4 ottobre 2009 – Maratona di Cuneo e dintorni

Nell’immensa moltitudine dei miei inutili neuroni bacati, ce n’è uno, uno solo, più o meno funzionante, l’unico che lotta strenuamente, nonostante tutto, per mandare avanti la baracca. Credo di poter dire grazie a quell’unico piccolo eroe, se ho superato più o meno indenne il traguardo dei 28 anni. Oggi proprio lui, il neurone solitario, ha avuto un moto d’orgoglio, ha ingaggiato una fiera battaglia contro il nemico, in netta superiorità numerica e molto agguerrito; addirittura, inaudito, è arrivato ad un passo dalla vittoria.
Già da qualche mese, da quando ho letto, non ricordo più dove, la notizia dell’evento, ho deciso che non sarei mancata alla prima edizione della Maratona di Cuneo, più precisamente, Ecomaratona del Parco del Gesso e Stura. Non ho ben chiaro il concetto di “ecomaratona”, ma si tratta di un particolare del tutto trascurabile; quel che so, per aver dato uno sguardo ad un volantino che m’è capitato in mano qualche giorno fa, è che si correrà quasi solo su sterrato e che ci sarà un po’ di salita, per la precisione, 425 m sulla tradizionale distanza di 42, 195 km della maratona.
Solo da qualche giorno, però, intenta alla più o meno conscia ricerca del modo migliore per aggiungere un tocco di follia alla banalità di una corsa a piedi, ho elaborato il piano diabolico: perché non andare a Cuneo in bici? Andata e ritorno, sono 120 km, tutti in pianura, o meglio, in leggerissima salita perché Cuneo sta più in alto di Carmagnola; tre o quattrocento metri che, su quella distanza lì, non si sentono nemmeno. Questioni pratiche da risolvere: dove lascio la bici? Come faccio a portarmi dietro l’occorrente per correre? Problemi esistenziali che ribalto, via mail, all’organizzazione della Maratona. Mi rassicurano: la bici, opportunamente legata presso gli impianti del Parco della Gioventù, dove avrà luogo la consegna dei numeri e dove si troverà il “quartier generale” della gara, dovrebbe essere al sicuro; per il resto, lo zaino potrà restare anche lì, nei paraggi.

La mattana prende corpo giorno dopo giorno. L’entusiasmo è più forte dei dubbi, e poi via: se vado a Cuneo con la bici più vecchietta, non me la toccherà nessuno. Quanto allo zaino, conterrà solo gli indumenti da bici e le scarpe; basta che mi porti dietro la roba più consunta che ho… E nemmeno un eventuale furto sarà poi quella gran tragedia. L’unica circostanza che potrebbe costringermi a cambiare idea è la nebbia: ovvio, si tratta di partire al mattino prestissimo e sciropparsi buona parte del viaggio di andata al buio; la visibilità è condicio sine qua non, altrimenti ho la certezza di diventare parte integrante del manto stradale, o del cofano del bolide di qualche discotecaro ubriaco, ancor prima di Racconigi. E non si tratta di una circostanza così improbabile, quella della nebbia voglio dire: purtroppo, già qualche giorno fa ha fatto mostra di sé al mattino, una coltre grigia talmente spessa da nascondere alla vista, dal balcone di casa, anche il palazzo accanto.
Ma sono fiduciosa. O meglio: resto fiduciosa, finché oggi, sabato, il neurone non tenta il colpo gobbo. Giornata grigia ed uggiosa, me ne vado a correre in collina, non ho troppa voglia di finire sotto il diluvio in bici; se ci finisco a piedi, non me ne preoccupo. Però corro e penso… Ma è proprio il caso? Ma sei sicura, Gian? Guarda che è una boiata… Metti che buchi o che ti capita qualche guasto, rischi di saltare la Maratona; e poi la statale che porta a Cuneo è già da suicidio con la luce del giorno. La bici, vai proprio a cercartelo, il furto. E se poi non trovi un posto ove lasciare lo zaino? Che fai, te lo scarrozzi appresso per tutta la gara? Insomma, non è meglio che lasci perdere?
Il neurone guadagna terreno. Anche durante il sonnacchioso pomeriggio speso a leggere qualche arretrato de Il Sole 24 Ore, non perde occasione per insinuare il dubbio. Ma sei proprio certa che hai voglia di alzarti alle quattro? Ma và, sicuro, che domani c’è la nebbia, con tutta l’acqua che è venuta giù la notte scorsa. Ormai tranquillo, il marrano, ha la vittoria in pugno. Peggio per lui…

