5 aprile 2010 – Pasquetta al Col de Turini

Passo il dito sulla carrozzeria della Opel: da lontano, sembrava ricoperta di goccioline d’umidità… Invece non si tratta solo di umidità; è ghiaccio bello e buono. Sono quasi le otto, la giornata si annuncia limpidissima e siamo a quattro km da Breil Sur Roya, lungo la strada per il Col de Brouis: ad un tiro di schioppo dal mare, ma, a quanto pare, l’inverno non se ne cura e continua a rosicchiare i giorni che il calendario ha già da un po’ destinato alla primavera. Rabbrividisco: questo spaccato di valle, con gli ulivi, le mimose appena fiorite, la terra secca e ciottolosa le case dai colori sgargianti, stride con il rigore della temperatura. Il sole non ha ancora scavalcato la corona delle montagne qui di fronte, ma la luce intensa che spunta lassù testimonia che non sarà necessario attendere ancora molto.

Seguo Matteo, già col naso puntato verso la colazione. Un po’ di inquietudine serpeggia già sotto pelle: non è stato proprio possibile ottenere di poterci sedere a tavola prima… Ma colazione alle otto significa che, tra pasto e preparativi vari, non saremo in sella prima delle nove. E di tale bestialità non riesco proprio a capacitarmi, io che ho come regola prima, sempre, quella di partire presto. Che sia un’uscita di poche ore o dell’intera giornata, in bici o a piedi, mi sento in pace con me stessa solo se metto il naso fuori insieme al sole, o magari lo precedo un po’. Mi sforzo di fare buon viso a cattivo gioco, anche quando Matteo tenta una conciliazione amichevole, “Ma dai, che vuoi che sia, abbiamo l’intera giornata, possiamo prenderla con calma…”. Mi guardo intorno: caso vuole che non ci sia alcun oggetto contundente abbastanza pesante a portata di mano. So benissimo che ha ragione; del resto, non ricordo di aver mai sentito pronunciare da lui parole che non fossero piene di buonsenso. Però fatico ad accettare anche il più banale motivo di turbamento della mia tanto cara routine. Sacrosanta l’osservazione per cui non val la pena di farsi il sangue gramo per cose di poca importanza: il guaio è che la bici, inaieme alla corsa, è, per me, fulcro dell’intera esistenza…

La madama della chambre d’hote ci accoglie con un profluvio di parole, ovviamente in rigoroso francese, con un accento, tra l’altro, diverso da quello a cui sono abituata. Riesco a comprendere quasi tutto, ma non mi azzardo a rispondere; mi lancio nel mio bieco francese solo in caso di vita o di morte. Indaga sul motivo per cui siamo capitati qui, sul mezzo con cui ci siamo arrivati: a sentire che Matteo s’è sobbarcato il viaggio da Genova, in bici, ieri, buona parte sotto il diluvio universale, esclama con tono davvero accorato: “La vache!”. E’ un bel personaggio, questa signora: un donnone, alta e non precisamente filiforme; un caschetto di capelli grigi, un grembiulone da cucina, un viso solare, allegro. Nonostante la mole, non è una di quelle persone obese e lente nei movimenti, tutt’altro; esprime dinamismo e decisione, nelle parole e nei modi. Mi piacciono i suoi gesti ed il suo modo di parlare entusiasta, con tono carico, quasi teatrale; se sapessi il francese, con questa signora ci sarebbe da chiacchierare per ore. Apprezzo davvero le persone che non cercano di darsi a tutti i costi un tono.

