sente da lontano: eccolo, il novello Schumacher dei pesi massimi che torna su. Approfitto di lui, e degli altri veicoli che incontro, per riprendere il trotto, quasi a voler salvare la reputazione di fronte a chi mi incontra quassù: come se a qualcuno dei viandanti potesse cambiare qualcosa, se io corro o cammino… Correndo e camminando, costringo le gambe a quei cambi di ritmo che tanto detesto, ma a cui mi devo abituare, sognando la Nove Colli Running. Attingo ad un paio di quadretti della mia riserva di cioccolato: una tavoletta da un etto, cioccolato bianco con mandorle e miele. Oltre a questo, ho un sacchetto da due etti e mezzo di frutta secca ed un paio di gelatine di frutta.

Non mi serve il cartello del km 8, per sapere che sono ormai in cima. La conosco bene, questa strada. C’è un edificio, non so se un ristorante o un albergo, con un’insegna consunta,. “Belvedere”: non ho mai capito se sia ancora in attività, ma qui intorno non ho mai visto movimento. E poi, il profumo: corro per un tratto in mezzo ad una fittissima pineta, che riempe le narici del caratteristico profumo, quello buono e forte dell’essenza che mia mamma, quand’ero piccola, metteva in boccetta negli armadi per profumare maglioni e pantaloni. Se penso ai cassetti di casa mia, stipati di roba buttata lì a casaccio, altro che profumo… E’ già tanto che non ci nidifichino i pipistrelli!

Inizia ora la lunga discesa verso Calizzano. Dovrebbero essere all’incirca dieci, undici km, ma solo sette o otto di vera discesa. Giù per i tornanti, anche qui tagliando le curve, ma con un po’ di cautela in più, perché qualche auto, adesso, passa. Si allargano i raggi del sole: ma, sotto di me, la piana è già nascosta sotto una spessa coltre di nebbia, che sembra di veder le nuvole dall’aereo, anche se io sull’aereo non sono mai salita. Corro e richiudo la cerniera, perché la discesa fa spendere meno fatica, anche se alle gambe fa male come e più della salita; mi infilo le cuffie nelle orecchie e do libero sfogo alla musica del lettore Mp3. Mi guardo intorno, mi guardo i piedi; anche il granello di sale ha la sua minuscola ombra .
Un abbaio perentorio mi riporta alla realtà: uno, due, tre, addirittura quattro abbai con voci diverse, quattro cagnotti che spuntano fuori dalla boscaglia, dietro un guard rail. Mi si lanciano contro: mi fermo, ma solo per un attimo, solo il tempo di capire dai loro occhioni buoni che non hanno intenzioni bellicose, tutt’altro. Tendo loro le mani: il primo ad avvicinarsi è il più piccolino, di corpo e credo anche di età; un botolino a pelo raso, fulvo, il musetto aguzzo, il tartufo curioso che esplora le mie dita e trasmette alla coda un segnale di fiducia. Riprendo a correre, mi fermo ancora, torno a tendere le mani; non ci vuole molto perché altre due bestiole cedano alla tentazione di una carezza. Dispenso coccole su musi e teste; corro in compagnia, due mi precedono, due mi seguono, di tanto in tanto si fermano, non li sento più, poi rotolano oltre i miei piedi a valanga, saltellanti, giocherelloni. Alla fine capitola anche l’ultimo, forse il più anziano, un bel cagnone di taglia media, dal pelo nero e grigio e dalla folta coda ritta come un vessillo. Coccole anche per lui. Chissà da dove spuntano? Una casa ed un padrone li hanno di sicuro; tre di loro portano un collare e tutti sono belli, non certo denutriti, ben curati. Mi chiedo solo perché un padrone così premuroso lasci i suoi animali liberi su una strada che non sarà forse di grande passaggio, ma è comunque frequentata dalle auto.
Scendo l’ultimo tornante prima dell’abitato di Caragna: un uomo si affaccia al cancello di un cortile. I cagnotti sono rimasti su, prima del tornante: ad un richiamo, schizzano giù tutti e quattro, tagliando per il prato e gettandosi festosi addosso a quello che individuo come il padrone. “Le hanno dato fastidio?”, mi domanda preoccupato. “Ci mancherebbe altro… Io adoro i cani!”, rispondo. E, alla dolcezza con cui la mano dell’uomo accarezza il pelo delle sue bestiole, un papà orgoglioso, mi rimangio il rimprovero per averle lasciate incustodite.
