5 gen 09 – Prova percorso trail Rensen 2009

Lo prevede il manuale del perfetto “trail runner”, ossia del perfetto corridore in montagna, che però, detto all’inglese, fa ben più impressione: prima di partire per un allenamento, passate in focacceria e strafogatevi con la focaccia più unta e grassa e colante che riuscite a trovare. E noi, che siamo ligi alle regole e mai ci sogneremmo di sgarrare, obbedienti, raggiungiamo a naso la prima focacceria sulla piazza, da cui un meraviglioso inebriante profumo si spande per le vie del centro di Arenzano, e facciamo il carico glicemico, nonché lipidico, prima della grande avventura.

Matteo ed io abbiamo appuntamento, nella via centrale, alle otto in punto, con Lorenzo, il papà del Gran Trail Rensen a cui ho partecipato lo scorso ottobre: la nostra missione, oggi, è provare la bozza del percorso dell’edizione 2009, la versione corta.
Mentre sbraniamo i nostri pezzi di focaccia, osserviamo con un po’ di preoccupazione il fatto che la piazza è deserta e che, su di noi, incombono minacciose nuvole nere. E’ probabile che questo abbia scoraggiato gli altri candidati alla prova, ammesso che ce ne fossero: stanare qualcuno per correre, si fa per dire, quaranta km su sentiero il 5 gennaio è impresa titanica! Speriamo almeno che arrivi Lorenzo… Ma sì, figuriamoci se non arriva. Pochi minuti e sarà qui; giusto il tempo, per me, di guardarmi un po’ intorno, ammirare le case color pastello dalle geometrie più fantasiose, incastrate le une nelle altre per sfruttare ogni metro quadro di spazio disponibile tra il mare e la montagna.

Un attimo dopo, eccolo, anzi eccoli: Lorenzo con il suo bellissimo cagnone, Billi, musetto affusolato, fisico snello, pelo nero con le calzine bianche alle zampe anteriori, sguardo dolcissimo. Da mamma canina estremamente apprensiva come sono, mi preoccupo: ma ce la farà a far tutta quella strada? Ma non si perderà, non si farà male? Ma no, ha già sperimentato ben altre distanze, mi rassicura il suo amico bipede. Può darsi, ma non son così tranquilla per il piccoletto!

Tempo che il GPS al polso di Lorenzo prenda vita, e si parte, di buon passo ma, per fortuna, di passo, in direzione della stazione ferroviaria. Poi svoltiamo a destra, passiamo sul sagrato di una chiesa, dove Billi, al colmo dell’irriverenza, non trascura di lasciare dono del proprio passaggio, proprio mentre un fastidioso altoparlante ci rende, nostro malgrado, partecipi della messa che si sta celebrando all’interno: è un cane ed è pure anticlericale; insomma, mi sta sempre più simpatico! Rimossa ogni traccia, si riparte, su per una scaletta ed un sentiero, di gran carriera e menando la lingua: siamo freschi e riposati, quindi ancora baldanzosi. Ma è appena l’inizio! Mentre il GPS registra fedelmente ogni traccia del nostro passaggio, chiacchieriamo di tutto, di Billi e di trail. Lorenzo è davvero uno spasso, quando ci si mette; fa morir dal ridere! Il sentiero qui è facile, sale in mezzo al bosco, alle pigne, a qualche rovo che attenta all’integrità dei miei pantaloni; mi perdo nei racconti delle avventure corsaiole della guida, badando davvero poco alla strada: del resto, Billi la conosce benissimo; corre avanti e non sbaglia un bivio. Di tanto in tanto, si tuffa in mezzo alla vegetazione; di lì a poco, qualche metro più avanti, un gran trapestio di rami e foglie, un capriolo che schizza via terrorizzato, e Billi dietro, all’inseguimento. Ma per poco: obbediente al richiamo del padrone, torna accanto a noi, esile ma determinatissima vedetta.

Faccio il possibile per tenere alto il ritmo della camminata, per quanto posso: un po’ per non fare brutta figura, un po’ perché Matteo è sempre lì con gli occhi incollati all’orologio, ha il rientro obbligato per una certa ora e mi spiacerebbe causargli un ritardo.

