5-6 settembre 2009 – Dalla neve agli ulivi: due squilibrati in giro per monti

Forse non tutti trovano che sia normale partir da casa alle quattro e mezza per andare a camminare in montagna. Di certo non lo pensano i due Carabinieri che mi hanno appena fermata nel bel mezzo della statale per Racconigi. Me ne vado bel bella verso il Borgo San Giovanni; proprio a ridosso dell’incrocio dove devo svoltare a destra, raggiungo una Punto dell’Arma, che tira dritto. Meno di un minuto dopo, mentre percorro la via verso la strada statale, un’auto mi raggiunge alle spalle e mi lampeggia con gli abbaglianti: boh, sarà qualcuno che va di fretta, problemi suoi. All’incrocio, quell’auto tenta di affiancarmi a sinistra mentre sto per svoltare appunto a sinistra: cavoli, ‘sta a vedere che questo è appena uscito dalla discoteca ed è fatto come un cavallo… Svolto e vado per la mia strada; quell’auto sempre dietro, ancora fari: un secondo dopo, si accendono sul tettuccio i lampeggianti blu. Attimo di panico, mi fermo e capisco al volo di aver violato un ordine dei Carabinieri… Ma, con i loro fanali puntati contro il mio specchietto, non sarei mai riuscita a capire che fossero loro!
Controllo di rito, patente e libretto, ma io sono terrorizzata come se stessi trasportando un cadavere affettato nel bagagliaio. Un posto di blocco “volante” non l’avevo proprio mai visto né vissuto. Per fortuna è tutto ok: riparto e pesto a tavoletta, perché Isacco mi aspetta alla stazione di Borgo San Dalmazzo per le 5.45 e, causa contrattempo, mi resta solo un’ora di tempo. Me la faccio bastare: è sabato mattina ed alle 5.40 sono lì. Non devo, non posso, non voglio rinunciare neanche ad un solo minuto dell’avventura che mi attende.

L’idea era nata da una gita pensata da Isacco tempo fa: “Ho combinato con alcuni amici un giro nelle Marittime per settembre”, e ricordo che già a sentir quella frase avevo sperato, in cuor mio, di essere coinvolta. Il fanciullo avanza spesso dubbi circa la mia integrità mentale, ma l’opinione è reciproca; anch’io so che, se l’itinerario è farina del suo sacco, allora la fatica è garantita, ottima ed abbondante. “Se vuoi venire anche tu…”, non aveva ancor finito di pronunciare la “u”, che io avevo già rovesciato sul progetto tutto il mio entusiasmo.
Nell’ultimissima settimana prima della data fatidica, poi, i piani sono stati stravolti: vista la rinuncia degli altri possibili partecipanti alla spedizione, siamo rimasti in due… E la gita di un giorno è diventata gita di due giorni con notte a nanna, e poi gita di due giorni con notte a spasso. Insomma, è lievitata come la pasta per la pizza. Quando ho sentito la versione definitiva del progetto, c’è mancato poco che mi mettessi a ballare il tip tap dalla gioia: “Arrivo a Borgo quando vuoi, Isacco, dimmi un’ora, anche le tre di notte, e sono lì”…

La Opel resta al parcheggio della stazione di Borgo San Dalmazzo. Il potente mezzo del mio compagno d’avventura ci porta, ancora al buio, a San Giacomo di Entracque. Da lì, pedibus calcantibus, giungeremo domani, se tutto va bene, alla stazione di Ventimiglia, da dove il treno ci riporterà a chiudere l’anello. Le previsioni meteo di tre o quattro siti Internet annunciano due giorni di bello stabile, addirittura con assenza di precipitazioni; ho la compagnia di un personaggio che cammina sul serio e non si abbatte manco con una fucilata; niente vincoli di tempo e luogo se non l’ultimo treno di domani sera… Direi che ci sono tutti gli ingredienti per la mia felicità. Infatti, già nel breve tratto che percorriamo in auto, sprizzo contentezza da tutti i pori: anche se il discorso cade, è inevitabile, sull’Ultra Trail del Monte Bianco della scorsa settimana. Ne siamo usciti entrambi cornuti, mazziati e ritirati, anche se con la piccola soddisfazione di aver superato almeno il centesimo km: la differenza è che il buon Isacco se l’è legato al dito ed ancora ci rimugina, elabora il lutto, per dirla con le sue parole; io invece ho voltato pagina credo trenta secondi dopo la disfatta… Perché domani è un altro giorno, sempre!

Al parcheggio di San Giacomo, con gran disappunto della mia guida, è ancora buio. Poco male, il sentiero da qui al Rifugio Pagarì lo saprei trovare persino io… E’ quasi un’autostrada! Mentre ci prepariamo al via, altre due auto rovesciano sul piazzale un gruppo di escursionisti mattinieri come noi. Isacco attacca bottone, s’informa sulla loro destinazione; quando poi sono loro a rivolgere la stessa domanda a noi, il mio compare glissa: “Il Pagarì…”. Rido sotto i baffi: se avesse detto che siamo diretti a Ventimiglia, l’avrebbero imbavagliato e portato d’urgenza al Pronto Soccorso!

Ci avviamo con calma lungo il breve tratto di strada ancora asfaltata, per dare modo alle nostre spalle di abituarsi, loro malgrado, al peso non proprio piuma degli zaini. Il programma prevede due giorni ed una notte di viaggio e nessun centro abitato da attraversare: dobbiamo essere autonomi in tutto, anche per la pappatoria. Per il bene delle nostre tasche, è opportuno evitare di ricorrere ai rifugi. Quindi io mi son portata una decina di barrette varie, due etti di Parmigiano, due confezioni di frutta secca e due bei pezzettoni di focaccia; come vestiario, una maglietta ed una canotta di ricambio, una felpa, una giacca, guanti lunghi, pantaloni al ginocchio e berretto di pile. Però parto in maniche corte e pantaloni cortissimi. Isacco, conoscendolo, avrà messo nel sacco alimenti ed abbigliamento per una spedizione al K2; infatti ha sulla schiena uno zaino monumentale, una sorta di enorme carapace giallo.
Le prime luci dell’alba illuminano appena le cime, inondate di rosso, e svelano un cielo limpidissimo. Alla Casa di Caccia, dove tutto ancora tace, la strada diventa sterrata, supera una fontana e s’infila nel bosco. La salita ha già cacciato via i brividi di freddo della partenza; non è ancora tempo di svestirsi, però: tra poco, sbucheremo sul pianoro e forse incapperemo nel vento.
Già sapevo che sarebbe andata così, che fin dai primi passi avrei avuto difficoltà di deambulazione. Colpa di Isacco, che, con l’espressione del volto più contrita e seria di quella che riuscirebbe a produrre un attore consumato, riesce ad esprimere inimmaginabili boiate: hai voglia a cercar di contrastare la risata, a pensare agli eventi più tristi e raccapriccianti che ricordi… Niente da fare, io mi piego in due e perdo quel poco di stabilità che ancora mi resta quando mi barcameno tra sassi e buche e terra.
Il pianoro è una buona occasione per riscaldare le gambe prima degli innumerevoli tornanti della salita al Rifugio Pagarì. Cioè l’unica parte del viaggio a me nota. Siamo all’ombra e vi resteremo ancora per un po’, finché non saremo noi stessi a risalire la valle ed andare incontro alla luce. Tra episodi dei trail vissuti e luminosi progetti per il futuro, attraversiamo il ponticello e finalmente cominciamo a prendere quota. Piano, come sempre, perché è lunga.

