5 agosto 2018 – TOUR DE 3 COLS

“Appuntamento a Cuneo alle 3.45”. Gulp. Faccio due rapidi conti a mente: significa che devo partire da casa alle 2.30, quindi che devo puntare la sveglia per l’1.30, in modo da fare in tempo a preparare tutto il necessario per la colazione canina che Madre provvederà a distribuire in ora congrua. Potrei quasi evitare del tutto di andare a letto. Ma no, meglio andarci e dormire almeno qualche ora, latrati canini permettendo. Così, quando suona la sveglia, impiego alcuni secondi per capire quale sia il motivo del suo trillo in ora così indegna. Anzi, prima ancora, impiego alcuni secondi per capire che ora sia. Infine realizzo e schizzo in piedi, pronta a spegnere anche la seconda sveglia di sicurezza.

Una specie di rapida colazione con pane e marmellata, un ettolitro di caffé con la moka da settantadue tazzine, un controllo ai bagagli: il cibo c’è, la borraccia pure, la giacca impermeabile anche. La carta igienica, immancabile. Dalla stanza da letto proviene la voce oltretombale di Madre, che, pur mezza addormentata, non abdica mai al suo ruolo di tutrice: “Il casco l’hai preso?”. Già, il casco! Cappero, ragiona meglio lei nel sonno che io da sveglia… Il casco: non l’ho mai amato, ma oggi, dovendo partecipare ad una manifestazione ufficiale, sono obbligata ad indossarlo, almeno credo. Nel dubbio, meglio portarselo dietro.

Si parte, destinazione intermedia Cuneo. Destinazione finale Barcellonnette: oggi è il giorno del Tour de 3 Cols, manifestazione ciclistica non competitiva sul percorso dei colli Allos, Champs, Cayolle. La partenza è “alla francese”, con orario libero tra le 6 e le 8.30, ma è meglio che io parta il prima possibile, considerata la mia lentezza. A Cuneo arrivo al pelo per l’ora stabilita: alla rotonda della stazione ferroviaria, ci siamo io, due tassisti ed un buon numero di facce da patibolo. Spero almeno che i tassisti non mi scambino per un’autista di Uber, altrimenti sono legnate. Per fortuna, Matteo arriva quasi subito. Ci trasferiamo per lasciare una delle auto in un parcheggio consono: la mia, stavolta. Si va a Barcellonnette con il furgone di Matteo. Da qui, ancora un’ottantina di km su strada di montagna, attraverso il Colle della Maddalena: ci vuole un’eternità.

Nel tratto prima di Vinadio, lungo la statale camminano alcuni gruppi di pellegrini diretti al Santuario di Sant’Anna, decisamente male illuminati: devono davvero avere una fiducia incrollabile nella loro divinità, perché tirarli sotto, in queste condizioni, è un evento dalla probabilità tutt’altro che trascurabile. Ma perché mai non percorrono la strada dall’altra parte del fiume? Che senso ha passare sulla statale, a notte fonda, a meno che non si sia stufi della vita?

Per questa volta, non ci fermiamo al bagnetto pubblico di Aisone, che di norma è tappa fissa dei viaggi in Valle Stura, ma solo perché, mi aggiorna Matteo, a Jausiers è stata realizzata una toilette pubblica più che decorosa, che oggi ci farà comodo perché più vicina al punto di partenza della corsa. Così, proseguiamo a Vinadio, passiamo accanto agli stabilimenti dell’Acqua Sant’Anna illuminati a giorno, attraversiamo le gallerie, superiamo Pietraporzio e le Barricate, ci arrampichiamo su per i tornanti che da Argentera salgono al colle. A questo punto, il mio stomaco è già in fondo agli alluci e manca ancora tutta la discesa…

La pausa a Jausiers è una benedizione. In effetti, le toilette sono notevoli, ampie e pulitissime. Ultimo brevissimo tratto in auto fino a Barcellonnette, con la sorpresa di un tratto di strada coperto di fango per effetto, sembra, di una frana. Intanto, il cielo sta schiarendo.