“Se davvero ambisci ad una meta, troverai una strada. Altrimenti, troverai una scusa”. Anche di questa citazione non ricordo la fonte, ma non ha importanza. L’esercito dei neuroni bacati ha incassato il colpo ed è già passato al contrattacco. Che fai, Gian, ti tiri indietro? Rinunci? Senza nemmeno averci provato? E che essere ignobile vedrai nello specchietto retrovisore, domani mattina, un attimo prima di avviare il motore?

“Allora buona notte mamma, ci sentiamo domani”
“Buona notte, domani che macchina prendi?”
“Nessuna, mamma… Vado in bici”
“In bici?”
“Sì in bici, ricordi, te l’avevo detto no? Ti avviso quando arrivo là”. Una banale informazione per lei, che ormai è abituata a qualsiasi follia, ma soprattutto un impegno preciso per me stessa. Sono le otto e mezza di sera, casco dal sonno, ma ho ancora un paio di incombenze da sbrigare. Preparo le luci anteriori e posteriore per la bici, la frontale, le cavigliere ed il giacchino rifrangenti. Prendo lo zaino, ci metto dentro un asciugamano, la divisa per correre, le scarpe da montagna – visto che si corre su sterrato, userò quelle – una maglietta di ricambio per il ritorno in bici, e poi lo zainetto più piccolo, con dentro una giacca, un po’ di miele, il telefonino ed il portafoglio, da tenere sulle spalle in gara. E’ uno zainetto minuscolo, comodissimo, e mi permetterà di non abbandonare portafoglio, chiavi di casa e telefonino. In più, nel borsello da manubrio metto la catena con il lucchetto, almeno tre chili di metallo che spero basti a dissuadere i malintenzionati, o bongustai, interessati alla mia due ruote. Prima delle nove sono a nanna, con le gambe un po’ inchiodate dai ventidue km di corsa su asfalto di questa mattina: lo so, non è l’idea più intelligente che si possa mettere in pratica il giorno prima di una maratona, ma tant’è, sarei diventata idrofoba senza la mia dose quotidiana di fatica.

Il risveglio alle quattro è meno traumatico del previsto. Schizzo giù dal letto, sotto l’occhio assonnato ed anche un po’ infastidito di Skipper, che approfitta immediatamente per estendersi anche al mio posto, il suo meraviglioso tartufone ben piazzato sul mio cuscino. Mi precipito alla finestra, combattuta tra la speranza – di trovare nella nebbia una validissima scusa – ed il terrore – di mandare all’aria il mio piano diabolico e tutta la fatica che ho speso per convincermi. Nulla: si vede tutta la fila dei lampioni, luce nitidissima fino in fondo alla via. Il cielo è nuvoloso, niente stelle, ma non c’è aria di pioggia. Bene Gian: hai voluto la bicicletta, mo’ pedali. Saresti perfettamente in tempo per cambiare idea e tornare a nanna, recuperando ancora un paio d’ore di sonno… Ma non lo farai.
Colazione spartana: pane e Nutella, ma poco; caffé con miele, tracannato malvolentieri. Sono agitatissima, non certo per la gara; è il viaggio che mi mette ansia. Voglia di partire, paura di buttarmi là fuori. Mentre ci penso, vado su e giù da casa alla cantina, per preparare le ultime cose, con gran gioia dei vicini, del resto ormai avvezzi al mio nottambulismo. Pantaloni ¾, due magliette con le maniche corte, il giacchino girato al contrario, per fare anche da scudo antivento sul torace; manicotti, guanti, scarpe vecchie, frontale in testa. Chiudo il cancello, salto in sella: si parte.