Isacco lo ripete più volte, come una formula rituale: la salita è concentrata tutta nella primissima parte del viaggio; il Passo Pagarì ed il colle successivo. Poi sarà soprattutto discesa. Sì, da una parte è ovvio che la discesa sarà prevalente, visto che siamo partiti da quota 1.200 ed abbiamo come destinazione il mare. Ma, chissà perché, alla previsione della mia pur fidatissima guida io non credo nemmeno un po’. Ormai il copione è noto: si parte con un itinerario in mente, ma, a meno di restare in zone perfettamente conosciute da tempo immemore, di solito si finisce da tutt’altra parte. E se il programma dice 10 km, saranno 20, e se dice 1.500 m di dislivello, saranno 3000, e se dice che bisogna andare da A a B, si andrà da A a C a D e magari a B manco ci si arriva. Quindi lo lascio parlare, ma non commento… Ammetto che, in questo caso, nell’errore io spero davvero. La mia passione è la salita; non mi va proprio giù l’idea di doverci rinunciare. Ha pur ragione Isacco a dire d’averne abbastanza, di dislivello, per quest’anno, ma…

L’ascesa al Pagarì, è lunga, impegnativa e divertentissima. La dedichiamo in buona parte a sviscerare la tesi per cui, secondo Isacco, io mi porterei appresso un culone spropositato e svariati chili di troppo: in effetti, non posso dargli torto, non sono mai stata un giunco. Però ai miei carichi sporgenti tengo molto, quindi non credo che seguirò il suo consiglio. E poi, con suo gran dispetto, lui sarà pure un peso piuma, ma già strilla per il male alle ginocchia… Le mie, abituate al lavoro duro, stanno benissimo! O quasi: risentono un po’ dei km di corsa della settimana passata, ma solo perché ho ripreso a correre su asfalto con regolarità ed un po’ troppa foga. Insomma: al rifugio, siamo già bell’e fermi in pausa antiinfiammatorio. Una pasticca per uno, in via preventiva, che non si sa mai.
Dall’altra parte della vallata, si intuiscono le serpentine di altri sentieri, di cui ovviamente Isacco conosce vita, morte, miracoli e destinazione. Lungo uno di quei sentieri, dovrebbero essere in marcia gli escursionisti che abbiamo incontrato al parcheggio appena prima di partire. Osservo quei tornanti e penso che vorrei essere anche lì… Ovunque ci sia una salita!

Pietraia o neve? Son le due alternative per raggiungere il Passo Pagarì, quota 2.800 e rotti, circa 200 metri più in alto di qua. La scelta cade sulla pietraia, perché la neve, ancora ben presente quassù, a quest’ora del mattino è ancora troppo dura. Ci avviamo quindi verso il percorso acrobatico, non prima di esserci raccolti in estatica contemplazione della Maledia. Dev’essere un posto molto speciale, almeno per Isacco, che ha ambizioni alpinistiche e la rimira con religioso rispetto. Approvo per atto di fede, ma a me pare una montagna come tutte le altre: bella, imponente, senza dubbio, arcigna e nuda, ma tale e quale alle altre vette che vedo qui intorno. Ovviamente mi limito a pensarlo: guai, se proferissi parola, credo che arriverei a superare il colle con traiettoria parabolica e propulsione a calcio nel didietro!

D’ora in poi, la salita diventa una traiettoria casuale tra una tacca segnaletica e l’altra. Col mio corpaccione pesante e la mia ben nota familiarità con i passaggi da equilibrista, è inevitabile che il ritmo rallenti tragicamente. S’arresta poi del tutto quando ci imbattiamo in una compagnia davvero insperata: un bellissimo stambecco, un giovane maschio, che ci osserva placido, sdraiato su una roccia piatta. Ci guarda, si gratta la schiena con le corna, torna a guardarci, per nulla spaventato, al punto che riusciamo ad immortalarlo più volte con le fotocamere. Davanti a noi, altri due esemplari, un cucciolo e, credo, la mamma, a giudicare dalle tenerissime effusioni che si scambiano i due animali. Il cucciolo poi è una meraviglia, ancora senza cornetti, col pelo tutto arruffato. Roba da restare qui tutto il giorno… Invece no, tocca andare avanti, incespicando tra le rocce. Mi lancio in improbabili vie d’arrampicata che sarebbero tranquillamente evitabili se solo guardassi un po’ più in là del mio naso, mentre il mio collega magnifica il fascino della montagna selvaggia… “Altro che il Mont Joly!”. Eh no, caro mio, guai a te se mi tocchi il Mont Joly! Quella sì, è la montagna per me; una salita fantastica, 1.500 m di dislivello in una botta sola, e nessuna difficoltà tecnica. Solo fatica, e tanta, perché la pendenza del sentiero che sale dal versante di Les Contamines è davvero forte. Qui, sulle pietraie, sui sentieri che devi proprio cercare con il lanternino, sugli itinerari cocì malagevoli, sono un pesce fuor d’acqua. Mi obietti che questa è l’avventura: ma io non cerco l’avventura, mi accontento della fatica… Al Mont Joly potrei salire anche da sola, qui no, mi perderei nel nulla eterno, mi ritroverebbero al disgelo.
Scopro qui che il mio marsupio portaborraccia, con dentro la borraccia grossa da un litro, è quanto di più scomodo si possa scegliere per una salita che richiede, per me, la marcia a quattro zampe. Così, quello che Isacco ha già definito il vessillo della mia virilità – effettivamente è piazzato proprio in posto strategico e, dato il peso, pende un po’ in avanti – rischia ad ogni piè sospinto di rotolare via e scomparire in qualche fessura nella pietraia.

Raggiungo il colle con le mani spelacchiate, e meno male che indosso i guantini da ciclismo. Scolliniamo: a quanto pare, laggiù si vede il mare. Il mare… Uhm, non ne sono così convinta. Possibile? La linea dell’orizzonte è incerta, sfocata, ma distingue in effetti due tonalità di azzurro diverse. Questo posto è meraviglioso…

La discesa ci porta verso il Rifugio Nizza, quota 2230, che già si vede sotto di noi. Isacco zampetta via agile, io faccio quel che posso; meno male che la discesa è breve. Ancora stambecchi a farci compagnia, e il sole, sempre più caldo, anche se siamo in alto e l’aria fredda sulla pelle si fa sentire; breve pausa ai piedi della bella scalinata in pietra che conduce al Rifugio, per riempire la borraccia e consultare la carta. Nelle mappe non metto naso; mi fido ciecamente del mio capobranco e mi limito ad obbedire agli ordini e camminare. Incredibile, quanto io diventi arrendevole, quando mi conviene! Oggi sì, che mi conviene.