L’abitato è immerso nell’ombra, derubato della luce del sole dalle nuvole che aleggiano a mezz’aria. Anche qui, grigio e neve sporca; un’anziana si affaccia sulla soglia di casa, ramazza un po’ di strada davanti al gradino, per togliere immondizia che solo lei vede; la scopa non porta via nulla… Mi sono spesso domandata a cosa servissero le mezze porticine che, in certi luoghi, sono poste davanti alle porte vere e proprie d’ingresso dalla strada alle case, solo adesso, con la neve, lo immagino: sono forse una protezione in più dagli schizzi, dal fango, dall’acqua che si sollevano dall’asfalto quando passa un’auto? O dalla stessa neve? case dal sapore antico, ingressi a volta nei cortili; microscopiche aiuole addosso alle pareti, in cui langue una rosa sfiorita e gelata dall’inverno; orti in cui tutte le verdure prendono l’unico colore del gelo. Poi la campagna brinata, un lungo tratto di strada in piano, si passa su un torrente di poca acqua e ghiaccio, e un rudere di muri su cui campeggia un cartello. Vietato entrare. Ma entrare dove? Di questo edificio è rimasta a malapena la facciata; non ci si può entrare, non c’è alcun luogo in cui entrare; al massimo si può passare oltre la porta e ritrovarsi allo stesso modo fuori.

Il freddo qui è pungente, carico di umidità. Chissà se, e quando, il sole riuscirà a penetrare fra le nuvole basse. Percorro il rettilineo che precede l’abitato di Calizzano: si scivola persino sui giunti metallidi del ponte, tocca passarci con cautela. Supero il distributore, i palazzi della via; la splendida pineta sulla destra, tronchi dritti come fusi e, sotto le chiome, solo prato, lindo, pettinato e scuro, perché gli aghi son troppo fitti perché la luce vi possa passare. Ancora, i cartelli che segnaono i km percorsi da Bagnasco. Siamo a venti: al ventottesimo sarò in cima al Colle del Melogno. Per ora, si corre: la pendenza è minima, anche se basta già a mandare il cuore in affanno. Uno spartineve parcheggiato a bordo strada, munito di catene. L’abitato di Frassino: qualcuno è intento a spalar via neve dal cortile. Percepisco a distanza il profumo del pane: proviene da una botteguccia, piccola ma invitante; “Torte verdi, torte dolci, pane, pizza”, recita il cartellone all’ingresso: una tentazione unica per la mia fame che già ora, troppo presto, è prepotente. Tentazione che respingo a fatica. Un anziano infagottato procede a passi lenti e prudenti lungo la strada scivolosa; anche le griglie dei cortili disegnano merletti bianchi di neve.

