31 marzo 2012 – IN BICI AL MARE E RITORNO

“…perché tu sei distratta… Anche quando sei in ufficio, pensi alla corsa”, mi rimprovera ogni tanto l’amico saggio. Chi, io? Come osi proferire siffatto verbo in mia presenza? Pensare alla corsa, io? Nego fieramente. Almeno per questa settimana. E’ da mercoledì che una finestra sullo schermo del PC è fissa su Googlemaps, ma questa volta si tratta di un itinerario in bici. Mi manca, la bici. Mi mancano i begli anni in cui accumulavo distanze a cinque cifre nei 365 giorni. Mi mancano le scorribande dall’alba al tramonto ed anche oltre; mi mancano le rampe del Colle dell’Agnello, le pareti incombenti del Vallone di Elva, la pelata del Mt Ventoux, la cappelletta del Gavia, la neve al Passo della Novena, il profumo della vegetazione di mare salendo al Turini. Ci penso spesso, sempre più spesso. Certo, è tutto vero: non ho più tutto quel tempo da spendere in pedalate; non sono più studentessa e nemmeno tirocinante, bensì pomposamente “lavoratrice autonoma”, purtroppo non navigante tra parcelle da capogiro come vorrebbe il luogo comune. Ho due amatissime creature a quattro zampe a cui badare. E una mamma a cui dedicare un po’ più di tempo, anche se, nonostante tutto, sono ancora io ad aver bisogno di lei, molto più di quanto lei possa aver bisogno di me. Non posso comunque lamentarmi, per carità; la corsa a piedi offre tante soddisfazioni e brucia un sacco di energie. Cinque, sei, sette ore in bici sono poco, per come intendo io il ciclismo; altrettante ore a piedi sono già un buon allenamento; ergo, in questo momento della mia esistenza, ben venga la corsa. Ma la bici…
L’idea del giro frulla già in testa da un po’. Carmagnola, Alba, Manera, Castino, Cortemilia: fin lì ci so arrivare, senza bisogno di cartine. Oltre, i miei ricordi si fanno più nebulosi: sono strade che ho già percorso, ma non così spesso. E ne è già passato, di tempo. E’ qui che Googlemaps arriva in mio soccorso. La meta è Genova: meta intermedia, s’intende, perché poi bisogna anche tornare a casa. Vorrei arrivarci per vie il più possibile traverse e “nuove”. Tra una telefonata ed una pratica, aggiungo un tassello al puzzle: in capo ad un paio di giorni, l’itinerario è fatto. Il venerdì sera, l’ultima rifinitura: stampo le varie sezioni di cartina, ingrandite a sufficienza per la mia vista da talpa; traccio con cura l’itinerario con l’evidenziatore; riscrivo, da parte, l’elenco dei paesi e delle frazioni nell’ordine in cui li devo attraversare. Un po’ meno di trecento km. “Mi raccomando” – penso – “devi ricordarti di prenderle, le stampe”. Conoscendomi, metto un promemoria sul telefonino, in modo che trilli un po’ prima dell’ora prevista per la partenza. Poi filo a nanna; è già tardi… E la sveglia suonerà alle tre.
Non è una prassi consigliabile, quella di preparare lo zaino alle tre del mattino. Però, ne approfitto per dar tempo al pancino di distruggere la colazione. Giacca impermeabile, giacchino leggero antivento, tre tranci di focaccia, due sacchettini di fichi secchi, due Twix tarocchi del discount; batterie di ricambio per la luce da manubrio e per le pile frontali; due camere d’aria, pompetta e bombolette per gonfiare le ruote, sperando di non averne bisogno. E ancora, macchina fotografica, mezzo chilo di chiavi di casa, telefonino, qualche soldo. “Le carte, Gian, mi raccomando”. Il promemoria trilla, lo rinvio, trilla ancora. “Ma sì, dai, mi ricordo”. Lo zaino è un macigno. Richiamo le mie belve dal giretto mattutino in giardino; torneranno a nanna, finché mamma non verrà più tardi a tener loro compagnia. Il cuore batte già forte e non ho ancora nemmeno messo la bici fuori di casa… Ultimo controllo alla pressione delle ruote, ultima spruzzata di lubrificante sulla catena. Zaino in spalla, gilet rifrangente, luce rossa posteriore fissa, lucine rosse intermittenti al ginocchio, pila frontale a luce intermittente dietro la nuca; altra frontale, più potente, rivolta in avanti, ad illuminare la strada insieme al faretto da manubrio. Sono più illuminata di un albero di Natale. Mi chiudo alle spalle il portoncino e via: la Ridley ed io, alle quattro e mezza di una notte di primavera, si parte.
Sulle prime, la tensione è palpabile. So di essere ben visibile: già, ma questo vale nei confronti di un automobilista sveglio e presente a se stesso. Non certo rispetto ad un pilota assonnato, quando va bene, o, peggio, alticcio o drogato. Senza contare che potrei anche incappare in un soggetto, così conciato, che magari non mi investe ma pensa bene di giocarmi qualche altro scherzo… Insomma, rischio, lo so. E non è per me che mi preoccupo, bensì per chi mi aspetta a casa… E’ una battaglia tra pensieri cupi e voglia di andare, comunque. Per fortuna, le necessità contingenti ben presto assorbono la mia attenzione: una rotonda, spuntata dal nulla a due km dalla partenza e non illuminata, per esempio. E poi le voragini nell’asfalto, ed i rattoppi che son peggio delle voragini; devo prestare la massima attenzione a dove metto le ruote. La mia vista debole, ancor più incerta al buio, non mi aiuta, nonostante le luci molto potenti; l’equilibrio, poi, non è mai stato un granché. E la notte acuisce la sensazione di non avere il controllo della bici: gli altri sensi prevalgono sulla vista, che è per forza concentrata entro il cono di luce davanti alla ruota. Mi sento appollaiata sulla bici, come se dovessi cadere da un attimo all’altro; il peso dello zaino peggiora la situazione. “Calma Gian”, mi ripeto come un’ossessione, “Calma, è tutto ok, vedrai che non cadi”. Già, ma non sono troppo convincente, nemmeno per me stessa. “Calma, calma”. Tutto mi getta addosso ansia, anche un’auto che arriva in senso contrario, un fruscìo nell’erba, un’irregolarità nella strada. E poi, quella sensazione fastidiosissima di essere “inclinata”… Lo so, è assurdo, ma mi sembra di viaggiare perennemente su una strada fatta “a schiena d’asino”, come se la linea di mezzeria fosse più alta dei bordi e quindi la bici viaggiasse su un piano inclinato di lato. E mi viene da risalire questo pendio immaginario, spostandomi verso il centro per non scivolare fuori della carreggiata… Sarei curiosa di sapere quale assurda tara del mio neurone sia responsabile di tutto ciò. E so bene che, quando verrà giorno, quando potrò guardarmi intorno e distrarmi, non ci penserò nemmeno più. E non è l’unico motivo di tensione. Un altro, ad esempio, è il terrore di trovarmi in una curva a sinistra, che quindi io percorro sull’esterno, quando di fronte arriva un’auto: ogni volta ho l’impressione che quella debba raddrizzare la curva e falciarmi… Lo so, la mia fiducia nel prossimo è pressoché nulla, ma ne ho ben donde.