Riprendiamo, tra uno sghignazzo e l’altro, la salita. Io lo sapevo, che mi sarei divertita un sacco. La fatica quasi non si sente, anche se il sentiero riprende a salire deciso. Alzo lo sguardo per intuire quale, tra le tante selle qui intorno, potrebbe essere il nostro colle, Baisse du Basto. Chissà. Torno con gli occhi bassi, a guardare i miei passi ed il sentiero, ad ascoltare il ticchettio dei bastoncini sulla pietra, arrancando dietro al mio compagno di viaggio che sale ben più sciolto ed agile di me. La traccia si inerpica poi sulla roccia; trovare gli ometti segnavia e le tacche di vernice diventa quasi una caccia al tesoro. Presa dall’entusiasmo, esagero persino un po’; questa pendenza è irresistibile, porta su in un attimo. Un primo scalino lassù, contro il cielo azzurro, fa pensare che quella sia la nostra meta; invece no, non è altro che un salto, oltre il quale si torna ad aggrapparsi alla pietra, con le mani e con i piedi. Un escursionista appena normale si farebbe bastare due arti… A me ne servono quattro ma, all’occasione, faccio appello anche alle ginocchia, al didietro, insomma a quel che c’è, tutto fa brodo. Purtroppo qui il mio culone si ritorce contro di me, e il fetente non perde occasione per farmelo notare; pazienza, antipatico, tu non apprezzi, ma qualcun altro sì!

Alle nostre spalle, ancora la Maledìa; solo che prima, dal Pagarì, aveva l’aspetto di un enorme badile; da qui, tutto quel che si vede è una lama sottile. Ecco, uno dei lati del carattere di Isacco che apprezzo davvero molto è la passione. Adora la montagna, in particolare la montagna di casa sua; si vede lontano un miglio che ne è orgoglioso ed innamorato, quando racconta le sue escursioni, le gite di scialpinismo, quando parla delle mete che vorrebbe raggiungere. Le raggiungerà, io non ho dubbi. E’ una passione in forma diversa dalla mia, perché io detesto freddo e neve, ma non ha importanza; è forte e spero tanto che duri. Un po’ lo prendo in giro, quando lo esorto a non lasciarsi abbindolare da una fanciulla tutta negozi d’abbigliamento e vacanze a Rimini… Ma mica troppo! Isacco, abbi cura del tuo talento…

Verso la fine della salita, diventa chiaro che i colli sono due; uno di fronte a noi, un altro leggermente sulla destra. Entrambi segnalati da ometti. Isacco punta deciso verso destra: da dietro una roccia spunta un paio di corna imponenti, enormi, e, poco dopo, ne spunta anche il proprietario, uno stambecco maestoso, che ci rivolge poco educatamente il posteriore. Allargando lo sguardo alla pietraia, ce ne sono altri, due, tre, molti di più: una manna per le macchine fotografiche. Ci concediamo qui una breve pausa; la mia guida scruta le carte, io mi appiattisco su una pietra a mò di lucertola, a godermi il sole, in modalità merendero. Ma per poco. Sotto un cielo sempre blu, ci avviamo lungo una traccia di sentiero incerta, fumosa; da un ometto all’altro, il guaio è che di ometti ce n’è troppi, ed in posizioni del tutto incoerenti l’una con l’altra. In più, dovremmo vedere alla nostra destra, sempre secondo il capospedizione, una vetta di cui invece non c’è traccia. Giù ed ancora giù, con passo incerto e traiettoria fantasiosa,fino a raggiungere un laghetto. Pieno alle borracce e via: si punta diretti verso quel che, alla nostra destra, ha tutta l’aria di un colle. Già. Peccato che non ci sia alcun sentiero per arrivare lassù, nemmeno la più scarsa delle tracce. Solo una distesa di pietre, che va via via aumentando la pendenza. Che fare? Propongo un attacco diretto; puntiamo a vista verso il colle, poi provvederemo ad aggirare eventuali ostacoli. Lo so già da sola, che è una boiata, ma non mi viene in mente niente di meglio… Qualche decina di improperi, scivoloni, lividi ed accidenti dopo, obbedisco all’alt del mio Vate, che, dubbioso, si ferma, si mette comodo su una pietra in posizione meditativa ed allarga la carta. L’urlo che ne segue è tale da provocare il distacco di un intero costone della montagna di fronte a noi: esattamente quella che ci aspettavamo di trovare, sì, ma dalla parte opposta… Presto svelato l’arcano: al termine della salita, avremmo dovuto superare il colle che avevamo in faccia, non quello a destra. Ci troviamo ora nella valle parallela a quella in cui dovremmo essere.

Concluso il riepilogo dei santi del calendario, mentre io trattengo a stento le risate, il buon Isacco si cosparge il capo di cenere, si flagella, s’arrabbia. Scruta la carta e si ritrae sconsolato. Ora abbiamo due alternative: scartando l’ipotesi di risalire dalla stessa parte per cui siamo scesi, possiamo riportarci sull’itinerario originario o con il passaggio a due colli a quota 2.500 m, oppure tentando l’avventura lungo un sentierino che sulla mappa è appena appena accennato, e che sarà quindi ben difficile da scovare e da seguire. Isacco sembra propendere per la seconda ipotesi, perché, mi fa notare, sono le tre del pomeriggio e dobbiamo ancora scendere fino a quota 1.700; da lì, risalire ai due colli a 2.500, in rapida sequenza, potrebbe voler dire che ci ritroveremo in alta quota al calar della sera. E l’idea non lo conforta affatto. Io sono di parere contrario; a giudicare da quel poco che capisco dalla carta, il sentiero che collega i due colli sembra molto evidente; lanciandoci sull’altra traccia appena accennata, secondo me, rischiamo di trovarci in difficoltà, perdere l’itinerario, rallentare a dismisura e farci comunque raggiungere dal buio, per di più in una situazione di difficoltà. Visto che il meteo, a parte qualche nuvolone di passaggio che s’affaccia alle cime, sembra stabile, sarebbe il caso di seguire la traccia più sicura. Alla peggio, oltre il primo dei due colli, c’è il Rifugio delle Meraviglie; se proprio dovessimo trovarci in difficoltà, avremmo un punto d’appoggio.
Mi spiace davvero che il mio capobranco se la prenda tanto. Io non vedo proprio nulla di male in questa inattesa deviazione. Anzi, non posso che esserne lieta: a questo punto, è chiaro che la previsione circa il dislivello contenuto va a farsi friggere, con mia somma gioia. E poi, in fondo, che problema c’è? Non abbiamo orari, e nemmeno, a dirla tutta, una meta precisa. Siamo in un posto meraviglioso, al calduccio dei raggi del sole, che paiono proprio volerci far compagnia a lungo. Va bene, abbiamo sbagliato strada… Ma non mi pare affatto una tragedia, anzi! E poi, chi è che voleva l’avventura?

Riprendiamo l’interminabile discesa verso fondovalle, dove si vede quel che sembra un paese. Pont de Gravieres, quota 1.700; ci arriviamo dopo lunga marcia che, per fortuna, concede tratti quasi in piano in cui riesco a rifocillarmi un po’. Nonostante il mezzo chilo di tortelli ricotta e spinaci di ieri sera a cena, per la verità amorevolmente condiviso con il mio bestione peloso, avverto già da un po’ i morsi della fame: attacco il Parmigiano, già rammollito e sudaticcio per il caldo. E poi c’è qualcuno che ha il coraggio di sostenere la superiorità del cibo “genuino”… Questa roba è una schifezza! Se non altro, le barrette si conservano immutabili nei secoli dei secoli. Bah. Con la bocca impastata, raggiungo Isacco al bivio; da qui parte un sentiero che si vede anche sulla carta, da cui poi dovrebbe staccarsi l’altro sentiero, quello precario, quello che il mio boss ha deciso di seguire.