La cucina è semplice e molto accogliente; proprio davanti ad una bella vetrata, campeggia un tavolo imbandito di tutto punto e, nel centro, un vassoio con una decina di ampolle di marmellata, davvero per tutti i gusti. La marmellata è uno dei più efferati crimini contro l’umanità, o almeno contro la piccola fetta di umanità rappresentata dalla sottoscritta. Non mi sembra vero: vasetti di marmellata tradizionale, albicocca, fragola, prugne, ma anche ingredienti inconsueti, limone, cedro, mandarino, clementina, persino il rabarbaro. Roba da affondarci dentro il cucchiaio e ripulire ogni contenitore. I vasetti sono tutti aperti, qualcuno pieno, qualcuno a metà o al fondo: in Italia, si sarebbe già gridato allo scandalo, chiamato i NAS, l’ASL, la Protezione Civile e chissà chi altri; guai se non è tutto confezionato, sigillato, sterilizzato, monodose, usa e getta. Qui invece mi sento davvero a casa: ovvio, si usa un cucchiaio diverso per ogni ampollina e si evita di intingere il proprio cucchiaio direttamente nella marmellata, minimo sindacale di buona educazione; però, so che, se resta della marmellata in un vasetto, questa non sarà sprecata e gettata via; semplicemente, ricomparirà sulla tavola del prossimo ospite. Se c’è una mania che non ho è l’igiene: in effetti, sopravviverò anche a questa contaminatissima colazione.

Una fettina incandescente di sole spunta dalla cresta delle montagne: pochi secondi e la stanza è già invasa da una cascata di luce, calda, intensa. Il tepore è ancor più piacevole per effetto della vetrata. “Vi dà fastidio la luce?”. Nemmeno per sogno; come osserva giustamente Matteo, io adoro il sole. Le prime parole che gli sento pronunciare da quando ha attaccato la colazione: vedo i livelli della marmellata nei barattoli scendere a velocità impressionante, manco ci fosse un buco sul fondo di ciascuno ed una pompa aspirante sotto il vassoio. Stessa fine tocca al pane caldo, nel cestino, ed alle confezioni monodose di burro. Tale e quale ad un buco nero, quest’uomo fagocita qualsiasi cosa che gli passi accanto, con un solo criterio di scelta: che sia vagamente commestibile. La padrona di casa si accosta, di tanto in tanto, al tavolo; sembra divertita; ci raccomanda di fare il pieno, visto che la giornata in bici ci costerà parecchie energie. Ma, nel caso di Matteo, è come esortare Valentino Rossi a spingere la sua moto al massimo per vincere un Gran Premio… Non c’è alcun bisogno di simili consigli. Il pane è sparito, il cesto piange e quel pozzo senza fondo che mi ritrovo accanto ha anche il coraggio di chiederne una seconda dose. E’ pur vero che la signora Ginette non s’impressiona, ma dico io, un minimo di contegno! Così, io passo per quella che non mangia… Certo, è noto che, in mezzo ai ciechi, gli orbi sono quelli che ci vedono. Ho fatto l’assaggio di tutte le marmellate dal gusto più amarognolo, le mie preferite; ho provato anche il rabarbaro, che però mi convince un po’ meno. Il vasetto al limone è senz’altro il mio prediletto. E ci darei fondo volentieri… Il fatto è che a me non riesce di abbuffarmi in un solo pasto; odio la sensazione di pancia piena e pesante. Di solito, uccido l’appetito con pochi bocconi; peccato poi che l’appetito torni di lì a poco, e che alla fine la somma dei bocconi trangugiati nella giornata finisca per superare, di gran lunga, la quantità di cibo che potrei incamerare facendo pasti regolari.
Dato fondo al caffè, terribile come solo i Francesi riescono a renderlo, attendo con pazienza che il truculento spettacolo che si sta consumando al mio fianco giunga al termine, godendomi i raggi del sole. Anche qui i vetri di casa sono tutt’altro che impeccabilmente lindi; mi consolo, pensando ai miei, che sono proprio smerigliati… La madama s’informa sui nostri mestieri: saputo che Matteo ha un negozio di articoli per la montagna, si fionda nell’altra stanza e ne riemerge con un plico di volantini pubblicitari, da mettere sul bancone accanto alla cassa, per i clienti. Questo sì che è spirito imprenditoriale!