Anche qui, quando la salita si fa seria, preferisco alternare passo e corsa. Ne approfitto per attingere al sacchetto di frutta secca; l’importante è non fermarsi. Procedo un po’ a marcia da bersagliere e un po’ di corsa, quando la pendenza diminuisce appena, sulla strada sempre umida, talvolta invasa da una lingua di neve crostosa. Più salgo, più è ghiaccio: fili d’erba imprigionati in un sarcofago trasparente e scintillante; ghiaccio che riveste i muretti e le pietre, come il cioccolato che cola sul bordo della Torta Sacher. Non resisto alla tentazione: attraverso apposta la strada, stacco un pezzo di stalattite, da mordere a mò di ghiacciolo. Non è acqua che disseta, sembra quasi di non aver bevuto nulla. Le auto scendono caute sull’asfalto viscido; in lontananza, il rumore di una motosega che pian piano si avvicina: oltre una curva, un uomo è intento a tagliare ciocchi da un tronco e caricarli sull’Ape. Scorrono veloci i chilometri: ancora un po’ di frutta secca, un paio di messaggi per rassicurare mamma e per comunicare a Matteo la mia posizione. “Sono abbastanza lenta”, gli scrivo; almeno, questa è la mia impressione. Poi scorgo il muraglione dei Forti: ecco, un’altra tappa è passata, conclusa. Lo spiazzo sul colle è un acquitrino, ghiaccio e neve in via di scioglimento, fango, ombra e freddo; il camino della locanda è un pennacchio imperioso di fumo. Non posso sentirlo, ma lo immagino, il profumo dei primi piatti che circolano lì dentro. Ci sono già stata, qualche volta, ma solo per un fugace panino. Quassù d’inverno fa sempre un freddo assassino; per fortuna, a piedi lo si patisce un po’ meno. E poi, oltrepassato il forte attraverso l’imponente porta di pietra, colonizzata anch’essa da vegetazione e colate di ghiaccio, sembra di ritrovarsi all’improvviso in un altro mondo. Pochi passi e si vede il mare, pochi metri ed è luce più calda, limpida, gialla. Anche se oggi c’è foschia verso il fondovalle, e nuvole spesse color cemento, spinte dal vento, che sembrano voler passare proprio dal bivio con la direzione di Pian dei Corsi. Avrei voluto scendere proprio da lì, da Pian dei Corsi; però, avvicinandomi dall’alto, mi rendo ben conto che quel versante della montagna è avvolto dalle nuvole e spazzato dal vento. No, è escluso: io ho voglia di tepore, di sole, per quanto possibile.
Appena prima del bivio, dal cortiletto di una casa affittacamere si affaccia, grintoso, un volpino: dietro di lui, a superba difesa, un maestoso San Bernardo, che con il suo abbaio grave ed imperioso conferisce credibilità al lungo, squillante, querulo discorso del suo minuscolo collega. Mi inchiodo; il bestione si avvicina, annusa la mano che gli porgo, scodinzola; poi, soddisfatto, se ne torna pigramente a sdraiarsi contro il muro di pietra, che restituisce un po’ di calore dei pallidi raggi di sole.

Procedo lungo la strada principale: come piano B, scenderò verso Eze e Calice, per raggiungere Finale da lì. La discesa è lunga, interminabile: vorrei approfittarne per riposare un po’, mentre le gambe continuano a correre, ma mi accorgo d’essere sempre più insofferente. Provo a distrarmi con il paesaggio: le cisterne di raccolta dell’acqua, in cui si specchiano il cielo e le nuvole; il mare laggiù in fondo, grigio come gli sbuffi di nebbia sospesi quassù; fiori, alberi carichi di cachi, arance, limoni; gruppi di case, profumi di pietanza. Intuisco sul pendio della montagna serpentine di strade, forse sterrate. Incontro un ciclista in mountain bike ed un arzillo signore dalla chioma d’argento, in maglietta e pantaloncini da mare, che sale spedito con gli skiroll. Ancora un po’ di frutta secca, poi tento la strada della radio; ma quassù le stazioni che riesco a captare sono ben poche: così, alterno senza problemi i ritmi da discoteca di Radio M2O alla musica classica trasmessa dalla Rai. E mi godo il tepore del sole, un po’ abbacchiato ma pur sempre gradevole, e mi riempo gli occhi dei colori che, sul versante opposto, non si faranno vedere fino a primavera. Le gambe, per ora, reggono bene.

La deviazione per Calice Ligure arriva dopo un’eternità. Non ne potevo più di quella discesa così monotona. Si scende ancora, ma per una strada secondaria. Un paio di tornanti mi ripiombano nel fitto umido della boscaglia; attraverso l’abitato di Eze, nell’ora deserta del pranzo. Mi tormenta la sete: la borraccia è vuota; punto con concupiscenza le arance ed i cachi che pendono dai rami: sono lì, quasi a mia disposizione… Molti non saranno raccolti, cadranno a terra e marciranno lì. Eppure non me la sento di allungare la mano. Ma il succo di un’arancia sarebbe il piacere più semplice e gradito, in questo momento d’improvvisa difficoltà.