Per fortuna, di auto a quest’ora se ne vedono in giro ben poche. Così, nonostante la tensione mai sopita, viaggiando verso Ceresole d’Alba posso alzare, di tanto in tanto, gli occhi alla meravigliosa stellata di questa notte. Non può mancare la stella cadente: stella, o chissà che altro oggetto; una lunga scia che si sbriciola poco prima di sparire all’orizzonte, bellissima. Anche se so bene che serve a poco, il mio desiderio lo esprimo lo stesso: “Tornare a casa intera”…
Attraverso Ceresole nel nulla: le fioche luci dei lampioni, gialle, illuminano l’aria immobile. La mia andatura è molto lenta, senz’altro più lenta di quanto potrebbe esserlo di giorno: non mi fido, non ci vedo abbastanza da lanciarmi in grandi galoppate. Devo darmi il tempo di mettere a fuoco un eventuale ostacolo improvviso… E non è così facile.
La sensazione di tepore che ho provato uscendo di casa – una temperatura decisamente insolita per la stagione – lascia pian piano il posto ai primi brividi di freddo, quando il calore della colazione e della casa si è ormai consumato. I primi a patire sono i piedi, già freddi nonostante due paia di calze e le scarpe un po’ allentate – un paio di vecchie scarpe da corsa ormai inservibili allo scopo, per via della suola troppo sottile.
La lievissima risalita verso Sommariva Perno mi fa capire, se mai ce ne fosse bisogno, che il mio stato di forma ciclistica è quanto mai disastroso. Lo zaino è davvero pesante; non sono così convinta che ce la farò, ma il dubbio di tornare indietro non mi sfiora nemmeno. (citaz l’hai detto, quindi lo devi fare). Affronto le rotonde con la massima cirfcospezione, timorosa come sono di finire per terra. E mi tornano sempre in mente, con una certa stizza, i facili commenti di chi, negli anni, mi ha spesso assicurato che “E’ questione di abitudine”. Sì, come no, abitudine. Ho percorso in bici più km di un pullman e non mi sono mai abituata. L’equilibrio su due ruote, nonostante tutto, non mi ha mai convinta.
Non posso negare che, nonostante la bellezza della notte, le luci dei lampioni agli incroci o negli abitati mi facciano dispiacere, anzi. A Sommariva Perno, tutto ancora tace. La successiva discesa, benché in gran parte illuminata, mette i miei nervi a dura prova: benché la conosca come le mie tasche e, di giorno, l’abbia ormai più o meno addomesticata, ora sono in balia delle curve, pure facilissime. La mia inettitudine si manifesta in tutta la sua forza. Dicono che anche l’equilibrio si possa migliorare con l’esercizio; sarà… Ma non mi convince, e in ogni caso non ne avrei la pazienza. Solo per un istante, la distesa di luci della collina mi fa mettere da parte il terrore per ammirarne la bellezza. L’aria è limpidissima. Poi riprendo a fatica il controllo del mezzo. Tribolando, arrivo al fondo e percorro con le ruote di piombo anche il tratto finale in falsopiano che conduce alla rotonda di Corneliano. La torre rotonda che sovrasta il paese, illuminata da un faro posto alla base, è imponente contro il cielo di un blu profondo. Mini-circonvallazione oppure passaggio in paese? Opto per la prima, se non altro non dovrei incontrare buche, tombini o altre insidie. Alla rotonda con la strada che porta ad Alba, in mezzo ai capannoni, mi accorgo che per oggi la vita è cominciata. Auto, furgoni, saracinesche che si sollevano e profiumo di caffè. Ci vorrebbe sì, un caffè, ma se ancora perdo tempo nelle soste, non arrivo più! Il cielo comincia vagamente a schiarirsi; del resto, quale luogo più appropriato di Alba per incontrare l’alba? Ponte sul Tanaro, le torri, gli ambulanti del mercato che sistemano i banchi. Tra poco sarò fuori dal caos: oltre il passaggio a livello, svolto a destra, direzione Manera e Borgomale. La prima vera salita. Mi metto al passo del carro funebre, con il rapporto più morbido che ho: le gambe, nonostante tutto, sono ancora fresche e reagiscono bene, a patto di non voler accennare il benché minimo scatto. Mi alzo sopra la città, che per fortuna sparisce in fretta, lasciando il posto alle colline che si delineano nere contro il cielo via via più blu. Le luci prima si sfocano, poi pian piano si spengono. Il panorama è bello da levare il fiato. Per fortuna, la pendenza è tale da lasciarmelo gustare. A ben pensarci, ho impiegato più di due ore per coprire poco più di trentacinque km: cominciamo bene… Spiccano i cocuzzoli, le torri, i castelli; Diano è ben visibile dall’altra parte della valle. Raggiungo la splendida Cascina Vernazza: ne escono, di gran carriera, due cagnoni. Mi fermo, porgo loro la mano: abbaiano, ma non hanno intenzioni bellicose; sembrano, anzi, guardinghi e timorosi. Uno dei due mi fa una pena infinita: corre su tre zampe… Gliene manca una anteriore, amputata al torace. Povera bestiola… Mi consola un po’ il fatto che questi due animali mi sembrano davvero ben curati, pasciuti, con un bel pelo lucido; probabilmente, nella sfortuna, il cane a tre zampe ha incontrato una persona od una famiglia che sa prendersi cura di lui come si deve. Risalgo e riparto; per fortuna, qui la pendenza è minima: altrimenti, con i piedi svincolati dai pedali, riprendere la marcia non sarebbe così semplice. Madonna di Como, un breve tratto in piano, poi si sale ancora, in mezzo ad altre cascine ristrutturate con gusto. Alla rotonda so che ormai manca poco: a Manera, s’intende. Ormai è giorno, anche se la luce diretta del sole non mi raggiiunge ancora: e sì che ne avrei bisogno, per levarmi di dosso questa sonnolenza che di tanto in tanto arriva addirittura al colpo di sonno. Quell’istante che mi fa fare un gran salto… All’area picnic c’è già qualcuno che fa colazione, con una vista di gran lunga superiore a quella del più lussuoso hotel di qualche blasonata località turistica; filari di viti, noccioleti, le poche macchie di bosco che formano nuvole bianche, una lieve brezza che porta il profumo dei fiori. E’ il momento più freddo: tra poco si scende giù verso il Belbo…. Sarà il caso di vestirsi? La pigrizia suggerisce di no: chiudo la cerniera del gilet