5 dicembre 2009 – Corsa serale al buio

Le sei e mezza di un odioso pomeriggio di dicembre, quando, a quell’ora, è già buio pesto da un pezzo. Buio, freddo, nebbioso. A casa, al calduccio di un termosifone, con davanti una tazza di caffé, e la testa che quasi quasi vuol crollare sul tavolo. Nelle ossa ancora il freddo pungente del giro in bici di oggi, un centinaio di km su e giù per il Roero: insomma, non si può dire che abbia battuto la fiacca. Se adesso mi buttassi sul letto, sono sicura che piomberei nel sonno all’istante.

Però, ho appena visto, accompagnando Skipper nella sua passeggiata in giardino, un cielo stellato che più non si può. Aria gelida, pungente, limpida. A nanna? Ma sono proprio sicura di voler andare a nanna? Mi rimbomba in mente quella pubblicità della Nike, quella che mi ha girato Isacco via mail: ormai è la mia ossessione, mi si è tatuata in mente, la ripeto e la ripenso ovunque, comunque, con chiunque. “Riposare un po’… Sarebbe stato bello. Tv a letto, bello. Colazione, un bacio, sarebbe stato bello. Bello però… Non ti farà vincere nessuna partita. Mai!”. Parole scandite con voce bassa e tono solenne; il video suggestivo di un calciatore famoso che corre in mezzo ad un bosco infinito, insomma una miscela esplosiva per la mia mente semplice e troppo impressionabile. Mi scuoto dal torpore, mi alzo: “Vado a correre, a Ceresole”. Mia mamma, passata da me prima di cena, sta leggendo distrattamente una delle innumerevoli riviste disperse sul tavolo della mia cucina. Il bello di un tavolo enorme è che puoi appoggiarci sopra di tutto e dimenticartelo, salvo poi ritrovarti una specie di discarica di rifiuti tossico nocivi in mezzo alla cucina. Alza gli occhi, perplessa: “A correre? Adesso?”. Son già in camera, a frugare nello scatolone dell’abbigliamento per la corsa. “Sì, adesso”.
Ormai non prova nemmeno più ad obiettare, povera donna. Mi prende come una verità di fede. “Ok, dammi notizie, ci vediamo domani”.
C’è di tutto nel mio scatolone. Non esistono armadi, né cassetti, per l’abbigliamento da sport: l’ideale è la scatola componibile di cartone, quella che si trova per pochi euro nei supermercati. Una sorta di buco nero che inghiotte tutto, maglie, pantaloni, guanti, calze, berretti, canotte, tutto. Cavar fuori da lì esattamente quel particolare capo che stai cercando è più difficile che vincere al Superenalotto; di solito ti accontenti di trovare qualcosa di simile, e quel capo lì, quello che stavi cercando, lo troverai magari per caso due settimane dopo, mentre starai frugando a caccia di tutt’altro.

Salto in auto verso le sette e mezza, non prima di aver tuffato un cucchiaio nel barattolo della Nutella. Si sa che per correre occorre energia, e poi la Nutella mi mette sempre di buon umore. Lo so, lo so, quella cucchiaiata l’avrò assimilata e resa utile sotto forma di energia quando la corsa sarà già conclusa da un pezzo, ma lasciatemi l’illusione… Per quale motivo macinare tanta fatica, se non per le gioie della gola?
Pochi minuti di auto, nel deserto: è appena l’ora di cena, ma potrebbe essere un’ora qualsiasi nel cuore della notte. A Ceresole c’è un po’ di vita sulla piazza centrale, davanti alla chiesa. Parcheggio accanto al Municipio; pochi preparativi, metto su lo zainetto e le varie bande rifrangenti, mi avvio. La prima folgorazione mi coglie dieci metri dopo: mannaggia, ho dimenticato la luce frontale. Ecco, complimenti, un vero genio. E mò? Rimugino mentre corro in fuga dal paese: che fare? Tentare il giro già programmato, in ogni caso, oppure ripiegare sullo stradone che va a Sommariva Perno, che di certo per un buon tratto è illuminato? Ma no… Son venuta fin qui per andare a correre sullo stradone? No, non ha senso. In fondo è sereno, c’è una stellata meravigliosa; chissà, magari, se sono fortunata, tra un po’ sorge anche la luna. E poi il tratto davvero buio è quello dei primi sette km, la strada “dei Gianin”, fino ai Berteri; di lì in poi, dovrebbe andar meglio. Proviamo; mal che vada, tornerò indietro con le pive nel sacco.
Il freddo pungente, alla rotonda appena fuori del paese, non si sente già più. La luce degli ultimi lampioni si fa sempre più fioca; sparisce alle mie spalle. Davanti, i fari di un’auto di passaggio e sagome: più o meno nere, sagome di alberi, di pali della luce. La riga bianca a bordo strada, ecco: devo seguire quella. Si vede appena, ma è sufficiente ad evitare di finire nel fosso. Affogare di notte in una bealera, non è esattamente la morte più gloriosa che si possa immaginare… Cosa si leggerebbe poi di me sui giornali? “I vicini affermano che era una ragazza schiva, strana, con equivoche abitudini notturne. Usciva spesso la sera, vestita da operaio dell’Anas…”. E non avrebbero nemmeno tutti i torti!

