4 aprile 2009 – Da Savona ad Avegno

Chi ben comincia è a metà dell’opera: posso dire di essere a buon punto, allora. Son quasi al casello dell’autostrada ed ho un lampo: patente e bancomat… Sono rimasti a casa! Uno, due, tre, quattro, dieci, cento, calma Gian, calma. Un lungo respiro profondo, non è il caso di inalberarsi per non dire incaxxarsi furiosamente; fai inversione, possibilmente non il testacoda con freno a mano tirato, torna a casa, prendi quel che devi. Ritenta, sarai più fortunata: ce l’ho quasi fatta, ma quando, un’altra volta al casello, vedo che il cielo già comincia a farsi chiaro, comincio a schiumare di rabbia. Non è possibile puntare la sveglia alle quattro e mezza e non riuscire a mettersi in strada prima delle sei passate! Oggi mi attende un giro lungo, su strada sconosciuta, ed io qui a perdere tempo prezioso nel più stupido dei modi possibili! E’ quel che succede se si prepara il bagaglio da viaggio alle undici di sera prima della partenza, ogni volta me lo ripeto ed ogni volta mi frego con le mie stesse mani. Speriamo almeno di non aver dimenticato altro di fondamentale. Saranno le quattro ore scarse di sonno, sarà che ieri ho combattuto un’eroica ma vana battaglia per sistemare le ruote della Ridley che alla fine ha avuto la meglio ed è rimasta a casa… Ma oggi parto con l’inquietudine, quel senso di imminente disastro che non se ne va nemmeno con la musica del lettore Mp3, nemmeno con le prime luci dell’alba. Pazzesco, come sia possibile suggestionarsi così, senza alcuna precisa ragione; fatto sta che a Savona, quando metto giù le gambe dall’auto, sento i muscoli tesi ed inchiodati come se ci avessi appena pedalato il Mortirolo. Davvero, cominciamo bene…