e spero che il calore accumulato in salita non si dissipi tutto prima del ponte a fondovalle. A Manera, ancora la tentazione di una zaffata di caffé; resisto e tiro dritto, per affacciarmi alla splendida balconata sulla Valle Belbo. Con la luce, la discesa mi inquieta un po’ meno, anche se lo zaino così pesante mi sbilancia un po’. Ma sarà poi davvero lo zaino… O sarò io? Inutile negare che qualche chilo l’ho messo su, ultimamente. I lavori di ristrutturazione della casa dei nonni, volente o nolente, mi hanno costretta a tirare un po’ i remi in barca, sportivamente parlando, ma le fauci non hanno rallentato l’attività… Pazienza. Lascio scorrere le ruote con prudenza, giù per gli ampi curvoni. Non tarda a giungermi alle orecchie il rombo delle moto: da sempre questa è una delle strade preferite dai centauri, ma chi l’avrebbe mai detto che fossero così mattinieri? Da una curva spunta un bolide color verde acido, che disegna un arco perfetto passandomi accanto; poco dopo, un collega mi sorpassa, piega, addirittura sposta il deretano dal sellino verso terra. Nutro una sconfinata ammirazione per chi è capace di simile maestria. Loro no, non hanno paura di scivolare. Alla storia della forza centrifuga credono davvero… Sarà per questo, che nel loro caso funziona. Nel mio no, la fisica non mi ha mai amata. Quindi faccio, come dice il buon Ivanone Vinai, le curve quadrate, soprattutto in quei punti dove l’asfalto è graffiato da profondi solchi proprio nell’interno del tornante, e peggio che mai se ho un veicolo che mi arriva alle spalle. Dovrei riuscire a distrarmi, pensare ad altro…
La massa scura imponente del maniero di Borgomale mi si para davanti oltre una curva. Bellissimo, ancor più severo nella luce cristallina del mattino. Dai Gian, manca poco e sei giù. Il freddo,com’era prevedibile, ha già attraversato gli strati di vestiario per arrivare alla pelle. Le mani, protette solo da quel che resta di un paio di vecchi guanti di pile, sono irrigidite. Ecco finalmente il ponte. All’incrocio, il primo deficiente a quattro ruote della giornata brucia lo stop e mi taglia la strada: che il diavolo se lo porti… Poi si torna a salire. Ascesa appena più severa della precedente, ma nulla di terribile: dai Gian, forse oggi ce la fai… Attendo la luce diretta del sole, che mi scolli di dosso questa sonnolenza. A Castino, il negozietto di alimentari e merceria è già in attività. Profumo di pane… Oggi tutto è una tentazione! Giù, ancora in discesa, verso Cortemilia; qui finisce il mondo noto, o perlomeno il tratto in cui potrei procedere senza prestare attenzione ai cartelli, ed inizia il dubbio. Più che mai dubbio, visto che già qualche km fa mi sono resa conto che le cartine, frutto di tanto sudore della fronte, sono rimaste a casa… E’ inutile, l’organizzazione ed io non andiamo d’accordo. Non potremo mai andare d’accordo. Nemmeno con i promemoria… Non c’è niente da fare. Però, se non altro, le ho studiate con tanta e tale attenzione che credo di ricordarle, anche senza averle sotto il naso. Proseguo lungo il viale alberato, attraverso il centro del paese e tiro dritto, direzione Pezzolo Valle Uzzone. Qualche km più avanti, la strada principale piega netta a sinistra, con un tornante. Direzione Savona, più di così… Avanti tutta. Anzi no: sosta tecnica e poi avanti tutta, prima che il mondo si risvegli troppo. Altrimenti, più avanti, trovare un luogo appartato potrebbe riuscire difficile. Riparto smozzicando un Twix. Mi torna in mente la classifica degli alimenti più maiali, che abbozzavamo tempo fa con Matteo: in cima ci sta senza dubbio il Mars, una delle peggiori e più goduriose porcate che l’industria alimentare abbia mai concepito; a ruota, il twix e derivati, i parenti poveri, solo perché un po’ meno farciti. Il bello di far fatica è anche questo; poter deliziare il palato con simili agglomerati di grassi, senza troppi rimorsi. Certo, i guru dell’alimentazione sportiva avrebbero da ridire… Ma io sono convinta che anche loro, di tanto in tanto, si chiudano nello sgabuzzino di casa e si sfondino di Nutella.
La salita è blanda, irregolare. Intorno a me, il paesaggio di Langa che preferisco: non più i vigneti disegnati con squadra e goniometro, ma la boscaglia, i rovi, le gaggie, i costoloni nudi di roccia e di sabbia, gli strati che sembrano disposti così da mano umana e sono invece il risultato di chissà quali manifestazioni della forza della natura. Un’anziana, in piedi a bordo strada, dà direttive al marito che lavora nel noccioleto; sulla testa un foulard di tela e sulle spalle un bellissimo scialle lavorato all’uncinetto. Ai piedi, scarponcini di cuoio che devono aver calpestato a lungo questa terra. Si volta verso di me, proprio mentre passo; il suo sorriso rivela tanti buchi, ma due occhi azzurri che un po’ di anni fa devono aver ammaliato più di un pretendente. Curioso, come tutto del corpo umano si sfasci nel tempo, tranne gli occhi. Il dono di uno sguardo fuori dal comune si conserva per sempre. La saluto, ricambia con voce ferma… Gorrino. Passo accanto alla frazione, senza attraversarla. Continuo a seguire la strada principale; non ho motivo di dubitare che sia giusta: i pochi bivi sono troppo piccoli per avere a che fare con la mia destinazione. In discesa, incontro il cartello di San Massimo; perfetto, questa è una conferma. L’itinerario, panoramicissimo, mi porta in vista del paese di Todocco, abbarbicato in cima ad una collina, sulla destra: spettacolare, così come dev’esserlo la vista che si gode di lassù. Per raggiungerlo, dovrei imboccare il bivio che mi trovo davanti; seguo con lo sguardo il tracciato della strada, che si perde nel bosco per riemergere poi alle soglie dell’abitato. Ne varrebbe la pena… Se non avessi una meta. Ma è meglio che io non aggiunga chilometri e dislivello. Per ora sto bene, ma quanto avrò percorso? Settanta, ottanta km, forse. Non ne ho idea, non ho il contakm. Per quelb che mi ricordo, sulla cartina la strada per il mare era ancora lunga, da qui. Figuriamoci poi il ritorno!