Manca poco alle cinque e mezza: si sente qua e là il motore di qualche auto, il fruscìo del passaggio in lontananza. Le vie sono illuminate di luce gialla dei lampioni, tanto che quasi non sembra d’essere ancora nella notte: ma non bisogna che mi lasci ingannare; so bene che, appena fuori città, sbatterò il naso contro la mia cronica difficoltà di vista notturna. A poco servono le luci, anche potenti… San Giovanni, la Bossola, la rotonda illuminata a giorno; Carmagnola è alle spalle, ora si parte davvero. Ho il cuore che scoppia: non è la fatica, è l’inquietudine che sempre mi assale quando viaggio, in bici o a piedi, al buio. Forse è il neurone saggio che tenta il tutto per tutto, che mi fa sentire auto inesistenti che arrivano veloci alle mie spalle, che mi irrigidisce i muscoli nel timore di saltare in una buca o su un ostacolo che non sono riuscita a vedere. La campagna è nera e silenziosa; davanti a me, il cerchio di luce della pila frontale serve solo a darmi l’illusione della vista. Eppure devo pedalare, sbrigarmi il più in fretta possibile, anche se questo non varrà ad anticipare il sorgere del sole. Prima delle sette, non ci sarà luce.
Con il cuore in gola e le mani ben salde sul manubrio, nonostante lo zaino enorme che punta in modo del tutto asimmetrico sulla schiena, mi costringo a procedere per piccoli traguardi intermedi. La rotonda della circonvallazione di Racconigi: adesso qui, sulla circonvallazione appunto, posso contare per qualche km su un asfalto liscio, quasi perfetto. Peccato solo non avere gli abbaglianti, per restituire la cortesia a quei maledetti, pochi ma dannosi, che, incrociandomi in auto, nemmeno si sognano di abbassare i fari. Per lunghi istanti, finché non mi passano accanto, io resto cieca, senza poter vedere nulla di quel che c’è davanti a me. Anche la discesa dal cavalcavia diventa un brivido… E non di freddo: se c’è un problema che questa mattina proprio non si pone, è il freddo.

Dai Gian, è vero che è buio pesto, ma in fondo è quasi l’alba. Devi solo riprendere l’abitudine al fatto che il sole sorge tardi, non è più la pacchia di giugno. Le auto parcheggiate, di tanto in tanto, a bordo strada in luoghi e situazioni equivoci… Tira dritto Gian, non guardare. Strani incubi nascono dalle tenebre; ho la sensazione che tra poco qualcuno mi affiancherà in auto, minacciandomi, “Tu non hai visto niente, chiaro?”. “Chi, io? Io non c’ero, e se c’ero, giuro che dormivo!”.
L’asfalto tra Racconigi e la rotonda di Cavallermaggiore è il mio spauracchio peggiore. Tutto buche, fessure e gobbe, rattoppi fatti male e rattoppi dei rattoppi, nessuno che abbia nemmeno lontanamente pensato di spianare un po’ la strada. Non sempre posso scegliere la traiettoria; qualche auto in giro c’è, anche se, così, a naso, mi sembra di essere ben visibile, visto lo sconcerto di chi rallenta a dismisura prima di incrociarmi o superarmi. Quindi, a volte mi tocca affrontare di punta l’ostacolo, sperando di non bucare e, possibilmente, non cadere. Cavallermaggiore, il piazzale della discoteca Evita: ci sono solo più alcune auto ordinatamente parcheggiate nei pressi dell’ingresso; credo che ormai dentro restino solo più i dipendenti. Troppo tardi, o troppo presto, anche per il più incallito degli animali da pista da ballo.

