4 febbraio 2018 – DI CORSA TRA CORTEMILIA, PERLETTO, OLMO GENTILE

Era già da qualche tempo che, a furia di percorrere il giro Cortemilia – Serole – Roccaverano – San Giorgio Scarampi – Vesime – Cortemilia, in bici ed a piedi, scrutavo con curiosità i bivi con le stradine laterali che si inerpicano su per la collina e spariscono nel fitto dei boschi. Più volte mi sono ripromessa di andare a piantare il naso nel misterioso interno del quadrilatero di strade.
L’occasione è arrivata per vie traverse. A gennaio ho tentato, con poca convinzione, l’Ipertrail della Bora: gara di corsa in montagna che prevedeva, tra le altre cose, di seguire il tracciato esclusivamente per mezzo della traccia GPS. Non che fosse un obbligo di regolamento, ma era una scelta obbligata, a fronte dell’assoluta inutilità pratica delle cartine fornite per il percorso. Tralasciando il triste epilogo del mio trail, mi è rimasta l’esperienza – molto traumatica sul momento, per me completamente digiuna di navigatori da escursionismo, ma decisamente interessante una volta elaborato il lutto – della navigazione con GPS cartografico. Matteo mi aveva prestato il suo Garmin 800 da bici, per l’occasione: beh, il giocattolino mi è piaciuto così tanto che ho deciso di tenermelo, immaginando subito una buona quantità di interessanti usi. Primo tra tutti, proprio l’itinerario con partenza da Cortemilia ed esplorazione solitaria dei meandri delle stradine più nascoste.
Elaboro il percorso, in formato idoneo ad essere trasferito al GPS, sul sito Openrunner. Un itinerario quasi circolare che prevede il passaggio a Perletto, da lì alla frazione Cuniola di Serole, poi ad Olmo Gentile, fino al confine con San Giorgio Scarampi, indi ritorno a Perletto e Cortemilia, ma in modo da viaggiare sulle stradine che Google Maps traccia come minuscoli spaghettini bianchi. Un azzardo, se vogliamo: non so neppure se si tratti di strade asfaltate o sterrate, se siano effettivamente percorribili o magari per qualche ragione sbarrate. Ma non sarebbe un gran danno, in ogni caso: non sarò mai così lontana dall’auto da non poter serenamente tornare indietro ed avrei comunque sempre il riferimento del quadrilatero di strade principali. Il mio giro dovrebbe prevedere 41 km per circa 1.100 m di dislivello, nei limiti della precisione del sito internet.
Così, domenica mattina, sempre più tardi di quanto vorrei, causa organizzazione, nutrimento e sistemazione di tutta la caninità di casa, mi metto in viaggio per Cortemilia. Eh sì, a casa ho il mio paradiso, in senso sia paesaggistico che sentimentale, ma a meno di un’ora di auto ne ho un altro, diverso ma altrettanto suggestivo. Il termometro segna 4 gradi sotto zero mentre, da Alba, salgo verso Benevello, poi giù verso il freddo pungente del fondovalle Belbo, ancora in ombra alle otto del mattino, in questa stagione. Altra salita verso Castino ed ultima discesa verso Cortemilia, mentre la radio passa una canzone che mi fa drizzare le orecchie. Scoprirò poi che si intitola “Io voglio vivere”, dei Nomadi: un ritornello che mi si incide subito in mente e mi farà compagnia per tutto il viaggio.
A Cortemilia, mi sforzo di non dimenticare, come mio solito, qualcosa di fondamentale in auto, con il risultato che chiudo la Zafirona, ripongo la chiave nello zaino, poi la riprendo, riapro l’auto, ripetendo la litania per ben quattro volte. Ora dovrei avere tutto: giacca, riserva alimentare (panettone, fontina e cioccolatini assortiti), borraccia, batteria di ricambio per il GPS, cavo per la batteria, guanti. E, al polso, l’altro GPS Garmin, quello per rilevare il percorso fatto e creare la traccia ex novo. Mai stata tanto tecnologica in vita mia! Parto con la giacca Goretex sopra la tuta, che pure è già pesante: la temperatura è gelida, sarò in ombra per un po’ e tira una leggera aria pungente. Traccia GPS avviata, si parte.
Supero il ponte sul torrente Uzzone, poi imbocco la seconda via a sinistra. Breve tratto in piano in mezzo alle palazzine, poi la salita comincia subito sotto la Pieve di Monteoliveto, sede dell’Ecomuseo regionale dei terrazzamenti e della vite. La stradina, via Perletto, prende quota tra i muretti a secco su cui crescono gli ulivi: un’immagine più ligure che piemontese, non fosse per la temperatura, anche se le cascate gialle di forsizie fiorite fanno ben sperare per l’avvicinarsi della primavera. La pendenza è significativa ed io, l’ho già capito, non sono al massimo della forma, che poi, anche quando è al massimo, è ben misera. Depongo subito le armi: in salita, oggi, si cammina, sia pure di passo più svelto possibile.