Sfilo accanto alla fontana che riporta un brano del Cantico delle Creature. A Piana Crixia manca ormai pochissimo: le abitazioni si infittiscono, finché non mi ritrovo in paese. Allora, attenzione. La mia idea, qui, era di raggiungere sì Dego, ma passando per una strada secondaria, tracciata con una linea appena percettibile sulla cartina. Immissione sulla strada principale per Dego; non il primo ponte, ma il secondo, che si trova proprio accanto al negozio di un tabaccaio e ad un parcheggio. Un crocchio di madame interrompe il fitto chiacchiericcio per osservarmi mentre passo: ho ancora la pila frontale in testa, devo essere un oggetto molto curioso per loro. Il torrente riflette i raggi del sole e scintilla in ogni minimo salto dell’acqua. Borgate Cheilini – Berri: fantastico, non avrei osato sperare tanto. Eccola, la mia stradina. Si sale subito e senza misericordia, passando tra le case del paese, che ben presto lasciano spazio ad un ambiente quasi selvaggio. Pare incredibile che qui si sia a due passi dalla civiltà: sì, è vero, c’è l’asfalto, ma la vegetazione cresce libera e rigogliosa. Le foglioline nuove, verdissime, degli alberi; fiori di ogni genere, dalla cicoria al biancospino, alle violette. E un profumo di primavera da respirare a pienissimi polmoni, che meraviglia. Mi balena in mente l’immagine di un paesaggio per certi versi molto simile, lungo l’itinerario del Raid Provence Extreme, nella zona della terribile “Roque d’Antheron”: terreno sabbioso, arbusti bassi, vegetazione dall’aspetto già marittimo, anche se al mare manca ancora un po’. La strada sale e scende senza logica apparente; di tanto in tanto, il latrato di un cane, una cascina. L’asfalto è in condizioni eccellenti, almeno fin qui: una bella sorpresa. Scopro poi, con altrettanta meraviglia, che questo dev’essere anche un luogo di interesse archeologico; parcheggiata su uno slargo, ed apparentemente in piena efficienza, trovo nientemeno che una Fiat Ritmo beige. Da quanti secoli non ne vedevo una? Credevo fossero state ormai tutte rottamate d’ufficio…
Ad un primo bivio, mi soccorre un colpo di fortuna, Io avrei tirato dritto,senza alcuna ombra di dubbio. Invece, un cartello scritto a mano, a forma di freccia, indica Dego a sinistra. Titubante, obbedisco: speriamo bene… Una ripida discesa mi apre la visuale su una vallata tutta boscosa; da qui, non si direbbe esserci forma di vita in un raggio molto ampio. Invece, una risalita altrettanto secca mi conduce in vista di una borgata. La strada ha molte diramazioni, ma tutte sorprendentemente provviste di cartelli. Nel dubbio, domando informazione al primo essere umano che vedo in un’aia, intento a trasportare sterpaglie: con un po’ di timore, perché il confine della Liguria l’ho già passato e la risposta potrebbe essere colorita… “sì, per Dego di qua, tre chilometri”, con quella marcatissima “o” savonese. Ringrazio e mi defilo. Una discesa secca, una rampa in salita, nientemeno che in cemento: bellissima… Arrivo fin quasi in cima, pestando furiosamente sui pedali, con le ginocchia già duramente provate dal peso mio e dello zaino e dalla pendenza tutt’altro che agevole. Poi mi fermo, almeno qui, perché vale davvero la pena di scattare un paio di foto. Già, ma… Ripartire? Ahimé, non se ne parla nemmeno. Ci provo, ma, per riprendere la marcia in salita, occorre un microsecondo di “surplace” che qui non mi riuscirà mai. Ergo, a tutela dell’integrità del mio femore, mi porto su la bici camminando per quei pochi metri che mancano al culmine. Un vero e proprio colletto, con piccole pareti sabbiose ai lati, colonizzate dagli arbusti. Con la luce del sole, questo è proprio uno scorcio di Provenza. Altra discesina secca, altra rampa in salita, questa volta non più in cemento; sembra di stare sulle montagne russe. Dall’altra parte, la vista si posa su una distesa di campi coltivati, a destra, e di case, a sinistra. Dev’essere Dego, ma mi tocca tirare ad indovinare ancora un paio di bivi, prima di arrivarci. Ed inchiodarmi su un centinaio di metri di discesa davvero troppo ripida per i miei gusti: terrorizzata dalla sensazione di capriola in avanti, a dispetto di qualsiasi dignità, scendo a piedi.
La stradina in stile Indiana Jones mi scodella proprio accanto al muro del cimitero di Dego. Impiego qualche istante a raccapezzarmi, finché arrivo nel centro del paese e, da lì, vedo i cartelli che indicano Pontinvrea. Un gruppo di ciclisti in divisa bianca mi affianca appena prima che io svolti; si fermano al bar. Tutta presa dall’impegno di indovinare la retta via, non mi ero accorta che il cielo si fosse rannuvolato. Non proprio nuvole corpose, piuttosto una nebbia spessa, appiccicosa. E s’è alzato anche un po’ di vento. Poco male, mi dico; sarà senz’altro un fenomeno isolato: sul versante del mare, sarà senz’altro bello e caldo. Ne sono certa….