Ci avviamo in salita con passo deciso: per la verità, Isacco mette il turbo e in quattro salti mi molla lì, scomparendo nella vegetazione. Questo tracciato è aspro, ripido, tutto scalini di roccia; sale a tornantini ravvicinati, in mezzo ad una vegetazione per lo più di cespugli, lamponi, bacche non meglio identificate, ed ovviamente le immancabili ortiche. Ben mi guardo dal tentativo di reggere il ritmo del mio compagno di viaggio, che dev’essere davvero sostenuto. Infatti, una coppia di attempati escursionisti che scende verso di me mi chiede se per caso ci stiamo allenando per qualche corsa in montagna: per l’occasione, assumo l’espressione più fresca e sorridente che mi riesce, sorrido tutta soddisfatta, confermo con l’aria di chi la sa lunga: tempo che i due siano fuori portata d’orecchio e riprendo ad arrancare e sbuffare come una locomotiva a vapore. Cosa non si fa per salvare le apparenze.
Incontro un bel po’ di persone che scendono: la luce del sole è già più gialla, obliqua, meno calda; man mano che il sentiero prende quota, si avverte sulla pelle la brezza della sera. Mi lascio tentare dai lamponi, ne afferro due al volo, li metto in bocca senza guardare: c’è anche qualcosa di filamentoso, lo sputacchio… Con mio sommo orrore, è un ragno! Bleah, per poco non mangio un ragno. Io che ne ho il terrore… Quasi mi sorprendo alla tranquillità con cui supero il tragico momento. L’unica preoccupazione, adesso, è quella di non perdere troppo terreno rispetto ad Isacco.
La traccia passa sotto la condotta forzata che costeggia già da un po’; poi, con pendenza più dolce, risale verso la testa della valle. Non è più ora di viaggiare a pancia scoperta; indosso la maglietta, senza fermarmi. Una bella foto ad una pietra che pare una ciambella, con un buco in mezzo; uno sguardo al colle alla mia destra, da cui provengono le voci: no, la direzione non è quella. Un centinaio di metri avanti a me spunta Isacco, bontà sua, che mi ha attesa al bivio, ma schizza via non appena è sicuro che io l’abbia visto. Ancora un lungo traverso su sentiero e pietre dal colore viola ed altri frammenti, bianchi e scintillanti, che il mio compare liquiderà come “comunissimo quarzo”: sarà anche comunissimo, ma è bello…

Al colle, sono quasi stupita d’aver messo alle spalle ottocento metri di dislivello. Le gambe non se ne accorgono, per ora, ottimo segno; in compenso, la pancia, desolatamente vuota, chiede aiuto e conforto. Butto giù una barretta mentre ci avviamo in discesa nella Valle delle Meraviglie: di nome e di fatto, è uno spettacolo mozzafiato di colori e laghetti, con le ombre lunghe del tardo pomeriggio; in realtà, non sono nemmeno le sei quando passiamo accanto alle chiassose greggi, che intrecciano fitti discorsi di belati d’ogni tonalità, ed arriviamo al Rifugio, ma ormai bisogna rassegnarsi all’idea che le giornate sono, ahimè, brevi.

Senza sosta, seguiamo il sentiero che sale verso destra, dapprima dolce, verso la prima piccola diga. I raggi del sole scintillano sulla superficie dell’acqua, quasi accecano; le ombre risalgono i pendii. Isacco si è fermato un attimo, è rimasto un po’ indietro. Cammino spedita, com’è ormai il mio passo, ma senza fretta; nessun pensiero, nessuna preoccupazione, non esiste altro che questo momento, questo luogo splendido, quest’aria che accarezza il viso. Pace, ecco. Se dovessi definire cos’è la pace perfetta, eccola, è questa. Una salita, ma senza fatica; un cielo amico che promette stelle; pietre, pini, un passaggio stretto tra le rocce, silenzio. Nessun orologio, nessun orario da rispettare, nessuna meta precisa per questa sera. La compagnia di una persona che trasmette fiducia e mi fa ridere di cuore, con un carattere gioviale, generoso di splendidi sorrisi. E’ incredibile… Se mi chiedessero cos’è la beatitudine, ora sì che saprei rispondere. Vorrei che questa sensazione non svanisse. Non svanirà, almeno non questa sera; Isacco continua a far conti su conti, per capire a che ora potremo arrivare all’una o all’altra meta intermedia. Un’altra diga, un altro salto di roccia, un pianoro, le indicazioni sui pannelli gialli: Pas du Diable. Pochi minuti e ci siamo.

Lo spettacolo che si rivela appena oltre il colle ha un che di magico. Alle nostre spalle, l’ambiente alpino, i pini, i laghetti, il rifugio. Davanti a noi, cime più dolci, arrotondate; una pietraia, poi solo pascoli, digradanti verso il mare, che è ancora lontano ma già si percepisce.
Mi avvio in discesa, per sentire, due tornanti più sotto, l’urlo di dolore di Isacco, che s’accorge che, in questa valle, sarà ben difficile trovare acqua. E’ vero, mi sa che ha ragione, ma non mi pare questa gran tragedia… Ne troveremo più avanti; non credo proprio che noi si rischi la morte per disidratazione! Macché, il tapino non sente ragioni; una delle sue ossessioni è proprio l’acqua… Mi sorpassa di gran carriera, caracolla giù per la pietraia; io rido e seguo con calma, malferma sui sassi, finché raggiungo i più dolci pendii erbosi. Leggerissima risalita ad un colletto dal quale spuntano gli ultimi, intensi raggi del sole: dobbiamo aggirare una cima oltre la quale si vede la nostra prossima tappa ideale, l’Authion. Luogo noto perché lo si raggiunge dal Col de Turini, una delle mie mete ciclistiche preferite.

Il sole, che già ci aveva abbandonato al di qua del colletto, torna a farci compagnia ancora un po’, subito dopo, finché il sentiero, con un lungo traverso, se ne allontana attraversando un pendio già in ombra da un po’. Lontano, all’orizzonte, le montagne nelle sfumature dell’azzurro, sempre più chiare man mano che lo sguardo si allontana: sembra davvero un paesaggio da cartolina, eppure è così, è la realtà di una sera dolcissima a cui oggi farò compagnia.
L’Authion sembra vicinissimo ormai. Una sella, Baisse de Saint Veran, poco più di 1.800 m di quota; da qui, con due tornanti, il sentiero riprende quota, passa accanto ad una struttura di pietre ed arcate in metallo e punta dritto verso la cima. Lo seguiamo, appena in tempo per goderci lo spettacolo di uno spicchietto di luna che spunta oltre il profilo delle montagne e sale su, fino a diventare, in pochi istanti, un maestoso tondo rosso. Dalla parte opposta, il cielo è un incendio di sfumature rosa, fuoco, nere, di ombre che si mangiano le montagne. Procediamo, ormai tranquilli e fiduciosi. Ma a cinquecento metri dalla cima… L’amara sorpresa. Il sentiero è invaso da un gregge di pecore; un cagnone, loro custode, non sembra affatto dell’idea di lasciarci passare. Accorre fendendo il gregge, si piazza perentorio a qualche metro da noi, ringhia, abbaia. La povera bestia porta evidenti le tracce di una ferita alla parte sinistra del muso, non curata, infetta: mi si stringe il cuore a vederla in quelle condizioni. Muovo qualche passo avanti, porgo la mano al cagnone, che, più spaventato che aggressivo, si ritira di colpo, arretrando le orecchie; mi avvicino ancora, quello abbaia e ringhia ma resta a distanza. Io proverei a passare… Ma Isacco, poco dietro, è paralizzato dal terrore; mi prega di tornare indietro, di lasciar perdere. Provo ad incoraggiarlo, a dirgli di restarmi accanto, ma non c’è verso. Vuole tornare indietro, salire in cresta e passare dal prato: cosa che mi preoccupa non poco, perché il pendio è molto ripido, e le pecore sono anche più in su. Se fosse giorno… Ma è quasi buio e a me pare un’idea da suicidio. Arretriamo pian piano, mentre il cagnone ci segue e ci abbaia; non appena muoviamo un passo verso il pendio, ecco un altro abbaio, molto più deciso e potente del primo: un altro cagnone, di identica stazza, si lancia verso di noi. Potrebbero essere, a giudicare dal pelo e dalla mole, due pastori maremmani. La seconda bestia mi preoccupa un po’ di più. Lascio che Isacco si allontani pian piano, tenendo d’occhio i due cani; io arretro un passo alla volta, fermandomi immediatamente ogni volta che li vedo avvicinarsi troppo. Allontanarsi di qui, a quanto pare, non sarà facile. Resto immobile, mentre loro, altrettanto immobili, mi abbaiano da qualche metro di distanza. Poso lo zaino, ne estraggo la focaccia; ne stacco una buona porzione, la spezzo in due, la lancio verso i due animali: il primo, quello ferito, quasi si spaventa; ne approfitto per mettere qualche metro tra me e loro. Quando ormai sono lontana a sufficienza, è chiaro che non rappresento più una minaccia; i due guardiani del gregge non mi degnano nemmeno più d’uno sguardo.