Scarico la bici, do un minimo di senso logico all’organizzazione del bagaglio e parto, via, all’avventura. Primo obiettivo, Monte Beigua. Son le otto meno un quarto, ma a Savona il traffico è già caotico. Ed io già insofferente; questa volta il cielo azzurro non basta a farmi coraggio. Parto con l’ansia che stia per capitare qualcosa di spiacevole: è l’atteggiamento migliore per favorirle, le disgrazie… Infatti, supero indenne la prima serie di semafori, supero la fortezza, son quasi fuori… E, per scansare una buca, eccomi sul marciapiede, ben lanciata. Probabilmente due soli secondi, ma mi son sembrati un’eternità: tempo di realizzare d’essere sulla rampetta, poi sul marciapiede, e capire che di lì a pochissimo avrei fatto il volo. Mi irrigidisco sul manubrio, tento di dare una parvenza di direzione alla bici: salto giù, sono ancora in piedi. Con il cuore che schizza fuori dalle orecchie, ma in piedi e integra. Anche la bici. Roba da matti… A questo punto è d’obbligo che io stessa mi prenda a ceffoni: se fossi sola, lo farei davvero… Ma, per evitare l’immediato intervento del pronto soccorso di qualche clinica psichiatrica, mi limito a percuotermi selvaggiamente col pensiero. Insomma: o ti dai una calmata, Gian, o tu da qui oggi non esci viva, chiaro? In bici come in tutto il resto della mia vita, ancora una volta la minaccia più grave per la mia integrità fisica sono io stessa medesima! Devo togliermi da questo caos. Anche se c’è il mare, non l’ho ancora nemmeno guardato. Ad Albisola, superato il viale che pare una giostra delle montagne russe, tanti sono i rattoppi sull’asfalto ed i rattoppi dei rattoppi, svolto a sinistra e prendo la via per Ellera. Via dalla pazza folla, salita dolce ed ideale per scaldare le gambe. Supero un ciclista con la mountain bike, mi risupera lui dopo qualche chilometro; resta lì poco avanti, come se volesse attaccar bottone… Mi rendo conto d’essere davvero scorbutica, ma proprio non sono in vena di chiacchierare. Su un muraglione a lato strada, una scritta a caratteri cubitali: “CICLISTI LA MATTINA SILENZIO”, mi vien voglia di mettermi a cantare a squarciagola “O sole mio”!
La salita per fortuna fa il suo dovere; quando arrivo a Stella, son già un po’ più tranquilla. Qui dove vado? A sinistra no, si va ad Acqui Terme. A destra nemmeno, si torna al mare. Resta una stradina minima davanti a me: manco a dirlo, la provo. Mi sembra che vada nella giusta direzione: se così non fosse, beh, vorrà dire che oggi mi dedico all’esplorazione. La stradina s’infila sotto un arco, passa in mezzo alle case e poi si apre con una bella vista sulla vallata, soprattutto con un buon numero di rampe mica da ridere: arranco… Ma mi consolo scaricando tutta la colpa sui chili di zaino che ho sulla schiena! Rampa dopo rampa, raggiungo un altro paesello; dalla stele a memoria dei caduti, in mezzo ad un giardinetto, leggo che si tratta di Stella San Martino. E questo è un luogo familiare: da qui passa il trail dei Tre Comuni! E’ il luogo, se non ricordo male, del primo ristoro. Da qui mi sembra di ricordare un piccolissimo bivio: nel dubbio, però, interpello, dopo attenta analisi fisiognomica, un giovanotto che porta a spasso un meraviglioso cagnone, un Golden Retriever. Un amante dei cani deve per forza essere una brava persona! Mi conferma il bivio per Alpicella. Stradina minima e non troppo in salute: buche e sassi non mancano nemmeno qui, però c’è il sole che promette una tiepida salita al Beigua. E i fiori, finalmente!
Ad Alpicella inizia la vera salita, indicata da un certello su cui la scritta “Beigua” si intuisce solo più se sai che lì devi proprio leggere quel nome. Quota 1300 quasi; se non ricordo male sono una decina di km, poco più, poco meno. E’ ora di innestare la marcia ridotta: le prime rampe son le più cattive; la ricordo metro per metro, ormai, questa salita.
Mi volto appena, vedo un’ombra bianca alle mie spalle: toh, un collega quassù… Merce rara! Continuo del mio passo, attendendo lo spostamento d’aria del suo sorpasso; macché: il ciclista mi affianca, rallenta, fatica un po’ anche lui; mi incoraggia, ma io son qui tranquillissima… Mi infastidisce un po’ solo lo slalom tra le buche e le crepe: la strada è in condizioni davvero pessime; spesso l’asfalto manca, spesso è spaccato, pericoloso se c’infili le ruote. E ci sono sassi e pietruzze d’ogni dimensione; spero solo che i copertoncini tengano. Si chiacchiera, salendo, del più e del meno; il collega di Voltri mi racconta la sua vita di ciclista da appena un anno, cominciata per perdere peso e continuata perché la malattia ti prende… Non posso che apprezzare; uno dei pochi che abbandona il terreno facile dell’Aurelia e si spinge fin quassù. Come mai sei da sola? Ma con la mia bici non sono mai sola, ho la migliore compagnia che potrei desiderare! E come mai sei qui? Domani ho la GF di Camogli, ma soprattutto stasera sarò a spasso con un amico; viaggio col bagaglio, tornerò a Savona domani. Quanti chilometri? Boh, tanti, ma non troppi… Le rampe lasciano spazio a tratti di salita più dolce, con l’asfalto che però peggiora man mano che si sale; il sole c’è ancora, caldo, ma il mare non si vede, non si vedrà nemmeno dalla vetta; c’è foschia. Qualche batuffolo di nuvola si sfilaccia già da dietro le montagne. Il ciclista un po’ allunga, un po’ rallenta: gli raccomando di fare il suo passo, tranquillo, ma mi guardo bene dall’andargli dietro. La mia strada è ancora lunga oggi!
Al Beigua, sotto le antenne, non mi fermo: troppo presto per perdere tempo. Non so quanti chilometri e quanta salita ho davanti; meglio non indugiare; se poi mi renderò conto di avere margine, me la prenderò comoda più avanti.
Il collega di salita era partito con l’intenzione di salire al Beigua e tornare giù per la stessa strada, ma ora tentenna; vorrebbe aggregarsi ancora per un tratto, rientrando poi a Genova via Faiallo. Detto, fatto, ci lanciamo, si fa per dire, in discesa. Tocca superare un tratto di diversi metri senza asfalto, e poi affrontare chilometri di strada in condizioni a dire poco ignobili, un disastro di mulattiera che chissà quando ha avuto il privilegio dell’ultima asfaltatura. Tortuosa e pericolosa, il peggio del peggio: a scendere a Piampaludo impiego, anzi impieghiamo, due secoli di salti, botte, scivolate ed abbattimento di santi dal calendario. Non passerò più di qua finché non avrò la matematica certezza che la strada sia stata risistemata! Adesso mi spiego perché, sulle carte, questo tratto non è segnato tra le vie asfaltate… E dire che ci son già passata, l’anno scorso, ma adesso è peggio. Ci mancano poi anche le auto, mannaggia a loro, come se già non fosse abbastanza difficile così! Almeno la temperatura, però, è piacevole; mi è bastato chiudere la cerniera del gilet.