Di tanto in tanto, il bosco lascia il posto a radure in cui sorgono case che sembrano isolate nel nulla, anche se da qui si vede il mare. Cos’abbia intenzione di riservarci il cielo, non si sa: le nuvole sono gonfie e scure, ma lasciano filtrare qualche pallido raggio di sole. La temperatura è gradevolissima, almeno per me e, credo, per Matteo: siamo reduci da due giorni di bici nei dintorni del Turini, a temperature sempre ostinatamente siberiane. Qui si sale senza giacca!

Gli argomenti di conversazione, che torneranno più volte nella giornata, tra corsi e ricorsi, son di quelli che mi fanno drizzare tutte le antenne: l’Ultra Trail del Monte Bianco, la Abbots Way, il Cro Magnon e tante altre avventure che Lorenzo ha vissuto e di cui io non perdo una mezza parola. Da chi ha esperienze di questo genere, non si può che imparare! Così, tendo le orecchie mentre gli occhi lavorano per evitare le minime asperità del sentiero che bastano, di solito, a condannarmi all’ingloriosa fine della pelle di leone… E non perdo occasione per ficcarmi nel discorso, più impertinente e curiosa che mai.

Il bosco d’un tratto sparisce, per lasciare spazio all’unica ma immensa bruttura della giornata: un gigantesco cumulo informe di cemento, un cantiere qui sul fianco della collina, reti e grigio e macchinari e cartelloni sbiaditi che illustrano la costruzione del complesso residenziale, mostro orrendo. Che sfacelo… L’importante è lasciarselo al più presto alle spalle e riprendere il cammino.

Anche se oggi non c’è tempo massimo né classifica, proprio non riesco a fare a meno di procedere concentrata, occhi a terra: anche perché, se non lo facessi, camminando a questa andatura mi inciamperei ad ogni passo. Troppo poche, così, le immagini che mi stampo in mente. Dei primi dieci chilometri di marcia, però, non posso non ammirare un meraviglioso vallone boscoso, che percorriamo in leggera discesa, mentre sulla nostra destra, giù in fondo ad un gran bel salto, scorre un torrente. Tutt’intorno, boschi incombenti su quello che per me, terrorizzata dalle altezze, è già uno strapiombo; però, che luogo da favola. Poi spuntano le prime case, un albero carico di limoni sgargianti in un giardino, fiori: in questo inverno così rigido e grigio, mi ero quasi dimenticata di quanto potessero esser belli i fiori!
Il sentiero ci conduce dal vallone alla civiltà, sotto forma di un piccolo nastro d’asfalto che si tuffa in mezzo alle case di una borgata, località Chicchelli. In realtà, asserisce Lorenzo, non avremmo dovuto arrivare fin qui, ma oltrepassare la borgata per un’altra via. Però, tutto sommato, questa variante non è affatto male, anzi. C’è un ortolano impegnato con la zappa, a qualche decina di metri da noi: detto fatto, ne sorge uno spassoso dialogo nella parlata locale. Poco sotto, un altro curioso incontro con un personaggio con salvagente a ciambella incorporato sotto al maglione: ci fa notare che, se avessimo preso l’auto, saremmo giunti alla nostra destinazione più in fretta… Ma no, caro il mio Einstein, lo sai che proprio non ci avevo pensato?

Undici chilometri son già alle spalle, quando risaliamo i tornanti della stradina asfaltata, passando accanto ad una mandria di mucche che ci osservano pigramente, senza capire. Non posso dar loro torto; certe volte non capisco nemmeno io. Però qui sono felice, e allora cosa importa capire?

Del percorso del Gran Trail Rensen, che pure ho corso solo un paio di mesi fa, ho un ricordo molto confuso; sarà che, in gara, non ci si può permettere gran che in fatto di osservazione del panorama, sarà che la traccia è ben segnalata e non occorre imprimersi alcuna immagine nella memoria. Fatto sta che stento a riconoscere i tratti che il percorso di oggi ha in comune con quello della mia gara, compreso un lungo rettilineo di stradina asfaltata dove, a ben pensarci, son passata, in corsa, in senso contrario, incrociando gli atleti impegnati nella versione corta del trail. Però, a ben pensarci, è vero: ci infiliamo giù per una scaletta ed oltre un ponticello e poi risaliamo un sentiero buio nel bosco, fino a sbucare sulla stradina. Billi, l’inarrestabile vedetta, si lascia distrarre da una sorta di spazzolone per pavimenti a quattro zampe che trotterella accanto al padrone: maschietti entrambi, si rasenta lo scontro!