Nel rettilineo prima di Savigliano, un momento di panico: i fari di un’auto vengono verso di me, in lontananza… E poi si spostano pericolosamente verso la mia corsia: urca, qui son fatta… Invece no, il marrano imposta la curva e svolta in una viuzza alla sua destra. Scampato pericolo, una dose di adrenalina in più per le gambe. La città mi elargisce dieci minuti di risparmio della luce frontale, grazie a quella dei lampioni; qui c’è già un po’ di fermento, qualche auto in più.. Ancora buio pesto e senza stelle, compagnia dell’interminabile rettilineo fino a Genola: la punta di una delle scarpe da corsa ha trovato alloggio proprio in mezzo a due costole… Ma non ho tempo di fermarmi a sistemarla, e nemmeno voglio interrompere questo precario equilibrio di sensi e di mente che ho faticosamente raggiunto.

Oltre Genola, il cielo mi sembra appena un po’ più grigio. Vuoi vedere che… Sta per diventare chiaro?

Raggiungo Levaldigi quando il campanile segna le sette in punto; qui metto per la prima volta il piede a terra, visto che non mi pare il caso di bruciare il semaforo rosso su un incrocio cieco. Sfilo poi accanto all’aeroporto, mentre la mia inquietudine pian piano se ne va via con il buio della notte. Ora la mia unica preoccupazione è pestare sui pedali; devo arrivare a Cuneo entro le nove e non si sa mai… Macino come un frullatore, 34xnonsocosa ma è la terzultima coroncina verso destra; Centallo e l’infinito rettilineo successivo, che mi ricorda un po’, fatte le debite proporzioni, gli infiniti stradoni che si vedono nelle foto della RAAM, solo che là non ci sono i cartelli “Vendesi pere, mele, kiwi”, e forse nemmeno le rotonde, chissà.

La Michelin, il cavalcavia, la zona industriale; punto decisa verso il ponte basso. Lo spettacolo delle linee di Cuneo e del maestoso Viadotto Soleri è un paesaggio da cartolina, anche in una giornata così grigia ed indefinibile come oggi. Trovo le frecce che mi guidano verso una parte di Cuneo a me ancora sconosciuta: i campi sportivi di via Parco della Gioventù. Due gentilissimi personaggi della Protezione Civile mi spediscono diritta al punto di consegna dei pacchi gara, che poi è anche il piccolo bar: ecco, un buon posto per abbandonare la bici, ci sarà gente tutto il giorno qui, e c’è anche la tenda dei militari. In quattro e quattr’otto, i miei dubbi sono fugati: ritiro il pacco gara e scopro che c’è anche un ampio locale spogliatoio, dove potrò lasciare lo zaino. Così, in men che non si dica, cambio aspetto: maglietta, pantaloncini corti, scarpe da corsa, zainetto sulle spalle; numero 217, mi avvio verso la scalinata che porta su, verso il centro città, verso Piazza Galimberti. Con un occhio di rimprovero ai podisti che, a dispetto del loro nome e del loro ruolo, si imboscano nell’orrendo ascensore. Mamma mia che obbrobrio… Proprio necessario?

Piazza Galimberti è già in fermento, e non sono ancora le nove. Gente indaffarata a tirare su due o tre archi gonfiabili, atleti che già corricchiano, si scaldano, si stiracchiano. La mia prima missione, dopo aver dato uno sguardo reverenziale tutt’intorno alla piazza che per me è la più bella al mondo, è il raid alla Panetteria Buschese: si sa mai che sia aperta anche la domenica mattina… No, mannaggia, purtroppo non lo è, o per fortuna, altrimenti ne sarei uscita gonfia come un pallone. Tento un paio di vasche in via Nizza, un occhio svogliato alle vetrine, un altro a caccia di banconi di pizze & focacce… Macché, nulla di nulla, il coprifuoco; tutto chiuso, anche la maggior parte dei bar.
Torno in piazza, addocchio una panchina, mi stiracchio un po’ anch’io: non certo perché pensi che possa essere utile, solo per ammazzare il tempo. Tira di qua, stendi di là e butta l’occhio a destra ed a manca. Mi fa ridere, poveretta, una madama anziana a cui evidentemente manca qualche venerdì: mi avvicina, tutta preoccupata, mi parla in Piemontese, chiedendomi se tutti quelli che si trovano nella piazza debbano correre. Lì per lì le rispondo di sì: allarmatissima, mi spiega che “Io ho più di settant’anni, non ce la faccio a correre, ho già corso abbastanza nella mia vita! E poi qui c’è tanta gente anziana che non può mica correre!”. Trattengo a stento le risa, la tranquillizzo: “Ma no… Solo quelli vestiti da corsa devono correre”. Ancora qualche giro intorno alla piazza; mi sposto al sole; qui ferma ho freddo, nonostante la giacca. C’è gente che è qui da un’ora abbondante, in canottiera e basta; in effetti, sono l’unica che si sia portata appresso lo zainetto. Ma che importa… Io ho bisogno della mia copertina di Linus, del mio carapace a marchio Camp, della mia giacca impermeabile anche se oggi pare proprio che non pioverà.