Torniamo sui nostri passi. Isacco si fionda giù come un proiettile: ma non mi sognerei mai di prenderlo in giro per la sua paura; so bene cos’è il terrore, anche se per me non è terrore dei cani, ma ad esempio dei luoghi esposti, dei ponti, dei pendii troppo ripidi. Forse avrò troppa fiducia in me stessa, ma ho la ferma convinzione che il cane non attacchi senza motivo: infatti, anche questa volta, come già mi è accaduto in innumerevoli faccia a faccia con quattrozampe nervosetti, sono rimasta ferma e non ho provocato alcuna reazione violenta, al di fuori dell’abbaio. Certo, un po’ di stizza ce l’ho; possibile che il gregge, con ettari di pascoli a disposizione, dovesse restare proprio sul sentiero? Possibile che i pastori possano avere il diritto di bloccare un passaggio? Poi però, a ben pensarci, mi rendo conto che l’anomalia non è il gregge… Siamo noi che passeggiamo per monti a quest’ora di sera. Anzi, notte, ormai, tant’è che, per tornare alla costruzione accanto a cui siamo passati poc’anzi, devo già accendere la luce frontale.

Che fare? Beh, innanzitutto un momento di requie. Ci ripariamo accanto al muro, perché qui sul colletto tira un vento gelido; su di noi si alza la luna, tonda, pienissima, luminosa, che quasi rischiara la vallata a giorno. Indossiamo giacche e pantaloni lunghi, mangiamo un boccone. E’ evidente che ormai i nostri programmi saranno stravolti. L’Authion è inaccessibile: chissà, magari in capo ad un’ora o due il gregge potrebbe anche spostarsi, ma non possiamo permetterci di perdere tutto questo tempo, non ora che più o meno siamo ancora svegli ed in grado di macinare chilometri. Da scartare anche l’idea di raggiungere la base dell’Authion per un altro sentiero: questa è zona ricchissima di pecore; rischiamo di aggirare un ostacolo e finire in pieno contro un altro ostacolo dello stesso genere. Non resta che imboccare un sentiero che raggiunge presto il bosco e va a confluire in una strada asfaltata, che conduce a Fontan.
Mentre Isacco si tranquillizza e si cura le vesciche ai piedi, io mi accuccio a guardar le stelle. Un cielo sconfinato, centinaia di puntini scintillanti; siamo a quota 1.800, ma qui, al riparo del muro, il freddo non si sente ancora. Sarebbe davvero stupendo sdraiarsi qui, al riparo del telo termico, col naso all’insù, aspettando che arrivi il sonno. Ma non si può, è troppo presto, sono solo le otto e mezza. Adesso l’unica cosa che conta è scendere, puntare dritto a Fontan, arrivare almeno lì prima di fermarsi a dormire.

Malvolentieri, ci rimettiamo in marcia, cartina alla mano. Al colletto, imbocchiamo una prima traccia di sentiero: ne percorriamo qualche decina di metri, ma Isacco non è convinto. Scruta la mappa, ordina il dietrofront. Un altro sentiero, che parte un po’ più a sinistra nella vallata, è quello buono, con tanto di segnaletica, tacche gialle. In effetti, per un po’ va tutto bene; Isacco fa strada, curando di non lasciarmi mai troppo distante; io lo seguo fedelmente, perché di notte, nonostante la luce frontale, i miei occhi servono a ben poco. Su di noi, per fortuna, la luce della luna, che illumina il pendio e fa le ombre.
Purtroppo il sentiero, dapprima chiaro, nei pressi di un grosso alpeggio si perde nel nulla. Tacche un po’ ovunque, ma non si riesce a passare, né a seguire un filo logico. Solo un prato che precipita giù in un canalone centrale. Ci avviciniamo timorosi alla casa, che sembra deserta, anche se non da molto: una carriola ed alcuni attrezzi sparsi testimoniano un recentissimo passaggio dei pastori.
Isacco è più attento di un segugio: carta alla mano, insegue la traccia. “Dalla casa il sentiero passa oltre il secondo impluvio…”. E che razza di roba è un impluvio? Ah un fiume… Seguo il mio capobranco, che in questo momento diventa anche la mia ancora di salvezza. Rincorre le tacche, una dopo l’altra; sbaglia, torna indietro, riprova. Io provo a fare altrettanto, ma un paio di volte mi areno sul pendio come una balena spiaggiata… E’ terribile, il terreno è scivoloso; non riesco a puntare né i piedi né le mani, ad ogni mossa scivolo giù, sotto di me un imbuto nero. Eccolo, il mio terrore. Con le mani tremanti, vano ogni tentativo di rimettermi i piedi, sotto lo sguardo perplesso e sconsolato di Isacco, che non sghignazza solo perché teme la mia feroce vendetta, mi siedo: aggiungo agli arti l’appoggio del mio sconfinato didietro. Mossa azzeccatissima: di lì a poco, strisciando sul didietro, guadagno il sentiero.

Da lì in poi, scendiamo con il conforto di una traccia sicura e più definita; un momento di sconforto l’abbiamo solo quando ci tocca attraversare quel che resta di una valanga, tronchi e rami e detriti che hanno ovviamente sepolto qualsiasi passaggio. Ma anche qui Isacco non si perde d’animo: ritrova, poco oltre, la nostra linea di marcia. E, da qui in poi, il sentiero s’allarga, di pari passo con il mio cuore, fino a tuffarsi nel bosco. Ci fermiamo un istante a riempire le borracce ad un corso d’acqua: è vero che non fa caldo, ma il terrore ha prosciugato la gola ad entrambi. Osservo i giochi di luce della luna tra le fronde, immagini spettrali, inquietanti: ma mai quanto la ricerca del sentiero in mezzo ad un prato ripido e buio…
Sbuchiamo poi su una strada sterrata, ampia, comodissima: da qui a Fontan, basta difficoltà, basta dubbi e rischi. C’è solo più da camminare. Un po’ più di mezz’ora di strada sterrata, in cui il sonno approfitta subito, a tradimento, del terreno lasciato libero dall’adrenalina della discesa. Cavi del telefono e fronde che si compongono in immagini inesistenti, ombre che sembrano animali in fuga. Lo scoiattolino sui tralicci, però, c’è davvero!