Il locale destinato alle iscrizioni ed alla consegna dei numeri di gara è ancora lo stesso di quando ho partecipato a questo giro tanti anni fa, credo almeno diciassette o diciotto. Si tratta di compilare un modulo e ritirare un numero di gara da attaccare alla bici. Ma c’è anche la possibilità di fare colazione con pane, brioche, caffé e the, volendo. Ne approfittiamo ben volentieri. Io non rinuncio al caffé, anche se ogni volta mi domando quanto impegno i Francesi debbano profondere per riuscire a fare un caffé tanto disgustoso.

La mia MTB con i copertoncini da strada e la borsa laterale è bell’e pronta: parto con un po’ di anticipo rispetto a Matteo, che sta scofanando la pasta portata da casa per colazione. La strada mi è ben nota.

La temperatura è ben diversa da quella, torrida, di questi giorni a casa: parto con la giacca addosso e non la tolgo per i primi tre o quattro km, fino all’inizio della salita del Col d’Allos. Mi fermo e la ripongo nella comodissima, davvero comodissima borsa. Riparto: di lì a poco, mi raggiunge Matteo, con il fiatone di chi ha appena scalato un Quattromila. “Non sapevo se fossi partita”, spiega. Ma se anche fossi partita due ore fa, mi avresti ripreso lo stesso, senza bisogno di affrettarti!

Ci superano ciclisti alla spicciolata, uno, due per volta. Alle sette e mezza è prevista una partenza in gruppo, ma sono tanti quelli che hanno preferito avviarsi prima. Tra questi, le bici da corsa vanno per la maggiore, ma molti salgono in MTB o bici “ibride” simili alla mia.

Da tanto ormai non pedalavo sulla strada del Col d’Allos. In verità, sarebbe meglio dire che è da poco che ho ripreso a pedalare. Tuttavia, ricordo bene questo giro. Mi è rimasto impresso già la primissima volta in cui l’ho percorso: correva un’estate dei primissimi anni Duemila, una vita fa, ed ero appena arrivata in campeggio con l’allora moroso, a Barcellonnette. Galeotta una locandina all’ingresso del campeggio: l’indomani eravamo entrambi alla partenza. Entusiasta io, forse un po’ meno l’allora moroso, ma in effetti non è mai stato uomo di sentimenti straripanti. Di sicuro non quanto il mio per il ciclismo.

La salita è dolce, regolare, per il momento in ombra. Circa 17 km, se non ricordo male; l’ultimo quasi pianeggiante. Matteo morde il freno e rimane nei paraggi, almeno finché non mancano pochi km alla vetta. Si chiacchiera, per quanto possibile con il poco fiato a mia disposizione. Ad un tratto, mi sorpassa una strana MTB: di insolito, almeno per quel che sono abituata a vedere io, ha i rapporti. Una sola corona davanti ed un padellone enorme dietro. Ma che diavolo è? Chiedo lumi a Matteo, spedendolo in avanti ad inseguire il fuggitivo per constatare di persona: si tratta, pare, dell’ultima moda, nata per non si sa quale precisa ragione pratica, perché quell’accrocchio è tutto fuorché pratico. Per risparmiare corone anteriori? Secondo Matteo, la tendenza attuale è la sparizione della tripla corona… Ecco, se ogni tanto non spunta qualche boiata, con relativo codazzo di estimatori modaioli, non va bene. Se mi eliminano le triple, è la volta che smetto definitivamente di pedalare!

Ci sorpassano alcune auto. Rallentano, ci salutano; i bambini si sbracciano. Non ci sono abituata: da noi, mi aspetterei un vaffa tonante al punto da buttarmi giù dalla bici.

Negli ultimi, panoramicissimi km, Matteo allunga e raggiunge la vetta, mentre io proseguo con la massima cautela, per evitare di esaurire le poche energie troppo presto. Però sto bene, sento le gambe che girano bene, sia pure lentamente. C’è poco da fare: io sono pesante e la MTB, tra l’altro zavorrata di borsina anteriore e borsa laterale, non è un peso piuma. Lo rivedo tornare indietro ad un paio di km dal colle. Il tempo di una foto. Quassù, sul colle, a quota 2.250 circa, non fa così caldo, anche se il sole è ormai alto. Indosso la giacca: via, si scende in direzione di Allos.