Quando finalmente apre la griglia di partenza, alle dieci meno venti, mi c’infilo quasi subito: non certo per spirito agonistico, ma solo perché fuori il tempo non passa più. Da dentro, sento già l’atmosfera… E mi rassegno, solo qui, a togliere la giacca.
Mentre mi guardo distrattamente intorno, la folgorazione. Jeans e giacca gialla, berretto con visiera in testa… Lì, tra il pubblico, è Marco Olmo! Nientemeno… La tentazione di andare a salutarlo è fortissima, ma a che titolo? Non gli ho mai rivolto la parola e nemmeno oserei farlo; cosa potrei dirgli io, che non abbia già sentito mille volte da chiunque? Ma no… Gian, lascia perdere, lascialo tranquillo, non essere importuna. Mi accontento di partecipare al fragoroso applauso che lo accoglie sul palco, ben più caloroso di quello che tocca al Sindaco, poverello! Del resto, con una figura quasi mitica come quella di Olmo non si può competere.

Al Sindaco tocca il conto alla rovescia: con tanto di sparo, in un attimo siamo già partiti. Quanti saremo? Cento, centocinquanta, non saprei. Personaggi di tutti i generi, più o meno in forma, abbigliati con capi più o meno tecnici e colorati. Non posso fare a meno di apprezzare subito questa partenza così tranquilla: fin da subito, c’è gente intorno a me che si dedica con più foga alla chiacchiera, che non alla corsa. Smanio per trovare subito il mio punto di riferimento, qualcuno che mantenga un’andatura regolare, tranquilla, da poter seguire senza pensare.
Un breve tratto di asfalto e poi, in discesa, si entra nel parco, lungo una strada sterrata. Come sempre, sono già nelle retrovie, ma non me ne preoccupo: l’importante è dosare le forze; 42 km possono essere terribilmente lunghi. Sterrato e veri e propri sentieri, con tanto di fango, pozze residue dai recenti temporali, ciottoli tondi di fiume; corriamo ora in mezzo a prati, ora tra la vegetazione fitta, con tanto di rovi a minaccia dei polpacci. Non è che ne sia proprio felice: comincio a capire cosa sia, un’ecomaratona, ed il mio primo pensiero è che, a me, correre su una superficie diversa dall’asfalto non è mai piaciuto. Sarà anche vero che è meno traumatico per le giunture, perché l’appoggio è più morbido, ma io rischio di inciamparmi ovunque, ancor più se vado di fretta.
I passaggi in mezzo al bosco mi nascondono la vista di chi mi precede e mi danno l’idea di essere completamente sola, ma non è così; non appena guadagno qualche metro di visibilità, mi accorgo che un buon gruppo è sempre lì davanti, a pochi metri. In particolare, i due podisti che corrono in coppia e che ho individuato come punti di riferimento. Corrono più di me, ma ai ristori si fermano, e lì li riacchiappo. Già, i ristori: acqua, sali, the, Coca Cola; frutta secca, banane e crostata dall’aspetto molto appetitoso, che però non ho voglia di assaggiare; meglio ripiegare su qualcosa che non impasti la bocca. Per ora, mi basta il miele che mi sono portata dietro, quindi bicchiere di Coca e via.
C’è persino un po’ di pubblico, gente in bici ed a piedi, che applaude ed incita. Corriamo a tratti proprio accanto ad un fiume, che, a naso, potrebbe essere il Gesso, visto che, secondo i miei incerti calcoli, lungo la Stura passeremo più avanti. L’alternarsi continuo di salitelle e discese non permette al cuore di assestarsi su un ritmo costante, ma, se non altro, dà alle gambe un po’ di respiro; non corro il rischio che i muscoli si irrigidiscano ripetendo sempre lo stesso movimento. Però, km 15, km 20, devo rallentare un po’, perché sto esagerando: ora sì, mi sembra di star bene, ma una mezza maratona è ancora lunga, lunghissima.
Ogni tanto mi sorpassano gli angeli custodi della corsa, muniti di mountain bike e bandierina: che assistenza! Un vero lusso, e tutti sempre sorridenti, disponibili.