Ci districhiamo a fatica dall’abbraccio goloso della colazione e da quello caloroso della proprietaria, per completare gli ultimi preparativi. A parte la smania per l’orario, abbandono con un po’ di rammarico questa bella stanza accogliente, semplice, con le pareti di due colori diversi, rosa acceso e giallo: sarà pacchiano, ma a me piacciono i colori allegri, anche sui muri di casa. Da me, però, ho ceduto volentieri l’incombenza della scelta a mammà: sfogliare la mazzetta dei colori e prendere una decisione sarebbe stata un’impresa al di sopra delle mie possibilità. Matteo osserva: “Meglio se ci spostiamo con l’auto un po’ più in là, che la signora non ci veda…”. Un attimo di incertezza e poi afferro il senso delle sue parole: sta pensando allo scatolone che contiene quel che è rimasto della cena di ieri sera, pane, formaggio, yogurt, marmellata e derrate varie che ho portato da casa. Sostiene di avere ancora fame… Io sono sempre più convinta che ci sia materia per uno psichiatra specialista in manie ossessivo – compulsive. Oppure che Matteo allevi con amore e dedizione un verme solitario delle proporzioni di un boa constrictor.

Sotto un sole ormai alto e limpidissimo, grazie al diluvio universale di ieri, abbandono la Opel su una piazzola a poca distanza dall’alloggio, in direzione di Breil; scarico la bici e parto all’inseguimento di Matteo, che è schizzato nell’altra direzione, pensando che io volessi parcheggiare più in su. All’inseguimento, si fa per dire; non mi potrei permettere un inseguimento, né in salita, né in pianura, né tantomeno in discesa, nemmeno se avessi nelle gambe lo sproposito di km che gli anni scorsi, ad aprile, avevo già accumulato. Figuriamoci adesso, che da gennaio arrivo a stento a mille km. Mi avvio con cautela, sbocconcellando una pagnotta nel vano tentativo di porre rimedio alla mia colazione forse troppo risicata: pessima idea, perché i bocconi non vogliono saperne di andare giù, asciutti come sono. L’ultimo svanisce quando sono già in cima al Col de Bruis. La prima salita in effetti è breve, sei o sette km, stradone ampio e pendenze dolci, con il conforto della luce calda sulla schiena. Da ogni zolla di terra spunta un fiorellino: primule, violette, nontiscordar. E poi lucertole che schizzano via al nostro passaggio. Poche auto di passaggio. Sulle cime, una spolverata di neve: è fresca di ieri. Sarà per questo che l’aria è gelida!

Dal Col de Bruis si vede il mare, vicinissimo. Una decina di km di discesa fino a Sospel: tiro su la cerniera del gilet, indosso i guanti e via. La pigrizia mi trattiene dall’indossare la giacca: batterò un po’ i denti, ma pazienza. Mi avvio, mentre Matteo imbandisce la tavola per il primo, cospicuo pasto della giornata. Mi raggiungerà senza problemi, dovesse anche spolpare un cinghiale in umido. Discesa morbida e tranquilla come la salita, non fosse per i tratti in ombra che mi levano il respiro; qualche curva, lungo rettilineo, ancora curvoni ampi. A quest’ora del mattino, lo stacco tra la luce e l’ombra è ancora nettissimo, quasi da dar fastidio agli occhi.

