5 giugno 2010 – Cuneo -Pinerolo, variazione sul tema

Una splendida, enorme luna a metà illumina il cavalcavia della Strada Reale, appena oltre la rotonda della Bossola. Ormai il mio bioritmo non conosce più alcuna regola: la sveglia ha fatto sentire la sua voce, stanotte, all’una, dopo quattro ore di un sonno un po’ incerto. Per fortuna, mi porto dietro un debito di sonno arretrato così pesante che riesco a crollare addormentata in qualsiasi luogo, in qualsiasi circostanza, a qualsiasi ora del giorno e della notte; non mi è difficile allungarmi sul materasso alle nove di sera e conquistare immediatamente il conforto di Morfeo.

La Corsa, come sempre unica fedele compagna e colonna portante delle mie scorribande, corre nel vuoto, sotto un cielo stellato che conforta il cuore del ciclista randagio, verso Cuneo. Mai una volta che il mio programma di viaggio sia definito e chiaro. Fino a ieri, avevo intenzione di saltare in sella a Borgo San Dalmazzo, intorno alle tre; ora, però, mi assalgono i dubbi: almeno il primo tratto della strada della Valle Stura, fino a Demonte, è tale da solleticare le ambizioni da pilota di Formula 1 degli automobilisti della notte, magari pure reduci da qualche bicchiere di troppo. Può darsi che io incontri due o tre auto in croce, ma è più che sufficiente per rischiare la pelle. Esagero, forse? Probabilmente sì… Ma il dubbio basta a farmi imboccare, a Borgo San Dalmazzo, la direzione della valle, anziché quella del parcheggio della stazione ferroviaria. Il cartellone luminoso mi segnala che il Colle della Maddalena è aperto: perfetto, anche l’ultimo timore è fugato. Il valico è stato chiuso per giorni a causa di lavori nel comune di Argentera; un’ordinanza ne disponeva la riapertuta per ieri sera, alle 19. Bene, oggi sarò la prima ciclista a verificare le condizioni della strada, mi sa. La giornata sarà lunga, molto lunga; meglio che risparmi il fiato… Ma la radio congiura contro di me e manda le note di Fiorella Mannoia: “Cambia il vento ma noi no / e se ci trasformiamo un po’…” E come si fa a non approfittare della solitudine dell’abitacolo? Con la sola accortezza di chiudere il finestrino, per non turbare l’ecosistema della valle, mi lancio nei più terrificanti acuti che orecchio umano abbia mai potuto immaginare. Altro che risparmiare il fiato…

La galoppata della Opel si conclude nell’ampia piazza all’uscita di Demonte, dove c’è il distributore di carburante. E qui comincia la mia. Sono quasi le tre e mezza: deserto e silenzio assoluto; si sente solo lo scroscio dell’acqua della fontanella. Secondo i miei calcoli, stanotte dovrei incontrare ancor meno veicoli di quei pochi che già s’incontrano nottetempo da queste parti; molti avranno il dubbio che il transito sia ancora vietato, visto che il via libera è stato dato meno di nove ore fa. Accurato controllo dello zaino: il telo termico c’è, la giacca c’è, il portafoglio c’è, fazzolettini e batterie di ricambio per le luci ci sono, la farmacia c’è, la pappatoria idem. Focaccia, crostatine, fichi secchi, barrette; smisto tutto tra la schiena ed il borsello da manubrio. Ancora da indossare le bande rifrangenti, da piazzare la luce sul manubrio – una bella Cateye, potente e nuova di zecca – e da sistemare sul capoccione la frontale. Perfetto: il clac dei miei pedali rompe il silenzio, si parte. Mi lascio presto alle spalle le ultime case dell’abitato: la luce gialla dei lampioni si allontana, ma non si può certo dire che tutt’intorno sia buio pesto. La luna è a mezzo servizio, ma limpidissima; illumina la vallata di un alone azzurro e le righe bianche a bordo strada per una bella distanza. A me tocca comunque tenere accesa almeno la frontale, non tanto per vederci, quanto per farmi vedere. Temperatura piacevolissima: 18°C, secondo un termometro a Demonte; in effetti, i manicotti sono quasi di troppo. Il fascio della frontale illumina i cartelli stradali fin quasi ad abbagliarmi; una brezza leggera agita le foglie, di tanto in tanto un animale fugge via al mio passaggio, calpestando rumorosamente le frasche. Nel silenzio pesantissimo della notte, qualsiasi fruscio sembra un insopportabile frastuono. Anche il senso dell’equilibrio è alterato: ma qui, credo sia in buona parte colpa della miopia. Mi sembra di essere sospesa a mezz’aria, non riesco a valutare le distanze. Per fortuna, i pochi camion si fanno sentire, e vedere, già da lontano, e mi incrociano o sorpassano con cautela. Nessuno capisce cosa sia questo UFO luminoso che viaggia lemme lemme sulla statale, un po’ a zig zag.
Brillano le stelle e le luci della valle; si distinguono i contorni delle montagne. Di tanto in tanto, la frontale illumina un paio d’occhietti che mi fissano per un istante e poi schizzano via nella boscaglia: per lo più gatti, credo, forse qualche volpe. Il puntino rosso luminoso, che per un attimo mi sconcerta, è invece la luce dell’allarme di un’abitazione nascosta tra le fronde.
Pochi chilometri e spuntano le luci di Aisone e, poco oltre, di Vinadio. Che bello, il campanile romanico di Aisone illuminato, spicca sui tetti sonnacchiosi. Il semaforo è operativo anche di notte: un bel rosso tondo… Nessun problema, tanto qui è d’obbligo la mia prima sosta. Credo di poter ambire alla cittadinanza onoraria di Aisone, per la fedeltà con cui ne frequento il bagno pubblico. Uno dei pochi comuni civili italiani di mia conoscenza, come Frassino e, un po’ meno, Sampeyre o Vinadio, dove la toilette pubblica c’è ma è in stato pietoso. Ad Aisone, come a Frassino, il locale è sempre aperto, gratuito e persino pulito! Qualcuno potrebbe obiettarmi che, col favore della notte, qualsiasi cespuglio potrebbe fare a caso mio, a beneficio della romantica immagine del randagio amante della natura… Ma la tazza, diceva il saggio, è sempre la tazza.