Si ricomincia a salire. Non ho ben presente la geografia del luogo, anzi, non ce l’ho presente affatto. Sono località che ho già toccato, in passato, ma sempre in compagnia di altri che conoscevano la rotta. Non mi sono mai trovata nella necessità di districarmi tra le strade. Ricordo Pontinvrea per esserci capitata, una tarda sera di marzo di un paio d’anni fa, sotto il diluvio universale, tragicomico epilogo di una traversata che avrebbe dovuto svolgersi lungo l’Alta Via dei Monti Liguri, ma che è stata poi tarpata dalla nebbia e dalla neve ancora alta. Eravamo una truppa di cinque o sei squilibrati ed arrivavamo nientemeno che dal Colle di Nava, dopo innumerevoli km macinati a piedi ed un buon tratto coperto in pullman. Che avventura! A Pontinvrea, dopo ore di marcia sull’asfalto e sotto il diluvio, ci eravamo rifugiati in una locanda, tutti incollati alla stufa a legna. Che freddo…
Oggi non si può dire che la temperatura sia poi tanto più confortevole. La piacevole brezza collinare si è tramutata, senza preamboli, in un vento gelido e teso. La salita, di per sé blanda, mi ricaccia indietro. La nebbia si abbassa, corre a batuffoli, trasportata dalle raffiche. Rabbrividisco: le gocce si posano sugli abiti; non è pioggia, ma l’effetto è il medesimo. Con il termometro, crolla anche il mio morale: la stanchezza, che avrei potuto tenere facilmente a bada in una giornata calda e liminosa di primavera, si fa sentire prepotente; lo zaino sembra tirare le spalle ancor più giù… Mangio il secondo Twix, chissà che non valga a rincuorarmi un poco. Quanta fatica… Fatica cattiva, di chi si sforza ma non ce la fa. E’ terribile, è un’agonia. Il vento freddo s’infila nel colletto, appiccica alla pelle gli indumenti umidi; sferza i raggi delle ruote e produce, di tanto in tanto, un sinistro ululato. Inutile dire che i miei sforzi in favore della calma e dell’autocontrollo son già andati a farsi benedire… Mi aggrappo alla speranza che, sul lato del mare, la situazione sia meno critica. A Pontinvrea c’è gente; è più o meno ora di pranzo. Si captano profumi invitanti… Ma, strano a dirsi, non ho fame; l’inquietudine prevale su tutto. I passanti indossano giacche e piumoni: non è una mia impressione, che faccia freddo… La prossima destinazione intermedia tra qui ed il mare, a quanto sembra dai cartelli, è Giovo Ligure. Speriamo bene… Qui la memoria delle carte non mi soccorre più. Avevo previsto di arrivare a Varazze; speriamo bene. La strada procede ancora per qualche km di saliscendi, senza che il vento conceda la minima tregua: mi rassegno alla tribolazione, faccio proprio fatica a spingere giù i pedali. In più, lo zaino mi rende difficile alzarmi di tanto in tanto in piedi, con il risultato che il peso poggia tutto sulle vertebre appena al di sopra del portacoda e fa male. Per non parlare del soprasella: al culmine della mia genialità, ho pensato bene di dimenticare anche il sacro spargimento di pasta di Fissan sulla pelle. Non oso pensare all’urlo che lancerò non appena dovrò scollare il fondello dei pantaloni dalle chiappe… Amen, in fondo sono qui per soffrire, e ciò che non uccide fortifica. Pare.
A Giovo Ligure, all’incrocio, finalmente mi ritrovo. Qui sì, ci sono già stata, e più volte, anche. A sinistra si va a Sassello, a destra finalmente giù, al mare. E non è una consolazione: non appena la strada mi conduce in vista del mare… Beh, il mare non lo vedo affatto, sepolto al di là delle nubi. In questo momento, nella nebbia sono proprio immersa. Ed al patema del freddo e della stanchezza si aggiunge quello per Matteo, che mi ha appena annunciato di essere ad Arenzano… Mi sta venendo incontro da Genova lungo l’Aurelia, mentre a quest’ora dovrebbe essere a pranzo con la famiglia, per un appuntamento già stabilito. E a me, da quassù, manca ancora almeno una dozzina di km!
Il disagio mi inibisce quel poco di audacia che ho acquisito in discesa. Al bivio per Varazze, svolto e mi imbatto in un corteo nuziale: i componenti hanno tutta l’aria di essere già parecchio alticci, ancor prima del banchetto… Vorrei sapere qual è la mente geniale che ha ben pensato di attaccare alle auto dei palloncini! Ce ne saranno dieci che rotolano sulla carreggiata, ovviamente strappati via dal precario vincolo… Ancora discesa, fredda. Fino alle prime propaggini di Varazze: tra svolte, incroci, sensi unici, semafori e rotonde, l’avvicinamento al mare mi sembra davvero eterno. E chissà dov’è Matteo. Prendo la direzione di Arenzano; pochi istanti e ricevo un suo messaggio: ancora pochi istanti ed eccolo accanto a me, sulla passeggiata, con due enormi tranci di focaccia di Voltri, un pintone da un litro e mezzo di Coca Cola e due yogurt. Tutto ciò contribuisce ad aggravare la confusione che domina il mio neurone: sono, come si suol dire, “più di là che di qua”, ancora tesa e preoccupata per un viaggio di ritorno che, viste le premesse, non sarà una passeggiata. Ma come fare a dirgli che la preoccupazione mi ha piazzato un groppo allo stomaco e che non ho proprio fame? Beh… In fondo, la focaccia di Voltri non è cosa che si mangi per fame. Si trangugia in primis per golosità. E poi, so che il mio soccorritore gradirà volentieri di contribuire con lavoro di ganasce allo stesso desco… Virtuale, s’intende, perché non abbiamo nulla a cui appoggiarci; mangiamo in piedi, dando credo una ben triste impressione a chi ci osserva. Sembra che noi non si tocchi cibo da settimane… L’incontro è troppo fugace; sono ancora frastornata ed infreddolita, quando Matteo mi porge una delle sue borracce, piena di Coca Cola. Un saluto veloce e se ne va, richiamato all’ordine familiare: resto lì, sulla passeggiata, con la focaccia in una mano e la borraccia nell’altra, a guardarlo allontanarsi, poi a guardare le decine di vele bianche che si distinguono a fatica dal bianco lattiginoso del mare e del cielo. L’azzurro acceso dei tettucci delle cabine sulla spiaggia, oggi, è proprio fuori luogo.
Mi rimetto in marcia, per quella che psicologicamente è la seconda parte del mio viaggio, il ritorno. Da un punto di vista strettamente matematico, la metà dei km l’ho già superata; la percezione, tuttavia, è quella di una faticaccia resa ancor più pesante dalla stanchezza accumulata, e dal fatto che dovrò risalire dal mare allo spartiacque, con le gambe che implorano ormai pietà. Beh, è esattamente quel che volevo: trovarmi in questa condizione e non poter indulgere verso me stessa. S’ha da fare.