A Sospel c’è vita, gente che va e viene con le borse della spesa. Il profumo di pane e dolciumi invade l’aria. Una volta tanto, respingo senza troppa fatica il desiderio di boulangerie: guardo la vetrina e passo… Non così il mio compagno di viaggio. Ci fosse ben Sabrina Ferilli in perizoma in mezzo alla strada, le passerebbe accanto senza nemmeno alzare un sopracciglio. Ma, di fronte alla vetrina della panetteria, colma di ogni meraviglia culinaria possibile ed immaginabile, si volta e s’inchioda come il mirino che ha puntato il bersaglio. Come la freccia del navigatore satellitare quando si arriva a destinazione. Come il segugio da ferma, con la zampa anteriore sospesa e il naso fremente. “Vuoi qualcosa?”. Prima che la mia voce giunga alle sue orecchie, è già stato inghiottito dalla porta d’ingresso. Ne esce con un sacchetto che infila in una delle infinite tasche del suo bagaglio. Scongiurato, anche per oggi, il pericolo della morte per fame, possiamo ripartire, in direzione di Moulinet e della salita al Col de Turini. Salita lunga e dolcissima; da Sospel, oltre venti km. E’ vero che si sale a milleseicento metri, e più di venti km possono sembrare tanti… Ma bisogna considerare che si parte poco più in su del livello del mare! Anche qui, l’asfalto è eccellente; la pendenza più o meno costante, non certo proibitiva, nemmeno per me che ultimamente patisco e sbuffo contro la forza di gravità. Tornante sopra tornante, ci addentriamo in un ambiente di roccia, terra bianca e vegetazione da clima caldo, com’è caldo il sole, e muretti e parapetti in pietra, e il fiume giù in fondo, alla nostra destra. In alcuni tratti, il parapetto s’interrompe; lo sguardo piomba giù, proprio in fondo… Colori chiari, verdi accesi delle prime foglie. I tornanti son quello che rende meravigliosa questa salita; attenuano la fatica, mostrano il dislivello. E poi la quiete perfetta, il silenzio rotto solo dai cinguettii e dal rumore lontano della corrente. Beatitudine è la parola giusta.