Dopo Piampaludo, la situazione della strada non migliora di molto. Il collega poi si congeda ad Urbe: ha intenzione di tornare a casa. Non ho idea di dove vada a passare, ma credo che lo sappia lui meglio di me, anche se mi ha detto di non essere mai stato in questa zona in bici. Grazie della compagnia, alla prossima!

Procedo tra i paesi, Urbe, Tiglieto, un po’ di salita ma poca roba, poi Rossiglione ed una strada noiosa e trafficatissima. Il sole si vede sempre meno, ma il caldo qui è quasi opprimente, vuoi per la pendenza in leggerissima salita, vuoi per il traffico e la strada dritta. Sento vicini i primi segni della cotta: ho fame, ma non ho voglia di toccare le mie scorte alimentari; non ho voglia di roba dolce da mangiare, al contrario avrei voglia di Coca Cola, disperatamente, ed invece ho solo acqua. Anzi, a dirla tutta, in questo momento non ho più nulla, borraccia vuota. Potrei concedermi una sosta presso qualche negozietto, ma devo sbrigarmi: il campanile che ho appena visto segna mezzogiorno e venti… Il solito dilemma: fermarmi e perder tempo che potrebbe essere prezioso, ma risolvere la cotta, oppure tentare di tirare comunque dritto, a rischio di crollo psicologico ed anche fisico?
A Campoligure taglio corto: entro in paese, mi fermo accanto ad un discount, entro. Il fiuto mi guida prima di tutto allo scaffale delle bibite: la Coca in versione piccola non c’è, ma due bottigliette di Pepsi andranno benissimo. Purtroppo non c’è più pane, né focacce: il mio sguardo per un attimo si ipnotizza su un tubetto di maionese… Poi lascio perdere, ripiego su un piccolo yogurt; mi metto in coda alle casse e pochi minuti dopo sono attaccata al collo di una delle due bottigliette di Pepsi, con indescrivibile goduria. L’altra finisce nello zaino, già mastodontico. Ingollo anche lo yogurt a mò di struzzo e poi via in salita, destinazione Capanne di Marcarolo. Si dice che io sia già stata qui… Non mi ricordo nulla di nulla. Però apprezzo le belle rampe secche iniziali e l’ambiente quasi lugubre, secco, di un solo colore dominante, il grigio; oltre le poche case, solo colline coperte di alberi apparentemente morti, come capelli rizzati in testa da una scarica elettrica, sagome di fantasmi. Forse è il colore del cielo, ormai livido, che fa questo effetto. Chissà quando inizierà a piovere? Speriamo che mi risparmi ancora la prossima discesa, che non so come sia ma deve esserci per forza.
Superata la località Capanne ed oltrepassato un bivio girando a sinistra, sono un po’ in dubbio: a naso e guardando la carta, direi che sono sulla strada giusta, ma i cartelli stradali non indicano Voltaggio nemmeno a pagarlo, né Busalla. Procedo un po’, finché, nei pressi del Santuario della Benedicta, incontro un curioso personaggio, già avanti con gli anni, in sella ad un’impossibile Graziellona con una stazza da petroliera: come abbia fatto ad arrivare fin qui, costui, con cotanto mezzo, è un mistero! Chiedo se sono sulla strada giusta per Voltaggio: il gentilissimo ciclista estrae da un borsello di cuoio, che porta a tracolla, un ettaro di carta geografica, credo in scala 1:1, da cui, con immensa fatica, riusciamo ad intuire che sì, devo andar di qua. “Dovrebbe essere tutta discesa”, mi rassicura: quando sento proferire queste parole, mi si accappona la pelle… Infatti non è discesa per niente. Ringrazio, saluto, procedo. In realtà non c’è più molto da salire, ma c’è da guardarsi intorno e restare a bocca aperta. La strada scende fino al guado di un torrente e poi risale lungo il costone di questa valle sempre più spettrale, grigia, come appena uscita da un immenso incendio; il cielo è grigio come la montagna; tira un venticello sottile che mette i brividi… E non si vede un’anima, nulla di nulla, nessuna forma di vita animale. Guardo giù, alla mia sinistra; questo luogo potrebbe essere il fratello minore, appena un po’ meno aspro e spigoloso, del Vallone dell’Orrido di Elva, con il corso d’acqua laggiù in fondo ed attorno solitudine. Una situazione che insieme mi affascina e quasi mi fa un po’ paura, proprio per la suggestione del luogo inospitale.