Sento la faccia polverosa, incrostata di sale: effettivamente, nella concitazione dell’arrivo a Cuneo in bici e nella fretta di spostarmi verso la partenza, in Piazza Galimberti, non ho nemmeno pensato di sciacquarmi un po’ la faccia. Magari, se più avanti vedo una fontanella…
Riprendo più o meno consapevolezza dello spazio quando la strada sterrata ci porta dritti verso il ponte basso: per un attimo, stento a riconoscerlo; eppure sì, è lui, e appena dietro si vede già il Viadotto Soleri. Impressionante: più mi ci avvicino, più gli archi ed i pilastroni si fanno imponenti, maestosi; nulla a che vedere con quelli della nuova strada, credo di poterla chiamare circonvallazione, costruita più avanti. Archi immensi che mi fanno volgere il naso per aria, a serio rischio di ruzzolone. Le mie due lepri sono sempre lì, poco più avanti, sempre un po’ più vicine. Uno dei due soffre un po’, l’altro allunga e poi si volta.

Troviamo un ristoro in un breve tratto di asfalto, poi si inizia a salire. Ed anche a preoccuparsi, almeno per quanto mi riguarda. Sento all’improvviso una stanchezza esagerata, le gambe che si induriscono; corro, corro, ma chissà ancora per quanto? La salita, dapprima leggerissima, è logorante, ma non posso certo pensare di mettermi al passo, già qui. Il 25° è passato da poco… Dai, Gian, sono ancora 17 in fondo. E’ più o meno come se tu uscissi adesso di casa per uno dei tuoi giri lunghi, solo che esci con un po’ di fiacca addosso. Quante volte t’è successo? Ebbene, non hai mica rinunciato, giusto? E allora vai, forza.