Attacchiamo una bellissima salita ripida in mezzo agli alberi, dove i bastoncini, fin qui scarrozzati per me dal buon Matteo, tornano utili. Salgo a testa bassa, negando a me stessa la fatica, piantando con foga le punte dei miei ausili di metallo nel terreno ed aggrappandomici forte, per sfruttare anche la poca forza che ho nelle braccia: non so se si tratti di un vero aiuto o di un banale effetto placebo, ma sembra funzionare. Prima sentiero, terra, sassi, pigne, poi neve, prima qualche placca, poi qualche mucchio più serio, poi il ghiaccio, infido, sulla roccia. Ringrazio tra me e me Lorenzo che mi ha raccomandato i bastoncini. Qui la mia marcia si fa più goffa: sulla neve stento, alla lentezza s’aggiunge la mancanza di perizia; mi spiace creare problemi ai miei compagni di viaggio, soprattutto Matteo che guarda l’ora ogni due centesimi di secondo e si vede, che sembra star seduto sui carboni ardenti. Non riesco ad estorcergli la ragione di tanta fretta di tornare a Genova dietro il bancone del suo negozio, quando sa che oggi ci sarà il fratello disponibile ad aprire e che, comunque, secondo gli originali piani d’azione, poi sfumati, per queste vacanze, lui oggi avrebbe dovuto essere in Corsica… Ma è chiaro, evidente, lampante, che c’è almeno un secondo, un terzo ed un quarto fine: mi sa che la Monica Bellucci s’è improvvisamente scoperta alpinista ed oggi ha promesso di andar da lui a comprare il materiale! Va bè, allora è giustificato.

Il bosco cede il posto al prato, l’erba, definitivamente, alla neve. Il pendio ormai è solo bianco; il vento che soffia più impetuoso e freddo lascia intendere che siamo vicini a scollinare. Dove, non ne ho la più pallida idea; diciamo che, in questo momento, il mio principale obiettivo è cercare di stare in piedi e, possibilmente, procedere. Sono malferma, affondo, insomma, un disastro! Al contrario, Billi scorrazza avanti e indietro, una saetta nera visibilissima in mezzo al manto bianco.

Con mia gran sorpresa, eccoci in un punto che ben ricordo dal trail: la radura che si apre davanti al rifugio di Prà Riundo. Per la verità, il giorno della gara non ho minimamente sospettato l’esistenza di un edificio, lì a pochi metri da me: la nebbia era impenetrabile e le lenti dei miei occhiali bagnate mi rendevano più talpa di quanto già non sia nella vita ordinaria. Anche oggi c’è un po’ di nebbia, ma so che non è una minaccia; pare quasi l’effetto della polvere di neve sollevata dal vento. Ad ottobre, in questo preciso punto siamo giunti dopo una splendida salita nel bosco, sotto la pioggia; qui c’era un punto di ristoro. Oggi mi tocca anche resistere alla tentazione di una cioccolata calda al rifugio: ci fermiamo solo qualche istante, per indossare almeno una giacca. Siamo in cresta e tira un vento niente male; la temperatura qui è decisamente in picchiata.

Si vede, sulla sinistra, il mare. Percorriamo un tratto quasi pianeggiante, poi svoltiamo a sinistra, a seguire una pista che io, da sola, non sarei mai e poi mai in grado di scovare. Come facciano i miei due compagni d’avventura a dirigere con tanta sicurezza la marcia, lo ignoro. Sì, è vero, di tanto in tanto c’è un segno colorato su qualche roccia non coperta per intero dalla neve, ma non ne conosco il significato; se fossi sola, mi perderei senza alcun dubbio. Li sento parlare di un passo, di un Rifugio Argentea, ma mi limito a non perdere le loro tracce; l’orientamento, quello ormai è andato.