La strada si biforca poi ad un bivio, dove finalmente ritrovo i colori: il verde dei prati, qualche fiore. Ecco, non capivo cosa mancasse poco fa, ma lo capisco ora; mancavano proprio i colori! Ma c’è anche qualcosa di troppo: una transenna in mezzo alla mia strada, un cartello che avvisa della chiusura di un ponte pericolante ed invita a cercare strade alternative. Strade alternative? Consulto la mia cartina: già, ma le strade alternative mi fanno allungare il giro almeno di venti chilometri, se non di più; a che ora ci arrivo, ad Avegno? A notte fonda! No, non ha senso… Ci penso un po’, poi decido per l’opzione audace. Supero la transenna, scendo giù lungo una strada dolce in mezzo ad alberi e cascine, finché arrivo al ponte incriminato. Beh, non mi pare così malvagia la situazione. I due lati del ponte sembrano in effetti non godere di ottima salute, visto che i parapetti stanno per finire giù; però la striscia centrale mi sembra solida e, comunque, sotto il ponte ci sarà al massimo un metro e mezzo di volo, e l’acqua non è più alta di quella di una pozza. Via Gian, bando ai tentennamenti. Passo sul ponte, sollevo la bici oltre lo sbarramento di blocchidi cemento e tubi d’acciaio, passo anch’io, con qualche contorsione di troppo. Nell’attimo del mio atletico salto, colpisco la bici che perde il suo precario appiglio e per un attimo non finisce giù nel torrente… Via di qua, il piùin fretta possibile!