Orti, giardini e fiori coltivati sui gradini strappati alla montagna e sorretti dai muretti a secco; ulivi e frutteti. Fa caldo ormai: per quanto mi spiaccia fermarmi, qui sotto, a Calice, tra pochi tornanti, è necessario che io vada a caccia di una fontanella e che mi levi di dosso qualche strato di troppo. Ormai sono al mare. Lo sento e lo respiro a pieni polmoni. Al paesino di Calice arrivo poco dopo, nei paraggi di un complesso immobiliare, nuovo ed orrendo, che ribattezzo immediatamente “casa della Barbie”, viste le agghiaccianti tinte pastello. Uno dei tanti abominii di qualche fantasioso architetto che vuole lasciare il segno: e bisognerebbe lasciarlo su di lui, il segno… Il segno di un ferro da stiro abbattuto sul suo cranio! L’aborto edilizio ha però un vantaggio: offre una fontanella. Mi fermo un attimo, levo la giacca, riempo la borraccia e bevo come se non bevessi da dieci anni; ingollo un fruttino, poi ributto tutto alla rinfusa nello zaino, che ora diventa definitivamente un macigno. Due giovanii fidanzati portano a spasso un cuccioletto nero, una mamma rimprovera il figlio che vuol fare qualcosa che la farà stare in pensiero due giorni. E che mai sarà?

Riparto verso Finale, lungo un tratto di strada in leggera discesa, un po’ troppo caotico per i miei gusti. Corro tra capannoni, magazzini ed il viadotto dell’autostrada sopra la testa; case abbarbicate tra la strada ed il torrente, numeri civici in ceramica, motorini e motocarrozzette che sfrecciano ovunque. Inutile cercar di guadagnare il marciapiede, tanto finisce subito. In dubbio se passare a Finalborgo, decido di non abbandonare la via vecchia per la nuova; mi ritrovo ad una rotonda familiare, nei pressi del casello dell’autostrada; ormai in pieno caos marittimo, m’infilo in Finale da lì. E cerco di approssimare una stima dei km percorsi finora: potrebbero essere cinquantacinque o sessanta, chissà. Non so nemmeno di preciso che ora sia: di certo è primo pomeriggio. Attraversare l’abitato mi dà angoscia e tensione: correre da un marciapiede all’altro, tra le auto ed i semafori, nel centro del paese, è rischioso ed odioso; mettere un piede in fallo, storcersi malamente, è un attimo. E poi, anche qui, devo resistere alla tentazione delle pizze all taglio. Slalom tra auto, motorini, scalini d’ingresso: finalmente tutto sparisce, arrivo al lungomare. Mi viene in mente un solo aggettivo, anche se è banale: bellissimo! Il cielo qui è tutt’altro che terso, anzi; è nuvoloso, grigio, soprattutto verso Savona. E il mare sembra arrabbiato: onde lunghe, schiumose, quasi minacciose per me che sono abituata alla placida immobile campagna piemontese. Tira un vento che scompiglia le palme, ma qualche raggio di sole qua e là buca la coltre di nubi. La temperatura, ora che ci faccio caso, è confortevole: un termometro segna nientemeno che sedici gradi. Il lettore Mp3 finisce in tasca: qualcuno dovrebbe provvedere a mettere il silenziatore al mare, altrimenti non si sente nulla!
La tensione si allenta, ora che posso correre sulla passeggiata. In spiaggia una fila di orme; attendo l’onda che le raggiungerà per cancellarle. Arriva, prima che io passi oltre la galleria. Qui la passeggiata aggira l’ostacolo e si protende a picco sul mare: mi arrivano in testa gli schizzi di un’onda malandrina, un po’ più alta delle altre. Strilli e schiamazzi di un paio di turiste un po’ avanti con l’età biologica, ma evidentemente un po’indietro con quella cerebrale: una signora dall’aspetto elegante, seduta sulla panchina con un libro in mano, le squadra con una muta occhiata che vale più di mille parole. Sapesse, signora, quanto sono d’accordo con Lei!