Superiamo l’abitato di Moulinet e continuiamo la salita. Il sole non ci abbandona, ma l’aria sulla pelle è sempre più fredda. Un alito di vento fa rizzare la pelle d’oca, nonostante la fatica. I cartelli a bordo strada segnano ogni km; sappiamo sempre quanto manca. Ma basta osservare la vegetazione: quando fanno la loro comparsa le prime conifere, vuol dire che non siamo lontani dalla vetta. E, con i pini, anche le prime chiazze di neve. La temperatura è precipitata; le cime qui intorno, ora più vicine, sono imbiancate. Va tutto bene, finché… Proprio ciò che speravo di non vedere: neve anche sulla strada. Uno strato sottile, ma sufficiente a farmi desistere all’istante da qualsiasi tentativo di passaggio. Traboccante di disappunto, scendo di sella e mi avvio a piedi, fiduciosa che si tratti di poche decine di metri un po’ jellati. Matteo prosegue pedalando, come se nulla fosse.
La mia flebile speranza si dissolve appena girato il curvone: neve, ancora neve, per tutto il tratto che riesco a vedere. Matteo è sparito. Il disappunto trasfigura in rabbia. Pensieri omicidi mi agitano i pochi neuroni, mi sembra di sentirli borbottare come una caffettiera, e si alimentano e si coltivano l’un l’altro. Ma tu guarda, si può essere più idioti? Con tutto il caldo della Costa Azzurra a disposizione, con tutte le millemila salite accessibili in questa zona, proprio quassù dobbiamo venire a cacciarci? Proprio sull’unico tratto di strada coperto di neve? Procedo con cautela: le scarpe da bici con le tacchette non sono esattamente il tipo di calzatura consigliato per far presa sul ghiaccio, e qui purtroppo non manca nemmeno quello. Trascino la bici, mentre la neve sollevata dalle ruote si accumula sulle morse dei freni, e covo propositi efferati. Matteo è sparito… No, eccolo, se ne sta seduto comodamente sul muretto, a bordo strada. Tanto per cambiare, mangia. “Se incontro un altro tratto così, io torno indietro”, sbotto. E, approfittando del tornante illuminato dal sole, risalgo in sella, ingenuamente fiduciosa nel futuro. Tempo di girare la curva e sono daccapo: altra neve, altra strada da macinare a piedi. Due km al colle. Il mio umore subisce un crollo verticale, un salto con l’elastico da un altissimo ponte, ma un elastico al limite della rottura. Chissà quanto tempo mi ci vuole per arrivare fino al colle. E poi chissà che disastro la discesa, sarà nella stessa condizione, se non peggio. Il freddo mi morde le braccia e le spalle, ma la furia è talmente cieca che il mio unico pensiero adesso è sbrigarmi, salire, levarmi di qui. Matteo procede, sempre pedalando, mentre io incespico, e più mi arrabbio, più m’inciampo. L’idiozia della situazione mi è insopportabile. So benissimo che il mio compare non ha alcuna colpa, o meglio, non ne ha certo più di quanta possa averne io, che il Turini l’ho già bazzicato in lungo ed in largo, più o meno ad ogni stagione. Non ci voleva Einstein per immaginare che quassù avremmo incontrato la neve. Ma questo è uno di quei momenti in cui perdo il senso della misura. La furia che mi assale per il tempo che sto perdendo, per la paura di ciò che troverò in discesa, è tale da farmi provare quella necessità incontenibile di trovare un capro espiatorio, e rovesciare su di lui qualcosa che sì, in questo momento è molto vicino all’odio. Uno dei tanti lati maledetti del mio carattere: capita a volte che io scateni tutta la cattiveria di cui sono capace proprio sulle persone che meno lo meriterebbero, perché sono quelle poche, pochissime che per me sarebbero capaci di qualsiasi sacrificio. Capitava, in realtà; è un tratto che per fortuna, crescendo, ho imparato a sopire, a dominare. Ma oggi faccio fatica: sbotto, apostrofo con rabbia il povero Matteo, che non reagisce e si allontana, senza sapere che, così facendo, rinvigorisce il fuoco che tormenta i miei nervi. Del resto, non potrebbe calmarli in alcun modo. Solo io posso evitare il peggio. La tentazione, fortissima, è quella di mollarlo lì, girare la bici, tornare giù, senza dirgli nulla; la sensazione è che la giornata sia ormai irrimediabilmente persa, rovinata, gettata via. Pesto i piedi, penso alle mie tacchette che di certo non godranno del trattamento, mi dibatto nella guerra tra furia e quel poco di buonsenso: “Morditi la lingua, Gian, non dire quello che stai pensando… Lo sai, sono cose senza senso, cattiverie gratuite che tu ti pentirai in capo ad un’ora di aver detto, e te le dimenticherai, perché sai che non avevano alcun fondamento. Ma per lui saranno coltellate; lui sì, avrà sempre il dubbio che tu ci credessi davvero, e lo sai, non lo merita, davvero no, mai e poi mai”. Incredibile, come il mio neurone solitario sia capace di portare avanti due discorsi silenziosi completamente opposti l’uno all’altro. Il colle mi sembra lontanissimo; interminabile questa marcia forzata al freddo. Rabbia ed umiliazione che covano senza sosta. Ormai non ci provo nemmeno più, a levar la neve dalle morse dei freni e dalle tacchette. Che s’accumuli; in cima provvederò…