La marcia è finalmente tranquilla. Il povero Isacco, però, lamenta dolore alle piante dei piedi, che decuplica non appena raggiungiamo l’asfalto: da qui in poi sarà tutto un lamento. Isacco è allergico all’asfalto, non c’è nulla da fare. Tra sonno e fastidio, anche lui è ben messo: tra tutti e due, ricalchiamo bene l’immagine della canzone di De Andrè, “…una gamba qua, una gamba là, gonfi di vino”, anche se non abbiamo toccato goccia. Ben 8 km di asfalto ci separano da Fontan: sarà dura, perché la pianura, per di più così agevole, è nemica giurata della veglia. Il sonno ci aggredisce senza sosta: eppure, Isacco giustamente insiste per arrivare fino a Fontan, che, tra l’altro, è a quota abbastanza bassa, 300 metri, e potrebbe assicurare una temperatura notturna quasi confortevole.
Camminiamo, ma sarebbe più corretto dire che ci trasciniamo, tra le case sparse ed i giardini recintati e le pareti di roccia; abbiamo il conforto di qualche finestrella illuminata, cani che abbaiano da lontano, qualche auto nei cortili, a testimonianza della presenza umana. Combatto il sonno come posso; a volte attacco discorso: il guaio è che siamo entrambi talmente suonati che non ci capiamo l’un l’altro. Le nostre non sono parole, sono suoni trascinati senza forma. Abbiamo entrambi le allucinazioni, già da un po’; Isacco vede un gorilla, e spero per lui che non sia quello cantato da De Andrè; io mi fermo in mezzo alla strada a guardare in alto, mi par di vedere, su una sporgenza della roccia, un’enorme statua bianca tipo quella del Cristo in Brasile: ohibò, proprio io che sono un’incallita miscredente!

I piedi del mio compare urlano vendetta, chiedono tregua ogni tanto; i chilometri sui cippi a bordo strada scorrono con una lentezza esasperante. In un giardino non recintato, due sdraio ci osservano: fortissimo è l’impulso di andarcisi a sdraiare. In realtà, poi, io sto bene, non ho alcun dolore né alcuna particolare stanchezza; il guaio è il sonno, ma è anche comprensibile, vista la sveglia della notte scorsa alle tre. Ed anche il freddo, che mi è già entrato nelle ossa, benché Isacco sostenga che fa caldo, che si suda. Probabilmente, nella mia vita precedente, ero un rettile…

A partire dall’ultimo km, buttiamo l’occhio ai prati lungo la strada: adesso sì, è ora di cercare una cuccia per la notte. Questo no, ci sono i rovi, quell’altro no, è sotto il lampione. Oltrepassiamo il ponte alla nostra destra: da lì parte un sentiero che, in meno di un km, raggiunge il centro dell’abitato di Fontan. Lo imbocchiamo: qui c’è finalmente un posto che fa per noi. Gambe sul sentiero, schiena appoggiata al lievissimo pendio. Mangiamo un boccone, indossiamo tutto quel che abbiamo; estraggo il mio pluricollaudato telo termico. Un attimo dopo, ci siamo sotto entrambi: rannicchiati, al buio e con il sottofondo dell’acqua del torrente Roya, alle due di notte crolliamo addormentati.
Sfido però chiunque a dormire un profondo sonno ristoratore, su un materasso di sassi aguzzi e con il tremore del freddo che ti scuote di continuo. Mi risveglio più volte in preda ai brividi; cerco di controllare le scosse del freddo per non svegliare Isacco, ma non c’è verso. Il più possibile appiccicati per sfruttare l’effetto stalla: ma non travisino, i malpensanti, o benpensanti, a seconda dei punti di vista… Non c’è nulla di morboso in tutto ciò, purtroppo! In questi momenti, credo di emanare la stessa carica erotica dello spazzolone del water, e mi sa che, dopo diciannove ore di marcia, anche l’olezzo è il medesimo. E poi, l’unico istinto che domina adesso è quello di sopravvivenza. Non ibernare è la parola d’ordine: ben venga quindi quello scaldino ambulante che è il mio compagno di sventure. Mi dirà poi lui d’aver tratto lo stesso vantaggio dal mio abbondante posteriore: pare che una simile superficie radiante sia ottima come calorifero… Sì, ma così non va per niente bene; per me è uno spreco di energia intollerabile!
Mi sveglio più volte in preda ai tremori e con i morsi della fame; ho le gambe ed i piedi gelati. Il telo termico spesso si solleva, lasciando penetrare una lama d’aria gelida che mi taglia la faccia. Quando tornerà il sole? Per fortuna, il sonno è tale da sprofondarmi nell’oblio, ogni volta. Finché, dopo un tempo indefinito, metto un occhio oltre la coperta: la luce!
Una gomitata al buon Isacco che sta ronfando della grossa. Mi risponde un grugnito suino, un rantolo; alla fine ce la fa anche lui: estrae la testa dal nascondiglio, strizza gli occhi e, con voce da caverna dell’oltretomba, sbotta: “Ma dove caxxo sono?”. E, dopo un istante di pausa: “Ma che caxxo ci faccio qui?”.

Ci vuole coraggio per rimettersi in piedi. Il trauma di allontanare il telo termico, i muscoli irrigiditi, dolori ovunque, lamenti strazianti. Ci alziamo e ci ricomponiamo con la speranza di trovare un bar aperto a Fontan, buttare giù qualcosa di caldo: macché, nulla di nulla. Approfittiamo di una panchina per prepararci al viaggio: io mi levo un paio di strati, mentre Isacco si dedica alla cura dei piedi. Osservando le operazioni, almeno finché non diventano troppo raccapriccianti, mi rendo conto di avere, tra le tante fortune, anche quella dei piedi indistruttibili. Oltre ad un ottimo fornitore di scarpe da montagna.
Frugale colazione, altra pastiglia di antiinfiammatorio preventiva: Fastum per me, Aulin o simili per Isacco. Non c’è che dire, siamo due drogati: ma non si può mica permettere che dolorini e doloretti si frappongano tra noi e la nostra avventura!

Proprio davanti alla stazione di Fontan, si stacca il nostro sentiero. Ancora una brevissima pausa per svestirsi e poi via: la salita si mostra subito per quel che è, decisa, ripida, malagevole in mezzo alle fronde, alle sterpaglie, ai rovi. A quanto pare, però, le gambe non se ne preoccupano: mi portano su in fretta, a buon ritmo, proprio come se fossi appena partita; in effetti è vero, ma dopo i settantacinque km di ieri. Un po’ mi lusinga sentir dire da Isacco che ho un buon recupero: in effetti è una delle mie poche qualità positive in fatto di sport, unita forse ad una discreta resistenza ed alla fortuna, finché dura, di non sapere cosa sia l’infortunio. Non mi è mai successo, in effetti, di farmi male al punto da dover rinunciare ad una corsa o, in generale, ad un appuntamento sportivo a cui tenessi.