L’Aurelia, a quest’ora ed in una giornata tanto uggiosa, è quasi digeribile per un ciclista. Varazze, Celle, Albisola, Savona: qui, al cospetto delle torri, seguo i cartelli in direzione di Torino e mi armo di pazienza per gli innumerevoli semafori. Ma, anziché rientrare per la via più agevole e diretta al Cadibona, prendo a sinistra per la località Santuario, la salita che porta a Montenotte Superiore. L’ho percorsa l’anno scorso, in discesa, a piedi, arrivando da Ceva; all’epoca, mi ero detta: “Da provare in bici…”. Eccomi. La periferia di Savona, come tutte, è tristissima e squallida; non è meglio, tuttavia, la stessa località Santuario, che raggiungo dopo qualche km di saliscendi. Solo quando mi lascio alle spalle le abitazioni e passo sotto lo splendido ponte della ferrovia, mi ritrovo finalmente in pace. Anche se c’è ben poco da gioire. Il cielo è sempre più plumbeo; il freddo non molla, anzi si accumula nelle ossa; le gambe… Beh… Due pezzi di legno, rigide, doloranti, da spingere giù una per volta al termine di un lungo lavoro di convinzione che si ripete pedalata dopo pedalata. Sempre più spesso devo almeno accennare ad alzarmi sui pedali, per dare sollievo a collo, schiena e soprasella, ma mi domando, davvero, se ce la farò ad arrivare fin su… Guardo i cartelli chilometrici, che scorrono con estenuante lentezza. Sono l’immagine di me stessa al rallentatore… E già in tempi normali non è che io sia un fulmine in salita. Nove, dieci… Se non ricordo male, devo arrivare a sedici per raggiungere Montenotte. Ma non ricordo se sia tutta salita o se avrò anche un po’ di tregua. Intanto vado su, tornante dopo tornante, con calma. Non so che ora sia; sembra buio, qui in mezzo alla vegetazione fitta, con il sole che si è dimenticato di me. Ma, per quanto sia tardi, non può essere così tardi.
Il mio incedere monotono e penoso si interrompe solo davanti allo spettacolo dei faggi monumentali. Me li trovo sulla destra, all’improvviso; i caratteristici tronchi dalla corteccia chiara e liscia, ma enormi. Un cartello avvisa il viandante della delicatezza e del valore di questo luogo. Non posso fare a meno di scattare un paio di foto: poggio la bici al tronco di una delle piante, ovviamente con tutte le cautele in modo da toccare il prezioso vegetale solo con la pelle della sella ed il nastro del manubrio, per non far danni, e la immortalo in uno scatto glorioso. Anche se l’illuminazione è quella che è. Poi ancoraio in marcia, non senza difficoltà per ripartire in salita sul ghiaietto di cui l’asfalto qui è ricoperto. Ancora tornanti e tornanti, poi qualche traccia di vita, una segheria, cataste di profumatissimo legno. La pendenza s’attenua, ma le gambe faticano come prima; quando i muscoli sono così induriti, pedalare in agilità non è semplice. La nube ora ce l’ho appiccicata addosso; il vento non molla, investe la bici nel breve tratto di discesa su Montenotte. Ma chi me lo fa fare di soffrire così? Mi fermo ancora, scavo nello zaino, indosso il giacchino sottile con il cappuccio. Attraverso l’abitato, in direzione di Altare; ancora enormi faggi ed anche altrettanto imponenti conifere, ancora tratti di salita e discesa, poco più che dossi che a me però costano uno sforzo immane. Non appena la strada pende un po’ in salita, mi inchiodo e procedo a passo di lumaca… Il bivio di Ferrania mi tenta; so che, da lì, dovrei poter raggiungere Carcare senza passare da Altare e dalla strada principale, odiosa e trafficata. Ma chi ha più voglia di fare esperimenti, adesso? Tiro dritto per Altare e sfilo accanto ad uno degli edifici, a mio parere, più belli al mondo, una costruzione in pietra, finissima, un capolavoro. Sulla targa, anch’essa in pietra, leggo un misterioso “Palazzo K”. Mi riprometto di cercarne qualche notizia.
Ad Altare, noto con piacere che gli immensi ruderi di stabilimenti industriali in centro del paese sembrano oggetto di un’opera di recupero; niente più ferri e cemento a vista e macerie di vetrate? Speriamo… Lo svincolo dell’autostrada mi costringe ad uno slalom tra pericolosissime emormi buche che si sono formate in corrispondenza dei giunti metallici; ne manco una per un soffio. Nel tratto appena prima di Carcare, complice l’ambiente desolante ed il traffico intenso, soffro molto, quasi mi trascino. E adesso c’è quell’orrendo falsopiano in salita verso Millesimo… E poi, peggio ancora, la salita al Montezemolo, che, in questo stato, sarà il mio supplizio.
Capannoni, supermercati, cartelli chilometrici: il tratto verso Millesimo sembra scorrere un po’ più in fretta del previsto. Le mie previsioni, del resto, scontano la fatica che si accumula sempre più. Le auto passano veloci, troppo, non si curano di far delle rasette da sfiorarmi; questo è un tratto maledetto. Il passaggio sotto il viadotto dell’autostrada, il triste colletto e poi giù verso l’abitato, con un passaggio sul pavè in centro che è puro dolore per le mie chiappe fiammeggianti… Ed anche per la schiena, già tormentata dallo zaino. Il freddo non molla… Umido, nebbia, grigiume. Ormai si va verso sera; non credo che avrò più occasione di vedere il sole… Di certo non ne potrò più godere il calore.
Supero il casello dell’autostrada: d’ora in poi, non mi resta che salire. Montezemolo non mi ha mai ispirato tanto terrore… Fin dalle prime pedalate in lotta con la gravità, mi rendo conto che qualcosa non va, sul serio, stavolta. Non è solo la stanchezza: è il ginocchio destro che fa male, anzi malissimo. Sembra che ad ogni pedalata produca uno schiocco, come se lì dentro qualcosa si fosse incastrato. Provo ad alzarmi sui pedali, a cambiare leggermente posizione: niente, non funziona. Provo ad ignorare il dolore: macché, non sono mai stata così eroica… La prima curva, davanti alla bottega del parrucchiere, è già uno strazio. Come faccio adesso ad arrivare fin su? E poi ad andare a casa? Uhm… Mal che vada, a Ceva c’è il treno. Sì, ma Gian, hai faticato tanto fin qui per il tuo giro da quasi trecento km… E saresti disposta a mollare così? Maledetta me che ho lasciato a casa la bustina con i medicinali. Basterebbe prendere un antiinfiammatorio e sarei a posto, almeno fino a casa. Invece sono nei guai.