Infine ci arrivo, alla vetta. Matteo è lì, silenzioso, ben consapevole del mio stato d’animo, e preoccupato. Ne ha ben donde. “Da che parte dobbiamo scendere?”, ringhio. Mi fa segno. A questo punto, sì, gratto via la neve a forza di dita. E provo a frenare per asciugare i cerchi: in questo stato, è come se i pattini dei freni non esistessero. Per giunta, le tacchette non ne vogliono più sapere di agganciarsi ai pedali. Matteo prova ad offrire la sua collaborazione: ma, furiosa come sono, non lo lascio nemmeno avvicinare. Parto senza vestirmi, le scarpe appena appoggiate ai pedali, le dita avvinghiate alle leve dei freni, il terrore in ogni muscolo del corpo. Se solo fossi capace di sbarazzarmi anche dell’ultimo barlume di dignità, mi metterei a piangere, ad urlare… Ma la priorità, adesso, è scendere di qui e portare la pelle a fondovalle. Fa un freddo insopportabile, e c’è neve, anche qui. Stesso copione: giù dalla bici, si procede a piedi, con la differenza che, in discesa, scivolare è molto più facile. A piedi, a piedi e ancora a piedi; mi sembra di camminare da ore, ma è la rabbia che dilata la realtà. Il mio temerario compagno di viaggio azzarda un “Questo è il versante più esposto al sole”: come no, lo vedo, infatti si potrebbe scendere con gli sci… Non si rende conto, il poveretto, del rischio enorme che sta correndo, a camminare così sul filo dei miei nervi tesi allo spasimo. Dal fondo del mio baratro di sconforto, voglio solo arrivare giù ed infilare la via più breve per tornare all’auto, e di lì a casa, all’inferno il giro in bici, la vacanza, la giornata di sole e sì, lui, soprattutto lui.

Poi le chiazze di neve pian piano si diradano; la strada torna praticabile, si apre al sole ed alla meravigliosa vallata verso La Bolléne Vesubie; la strada è un filo sottile che taglia la vegetazione fittissima e verde; morbide curve una sopra l’altra, che scendono giù a fondovalle. Il freddo è intollerabile; mani, spalle, torace, schiena, tutto ghiacciato, per non parlare poi dei piedi, che ormai non sento quasi più. Pian piano i cerchi asciugano, la frenata diventa più salda ed efficace. E le orecchie, non le vedo ma lo so, fumano, come una pentola a pressione. La rabbia sbollisce, si scioglie al sole, pian piano, ma inesorabilmente. Matteo se ne accorge, mi consola: “Vedrai, adesso scendiamo giù, poi facciamo un bel giro e la giornata va a posto”. Chissà com’è, avere a che fare con un carattere come il mio, nei momenti in cui dà meglio del peggio di sé. Se toccasse a me, non mi sopporterei, poco ma sicuro. Se qualcuno se la prendesse con me, e mi sbattesse in faccia l’intenzione di abbandonare il giro e tornare a casa, lo ripagherei con la stessa moneta: “E vai, chi ti trattiene? Vai dove ti pare, vai al diavolo!”. Di certo non saprei reagire con condiscendenza a chi mi avesse appena aggredito, proprio come ho fatto io poc’anzi. Una scena isterica bella e buona, ecco cos’è stata, anche se, in cuor mio, so che ho dato sfogo ad una minima frazione di quel che sentivo… Mi vien quasi da ridere, se penso al collega ciclista che, tempo fa, mi ha proposto di aggregarmi al suo viaggio in Ladakh in mountain bike, il prossimo agosto. Secondo lui, potrei essere una delle persone più adatte ed adattabili ad una strapazzata del genere. Proprio io, che do di matto di fronte ad un po’ di neve. Per carità, finirei per essere un peso, una mina vagante da tenere a bada. Robusta forse sì, ma affidabile come una boccetta di alcool accanto alla fiamma del fornello.

La lunga, bellissima discesa prosegue oltre La Bollene; quando giungo al fondo, sono assiderata. Un attimo di pausa per consultare la cartina, per abbattere a fucilate ogni residuo di inutile orgoglio e dire “Mi dispiace”: “Sorry seems to be the hardest word”, canta Elton John. La colonna sonora più appropriata…
La risalita lungo la stradina secondaria, verso Loda, dissolve quel che resta delle ultime nubi. Un po’ di sangue riprende a fluire nelle membra irrigidite, e un po’ di appetito. Sopra le nostre teste, spunta all’improvviso un lunghissimo ponte sospeso: una campata infinita di assicelle tenute assieme da funi, ad un’altezza inquietante; roba che mi agghiaccia, anche a guardarlo da qui, le ruote saldamente ancorate alla terraferma. Non ricordavo d’averlo visto, anche se da qui son già passata: ma forse è una di quelle immagini traumatiche che la mente rimuove per autodifesa. Sgranocchio una barretta. Ancora la roccia chiara, i fiori, le prime foglie; la chiesetta e le poche case accanto a quel che sembra un colletto. In realtà, la breve discesa che segue è un inganno; la salita continua, sette, otto km fino al Col St Roch. Pure quello, un colle fasullo. Sfiliamo con molta cautela accanto ad un gregge di pecore, seguito dal pastore comodamente alla guida del suo furgoncino; non ci sono più i personaggi caratteristici di una volta… Risaliamo il fianco di una vallata brulla, deserta, quasi inquietante, un’atmosfera sinistra. La fatica si fa sentire; salgo un po’ in silenzio, misurando le pedalate, in compagnia dei cippi impietosi che sempre mi ricordano quanto manca al colle. Troppo.