Le abitazioni si diradano man mano che sale la quota. La vista spazia sull’altro versante della valle, dove riconosco la strada da cui sono scesa, quella che va a Castino, ed anche la temibilissima salita di Castel Martino. Il sole illumina già il mio percorso, ma è ancora pallido e freddo. Il GPS, che tengo d’occhio, per ora mi conforta sulla direzione da prendere.
Poco più di tre km di salita impegnativa mi portano a Perletto, che per la via principale di fondovalle sembra molto più lontana. La sua torre a pianta quadrata è già in vista, sul cocuzzolo della collina. Ma non entro in paese: la traccia sullo schermo del GPS indica una brusca svolta a destra, ad angolo retto, subito dopo un paio di meravigliose case in pietra. Via Piazze: il cartello si vede solo una volta imboccata la strada, che comincia subito con una ripida strada in salita.
La pendenza rimane significativa per un buon tratto, mentre la stradina si fa largo tra querce e faggi. I primi raggi del sole che si alza creano suggestivi giochi di luce. Io continuo a camminare più che altro: percorro di corsa i brevi tratti a pendenza minore o pianeggianti, ma il fiato manca ed il petto duole. Non c’è verso. Godiamoci la giornata. Qua e là, abitazioni e ciabot in pietra, purtroppo spesso abbandonati ed in parte crollati, ed una vista splendida sulla vallata che sale a Serole, in cui il colore dominante, in questa stagione, è il marrone delle foglie secche. Bellezza aspra, severa, tutto intorno il silenzio. Molti sosterrebbero con disprezzo che in questi posti non c’è nulla: è vero ed è uno dei motivi più forti per cui li amo.
La strada prosegue seguendo le curve delle vallette, a volte ancora immersa nell’ombra e ricoperta di brina, a volte già al sole. Fa un freddo che taglia la faccia, al punto che, più volte, mi viene il dubbio di dover indossare la giacca. Ma resisto: tra non molto, andrà meglio…
In alto, i boschi lasciano il posto a pendii coltivati. Intorno all’ottavo km, l’asfalto finisce. Rimane una bella strada sterrata, molto agevole, in perfette condizioni di fondo, almeno per ora, con il terreno gelato. Pozze di ghiaccio qua e là. Ma sono cinquecento metri, non di più: oltre lo scollinamento, ricomincia l’asfalto. Si scende, si attraversa una minuscola frazione in pietra, si percorre un lungo tratto a mezza costa che porta sulla strada principale tra Cortemilia e Serole. Pochi km di leggera salita, che mette a dura prova la mia fiacca e soprattutto i miei piedi, da un paio di mesi doloranti nella parte anteriore in modo parecchio penoso. Ogni passo, soprattutto in salita, è una staffilata, anche se ormai mi ci sto quasi abituando, non avendo trovato rimedio. Ho acquisito un’andatura in salita a piede piatto che dev’essere orrenda a vedersi, ma più o meno mi consente di procedere e limita un pochino la spinta sull’avampiede.
Appena prima dell’abitato di Cuniola, un bivio sulla sinistra e l’indicazione per Puschere. Si ricomincia a salire seriamente e, quindi, a camminare. Un paio di tornanti, un gruppo di edifici, cascine. Nel cortile, c’è un uomo che lavora. La seconda persona che incontro in una dozzina di km abbondanti. Sulla mia destra, una cima costellata di antenne: sarà quello il Monte Puschere? Controllerò sulla carta. Proseguo oltre le cascine. Qui, la traccia GPS giunge utilissima: io avrei proseguito dritto, mentre il marchingegno mi intima di girare a sinistra, in discesa. E’ una strada poderale con divieto di transito, esclusi soci e residenti: pazienza, non credo di arrecare danni o fastidi passando a piedi. Ora che sono in quota, davanti a me vedo la torre di Olmo Gentile ed anche quella di Roccaverano. Sembrano entrambe molto vicine, in effetti lo sono, in linea d’aria.
Anche qui, piccoli gruppi di case e cascine, tutte rigorosamente con muri in pietra su cui si inerpicano edera e glicini. Qualche traccia di presenza umana c’è: finestre aperte, auto in cortile, camini che fumano. Ma non muove nulla, non si sentono voci. Solo qualche latrato di cane. Rapidi tornantini in successione, poi la strada piega verso destra , fa una curva stretta su un ponticello: siamo sul fondo di una sorta di canalone, con pareti quasi verticali. Il primo tratto, finora, in cui ci si sente effettivamente lontani dal mondo ed un po’ sperduti. Ma qui si impone una sosta: ho bisogno di bere, visto che non ho ancora toccato la borraccia, e di mangiare qualcosa. Un pezzo di panettone, per esempio. Ma lo zainetto va riorganizzato, perché così non ci siamo. Tiro fuori tutto e rimetto sul fondo la giacca, più in alto i generi di conforto alimentare. Così, rinvengo anche una banana che avevo dimenticato di avere nella scorta. Vada per banana e panettone. Perdo un po’ di tempo: purtroppo, con le dita intirizzite ed irrigidite, anche le mosse più semplici diventano un’impresa.