In un tratto di rettilineo, incrocio due assistenti in mountain bike e, subito dopo, una specie di missile con le gambe: ecco il primo! Strano, però. Non ho idea di che ora sia, e nemmeno lo voglio sapere, ma ho la sensazione che sia già tardi; vero che si tratta di una corsa molto più impegnativa di una tradizionale maratona, ma come mai i primi passano qui solo adesso? E di strada da fare ne hanno ancora un po’! Altri missili a ruota, uno, due, poi a gruppetti, sempre più gente man mano che procedo. In questo tratto, il percorso è andata e ritorno. Bisogna stare attenti a non intralciare la traiettoria di chi arriva incontro, ma anche a non storcere malamente i piedi tra buche e sassi, che qui certo non mancano. Che invidia per questi fenomeni che tra non molto saranno oltre l’arco d’arrivo… Lunga serie di soli uomini, poi la prima donna; è tutto un incitarsi a vicenda, un urlo, “Bravo”, cacciato fuori a forza anche se il fiato che resta è poco, non va sprecato. Qui le rampe sono sempre più ravvicinate ed anche cattive, tanto che affrontarle di corsa diventa quasi un punto d’onore. Io ci provo, ma sento di essere al limite; chissà se e quanto reggerò ancora, così. Mi rincuora il fatto che, pian piano, raggiungo e supero qualche avversario, qualcuno che forse ha speso troppo nei primi chilometri e adesso paga gli effetti del dislivello. Vero, non si può certo dire che 425 m in 42 km siano tanti… Non lo sarebbero affatto, se si trattasse di camminare, ma lo diventano eccome, se si vuole a tutti i costi correre. E’ una pena: cerco di distrarmi, di pensare ad altro, ma il cuoricino fa male, come se un oggetto appuntito premesse contro il petto; respiro a fondo ma l’aria non entra, attacco le salitelle solo per poi prendere un po’ di fiato nella successiva discesa. Ancora sentiero, buche e sassi, curve secche ed il canale d’irrigazione che scorre accanto, impetuoso, d’acqua limpida, verrebbe voglia di fermarsi e buttarci le mani, la faccia. Peggio mi sento e più cerco di correre, quasi a voler mettere fine a questa fatica insopportabile; meno male che c’è un punto di ristoro… Una scusa per un bicchiere di Coca e qualche passo più lento. Per la verità, le due rampe successive le affronto al passo: inutile, sono troppo ripide; se anche corressi, non ne avrei beneficio in velocità e mi massacrerei inutilmente i muscoli. Quel che conta, però, è che le facce che incontro adesso, di quelli che han già superato il giro di boa, sono sfatte e stravolte dalla fatica, più o meno come immagino sia la mia: significa che non sono più lontana. Lontana da cosa, poi? Dal punto in cui si torna verso Cuneo, mancano ancora più di dodici km… Non importa, è uno dei tanti traguardi intermedi. Ci arrivo e già mi sento più leggera; schizzo indietro, gambe in spalla, anche se è l’euforia a farmi credere d’essere tornata pimpante; le gambe, poverette, fan quel che possono. Incontro gli stessi che ho superato prima, ed ancora parecchia gente al seguito; toh, non sono nemmeno poi così mal messa come posizione, voglio dire, può darsi che io non arrivi proprio ultima. Ma che importanza ha? Conta arrivare…

Il sole è più caldo adesso; la sete si fa sentire. Un po’ di miele, ancora un bicchiere di Coca al ristoro, poi via, si sa che una stessa strada, percorsa al ritorno, sembra sempre più breve rispetto all’andata. Pian piano riemergo dal fitto della vegetazione; si torna verso Cuneo. La mia lepre ora è un podista con la canotta rossa: dei due corridori che inseguivo prima, uno è rimasto un po’ indietro, l’altro ha proseguito per conto suo. Incrocio l’ultimissimo concorrente, scortato da due assistenti in bici, poco prima del cartello del 35° km. 35… Fantastico Gian. Ancora 7, solo più 7. Come il giro di corsa che fai in pausa pranzo quando hai proprio poco tempo. Ce la fai, sicuro che ce la fai. La canotta rossa è sempre più vicina; guadagna qualche passo solo quando io mi fermo qualche secondo, proprio per inginocchiarmi ed immergere mani e faccia nell’acqua del canale. Troppo forte la tentazione… Ma quanto possono diventare difficili, in momenti come questo, anche le azioni più banali, tipo, appunto, inginocchiarsi!