Il Col St Roch non è un colle. La strada smette di salire, questo è vero, ma il fatto che poi scenda o meno dipende dalla direzione che si imbocca all’incrocio. Nel nostro caso, non si scende affatto; Matteo consulta rapidamente la cartina ed indica la direzione di Peira Cava. Verso l’alto, quindi. “Vuoi il pain au chocolat?”. No, grazie, per ora non ho fame. Non è vero, ho fame eccome, ma non ho voglia di sbocconcellare. Si torna a salire, sotto un sole quasi caldo. Non so se la strada penda sul serio, o se sia colpa dei pochi km nelle gambe da gennaio; fatto sta che i pedali non ne vogliono proprio sapere di andar giù. In compenso, il mio morale, oggi già duramente provato, ci va, giù, eccome. Questa fatica così pesante, senza risultato, mi abbatte. “Se trovassi qualcuno che me le compra, gliele darei tutte, le bici. Almeno, così, risolverei il problema alla radice”. Lo sconforto è di quelli che niente e nessuno possono consolare. Povero Matteo, sto rendendo la giornata infernale anche a lui. “Siamo qui in un posto bellissimo, io credevo di farti fare un bel giro…”. Lo so, me ne rendo conto, mi dispiace, ma che posso farci? E’ desolante dover spremere tanta fatica per un risultato così modesto. Mi sembra davvero di non riuscire più a spingere per nulla. Sarà forse vero, come dice Matteo, che “vado come al solito”: quel “come al solito”, però, mi costa uno sforzo triplo! E l’orribile sensazione di non riuscire ad arrivare a fine salita.