C’è una pace infinita quassù. Quiete e silenzio. Mi risuona ancora in mente la canzone di questa mattina: “Io voglio vivere / ma sulla pelle mia/ io voglio amare e farmi male…”. Ecco, tutto questo per me è vivere. Ed anche farmi male, senza dubbio. Non me ne andrei più.
Oltre il ponticello, con l’asfalto un po’ sconnesso, si torna a salire leggermente. Alterno tratti di corsa e passo, maledicendo ogni tanto i piedi. Si risale dolcemente tra bosco e rare abitazioni, sempre affascinanti, tutte con lo stesso stampo, pietra, archi e muri severi. E muretti a secco ovunque a sostenere le viti ed i noccioleti. Il cielo si sta coprendo; il grigio avvolge tutto il panorama di boschi punteggiati di piccole frazioni.
Un altro bivio che azzecco grazie allo strumento. Vedo sulla sinistra un sentiero un po’ nascosto, che potrebbe essere utile per una sosta tecnica. Ma sì, perché no? Qui non c’è anima viva, finora ho incrociato quattro auto in quasi venti km… Abbandono la strada e mi sposto un po’ nel bosco. Improvvisamente, un suono di allarme: ossignur… Che succede? Avrò mica invaso una segretissima base militare? Mi guardo intorno cercando di capire cosa possa aver prodotto quel sibilo: ma è il GPS… Sullo schermo campeggia la scritta perentoria: “Fuori percorso”. Mamma mia, ragazzo… Sei utilissimo, credimi, mi piaci, ma non cominciare a rompere le palle perché, parola mia, ti catapulto nel Bormida, chiaro?
Dicevo, appunto: fin qui, ho incontrato quattro auto. La quinta, naturalmente, arriva proprio mentre io sono lì con la parte migliore di me in esposizione. Va bé che il fitto del bosco probabilmente mi nasconde ed il nero della tuta mi mimetizza, ma… Provo un certo disagio, ecco. Quindi, accelero le operazioni e mi rimetto in marcia.
Olmo Gentile è ormai ad un tiro di schioppo. Un paio di rampe tra le case del minuscolo paese e ci arrivo, proprio mentre sul sagrato della chiesa si riversa, all’uscita della messa, credo l’intera popolazione: quindici persone, ad occhio. Mi voglio rovinare, venti.
Rapido passaggio in centro paese; imbocco subito il bivio a sinistra che picchia giù verso il fondovalle, come ordina la mia guida elettronica. La stradina è ripida ma con ottimo fondo: dovrebbe essere quella che Matteo aveva tentato di percorrere in bici, salvo poi dover risalire non potendo proseguire sullo sterrato. Ancora muri in pietra, cappellette, archi, poche abitazioni. Quanche cane è l’unica traccia di vita.
L’asfalto, in effetti, finisce all’interno del cortile di una casa. Ma la traccia GPS prosegue su un tratto sterrato in mezzo ai noccioleti, sconnesso, ghiaioso, poco più di un sentiero. Km 23,5. Vediamo quanto è lungo questo pezzo.
Il fondo migliora dopo circa cinquecento metri, diventando una bella strada sterrata fino ad un guado in cemento. In questo pianoro sul fondo dell’imbuto, dove il sole non arriva neppure adesso che è alla massima altezza, c’è una splendida abitazione in pietra, a due piani, con un giardino molto curato, ma al momento apparentemente deserta.
Oltre il guado, si risale, ancora su sterrato, con un paio di rampe in mezzo al bosco. Vedo tracce di pneumatici: probabilmente, più avanti si andrà a sbucare su qualche strada. Infatti, così è: dopo poco più di un km e mezzo di strada sterrata, mi reimmetto sull’asfalto, prendendo a destra in salita. Si torna su, con alcuni tratti ripidi che percorro al passo, prima tra le cascine e poi solo più tra noccioleti e boschi, con qualche tornante, fino a superare una spalla di collina. Sono un po’ giù di morale, molto stanca, troppo per lo sforzo finora affrontato, e tormentata dal male acuto ai piedi. Ma la vista di San Giorgio Scarampi mi rincuora.