Alla fatica si somma il dolore insistente. Una fitta ad ogni pedalata. E le nuvole… Il meteo non accenna a migliorare, anche se su, verso Montezemolo, si vede un po’ di luce. Galleria o strada secondaria? Con gran fatica, mi trascino fino al bivio. Questo stradone, così largo e trafficato, mette angoscia. All’ultimo istante, decido per il passaggio lungo la vecchia statale, quella che attraversa la frazione “Strada”. Chissà che un cambio di pendenza non giovi al mio ginocchio. In effetti, per qualche istante mi sembra vada un po’ meglio; passo piano tra le case, proseguo lungo la salita, con vista sulla vallata cupa e sull’autostrada. Spingo per lo più con la gamba sinistra; la destra resta a riposo, ma duole molto, anche così. Tiro ad indovinare l’ora: tardo pomeriggio, ma vuol dire tutto e niente. La salita è più breve del previsto; segue un tratto di saliscendi in mezzo alla boscaglia, popolata di strani individui in Panda che caricano nel bagagliaio cataste di rami e ciocchi di legno. Mi reimmetto sulla strada principale per l’ultimo chilometro, il più penoso, fino a conquistare l’agognata meta: la rotonda di Montezemolo. Popolata, oggi, da una nutrita schiera di motociclisti.
Questa è una delle tappe ideali del viaggio. Pedalando mestamente verso il paese, ci sta una telefonata a mammà: così, con l’occasione, constato che sono le sei. “Quando arrivi?”, mi chiede. Mah… Mezzanotte, non credo prima. La mia idea, infatti, è di andare non a Dogliani ma ad Alba, deviando a Murazzano in direzione di Bossolasco. Aggiungerei un bel po’ di km rispetto alla via diretta, ma mi risparmierei la strada caotica tra Dogliani e Bra prima e la statale tra Bra e Carmagnola poi. Già, ma… In queste condizioni?
Bellissimo il paesino con le luci della sera. Quel poco di sole che quassù filtra tra le nubi. Mando un messaggio a Matteo: “Torno a vedere il sole adesso, per la prima volta”. Tempo trenta secondi… E il sole sparisce dietro la coltre di nuvole. E fa sempre più freddo.
Anche la lieve risalita nell’abitato è una pena per il mio ginocchio. Per fortuna – e solo in questo caso, da amante della salita, mi ritrovo ad esclamare “per fortuna”, da qui a casa non ci sono più dislivelli significativi da superare. Mi torna in mente un altro viaggio, forse l’unico in cui mi sia trovata a dover affrontare un problema fisico così serio: si era in Francia, una splendida “due giorni” con partenza da Susa e salita al Moncenisio, all’Iseran ed al Telegraphe-Galibier la prima giornata, all’Alpe d’Huez, Col de Serenne, Lautaret e Monginevro la seconda. Ebbene, in quell’occasione mi è toccato affrontare l’Alpe d’Huez letteralmente spingendo con una gamba sola, attendendo che l’altro ginocchio smettesse di tormentarmi per il male, sotto l’effetto di un antidolorifico. E meno male che, da quelle parti, non è difficile scovare una farmacia aperta anche alla domenica!
Appena fuori Montezemolo, mi rendo conto che le tribolazioni non sono affatto finite. Ci si mette, ora, il vento. Nonostante la coltre di nubi suggerisca un senso di immobilità e torpore, raffiche improvvise soffiano da destra, spingendomi verso il centro della strada. Il mio eqilibrio precario, lo zaino, la stanchezza e la strada che corre in cresta, in piena esposizione, completano un quadro già abbastanza tormentato. Calma… Calma… Riuscirò a tenere la bici? Sono rigida come uno stoccafisso; la sensazione è sempre la stessa: non sono io che controllo la bici; sta accadendo esattamente il contrario. Sono appollaiata in cima ad un aggeggio dotato di vita propria, sulle cui decisioni ho ben poca influenza. E se mai dovessi cadere? Con la processione di moto che scorre quassù, a pochi centimetri da me, non avrei scampo. E causerei danni seri anche a qualcn altro. Speriamo bene, speriamo bene, non posso fare altro. E mi viene un sorriso amaro: se raccontassi, adesso, ad un ipotetico interlocutore, tutto ciò che ho combinato in bici negli anni passati, quello, guardandomi, m’inviterebbe caldamente a non inventare balle. Non sono balle; ne ho collezionate tante, di avventure… Ma sempre in compagnia della paura.
Quel che conta, adesso, è togliersi di qui. Rifletto sul da farsi, per quel che l’ansia mi consente. Mi converrà davvero passare da Alba? Il vento non sembra avere intenzione di attenuarsi, anzi; capita che, oltre una curva, dietro una casa, la raffica mi attenda ancor più insidiosa. Raggiungere Alba significa allungare la permanenza in cresta, sia quanto a chilometri che quanto a durata del viaggio, e magari trovarsi ad affrontare la discesa finale, da Diano, già al buio. Vero, quella discesa non è nulla di terribile, in assoluto… Ma, in queste condizioni, qualsiasi minima avversità lo diventa. Bando ai tentennamenti: Dogliani in fondo è il male minore. Vero, mi troverò sulla Fondovalle Tanaro quando sarà già buio, ma pazienza, “io speriamo che me la cavo”.
L’unico che, in questa specie di bufera, riesce ad essere perfettamente immobile è proprio ciò che, al contrario, dovrebbe essere in movimento: il generatore eolico tra Montezemolo e Sale Langhe. Il mio scetticismo cronico nei confronti delle cosiddette “energie alternative” guadagna altri mille punti. Mastodonti come questo sono stati eretti un po’ ovunque nei dintorni… Ma chissà perché, io non ho mai visto quelle pale accennare il benché minimo movimento, nemmeno per darsi un tono. E qualcuno vorrebbe far credere che qui si produce energia? Ma per favore…
Procedo tentennando, con tanta fatica ad ogni pedalata. Il dolore al ginocchio non è più così continuo; è una fitta intensa che però compare solo di tanto in tanto. Se non altro, posso sperare di trascinarmi fino a casa. Scruto le nuvole: gli squarci di sereno sono sempre più ampi, man mano che si viaggia in direzione di Dogliani; peccato che quel pallido sole che forse riuscirò ancora a vedere, a quest’ora ormai tarda del pomeriggio, non servirà più a levarmi di dosso un po’ del freddo che mi tormenta.
Mi affianca un ciclista, l’unico che abbia finora visto in giro da quando ho lasciato Savona. Magrissimo, atletico, ha gli auricolari e viaggia su una bella bici, molto avveniristica. Noto subito con orrore le ruote a profilo alto: ma come diavolo fa a stare in strada, con questo vento? Scambiamo quattro chiacchiere; scopro che anche lui non è nuovo a pedalate molto lunghe… Già, però, occhio e croce, la sua velocità di crociera è un tantino più alta della mia. Manca poco a Montezemolo quando ci congediamo: due pedalate e via, sparisce avanti, con una grazia ed una leggerezza impressionanti. Ed io rimango qui, pachidermica e sfinita…
La torre, le curve proprio sotto il paese, la rotonda. Dogliani si avvicina, sia pure con lentezza esasperante. Non so se siano peggio i lunghi rettilinei esposti alle raffiche o i tornanti in cui rallento al punto tale da rischiare il ribaltamento… Peccato non potermi guardare troppo intorno, perché le nuvole disegnano scenari da favola nella luce del tramonto. Ma non è il momento di far poesia. Belvedere Langhe. Dai Gian, ci sei quasi. Forse stavolta te la cavi.