Lo spettacolo degli alberi innevati a metà mi lascia senza fiato: la forza del vento ha schiacciato la neve, su ciascuno degli sparuti pini cresciuti quassù, sulla metà della pianta, nel senso dell’altezza; ne risultano composizioni dalle forme fantasiose, quasi fossero viandanti che si proteggono con un mantello bianco. Ed anche la neve, sotto i piedi, ora non cede più; è gelata e coperta di aghi di ghiaccio, come gli aculei sul dorso del porcospino. Sullo sfondo di questa morbida distesa bianca, aperta, si intravedono le Alpi, ma per ora si arriva solo al Rocciamelone; il Monviso no, non si vede, celato dal fianco della montagna.

Ci lanciamo, si fa per dire, in discesa e poi nella lunga traversata, anche qui con pendenza leggermente favorevole, verso il Passo Tardia e, in particolare, verso la costruzione in pietra accanto a cui, durante la gara, era stato collocato il punto di ristoro più ricco. Qui ci separiamo: Matteo si lancia giù a mò di valagna lungo un sentiero sulla destra, per arrivare più in fretta giù ad Arenzano, mentre Lorenzo ed io proseguiamo fino al passo e, da lì, a destra, tenendo però il sentiero più dolce, anziché seguire l’impennata verso la cima. Peccato, quella salita sulla destra, la presunta – solo presunta!!! – ultima asperità del Gran Trail Rensen m’era tanto piaciuta!

La pendenza morbida favorisce la chiacchiera; il sole riscalda le ossa e fa venir voglia di togliere la giacca. No, meglio di no: girata la cima, tirerà ancora vento. Da ora in poi, solo più discesa, prima su sentiero, poi su mulattiera, dove mi sforzo di correre un po’, per abbreviare l’agonia di Lorenzo e Billi, che non ne potranno più di starmi dietro, a quest’ora! Il mio collega d’avventura mi parla ancora dei suoi viaggi, delle sue corse, dei suoi sogni: gira e rigira, siamo sempre lì… Più o meno tutti con il cuore rivolto alle stesse ambizioni.

La prima parte della discesa è su sentiero sconnesso, sassoso, terribile per me che rischio il volo a pelle di leone ad ogni passo. Poi ci s’imbatte nella visione più stramba dell’intera giornata: una carcassa d’automobile, abbandonata in un punto in cui un’auto non potrebbe mai e poi mai arrivare: c’è solo bosco ed un minuscolo sentiero! Che l’abbiano portata qui in elicottero? Probabilmente sì, ma il motivo resta un mistero. Boh?

Dalla mulattiera si vede bene il mare, il porto di Genova, una nave immensa che se ne allontana. Billi ogni tanto punta qualcosa che solo lui può vedere, e sparisce nel fitto della vegetazione; io taccio ma sento l’angoscia crescere ogni volta… Meno male che il piccoletto poi spunta sempre alle nostre spalle! Ho paura che qualche cacciatore possa fargli del male scambiandolo per una preda, ho paura che possa ferirsi: insomma, l’ho detto, sono una mamma canina apprensiva!

Mulattiera e poi ancora sentiero, che ci porta, fra i cespugli di mirto, fin sotto l’autostrada. Incontriamo un anziano che briga per mettere in moto una motocicletta dell’età della pietra e ci guarda con aria un po’ allibita; due personaggi fasciati come mortadelle in abiti dai colori sgargianti, più un cane che, povera bestia, sarà l’unico essere dotato di buonsenso nella combriccola… Infine una scivolosa “creuza” in mezzo a vecchie case e fiori nei vasi di terracotta, la scalinata, la piazza di Arenzano, ora più affollata di gente a passeggio. Il GPS di Lorenzo si arresta sui 39,5 km. Ci salutiamo; gli strappo la promessa di avvisarmi quando deciderà di collaudare il percorso lungo. Poi mi avvio con passo deciso verso la focacceria: è tutto il giorno che trapano i santissimi ai miei fidi scudieri, con la storia che ho fame e voglio la focaccia; è giunta l’ora di dare sfogo ai miei istinti alimentari fin qui repressi. Arrivo di fronte alla vetrina, inspiro profondamente l’inebriante profumo: poi mi volto e me ne vado. Niente focaccia: bisogna imparare a soffrire… Anche questo, lo dice il manuale del trail runner!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!