Non arrivo alla strada principale tra Roccaverano e Vesime, che pure è lì a poche decine di metri. Proseguo, oltre un bivio a sinistra, come raccomandato dal GPS. Cinquecento metri quasi in piano e poi giù per una lunga e sinuosa discesa, molto veloce, con la torre di Perletto in bella vista sulla sinistra. Sono quasi al km 28. A questo punto, dovrebbe finire la prima delle due tracce GPS. Ho dovuto suddividere il percorso in due tracce perché, sul sito di Openrunner, la versione gratuita del programma consente di utilizzare un numero limitato di punti con cui tracciare il percorso… Ed un itinerario così frastagliato ne richiede parecchi. Così, seleziono la seconda traccia e riparto. O almeno, credo di seguirla… Il GPS mi chiede se io voglia raggiungere il punto di partenza di questa traccia, che secondo i miei calcoli dovrebbe essere proprio alla fine della precedente. Ingenuamente, rispondo di sì e mi fido della freccia bianca che compare lungo la strada, anche se avrei dovuto immaginare che quella freccia bianca, assente nel precedente tratto di strada, probabilmente non era lì per indicarmi la retta via.
Fino ad un certo punto, la strada è giusta per forza: c’è solo questa… Scendo giù giù fino a fondovalle, dove vedo un bivio che però ignoro, perché la freccia mi guida altrove. In effetti, Perletto è così vicina sulla sinistra ed io me ne sto allontanando… Qui so dove sono, strada nota: percorro un paio di curve della strada principale tra Roccaverano e Vesime e poi devio a sinistra, lungo la stradina che corre a fianco del Bormida. Quanta acqua! L’ultima volta che sono passata di qui era il periodo della grave siccità della scorsa estate; il letto del torrente era asciutto.
Quando arrivo nei pressi della strada che porta a Perletto, la freccia bianca mi intima di girare a destra ed oltrepassare il ponte. E qui casca l’asino. Se facessi così, andrei a finire sulla noiosissima strada principale tra Vesime e Cortemilia: l’ultima cosa che ho intenzione di fare. Io credevo soltanto di aver caricato la seconda traccia: in realtà, il GPS mi sta portando alla partenza dell’unica traccia che “sente”, cioè la prima, quella del percorso già completato, che partiva da Cortemilia. Mi sta conducendo a Cortemilia dalla via principale.
Poco male. A sinistra si va a Perletto. Probabilmente, avrei dovuto arrivarci da una strada diagonale, ma non importa. Mi arrampico su per la via Ponte, l’accesso primario al paese, con tanta fatica e pena nonostante la pendenza davvero minima. Le gambe sono dure, pesanti, ed il fiato è sempre più corto. Il cielo ormai plumbeo, minaccioso di pioggia, non aiuta. Però, nell’angolino in alto a destra dello schermino, vedo la traccia di questa mattina, che da Perletto dovrò ripercorrere a ritroso fino a Cortemilia. E vedo la freccia che mi dice via via dove sono io. Comodissimo. Anche in paese non incrocio più di un paio di anime.
Il nome di Perletto mi è noto da molto prima che cominciassi a frequentare questi luoghi per ragioni sportive. Ci abita una collega, o meglio una ex collega di mia mamma di cui sentivo spesso parlare, da ragazzina. Erano particolarmente in simpatia reciproca. Chissà dove abita di preciso.
Una rotonda, la bella torre imponente alla mia destra e poi il cartello per Via Piazze. Ecco, ci siamo. Mi allontano dall’abitato fino a raggiungere l’incrocio in cui stamattina, giungendo da Cortemilia, ho svoltato a destra in salita. Ormai manca poco a Cortemilia, quattro km scarsi. Meno male, ammetto mestamente.
Ancora una brevissima risalita, poi giù, con pendenza decisa e passo molto meno. Incrocio una signora in compagnia di una ragazzina e di un cagnetto: come mio solito, non posso fare a meno di fermarmi ed accarezzare il cagnetto, a cui faccio due complimenti. Riparto, niente più soste: rivedo l’agriturismo sulla sinistra, il B&B poco più avanti, ricompongo mentalmente tutti i dettagli notati all’andata, anche se ora non ho più necessità di rassicurazioni. Anzi, posso anche spegnere il marchingegno. Arrivo di corsa fiacca fin sotto Monte Oliveto e poi fino al ponte sul torrente Uzzone. Basta, direi, per oggi. La Zafirona è sempre lì in paziente attesa: si torna a casa, cinque ore e mezza di marcia per 41 km e circa 1.100 m di dislivello totale.
A casa, appena entro, superato l’assalto in massa dei cani, mia mamma esordisce: “Ti ricordi quella mia ex collega, la Michela? Quella che adesso abita a Perletto? Mi ha telefonato poco più di un’ora fa. Ha detto di averti incontrata mentre era a passeggio con la nipote ed il cane, ma ti ha riconosciuta solo dopo che sei ripartita”. Ecco, per la serie, come è piccolo il mondo. Ma soprattutto: meno male che oggi non ero impegnata in una missione segretissima…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!