Poco fa ho dato un’occhiata al cartello che indicava le distanze: le cifre le ho già scordate, ma, se non altro, adesso so che troverò prima Noli e poi Spotorno. Avrò percorso l’autostrada un’infinità di volte, ma non ho mai mandato a memoria l’ordine dei paesi della costa; è proprio vero che la mente incamera le informazioni solo quando ne ha utilità. Questo è il caso: dopo sessanta e più chilometri di corsa, sapere a che punto si è rispetto alla meta diventa, a dire poco, vitale. Anche se, tutto sommato, non posso certo dire d’essere distrutta. Sono solo un po’ tormentata dalla fame. Varigotti: significa che sono vicina al punto forse più suggestivo dell’intero viaggio. Infatti, già dall’abitato, vedo il lungo rettilineo che passa accanto ad un imponente anfiteatro di roccia bianchissima; a piedi, posso godermi lo spettacolo in tutta la sua bellezza, sperando che altrettanto non decida di fare qualche automobilista: altrimenti. la mia sindone resterà nei secoli spiaccicata sul parapetto di pietra. Oltre il parapetto, giù, si sentono gli schiaffi delle onde sulla parete di roccia, tonfi sordi che quasi fatico ad attribuire all’acqua del mare. Le onde sono davvero rabbiose, come il vento. Mi sorpassano due ciclisti, si lanciano baldanzosi in salita; uno schiaffo invisibile li ricaccia giù in sella, ferma la loro corsa, tra un attimo investirà anche me. E’ la prima volta che penso alla pioggia, oggi. Naso all’insù, il sole è sparito: sulla mia testa, una cappa di nuvole alte, scure, sempre più scure, curioso contrasto con il bianco delle pareti a picco, e poi il sibilo del vento. I gabbiani non se ne curano: un esemplare, grosso, bello cicciuto, se ne sta sul parapetto, fissa il mare; si getta giù, in volo, solo quando gli arrivo ad un metro di distanza, e non pare spaventato. Altri due sono appollaiati, irriverenti, sulle reti che riparano la strada dal crollo di sassi. In questo tratto, alcuni semafori bloccano, all’occorrenza, la circolazione, in caso di pericolo di frana: pericolo più che reale, a quanto sembra; ricordo che, tempo fa, l’Aurelia è rimasta a lungo interrotta proprio per porre rimedio ai danni di una frana. Strillano, i pennuti. Un pescatore s’è arrampicato su uno scoglio, in posizione quanto mai precaria: spero per lui che sappia nuotare, e che, indossando gli scarponi, ci riesca, alla bisogna!

Si vede, in lontananza, l’isola di Bergeggi, grigia com’è grigio tutto, ora. Nei tratti da cui si vede la spiaggia, le onde fanno il ricciolo, il cavallone in miniatura; le maniche a vento, tese come se fossero inamidate. A Noli, ben pochi sono i coraggiosi che azzardano quattro passi, intabarrati in cappotti e cappucci. La temperatura in sé sarebbe ancora mite, ma l’aria che sferza la pelle fa venire qualche dubbio anche a me: sarà il caso di rimettere la giacca? Per ora, mi limito ad una velocissima sosta per bere alla fontana. La pancia brontola, reclama le sue spettanze; il guaio, caro il mio stomaco, è che di spettanze ne restano poche; tocca tirare la cinghia. Da Noli a Spotorno è quasi un attimo, uno schiaffo per gli occhi; spiccano solo le brutture, i palazzoni orrendi costruiti senza alcun gusto, addossati alla montagna che sembra quasi scavata per far loro posto. La passeggiata, con la luce del pomeriggio che sembra già quella della sera inoltrata; niente acqua dal cielo, per ora, ma chissà se tiene. Sono io, che non tengo più: a questo punto la fame si fa davvero prepotente. E le gambe sono stanche, che a me piaccia o no. Mi rassegno a percorrere duecento metri al passo, attingendo a piene mani alla busta della frutta secca; anziché passare nel centro di Spotorno, resto sulla strada di circonvallazione: sempre meglio la compagnia delle auto, che quella della folla. Stanchezza. Chissà quanto potrei correre ancora? Stanchezza è una condizione molto lontana dallo sfinimento; è quel momento in cui, si dice, la testa si sostituisce alle estremità inferiori e ti porta oltre le loro possibilità. Mah. Questi gloriosi proclami mi lasciano qualche perplessità. Sono io la prima ad amare le faticacce senza fine, ma, quando non ce n’è più, non ce n’è più; puoi avere una volontà di acciaio, di diamante, ma se le gambe ti mollano sei spacciato, punto. E se invece riesci ancora a trascinarti avanti, è perché forse avevi sopravvalutato la crisi. E’ pur vero che le crisi arrivano e se ne vanno, questo l’ho già provato sulla mia pelle più di una volta; si passa con una facilità incredibile dalla sensazione di morte imminente a quella di “il mondo è mio!”. Però arriva, prima o poi, quel confine oltre il quale non si può andare.