All’ultimo ristoro, ancora Coca ed una fetta d’arancia; qualche centinaio di metri dopo, il podista fuggiasco è agguantato. Proseguiamo insieme ed insieme raccattiamo qualche altro avversario: anche il secondo podista della mia coppia di lepri… La strada, sempre sterrata, risale ancora; facciamo lo slalom tra le anime dolenti, ma dolentissime sono anche le mie gambe, che ormai attingono vigore solo più dalla voglia di arrivare. Chilometri eterni, su e giù ed ancora su, ponticelli, collinette, i raggi del sole finalmente caldi, il profumo di una catasta di legna e l’odore pesante, carico di umidità e muffa, del depuratore. 40: quasi non ci credo, sono proprio al lumicino. Corro, perché non si può mollare qui, ma il podista della canotta rossa ne ha più di me. Allunga un po’, mi incita: no… Ti ringrazio, vai se puoi; io qui non ce la faccio, se accelero combino un disastro. Le gambe sono stanche, ma è il fiato che è al limite, il cuore come schiacciato. Dai Gian, è finita davvero, corri, non puoi mollare qui, ma quanto possono essere lunghi due km… Sorpasso ancora un paio di persone. Poi l’asfalto, la voce dello speaker che annuncia i nomi di chi raggiunge il traguardo. Che ora sarà? Non he ho idea, ma sono quasi certa che siano passate almeno cinque ore dal via. L’ultima curva, l’arrivo, finalmente, più una liberazione che non una gioia. Due chiacchiere con il podista della canotta rossa, che negli ultimi 500 m è scattato avanti per raggiungere la moglie; poi oasso oltre. Solo per caso mi volto indietro, alla ricerca di un banchetto con qualcosa da bere, ed altrettanto per caso guardo il cronometro a caratteri cubitali, fissato proprio accanto all’arrivo: 4h 12′. Strabuzzo gli occhi, chiedo l’ora ad un podista accanto a me: eppure sì, sono proprio le 14.12. Beh che dire… Non è certo un tempo fenomenale, ma è una gran soddisfazione per me che, proprio nella migliore delle ipotesi, avrei potuto pensare di impiegare quattro ore e mezza. In preda all’euforia, metto il telefonino alla frusta: messaggi a destra e a manca, telefonata alla mamma… E ad Ivano, che avrebbe voluto assistere all’arrivo, ma che mai si sarebbe aspettato, manco lui, un simile exploit.

Gli spogliatoi distano dalla zona dell’arrivo forse trecento metri, una breve camminata che mi permette di sciogliere un po’ i muscoli. Poi la doccia e, in quattro e quattr’otto, torno nei panni della ciclista. Un piatto di pasta, veloce e graditissimo, in compagnia di Ivano che nel frattempo è arrivato in bici; quattro parole, poi si riparte. Non devo lasciar passare troppo tempo: già così, mi rendo conto che, se sto ferma in piedi, sento quasi subito sopraggiungere quel senso di stanchezza immensa, di testa che gira, insomma, la cotta.

Saluto il buon Ivano, che non nasconde d’essere un po’ preoccupato: “Stai attenta, non fare cavolate, non sei lucida”… Ivano, quando mai io sono stata lucida in vita mia? Gli lascio gran parte del pacco gara: nel mio zaino riesco ad infilare solo l’asciugamano rosa marchiato “Maratona di Cuneo” ed un paio di calze; il resto, lo shampoo, gli spaghetti, il latte, i depliants e la borsa, resta tutto a lui.
Le gambe rispondono bene. Imbocco il ponte basso, arrivederci Cuneo; sotto i raggi di un tiepido sole, in mezzo al traffico da grandi magazzini della domenica pomeriggio, mi rimetto in strada verso casa. Lo zaino, se possibile, ancora più pesante, i garretti che questa volta si adattano meglio al 48, un po’ di vento, la compagnia di una bella soddisfazione. Centallo, Levaldigi, Genola, Savigliano, Cavallermaggiore, Racconigi; insisto nel dire che la strada, al ritorno, per qualche inspiegabile fenomeno fisico, si accorcia. Non sento né stanchezza, né affanno, né mal di gambe, nulla di nulla. Quella meravigliosa consapevolezza di poter fare, nel mio piccolo, tutto quel che mi salta in mente, sapendo che il fisicaccio mi asseconderà. Infatti, poco più di due ore e un quarto dopo averlo salutato, mando ad Ivano un messaggio: “Poco lucida, ma molto rapida… Sono già a casa!”.

A questo punto posso anche accasciarmi sulla sedia in giardino… E lasciare che le zanzare, quest’anno perenni ed assatanate, facciano banchetto di quel poco sangue che ancora scorre nelle mie vene. Soddisfatta, come il peggiore dei beoni incalliti, mi attacco alla bottiglia della Coca Cola, che mammà non manca di farmi trovare. Il mio ricostituente preferito. Anche per oggi, mi sono guadagnata la pagnotta… Adesso a spasso con Skipper!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!