Peccato solo che questo sentiero sia in pessime condizioni, invaso dalle sterpaglie e sporco, almeno nella prima parte. Ci porta su in fretta rispetto al fondovalle, ci apre una bella vista sulle montagne tonde. Ma il mio incedere, sempre ad occhi bassi, mi fa notare soprattutto che la condizione delle mie scarpe è deplorevole. Già acciaccate lo scorso fine settimana, sembrano proprio voler rendere lo spirito.
Rsggiungiamo un bivio: altolà, s’impone consultazione della mappa. Il sentiero sale ancora, ma, con mio gran disappunto, noi dobbiamo piegare a destra e scendere diretti a Saorge. Pessima notizia, perché questa discesa è a dire poco odiosa: molto ripida, lunghi tratti su sfaciumi, pietrisco o terra che non permettono di fermare il piede. Tocca scendere molto piano, con sforzo eccessivo da parte dei muscoli dei cosciotti e rischiando di continuo di finire a terra: non sarebbe grave, per carità, ma io non riesco proprio a buttarmi giù scivolando sui piedi tipo sci messi di lato. Detesto sentire che il movimento non dipende da me.
D’improvviso, la vista si apre sul campanile di Saorge, ancora parecchio più in basso, ancora in ombra. Isacco schizza giù, io mi muovo con circospezione, trattenendo il fiato ogni volta che il piede scivola da sé, con il terrore di finire lunga e distesa: scomposta e grossolana come sono, se cascassi mi farei male di certo, ed oggi è vietato.

Raggiungo finalmente le case di Saorge, bellissime, in pietra, come la scalinata in centro paese. Trovo il collega nei pressi di una splendida fontana: in effetti, è ora di darsi una sciacquata e levarsi gli abiti da montagna, perché qui tra breve la temperatura sarà rovente. Che piacere, una solenne lavata alla faccia, alle braccia, la testa sotto il getto del rubinetto. Lavarsi e mangiar qualcosa sono le priorità: a Fontan, faceva ancora troppo freddo per avere il coraggio di toccare l’acqua; inoltre, era troppo presto per trovare un bar aperto, così niente café au lait. Secondo Isacco, oggi farà un gran caldo: che dire, non chiedo di meglio!
Un’anziana signora viene alla fontana, ci chiede da dove siamo partiti; risponde Isacco, “Eh da lontano… Dall’Italia!”. La madama ci squadra un po’ perplessa, scuote la testa, se ne va. E noi pure, ci rimettiamo in marcia passando sotto un imponente campanile ed andiamo ad imboccare un sentiero lungo il fiume. Ad un ponticello, senza pensare, seguiamo quello che semra il sentiero principale, a sinistra: ci ritroviamo così a camminare sui ciottoloni tondi del greto della Roya, quasi completamente secco in questo punto, salvo un rivoletto che scorre sulla sinistra. Ahi… Mi sa che c’è qualcosa che non quadra. Rapido consulto della carta: al ponticello, avemmo dovuto girare a destra. Torniamo per l’ennesima volta sui nostri passi, mentre Isacco esclama sconsolato: “A questo punto, dobbiamo per forza andare verso Breil”. In effetti, Ventimiglia è ancora troppo lontana: si potrebbe pensare di raggiungerla comunque, solo se non avessimo limiti di orario. Il guaio è che l’ultimo treno parte alle otto e mezza e non ci aspetterà. Ci diamo Breil come destinazione intermedia e riprendiamo a salire. Un’altra ascesa del tipo della precedente, ripida e regolare, ma in un ambiente più curato, cespugli e bosco che solo in brevi punti invadono il sentiero, qualche ramo spezzato e pendente sulle nostre teste. Parto di gran carriera, ora che il sole si leva e riscalda l’aria e la pelle, anche se restiamo nascosti dalla vegetazione. Isacco invece, con mia sorpresa, resta un po’ indietro. Pochi metri, nulla di che, ma non è da lui. Resta indietro e tace; pessimo segno.
Un susseguirsi di rampe severe, poi il bivio con una strada sterrata: e mò? Destra o sinistra? Attendo il compare: destra, la sentenza. Ma sembra che non vada troppo bene… Isacco lamenta dolore al ginocchio; minaccia di tornare giù a Saorge e chiedere un passaggio fino a Breil. Sembra sofferente e molto deciso: ci rimango malissimo; già vedo la giornata sprecata così, il giro abortito, scorciato, tristemente. Poi, sempre tra me e me, mi do dell’egoista: questo poveretto è qui anche e soprattutto perché gli ho frantumato gli ammennicoli per farmi portare in giro… Ed io, in paga, lo voglio far marciare con il male! Non oso pensare a quante pastiglie di antiinfiammatori abbia già trangugiato, lui che su queste pratiche va ancor più disinvolto di me.

Quota 654, altro bivio a pochi metri dal primo. Lascio che Isacco vada avanti: so bene che, per la mente, il fatto di essere capofila è già un ottimo lenitivo del dolore. Infatti, pur tra lamenti e strepiti e versi irripetibili, la locomotiva si rimette in moto. Al Col Agu, quota 1000 o poco più, arriviamo in fretta: da qui, ahimé, lunghissima interminabile discesa. Prima sentiero accidentato, ripido, stretto, quello che gli addetti ai lavori delle corse in montagna chiamano pomposamente “single track” – che poi significa che ci si passa uno per volta – poi un pertugio in mezzo alla vegetazione, che ci fa persino dubitare d’essere sulla retta via; eppure, i cartelli sono frequenti e per Breil sur Roya ci mandano proprio di qui. Attraversiamo più e più volte lo stesso torrentello, con ponti di legno dall’aspetto ben poco solido: due tronchi di legno paralleli, con tavolette trasversali, compongono quello che ha l’aspetto più affidabile. Va bè che non sarebbe un gran salto…

Il bubbolio continuo del mio compare si trasforma in un urlo lancinante quando il sentiero, passato tra alcune case ormai alla fine della discesa, va a sbucare su una strada asfaltata. Cotanta disperazione è dovuta sia al fondo stradale, che diventa subito una tortura per le piante dei piedi di questo rottame ambulante, sia al fatto che, da qui alla stazione di Breil, ci toccheranno tre o quattro km di strada statale. Mah… Io non vedo il dramma: sia perché d’abitudine mi alleno a correre su strada e figuriamoci se mi spavento di camminarci; sia perché la superficie regolare dell’asfalto è un’ottima occasione per rilassare un po’ i muscoli. Ma Isacco non trova pace: “Avremmo dovuto restare sul sentiero più alto, sarebbe stato panoramico, qui è uno schifo, io ho male, fa troppo caldo…”. So di essere irriverente, ma non riesco a trattenere le risate: è così melodrammatico che non può essere vero!

Si cammina sotto il solleone che ci incolla al terreno, caldissimi raggi del primo pomeriggio in queste zone che, parlando in termini di distanze automobilistiche, sono a due passi dal mare. Ciascuno un po’ intontito, perso nelle proprie meditazioni trascendentali. Io che penso che mi dispiace, mi dispiace davvero troncare il cammino qui, così presto, e non ho voglia di andare a casa, perché sì, certo le gambe cominciano a sentire il peso dei km, ma potrebbero andare ancora ed ancora. Così, quando, ormai invista della stazione, Isacco propone di consultare la carta e valutare la distanza dalla stazione di Airole, qualche fermata più avanti verso Ventimiglia, mi trattengo a stento dal travolgerlo di gioia. Accucciati sul bordo di un’aiuola, con il conforto di due lattine di Coca ed un Magnum presi al bar della stazione, studiamo le carte e gli orari ferroviari. Dunque, l’ultimo treno ad Airole ferma alle 18. Ora è circa l’una del pomeriggio; potremmo essere là in tre ore circa. In alternativa, ci si potrebbe lanciare su per qualche salita qui attorno; a me andrebbe benissimo lo stesso, ma non ad Isacco, che ha bisogno di un filo conduttore, una parvenza di senso logico in un itinerario, per trovare la motivazione e partire. Allora aggiudicato, si va ad Airole.