Bivio per la strada dei Gianin. Qui abbandono quel poco di vita che anima la via tra Ceresole e Casanova; d’ora in poi, almeno fino ai Berteri, se incontrerò due auto sarà già molto. Piena campagna, buio pesto e cascata di stelle: con un po’ di attenzione, qualche disposizione regolare riesco persino ad individuarla, anche se non saprei dare un nome alle costellazioni, per carità. Curioso, come io non riesca a mettere a fuoco le stelline più piccole se le guardo direttamente, ma possa invece vederle se punto gli occhi in un’altra direzione. Provo e riprovo il giochetto già noto, finché non mi accorgo che rischio la sbandata. Occhio, la riga bianca! Conosco questa strada come le mie tasche, di giorno; l’ho già percorsa anche al buio, ma in compagnia. Stasera è tutto diverso. Non c’è la voce della chiacchiera a coprire i rumori e distogliere la mente: le orecchie captano ogni fruscio, il “tap tap” dei miei passi, qualche foglia secca, delle più tenaci, quelle che non si erano ancora arrese all’autunno e si lasciano andare proprio ora, proprio quando passo io. Mi torna in mente la voce narrante di un bellissimo film di parecchi anni fa, “La leggenda del pianista sull’oceano”: il quadro resta lì, appeso al suo chiodo, per mesi, anni, decenni, e poi di punto in bianco, nessuno sa perché, “Crash!”, si stacca e cade a terra. Come le mie foglie, questa sera.

Per dirla tutta, non sono più così convinta della bontà della mia idea. La parte del vero uomo rude, che non teme nulla, non mi si addice… Sembra che i rumori si moltiplichino, si amplifichino; passo accanto alle gaggie e sento ora un fruscio improvviso, ora un colpo secco, ora il calpestio frenetico di qualche bestia che si allontana. Tanto più inquietanti perché, senza luce, non posso neppure tentare di individuare la causa del fracasso. Calma, Gian, sii razionale, cosa vuoi che ti succeda? Sì, ci sono senz’altro cinghiali qui intorno, ma s’è mai visto un cinghiale che attacca un podista? No… Almeno, non che io sappia. Però, per non saper né leggere né scrivere, meglio aumentare un po’ l’andatura, che fa anche bene all’allenamento.
Quando passo accanto alla prima cascina, scateno i latrati dell’intero allevamento di cani: spinoni, se non ricordo male; adesso non riesco a leggere il cartello.