Gli ostacoli però non sono finiti; dopo nemmeno un chilometro, trovo la strada sbarrata da una grossa catasta di tronchi. Mi tocca aspettare pazientemente che il macchinario tipo gru finisca di spostarli tutti… E spiegare ad un ostinato motociclista in sella ad una Harley che sì, io ho passato il ponte, ma non so quanto sia comodo sollevare tot quintali di moto oltre la barriera. Faccia un po’ lei!
Poco prima di Voltaggio, le prime gocce. In paese, supero un passaggio che è un vero e proprio guado, con tanto di cartelli che vietano il transito in caso di acqua alta, manco fossimo a Venezia; poi svolto a destra, verso Busalla. Dietro di me, distanti ma non troppo per impedirmi di sentirne le voci, arrivano tre ciclisti, che restano più o meno defilati anche quando la strada comincia appena a salire. Per un pelo mi ricordo di girare a sinistra al primo bivio: meno male che “Busalla” lì è scritto a caratteri cubitali! Svolto, inizio la salita, abbastanza blanda; i colleghi occasionali seguono, ma sempre a distanza. Mi alzo un paio di volte sui pedali, più che altro per dare sollievo al soprasella martoriato dal mio dolce peso e da quello altrettanto delicato dello zaino; cerco di mantenere un minimo di ritmo decente e mi accorgo che le voci dietro si affievoliscono fino a sparire. Li avrò staccati, oppure sono in stato di asfissia? Chissà, io come sempre non mi giro e tiro avanti, superando di buona lena anche qualche rampetta. Solo quando, verso la cima che non so esattamente dove sia, la strada spiana, rallento un po’ lo sforzo, per evitare di cuocermi; uno degli inseguitori si affianca, mi fa i complimenti: “Mi hai fatto morire per riprenderti… Con la differenza che tu hai il carico, io no!”. Beh insomma, son soddisfazioni!

Ora piove, senza dubbio. Già il colore livido delle nubi non lasciava molto spazio alla speranza. Piove sul serio: mi fermo ad indossare la giacca impermeabile; i tre ciclisti mi superano e, in discesa, mi seminano senza la benché minima difficoltà. Io vedo l’asfalto appena bagnato e già mi terrorizzo, anche se, per ora, non c’è proprio nulla da temere. Pigra discesa su Busalla, un tratto in centro del paese, sullo stradone, e poi svolta a sinistra. Ho in mente la sequenza dei paesi che devo inseguire: mi sa che, di qui in poi, mi toccherà solo più un interminabile, noiosissimo trasferimento, senza grandi salite. Ma in fondo va benissimo così, visto che ora la pioggia è abbondante: non ci terrei proprio a buttarmi in qualche discesa.
Supero il casello dell’autostrada e leggo il nome di Montoggio: ok, è la direzione giusta. La carta indica una strada abbastanza grossa; speriamo non sia troppo trafficata e nemmeno troppo piatta! Saranno più o meno le tre; chissà quanta strada ho ancora davanti? E se ci saranno ancora salite? Sì, qualcosa dovrebbe ancora esserci.
I paesi indicati sulla mappa si susseguono più in fretta di quanto pensassi: è evidente che non ho un buon senso delle proporzioni. Piove forte e tocca far bene attenzione alle buche. Ogni tanto incrocio un camion che mi avvolge nella nuvola d’acqua sollevata dalle sue ruote… Se non altro, non fa freddo. Dopo Montoggio, la strada tende a salire un po’, infilandosi in una valle dall’aspetto decisamente più montano. Non devo andare a Torriglia, eppure ad un certo punto leggo questo nome sul cartello marrone, di quelli che indicano, credo, il territorio. Possibile che abbia imboccato la strada sbagliata? Consultare la carta sotto il diluvio non è semplice. Ormai i miei fogli stampati con tanto amore da Googlemaps sono quasi ridotti ad un’informe poltiglia. Torno indietro all’ultimo cartello chilometrico, per fortuna molto vicino: SP226, è la mia. Ora basta con i dubbi, tiriamo avanti e qualche santo sarà.