Pochi km di discesa rendono evidente come la temperatura sia tutt’altro che torrida, qui: con l’estate rovente che stiamo godendo dalle parti di casa, era da tempo che non ci capitava di aver freddo. Raggiungiamo Allos, abitato abbastanza squallido come tutte le stazioni sciistiche, ma parecchio frequentato anche in agosto: il punto di ristoro dovrebbe essere in paese. Lo attraversiamo, guardandoci intorno con attenzione, ma non ne vediamo traccia. Né noi, né gli altri ciclisti che sfrecciano accanto e vanno giù. Però, ci sono alcuni ciclisti che hanno sulla bici il talloncino della manifestazione e stanno risalendo: sono senz’altro quelli del percorso corto, che prevede di salire al Col d’Allos, scendere al punto di ristoro e tornare su. Se quelli stanno risalendo, significa che il punto di ristoro è più in basso. Avanti ancora.

Ci arriviamo all’uscita del paese: c’è un allestimento degno di un rinfresco di nozze. Acqua, Coca Cola e bibite varie, sali minerali, pane, formaggi di vario tipo, frutta secca, salumi, patatine, albicocche e pesche già tagliate. Una meraviglia! Così come è meravigliosa anche l’atmosfera: ciclisti svaccati a gruppi, appoggiati al muretto in pietra del vicino parco giochi e sulle seggiole, che mangiano, chiacchierano e si godono il panorama, senza alcuna fretta. Un quadretto che in Italia sarebbe fantascienza.

Io mi sono lanciata da pochissimi giorni nell’innovazione della “dieta”, se così vogliamo chiamarla, vegana, ma faccio il primo strappo alla regola: strappo che, in verità, farò ogni volta che mi troverò a partecipare ad una manifestazione sportiva. In caso contrario, trovar da mangiare diventerebbe una pena. Panino al formaggio, patatine, albicocche e pesche a volontà: qui bisogna decidersi ad andar via, altrimenti non si riparte più per eccesso di appesantimento.

Ricordo questa discesa abbastanza lunga e non difficile: solo, la temperatura di questa mattina la rende decisamente gelida. Uno stradone, pur con poco traffico di auto e moto. Continuano ad arrivare ciclisti: molti sono quelli che si sono attardati al punto di ristoro, senza dubbio, ma molti altri sono di certo partiti dopo di noi. Non si può proprio dire che a questa manifestazione sia mancato il successo.

Al bivio, appena prima di Colmars, arrivo con le dita intirizzite, ma preferisco fermarmi subito a levare la giacca, perché la salita del Col des Champs non tarderà a riscaldarmi le ossa. Soprattutto, è importante partire subito con il rapportino leggero. Rapportino che, come al solito, non riesco a mettere prima di svoltare: così, mi tocca fermarmi subito, sulla rampa, davanti ad un cancello carraio. E vuoi che, proprio in quel momento, non ci sia il padrone di casa che deve uscire proprio da quel cancello con l’auto? Limortacci… Mi sposto di qualche metro, levo la giacca, sistemo la catena sul rapporto corretto e parto, con un po’ di difficoltà perché non ho i pedali a sgancio. Decido di affrontare la salita con la massima cautela: in realtà, più che una decisione, è un obbligo… Le alternative, per me, non sono andar piano oppure andar forte: sono andar piano oppure fermarmi. Tuttavia, talvolta mi lascio prendere dall’entusiasmo e scelgo l’alternativa non disponibile: il risultato, di solito, è un bagno di sangue già dopo poche centinaia di metri.