Non è poi così buio, in fondo. La luce delle stelle c’è, eccome; in questo tratto che sembra un piccolo altopiano, vedo la strada e le sagome degli alberi e la nuvola che perennemente fa da cappello allo stabilimento dell’In.Pro.Ma., la fabbrica più puzzolente del mondo. Ma sarà poi una fabbrica? O un inceneritore, o chissà cosa? Ho già raccattato in giro le più fantasiose leggende intorno a questa specie di astronave di metallo e vetro, ecco, davvero stasera sembra un’astronave. Poco m’importa: mi turo il naso, passando nei paraggi; è più bello il parco recintato che c’è proprio lì accanto, in cui ogni tanto si possono vedere i daini. Incrocio un paio di auto: fari alti, rallentano, quasi spaventati, poi tirano dritto; chissà che ne pensano. Un altro, poco oltre, pensa bene di incollare il palmo della mano al clacson: ma che diavolo vuoi, pezzo di deficiente? Sei nell’altra corsia! Ed è ancora presto per essere ubriachi.
La rampetta oltre lo stabilimento: me la mangio in insalata. La paura mette le ali ai piedi ed ogni rumore improvviso è una sferzata ai muscoli, al cuore, ai polmoni. Coraggio, non manca più molto ai Berteri. Un’altra auto; in cielo, stelle a perdita d’occhio. L’ultima rampetta di questo tratto di strada e poi un po’ di pianura, con vista sulle luci della collina di Pralormo. E’ qui che all’improvviso vedo una grossa sfera rossa, luminosissima: anzi, non è proprio una sfera; è un po’ schiacciata da una parte. E’ la luna! Bellissima… In quelli che a me sembrano pochi istanti, sale su e si rimpicciolisce; peccato che, quando arrivo quasi alla frazione, non la possa più vedere, scomparsa dietro la collina.

Il mio passaggio mette in fuga precipitosa i cavalli nel recinto dell’allevamento dei Berteri: ma, se le povere bestie sono terrorizzate, io lo sono di più… Impiego qualche istante a capire che il fragore sordo arriva dagli zoccoli dei cavalli che, di giorno, pascolano pigramente nel prato; il cuore, d’istinto, è già impazzito. Scende giù giù nelle gambe una sferzata d’energia.
Anche qui, l’intera popolazione canina dei Berteri è in subbuglio al mio passaggio. Segue poi un chilometro abbondante, forse l’ultimo, di strada buia accanto alla boscaglia; ancora rumori, latrati incessanti, ancora fiato sospeso e timore. Ma le luci della frazione Capelli, alla mia destra, mi rincuorano un po’. Forse anche per questa volta non finirlò tra le fauci di qualche bestia nottambula e feroce. Però, me lo ripeto per l’ennesima volta: in giro, di notte, a correre, mai più. Durerà l’incrollabile proposito fino a domani mattina?
La salita dei Capelli mi regala caldo e un po’ di luce. Non c’è anima umana viva nei paraggi; solo rumori di forchette, luci alle finestre che si spengono. La cappelletta, la curva, la pendenza che si attenua tra i noccioleti, e ancora un po’ di piatto e poi l’ultima rampa. Mi sorpassano un paio di auto, rallentando a dismisura. Ora che sono un po’ più tranquilla, guardo le stelle, ascolto il battito regolare del cuore, mi compiaccio delle gambe che, nonostante la doppia fatica della giornata, si comportano egregiamente. Al bivio, appena prima della frazione San Grato, svolto a destra. Mancheranno, occhio e croce, otto, nove km, ma per me è come se fosse già finita. Di qui in poi, corro quasi sempre in mezzo alle case; una forma di conforto, anche se in giro non c’è traccia di essere umano. Solo il rumore dei motori delle serre riscaldate, l’abbaio di qualche cagnetto. Frazione San Bernardo, ancora spazio aperto e stelle; l’ultimo brivido, questo sì del tutto irrazionale ed insensato, quando passo accanto all’ampio recinto di una cascina, dove le mucche pascolano ancora a quest’ora. Una disavventura con una mucca, peraltro senza alcuna conseguenza, ha minato per sempre il mio rapporto con le mucche! Scruto, per quel poco che posso vedere al buio, i corpaccioni dei bovini; pare che nessuno sia interessato a me. Benissimo, tiriamo dritto prima che ci ripensino.

Un alito di vento scuote quel che resta delle chiome rinsecchite degli alberi; non si vede nulla, ma se ne sente il rumore. Un fruscio improvviso ed un’ombra piccola mi schizza davanti, rasoterra, scomparendo nel fosso a lato strada: forse un leprotto. Gli ultimi km sono leggeri saliscendi in mezzo alle cascine; dalle finestre si vede ancora qualche luce. In fondo non è così tardi. Qui però i cani da guardia sono già in sciopero. Le luci di Ceresole ormai sono vicine; tiro un lungo sospiro di sollievo: è fatta. E quasi mi vien da ridere al pensiero dell’assurda paura che ho avuto. L’unico risultato positivo è che, alle dieci e dieci, sono già di ritorno alla Opel. Però, credo che, la prossima volta, la frontale non la dimenticherò!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!