Non è ancora il mio caso, almeno fino all’isolotto di Bergeggi. Qui la marcia è ancora piacevole; il vento non molla, ma io mi sono imbozzolata nella giacca, ho indossato guanti e berretto, insomma sono ben protetta. Grotta di Bergeggi: chissà se interessa a Matteo… Già, lui, oltre a praticare la superficie terrestre a piedi e su due ruote, pratica anche gli anfratti infernali. La speleologia è uno sport da squilibrati, sostiene un amico; in effetti, sono d’accordo: la sola idea di tumularmi, mia sponte, in un cunicolo profondo chissà quanto, senza luce, senza spazio, magari anche senz’aria – a me l’aria manca già in una stanza chiusa ed affollata – sembra una pura e semplice follia, un atto di masochismo. Vero, Matteo non ha l’aspetto né l’atteggiamento di uno squilibrato; però, si sa che i peggiori pazzi criminali, nella vita di ogni giorno, di solito appaiono gli ideali vicini della porta accanto…

Le ciminiere di Vado Ligure mi dicono che potrei essere in dirittura d’arrivo. Forse. Difficile stabilire qual è la fine, se non sai con precisione quale sarà la tua meta. So che oggi Matteo è in negozio, ma non ho la più pallida idea dell’ora a cui chiuderà. E’ il 31, ma, per quel che ne so io, potrebbe anche aver deciso di aprire con l’orario normale, quindi fino alle sette e mezza. A Porto Vado, le raffiche di vento sono violente e dirette in faccia: un ostacolo non tanto per la corsa, quanto per il respiro. Già in condizioni normali, alla visita medica sportiva, la mia spirometria restituisce puntualmente risultati poco confortanti. Mi concedo qualche decina di metri al passo e scrivo un messaggio via telefonino a Matteo per chiedergli un’idea dei suoi orari. Saranno quasi le quattro, ma questo posto spettrale sembra l’anticamera dell’apocalisse: le nuvole sono compatte, pesanti, sempre più scure, sembra vogliano piombare e schiacciare la terra da un attimo all’altro; tutt’intorno, le strutture del porto, i container rugginosi, fumo, rumore di metallo, di motori. Angosciante. E non sarà meglio per un bel po’: dopo Vado c’è Savona, da attraversare tutta, da parte a parte. Mi intestardisco a correre ancora, un po’ sul marciapiede, un po’ sulla strada, tra sciami di passeggiatori festivi, ragazzini sui pattini, madame con le borse della spesa, e più di una volta rischio d’inciampare. Poi, proprio sotto il cartello con la scritta nera in campo bianco, “Savona”, getto la spugna e mi metto a camminare. Il frastuono di clacson e voci è assordante; me ne isolo, tanto che quasi non lo sento più. Savona è la città natale di mio padre; ma, sarà perché non ho mai conosciuto i miei nonni paterni né alcun componente della famiglia, sarà perché il rapporto con il genitore non è certo idilliaco, non mi ci sento in alcun modo legata. La trovo orrenda ed invivibile, proprio come qualsiasi altra città, di pianura e di mare, turistica o anonima, calda o gelida che sia.