Matteo va su al suo passo, stavolta, e per me è meglio così. Il fatto di viaggiare insieme a qualcuno che può permettersi andature ben superiori alla mia mi crea sempre un profondo disagio ed una certa agitazione, soprattutto quando so che il soggetto in questione, oltre alle gambe, ha anche uno spirito agonistico che contiene a fatica. Questo è proprio il caso di Matteo, che farebbe a gara con qualsiasi cosa, anche col treno quando si ferma al passaggio a livello. Se potesse, mentre attende il suo volo all’aeroporto, si metterebbe a correre a fianco di tutti gli altri aerei in decollo. Guai se andasse a vedere una gara di motociclismo o di automobilismo. Lo arresterebbero per invasione della pista. E’ più forte di lui. Ha un cagnolino che porta quasi quotidianamente a camminare sulle alture sopra casa: pure con quella povera bestia ingaggia gare di velocità in salita. E poi mi racconta, tutto entusiasta, di aver battuto il quadrupede: io annuisco, ma so bene che in realtà il piccolo Revel ha semplicemente più buonsenso del padrone e lo lascia vincere per evitargli un attacco di cuore… Quando ci sono io, Matteo fa il possibile per contenersi, perché sa che io, al contrario, detesto di tutto cuore quell’atteggiamento, sempre più man mano che invecchio. Ma gli si vede la fumata nera dalle orecchie. Quindi, sono ben contenta di dargli il largo e lasciarlo andare. Almeno, io procedo serenamente al mio passo. E così faccio lungo questa salita, severa ma in buona parte all’ombra del bosco e relativamente breve, circa 11 km. Mi sorpassano alcuni italiani. Siamo pochi, per fortuna: almeno qui, le randonnée rimangono tali, senza l’inquinamento dell’agonismo a tutti i costi tipico dei ciclisti italiani.

Matteo torna indietro e mi riprende a pochi km dalla cima, quando il bosco sparisce e la strada corre accanto a ripidi pendii dal caratteristico colore nero, che attira la curiosità e gli obiettivi fotografici di parecchi ciclisti, compresa la famigliola olandese a seguito del papà, uno spilungone dalla pelle bianchissima per il quale temo una scottatura da ricordare, oggi. Fa ancora fresco, quassù, ma la luce è limpidissima.

Sul colle, quota 2000 m o poco più, altro ristoro da fare invidia ad una ricca fiera paesana. Anche qui, parecchi ciclisti, abbandonate a terra le bici, sono stesi sul prato a mangiare e raccontarsela. Anch’io, con le mani colme di pane, formaggio e frutta, mi accomodo su una sedia. Che fretta c’è?

Giacca indossata e via in discesa, circa 16 km fino a St Martin d’Entraunes. Discesa facile con un breve intermezzo in risalita. Quel che mi riposa poco sono i nuvoloni a cavolfiore, densi e gonfi, che mi sembrano crescere velocemente proprio dalla parte del cielo sotto cui dovremo passare noi. Nuvoloni da temporale, senz’ombra di dubbio. Ho la netta sensazione che non arriveremo a Barcellonnette asciutti, anche perché la salita del Col de la Cayolle è lunghetta. Ma che ci si può fare?

Brevissima sosta tecnica in discesa. Verso il fondo, per la prima volta nella giornata, sentiamo il caldo, che ci piomba addosso prepotente. Ho sempre detestato di tutto cuore i cinque o sei km da St Martin d’Entraunes ad Entraunes: salita lieve, pendenza per nulla impegnativa, eppure io ci soffro l’indicibile. E non solo io: anche la fanciulla che mi precede di pochi metri, scortata dal compagno di viaggio che cerca, a suo modo, di tenerla allegra, nonostante l’evidente difficoltà. Che pazienza questa donna: io lo avrei già catapultato giù dal pendio. Matteo, che lo sa bene, mi precede di qualche metro, un po’ avanti ed un po’ indietro. Io arranco in piena crisi per il caldo improvviso e, inutile negarlo, per la mancanza di allenamento sulla distanza. In certi momenti, mi sembra davvero di dover mettere il piede a terra: ho già il rapporto più agile possibile, sono su un tratto di pendenza ridicola, eppure ho le gambe dure come la pietra. Intanto, il cielo si fa sempre più scuro. Cade persino qualche goccia di pioggia. Mah, se non altro, si abbasserà la temperatura. Io amo molto il caldo, ma devo ammettere che, invecchiando, lo patisco, sotto sforzo.