Infatti, di lì a poco, la strada improvvisamente diventa enorme; compaiono le indicazioni per le autostrade. E la pioggia si fa sempre più battente. Spero solo di essere abbastanza visibile per chi passa in auto…
Vedo davanti a me una galleria. Ah ecco: Matteo mi aveva raccomandato di evitare la strada con le gallerie, tenendomi sulla vecchia strada che attraversa i paesi. Ma a me, chi me lo fa fare? Almeno avrò un chilometro di viaggio all’asciutto… Mi butto al riparo; non ho visto divieti di passaggio alle bici, ma ho il sospetto di essere completamente fuorilegge. Pazienza: dopo l’esperienza del passaggio in bici nelle gallerie della strada tra Moneglia e Sestri Levante, mi sento pronta a tutto… Qui, almeno, se incrocio un bus non rischio di restare spiaccicata contro la parete!

All’uscita della galleria, mi accorgo che ce ne sono altre: ma stavolta forse è meglio se svolto a sinistra, direzione Ferriere com’è indicato sui cartelli. Ci ho messo un po’ a capire che le due strade, quella delle gallerie e quella esterna, andranno a ricongiungersi nello stesso posto; è sorprendente come io riesca a non vedere cose che in realtà sono palesi! E’ tutto il giorno che scruto la carta e me ne sono accorta solo ora…
La discesa, circa nove chilometri, mi fa un po’ soffrire; per fortuna la pioggia è meno intensa, ma il freddo ora si sente, irrigidisce le mani e le dita, mette i brividi. E la fame… Il pancino chiama, già da un po’, ma non ho voglia di fermarmi e rovistare nello zaino con tutta quest’acqua che mi si sta rovesciando addosso. Già ho il mio bel da fare a mantenere la bici in strada, con la sensazione che debba scivolare da un attimo all’altro. Ferriere arriva dopo un’eternità; poco dopo il paese, ecco sulla destra una bella rampa, verso Lumarzo. Meno male: la salita mi aiuterà a scaldarmi un po’. Sembra persino che la pioggia voglia concedermi un po’ di pietà: non è che stia cessando, ma s’è un po’ placata…

Approfitto della serranda di un garage sollevata, per rimediare un tetto sulla testa e mangiare un boccone. E’ troppo tempo che sto tirando la corda. Un anziano, affacciato alla finestra di una casetta in pietra, mi osserva perplesso. Poi mi riavvio, ancora in salita: pur nella foschia e con la poca luce del pomeriggio umido, posso seguire con lo sguardo la strada che fa un ampio giro a semicerchio seguendo la montagna e va a finire, sulla mia sinistra, a quello che pare un colle, dopo aver passato gli abitati di Lumarzo e di Pannesi. Bella salita, molto dolce, quasi rilassante. Poi la lunga discesa verso il mare, graziata dalla pioggia che è quasi cessata. Nei pressi di Uscio noto che sono già stati piazzati i cartelli che indicano il percorso della gara di domani: pochi km all’arrivo… Anche per me, oggi. Avegno: a questo punto, secondo le istruzioni, devo scendere ancora un paio di km e svoltare quindi a destra per la frazione di Testana. Ma, conoscendomi, chiedo informazioni… E guai a chi dice che i Liguri sono scorbutici; questi due signori sono gentilissimi e mi spediscono diretta verso il bed&breakfast. Ancora un paio di rampe in salita e trovo l’indicazione: si tratta di salire su per una lunga scalinata. Ma no, mi dico: questo sarà l’ingresso pedonale, ma, se vado ancora un po’ avanti, troverò senz’altro un tornante che mi porta ad un qualche ingresso per le auto, più su… La mia certezza vacilla dopo un altro km di salita senza alcun tornante; niente da fare, devo proprio rassegnarmi a portar su la bici a spalle lungo la scalinata: il che non sarebbe nulla di tragico, se solo non avessi le scarpe da bici, quindi gli scivolosissimi tacchetti!

Miracolosamente indenne, arrivo all’ingresso della casa attraverso una meravigliosa volta di glicini in fiore; finalmente la doccia calda, la stanza tutta per me… Asciutta! Giornata conclusa con 165 km e poco meno di 3.500 m di dislivello. Tra un po’ arriverà Matteo, si tornerà fuori a spasso sotto la pioggia, ma almeno a piedi non dovrò temere le discese!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!