Arrivo alle spalle del cupolone di Dogliani con una tale tensione addosso che percorro l’ultimo tratto della discesa con i freni tirati a dismisura, anche se ormai, a parte l’asfalto grattato, non c’è più alcuna ragione di temere. Attraverso il centro, che brulica di gente a spasso, e punto dritta su Monchiero. Un’auto si immette dalla mia sinistra nel mio senso di marcia e quasi mi chiude contro il cordolo del marciapiede; poi, non contento, il simpaticone alla guida svolta bruscamente a destra tagliandomi la strada… Lancio un paio di irripetibili epiteti all’indirizzo della scostumata mamma del geniale pilota; cominciamo bene… Bentornata nella civiltà!
So che dovrei sfruttare all’osso anche il minimo raggio di luce che il giorno ancora mi concederà, ma sono in crisi nera, nerissima. A Monchiero devo concedermi un momento di tregua… Scelgo la piazzetta sulla destra, all’uscita del paese. Appoggio la bici al muro, mi siedo sul marciapiede, levo lo zaino… E resto per una decina di secondi in una sorta di coma vigile. Guardo senza vedere: un fuoristrada si ferma davanti alla farmacia, che ha già la serranda quasi abbassata; una donna bionda si precipita nel locale, chiedendo qualcosa con mille scuse, e ne esce con un pacchetto in mano. Risale dal lato passeggero; il fuoristrada se ne va. Mi sveglio dalla mia apatia; pesco nello zaino un trancio di focaccia, quella che mi son portata da casa, e me lo sbocconcello con calma, mentre la schiena si gode per qualche momento il sollievo di non avere il peso dello zaino.
Bando agli indugi: è ora di ripartire. La farmacista abbassa la serranda e se ne va, in compagnia di una collega. Bardatura per la notte: luci, rifrangenti, un giacchino in più, visto che fa proprio freddo, e che io il freddo me lo porto nelle ossa già da un po’. Se potessi urlare al mondo il mio dolore, quando riappoggio le ingombranti chiappe sulla sella, mi sentirebbero fino a Singapore… Ma stoicamente taccio. Il ginocchio malandato ha anche lui qualcosa da obiettare, ma ormai non c’è storia… Si va a casa.
Affronto con profonda apprensione la Fondovalle Tanaro: ogni volta mi dà l’impressione di essere lunghissima, eterna, ed ogni volta garantisce emozioni forti. Probabilmente è un tratto che stuzzica l’istinto omicida – suicida dei pilotastri da quattro soldi. Incrocio le dita ed affretto la pedalata: un motore alle spalle, mamma mia speriamo che non mi passi sopra, uno spostamento d’aria, un proiettile che si allontana. Questo è andato, avanti il prossimo. La luce digrada, spuntano le prime stelle. I capannoni di Cherasco sono una liberazione, anche se non è ancora finita… Il rotondone dell’autostrada, la circumnavigazione del cocuzzolo su cui si arrocca il paese. In altre circostanze, sarei andata fin su, a passare dal centro. Ma stasera non è il caso. Anche i maniaci della salita, ogni tanto, fanno sciopero. A gettarmi nella tribolazione basta già la rampa che risale a Bra: un calvario, non finisce più. E tutti questi idioti motorizzati che suonano il clacson… Ma tu, inutile individuo per cui la testa ha la sola funzione di reggere il cappello: di grazia, dimmi, cosa vuoi dalla mia vita? Sono più illuminata di un albero di Natale e vado per la mia strada…
Struscio del sabato sera nella via centrale di Bra, che è anche isola pedonale. Il mio soprasella è ormai brasato a tal punto che sopporta il passaggio sul pavé senza un lamento. Poca vita, poca gente in strada; la maggior parte dei pecoroni del sabato sera sarà stipata nei bar. Qualcuno mi squadra con occhio incredulo. Ed io così mi faccio una carrellata di vetrine!
L’ospedale, il semaforo, Viale Madonna dei Fiori. Rimane l’ultimo ostacolo, la strada statale verso Carmagnola. Per fortuna – e solo sotto questo aspetto dico “per fortuna” – capannoni e costruzioni varie costeggiano ormai quasi tutto lo sviluppo della strada, con relativo corredo di lampioni. Almeno fino a Sommariva Bosco, non ci sono tratti troppo bui. Il traffico è abbastanza vivace… Nervi a fior di pelle, speriamo bene. Sarebbe una beffa, farsi stirare a pochi km da casa!
A Sommariva, decido per una variante rispetto alla strada principale. Sono sfinita ed ogni km in più è un calvario, ma della via diretta per Carmagnola ho un certo timore. Svolto in direzione di Caramagna, lungo una via un po’ meno caotica. Nel piccolo abitato deserto, spunta una signora per cui risulto essere, probabilmente, l’unica forma di vita umana a cui chiedere un’informazione. Per fortuna, è una via che conosco, quella che le interessa.
Per stradine di campagna, in mezzo alle cascine, consumo le ultime energie. Ora che sono proprio nei pressi di casa, ora che la tensione s’è allentata, il dolore non più sopito scoppia in tutto il suo vigore. Il fondoschiena, la colonna vertebrale, le spalle, le ginocchia, i piedi… Tutto. Ho la sensazione di dovermi accartocciare per terra da un attimo all’altro. Le prime frazioni, Oselle, San Giovanni, poi finalmente la via di casa: il sospetto di non riuscire a percorrere gli ultimi cinquecento metri è sempre più vivo…
Apro il cancelletto di casa, poi il portoncino: il mio ultimo sforzo di restare in piedi è travolto ed annientato da ottanta chili di zampe e pelo che mi rovinano addosso, in due comode rate, con la violenza dell’acqua dall’idrante dei Pompieri. Le mie due meraviglie pelose. Sembra che capiscano e vogliano condividere il mio entusiasmo per la splendida giornata. Ce l’ho fatta, nonostante tutto. Circa 270 km e 3.500 m di dislivello, mal contati. Sono passate da poco le dieci di sera. E quale essere umano al mondo potrebbe essere tanto felice del mio ritorno?
(Visited 11 times, 1 visits today)

Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!