Quando arriviamo in paese, le nuvole hanno già oscurato il sole. Da qui al prossimo ristoro, sei km, ma ben più pendenti, fino ad Estenc. E va bene, dai, pian piano. Mi turba solo il fatto di non avere più acqua, ma ben presto l’acqua arriva, direttamente dall’alto. Gocce che diventano ben presto uno scroscio. Matteo propone di indossare le giacche: “Ma no – rispondo – magari tra pochi minuti smette…”. Invece no, non ha alcuna intenzione di smettere. Giacche impermeabili e, per me, cappuccio sistemato sotto al casco, in modo da riparare anche gli occhiali. Così, procedo per qualche km potendo guardare solo ad un paio di metri davanti alla ruota, a meno di alzare molto la testa, cosa che in effetti faccio spesso. Matteo mi precede di pochi metri: continuo a dirgli di andar su del suo passo, fino al colle, e cominciare a scendere, per non prendere troppo freddo, ma non mi dà retta. La temperatura è crollata nel giro di pochi minuti, anche se, onestamente, finché siamo in salita, sto meglio adesso.

Alcune rampe, che affronto un po’ meglio rispetto all’attacco della salita, sia pure con la preoccupazione per la discesa. C’è ancora tempo: chissà che, prima che noi si arrivi al colle, il temporale non si plachi. Per ora, i colpi di tuono sono ben poco rassicuranti.

Conosco parecchia gente che, in condizioni del genere, celebra l’evento come un’occasione unica per dimostrare il proprio eroismo: anzi, più piove, più fa freddo, più il tempo è da lupi, più si esaltano e si ritengono eroi. Per carità, non tutti i gusti sono alla menta. Io li chiamo pirla… E mi sento parecchio pirla pure io, quando mi caccio in situazioni simili, pur senza volerlo. Ho sempre la sensazione di essere l’unica a preoccuparmene, ma siamo su una strada di alta montagna, abbiamo bici di metallo o carbonio sotto le chiappe e siamo nel bel mezzo dei fulmini. Non che io mi senta così tranquilla. Eppure, non c’è alternativa: fermarsi qui, o meglio, in luogo riparato, aspettando che spiova, è troppo rischioso. Primo, perché, fradici come siamo, iberneremmo in pochi minuti, a star fermi. Secondo, perché il rischio è che il temporale non abbia alcuna intenzione di levar le tende per alcune ore. Bisogna andare, alla svelta, almeno per quanto possibile.

Però, per me, la sosta ad Estenc è d’obbligo. Sono stanca, ho fame ed ho la borraccia vuota. Per qualche istante, la pioggia concede una tregua. Il punto di ristoro è su un piazzale, di fronte ad un bar i cui avventori ci guardano con commiserazione. L’olandese è qui, ancora in maniche corte, ma lui non fa testo.

Riparto un po’ prima di Matteo, sotto la pioggia di nuovo battente. Sei o sette km, da qui al Col de la Cayolle, con l’acqua che corre lungo la strada. Mi sforzo di non pensare alla discesa; in effetti, in questo momento sono più preoccupata per i fulmini. Insisto con Matteo perché vada su più in fretta e scenda. Provo a fare appello al suo lato razionale: io non ho bisogno di nulla; non c’è alcuna ragione sensata per cui lui debba pedalare più piano di quanto potrebbe, raffreddarsi ed affrontare poi la discesa in condizioni ancor più malagevoli. Capisco le buone intenzioni, ma davvero, non serve! Niente da fare, rimane qui.

Pazienza. Proseguo con le forze che mi restano, in realtà meglio di quanto pensassi. Ad un paio di km dal colle, la pioggia riduce l’intensità. Sulle cime in lontananza, sembra quasi di vedere una spruzzata di neve. La speranza, però, dura poco: dal Col de la Cayolle, quando la discesa inizia, l’acqua torna a scrosciare.