Quasi non ci credo, quando ci rimettiamo in cammino. La mia guida parte di gran carriera e con destinazione sicura: passiamo in una delle vie interne del paese, sbuchiamo ad una fontana e poi, neanche ci fossimo dati appuntamento, ecco il sentiero, con tanto di cartelli: Fanghetto, Airole. Sentiero che si avvia in piano, lungo la Roya, dalla parte opposta rispetto alla strada statale. Isacco esclama “Se è tutto così, ci arriviamo in due ore!”. Ed io ghigno sotto i baffi: possibile che tu non abbia ancora imparato nulla? Infatti, di lì a poco, comincia la salita dolce; di fronte a noi, poi, si para un’alta parete rocciosa che, ad occhio e croce, potremo superare solo salendoci in testa. Non c’è ombra di sentiero a mezza costa, sarebbe impossibile ed illogico. Così cominciamo a salire, tornante su tornante, su un sentiero ampio e ripido, a scalini, che ci fa fare un bel salto a picco, prima di sbucare, con la solita colonna sonora delle lamentazioni della mia guida per il caldo, su una strada sterrata, in mezzo ad alcune case. “Sei peggio delle piagnone”, lo prendo in giro; si vede lontano un miglio, da come cammina, che ne ha ancora.

Il primo abitato che incontriamo è un piccolo paese,servito da strada asfaltata, senza neanche una fontanella. Anzi, è tappezzato di minacciosi cartelli che avvisano della scarsa qualità dell’acqua. Pazienza, un po’ di scorta c’è ancora; torniamo a scendere fra gli ulivi, dopo chilometri e chilometri di saliscendi. L’ambiente è davvero arido, sabbia bianca ed ulivi e persino cactus; se penso agli stambecchi di ieri… Qui vedrei bene solo le lucertole. Per fortuna, non abbiamo ancora perso la voglia di scherzare; quand’anche io tento di intavolare un discorso con un minimo di profondità, e lo precedo con un annuncio, Isacco mi prende in giro: “Sì, rifletto sul pensiero di Heidegger, cosi come influenzato da…”. Da chi? Boh, l’ho già dimenticato; fatto sta che, gelata da cotanto sfoggio di cultura superiore – io ricordo a malapena che quel nome m’è passato sotto gli occhi in occasione dei miei precari e svogliati studi per la Maturità – m’interrompo e torno nell’ambito del genere di conversazione che più mi si addice: le boiate.

Poco prima di Fanghetto, altro piccolo paese abbarbicato sul pendio, raggiungiamo una famiglia evidentemente reduce da un’escursione lungo il fiume: indossano spesse tute impermeabili, scarponi goffi ed enormi, eppure camminano lungo il sentiero con passo ben più sciolto di noi. Sono tre ragazzine, la più grande avrà tredici anni, e, più avanti, i genitori, credo, in compagnia di un bambino più piccolo, di cinque o sei anni. Sfido chiunque ad immortalare una scena così in Italia, ad opera di genitori italiani!

Ancora una sosta all’unica fontana “priva di controllo sanitario”; sai che paura… Abbiamo sete! Ci buttiamo la testa, le mani, la faccia. Siamo in “Via del Campo”, recita il cartello: Immediatamente mi salta in mente la celebre canzone, anche qui di De Andrè, ma nella voce di Matteo che ogni tanto costringo a cantare per me, con tanto di chitarra, perché è bravissimo… Non mi stancherei mai di ascoltarlo!
Ora l’ultimo sforzo, il tratto da qui ad Airole. Non abbiamo idea di quanto manchi ancora; ci avviamo fiduciosi verso il centro del paese, che si raggiunge, ovviamente, con una bella rampa in asfalto: il lamento della mia guida si fa sempre più acuto, roba da stringere il cuore. Un gruppo di turisti gli chiede se “è dura”; in risposta, un rantolo… Oh insomma, cammina! Lo so benissimo, che è tutta scena… Un’accozzaglia di case e vicoletti da disegno del palazzo impossibile, tutto un accavallarsi di porte e balconcini e gradini; c’è da dire che questo è il luogo ideale per una persona che viva sulla carrozzina, o che magari si rompa anche solo una gamba! Eh bè, del resto qui non si potrebbe proprio far nulla. Non ce n’è spazio e modo; è un paese antico.
Ancora su e giù su sentiero; c’è qualche breve tratto di risalita, ma ormai il peggio dovrebbe essere passato. Tant’è che Isacco chiama a casa ed ordina la cena. Già, la cena: a casa mia il frigo sarà desolatamente vuoto… Nei paraggi delle prime case di una frazione, il mio compare punta il naso per aria alla ricerca di un colle per raggiungere l’abitato di Airole evitando il giro della strada asfaltata: sì, ci sarebbe… Ma il dislivello, anche solo ad occhio, lo convince ad arrendersi all’asfalto. Una volta tanto, sono contenta anch’io: non vorrei rischiare di perdere l’ultimo treno.

Un po’ di asfalto, sotto i raggi di un sole già meno rabbioso, alle cinque passate di un pomeriggio di settembre. Un sollievo, certo, siamo stanchi entrambi… Ma io non riesco ad essere felice; so che qui finisce l’avventura, comincia la malinconia. Nel paese dei gatti, spuntano ovunque frotte di mici di ogni colore e pelo, per la gioia di Isacco che li adora; giro turistico in centro, volti di anziani e sapore di antico, un piccolo bar da cui ci arrivano commenti di calcio, sguardi curiosi degli avventori. Infine la stazione, poco più di una pensilina del pullman, senza nemmeno un macchinario per l’emissione dei biglietti. Non c’è che dire: essenziale. Ci accasciamo sulla panca, non prima però che io aggiunga una rapida spedizione al bar per raccattare due lattine di Coca e due gelati: giusto per verificare la reazione delle gambe alla corsa sugli scalini. Dopo quasi 110 km e 5.200 m di salita, ma mille in più in discesa, eccellente, direi. E poi, forse impietosito o reso più buono dalla consapevolezza che la fatica s’è conclusa, Isacco mi scruta mentre allungo un po’ i muscoli delle gambe e conclude che “in fondo, non hai nemmeno tanta panza…”. Beh, lo prenderò come un complimento! Comunque non si chiama panza, si chiama riserva lipidica per l’ultradistanza.

In treno non vorrei dormire; la chiacchiera di Isacco è un modo per prolungare idealmente questa splendida avventura. Purtroppo, i momenti più belli vivono poco, “come le rose”, per dirla con il cantautore che ci ha accompagnati nelle citazioni del viaggio. E, come se non bastasse, più intense sono le avventure, più forte è la malinconia del giorno dopo, quando tutto è finito e si torna alla vita normale. Isacco poi è uno dei miei compagni di fatica preferiti, uno di quelli che non patisce nulla e non molla mai, anche se si lagna più di un ottuagenario con l’artrosi, basta non farci caso. Se però penso che, a breve, sarà in partenza per rendere il giusto tributo al suo finissimo cranio in giro per il mondo con un dottorato, non posso nemmeno dire “sarà per la prossima volta”… Anche se una mezza promessa l’ho forse già strappata!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!