Un bivio inatteso compare a spezzare la mia agonia. Peira Cava si vede in lontananza, ma non è la nostra destinazione. “Andiamo qua, e poi qua, e poi da Sospel al Col de Brouis, e poi all’auto. Sono circa centoventi km, ma molto densi; a me basta così”. E non so se gli basti davvero, o se lo dica solo per confortare me, che vorrei andare ben più avanti, ma, mi duole ammetterlo, sono cotta come una pera. So bene che lui potrebbe proseguire più o meno all’infinito. Ha duecento e passa km nelle gambe, percorsi solo ieri, con un tempo da tregenda, e in questo momento non lascia trasparire il minimo segno di stanchezza. E’ semplicemente inesauribile.
Svoltiamo a destra, verso Luceram, e poi ancora, dopo un primo tratto in discesa, a sinistra, in direzione di Sospel. Questa strada, un po’ malconcia, raggiunge, con qualche tornante, un ampio pianoro verdissimo. In mezzo al tratto di strada pianeggiante, campeggia un cartello: “Col de l’Orme”. I Francesi sono davvero speciali per inventarsi i colli dove non esistono… Ha un bel dire, Matteo, che un colle sta sullo spartiacque, non è necessariamente un punto in cui la strada arriva su e poi scende giù. Sarà pur vero che io ragiono dal punto di vista, miope, del ciclista… Ma questa storia non mi convince. Trangugio il pain au chocolat che il mio fido e paziente compagno ha estratto dallo zaino con movimento da funambolo; a me riesce già difficile tenere una mano sul manubrio e con l’altra ingozzarmi senza disperdere troppe briciole… La salita al Col de Braus è bella, più selvaggia delle precedenti; la strada è sconnessa, tutta una buca, sassi e detriti. La luce si fa pian piano più gialla, le ombre s’allungano. In cima, Matteo consiglia premuroso la giacca: ora che so che il pericolo è alle spalle, che la mia paura folle non ha più ragione di esistere, obbedisco anche a ciò che non è un ordine, docile come un cagnolino, consapevole della coscienza sporca e della riabilitazione che dovrò sapermi conquistare. Destinazione Sospel, lunga discesa in buona parte in ombra, da quota mille fin giù. Meravigliosa e gelida: per trovare il coraggio di levar la giacca, devo attraversare Sospel ed iniziare la risalita al Col de Brouis. Questa volta, uno sguardo alla boulangerie lo lancio anch’io: sembra ancora aperta… Ma dai Gian, ci sono ancora le provviste in auto. Una decina di km e sei su. Coraggio. Prendo un po’ di vantaggio su Matteo, dedito per l’ennesima volta alle libagioni. Passo cauto e misurato, mi sento di andar bene; la pendenza qui è davvero gentile. Risalgo pian piano, curvone dopo curvone; l’ombra ha già inghiottito buona parte del percorso. Le pietre a bordo strada scandiscono il passo. Matteo mi raggiunge di gran carriera; prosegue con lo stesso passo: chissà da quanto mordeva il freno, poveretto… Meno quattro km, meno tre. Il rettilineo da cui si vede già il colle, poi gli ultimi tornanti. Sarebbe bello aver lasciato l’auto quassù, arrivare in cima con il caldo addosso della salita e rifocillarsi agli ultimi raggi del sole, protetti dalla lamiera dell’auto. Ma di sole, quassù, se ne vede ormai poco. In compenso, si vedono il mare e dei rilievi imbiancati oltre il mare: sogno o son desta? Che montagne sono, quelle? Approfitto del fatto che il mio compare, già arrivato in vetta, mi torna incontro, per chiederlo a lui. Dopo aver studiato l’orientamento del sole e campato in aria ipotesi più o meno credibili, concludiamo che possa trattarsi delle Apuane, sì, forse…

In cima, ultimo pieno alla borraccia, per avere un po’ d’acqua nel lungo viaggio di ritorno, in auto. Poi giacca, guanti e si scende: sei km di discesa ora del tutto in ombra. Matteo s’impossessa della chiave dell’auto e schizza via: i morsi della fame devono essere ormai inarrestabili… Chissà se troverò ancora la Opel, o se l’inceneritore si sarà già spazzolato pure quella? Un po’ i freni, a dire il vero, li mollo anch’io, ma solo perché ho freddo. Non mi manca, però, l’ultima emozione della giornata. Un paio di tornanti più sotto, vedo due auto ferme, con le quattro frecce, e gente che armeggia lì intorno. Un attimo di puro terrore: e se… Scendo con il cuore in gola, il respiro che s’è mozzato e non riparte più, la paura folle di vedere una bici a terra. Mi avvicino, mi guardo intorno, nulla di tutto ciò: un triangolo, forse solo un banale guasto, facce nervose ma non così preoccupate. Scivolo via sollevata, ma ci vuole un po’ perché il sangue torni a scorrere fino in fondo alle dita. Case, giardini, fiori e cancelli, fino al ponticello. Eccola là, la fida vettura. Matteo ha già sparpagliato a terra il bagaglio, per mettere su le bici e poi riordinare. Sembriamo una carovana di giostrai accampati qui, a bordo strada, alla bell’e meglio. Marmellata, cioccolato, pane, va tutto bene per placare i morsi della fame. A casa ci attendono i ravioli alle erbette, ma sono ancora troppo lontani…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!