Stavolta sì, Matteo si porta avanti, anche perché per me sarà un calvario. Mi attacco ai freni, benedicendo per la millesima volta i freni a disco, che in queste condizioni funzionano proprio come sull’asciutto. Con i pattini, avrei potuto scendere a piedi. Il guaio è che le mani, nel giro di pochi minuti, sono rigide per il freddo. Gli occhiali, in discesa, si bagnano, non c’è nulla da fare: la mia visuale diventa opaca, incerta. Valutare le distanze è un rebus. Del resto, se li levassi, a parte l’acqua che finirebbe diretta negli occhi, non vedrei proprio un tubo. E’ terrore, sia pure ancora sotto controllo. La strada che, sul lato destro, su cui io dovrei viaggiare, pende più decisa verso il baratro, mi dà un senso di ribaltamento che so essere del tutto irreale, ma non riesco a combattere. Così finisco per viaggiare in centro strada oppure, quando la visibilità lo permette, addirittura a sinistra, pianissimo. Vedo, però, che la maggior parte degli altri ciclisti non è in condizioni molto migliori. Supero una coppia ferma e palesemente in difficoltà per il freddo: non ho modo di aiutarli, perché già io stessa, quanto a vestiario, sono arrivata del tutto impreparata per questa situazione.

I primi dieci km di discesa sono un calvario, su strada stretta e spesso con fondo in cattive condizioni. Per fortuna, passano ben poche auto e moto. Andare al colle, in questa condizione meteo, non è un’idea geniale.

L’ultimo tornante e poi, finalmente, il ponte e l’abitato. Da qui sono ancora venti km, quasi tutti in discesa, ma la strada è migliore. E la pioggia sembra essere cessata, anche se il cielo è ancora gonfio di nuvole. Alcuni tratti di lieve risalita mi aiutano a riprendere un poco di calore ed a smaltire la paura. Quanto a smettere di tremare, ci vorrà un po’.

Incrocio Matteo che sta risalendo per un tratto. Qui, parecchio più in giù rispetto ai 2.300 m del colle, fa già meno freddo. Mollo i freni e ci avviamo giù verso il canyon, passando ora sul lato sinistro, ora sul destro su una serie di ponticelli in pietra. Un SUV ci resta al seguito per chilometri e, quando finalmente trova spazio per sorpassare in sicurezza, va e ringrazia con le doppie frecce Matteo che gli ha fatto segno di strada libera, superandoci comunque con tutte le cautele. Che dire, proprio come in Italia!

Negli ultimi km, la pioggia torna a cadere, ma pazienza, ormai è fatta. Son già passate le quattro del pomeriggio: il tempo limite scade alle cinque e mezza. Non è che noi se ne avanzi molto! Ma ben presto siamo ad Uvernet, a pochissimi km da Barcellonnette. Si riprende a pedalare. Solo alle porte del paese, mi ricordo che il punto di arrivo non è nello stesso luogo della partenza: bisogna raggiungere un campeggio nei pressi della Gendarmerie, ma il percorso è ben segnato. Matteo si mette davanti e fa strada, mentre io arranco al seguito. Dopo un’ottantina di rotonde, finalmente ci arriviamo: sarebbe una sistemazione splendida, se solo non piovesse. Cavalletti per sistemare le bici, tipo triathlon e, come ristoro, un vassoio diviso a settori, con coperchio trasparente e, all’interno, pasta, focaccia, salame e prosciutto, pane, crostata, frutta. Mannaggia a me che non capisco molto di francese e non mi accorgo che Matteo rifiuta i bicchieri di vino. Col freddo nelle ossa, sarebbe stato un toccasana…

Ci ricoveriamo a mangiare nel salone interno, senza smettere di tremare. Eppure, tutti quelli intorno a me si comportano come se prendere secchiate d’acqua sia la cosa più normale ed indolore del mondo… Mangio volentieri, ma con l’incubo di dover macinare ancora un km in bici per tornare all’auto. Soprattutto, di doverlo fare uscendo da qui, dove sembra di percepire un pochino di tepore, e ributtandomi sotto l’acqua. Nessun problema: nel frattempo, ha smesso di piovere.

Torniamo all’auto e ci cambiamo come possiamo: nessuno dei due ha pensato di portare un paio di pantaloni di ricambio. Pazienza: resteremo umidi, confidando nel caldo torrido piemontese.

Nel frattempo, abbiamo impacchettato alla bell’e meglio le fette di salame e di prosciutto: saranno un gentile omaggio del Tour de 3 Cols per i miei cagnoni.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!