Da un cortile spunta il muso di un bel cane: razza indefinibile, corporatura alta e snella, pelo corto, bianco, a chiazze nere. Sembra spaesato; mi si avvicina timoroso. Gli porgo la mano; lo segue un altro cane, che ha qualcosa del pastore tedesco, anche lui timido, incerto. Sta proprio sul binario di scorrimento del cancello automatico, che all’improvviso comincia a chiudersi. Si chiude pian piano ma inesorabilmente: sembra che non ci sia alcun dispositivo di sicurezza che individua la presenza del cane. A poco più di un metro dalla chiusura, la bestiola volta il muso verso la pesante plancia di metallo che sta per colpirlo, si rattrappisce ma non si muove: mi sveglio dalla mia immobile sorpresa, butto un braccio nello spazio che resta, dall’alto verso il basso. Per fortuna, il cancello non s’è accorto del cane, ma si accorge di me; si arresta, torna indietro. Ricaccio i cani all’interno del cortile, con voce e maniere brusche, non certo per far loro paura, ma solo per allontanarli dal pericolo; poi riprendo la mia marcia, con il cuore in gola per la tensione.

La risposta di Matteo arriva con un po’ di ritardo: del resto, l’immaginavo; già a mezzogiorno mi aveva detto di avere il negozio pieno di gente. Buon per lui. “Mando via gli ultimi clienti e parto; sono a Savona alle 17.30”. Ossignùr! Ma io non voglio mica mandarlo in rovina! Il cliente non si caccia via, mai… Io posso andare ancora avanti, indefinitamente; ci s’incontrerà in un punto qualsiasi tra Savona e Genova. Povero Matteo, lo costringo troppo spesso a fare i salti mortali; un giorno o l’altro, mi manderèà al diavolo. Però il suo messaggio mi riporta il buon umore, anzi direi l’euforia. Sono contenta di vederlo, e poi so che lui apprezza queste mattane, ha la pazienza di sentirmi sfogare, lasciarmele raccontare, insomma si lascia investire da quella specie di esaltazione che mi invade dopo ogni impresa un po’ folle, senza cercare di sottrarsi; ha la pazienza di un santo.
Seguo la strada principale, le indicazioni per Genova; di lì a poco, mi ritrovo alla Fortezza. Traffico, luci natalizie, frotte di persone dal passo affrettato, cariche di borse, pacchi, pacchettini; gli ultimi preparativi per il cenone di Capodanno. E il mio, di cenone, come sarà? Forse una pasta, o i tortelli, forse yogurt, di certo pane e formaggio, e poi un po’ di frutta. Magari una latta di legumi, se mi va. Per fortuna, Matteo è di bocca buona; se avesse qualche pretesa culinaria, del resto, avrebbe smesso di frequentare casa mia da un po’… Io odio star seduta a tavola più del minimo indispensabile; anzi, se non ho ospiti, i miei pasti li consumo non a tavola ma davanti al computer. Non m’interessano i piatti elaborati, né i cibi che si digeriscono in una settimana; se ho voglia di vera goduria alimentare, mi basta tuffare il cucchiaio nella Nutella. Passo oltre il porto: qualcuno s’accorge di me, mi squadra con aria interrogativa. Tre uomini di mezz’età si affollano intorno ad una barca: uno di loro, quello col petto più gonfio e la coda da pavone, dev’essere il proprietario… Tè, furbacchione, occhio al redditometro!

Oltre il faro, riprendo a correre. Si fa sera, ormai. Matteo uscirà al casello di Albisola, mi farà uno squillo in quel momento. Infatti, lo squillo arriva, poco prima della galleria, ora che il vento sembra essersi placato. Le gambe son tornate alla corsa senza battere ciglio; quasi quasi, varrebbe la pena di andare ancora oltre… Ma gli occhi scrutano con ansia ogni sagoma di veicolo che s’avvicina. Il furgone bianco infine compare, puntualissimo, s’accosta pian piano. Attraverso di corsa l’Aurelia, lo raggiungo. Salgo e… Non c’è che dire, Matteo sa sempre come arrivare al cuore di una donna. Magari passando per lo stomaco: mi porge un meraviglioso pandolce genovese, un delizioso agglomerato di canditi, uvetta e pinoli con il peso specifico della ghisa. Con la fame che ho patito in tutto il giorno, e ottantasette km mal contati di marcia, non avrei potuto sognare di meglio. Qualche esitazione, più che altro per pura formalità, e poi, poste le gambe a riposo, metto in moto le mascelle. Sono convinta che, se i duecento km della Nove Colli Running dovessi correrli con le ganasce, conquisterei il record del mondo!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!