Riparto inforcando il semaforo rosso: tanto non c’è nessuno… E, se qualcuno dovesse avere la sfrontatezza di incrociare il mio cammino… Salterò sul marciapiede. Da Aisone a Vinadio, il tratto è breve ed in leggera salita. Buio ancora fondo, la luna è sempre lì; sensazione di leggerezza, benessere, euforia, sorriso a trentadue denti, al lordo di quelli che mi hanno già estirpato, anche se lo zaino pesa un po’ troppo. Vinadio è deserta; nessuna traccia nemmeno di escursionisti né scialpinisti in partenza: ma che fine hanno fatto i duri e puri? Solo le mura del Forte testimoniano il mio passaggio, ed i camionisti che arrivano dalla Francia. Nella discesina, centro una bella buca che mi risveglia, con una botta di adrenalina, dai fumi del sonno mancato… Tutto bene, per fortuna, la Ridley è un carro armato in miniatura. Del resto, dopo che è sopravvissuta indenne all’incontro troppo ravvicinato con la fiancata dell’auto, a Capodanno, penso di poterla definire una bici indistruttibile.

Il lungo tratto quasi rettilineo che porta al bivio per le Terme di Vinadio è ventoso e decisamente più freddo. Allo stabilimento dell’Acqua Sant’Anna, il lavoro ferve ed i camion, anche a quest’ora inurbana, vanno e vengono. Chiudo la cerniera della maglia. La valle è più chiusa adesso; il mio cielo è solo più uno spicchio. Freddo alle mani; spero che la salita riprenda in fretta… Quasi non mi accorgo dell’ingresso nelle due gallerie, non illuminate; cambia poco, solo che mancano le stelle e dalle volte, qua e là, cadono goccioloni d’acqua. Fuori, il rumore sordo della Stura e scheletri d’alberi spezzati, forse dalle valanghe, s’intravedono nell’oscurità. Tra le poche case della frazione al bivio per le Terme, spunta una finestrella illuminata; un cane latra, forse fa la guardia alle mucche che non vedo, ma di cui sento lo scampanìo. Mi inseguirà? Ma no, perché dovrebbe, è lontano, e poi io sono sulla strada pubblica, e sono per giunta vegetariana… Le sue mucche non le tocco!

Ho l’impressione che il cielo abbia appena cambiato colore. Un’idea, una sfumatura, il primo occhiolino del giorno. L’ambito desiderio del ciclista attanagliato dal sonno: la luce, ma non solo; i raggi del sole diretti su di sé, chiari, caldi e luminosi, che risvegliano i sensi ed il neurone un po’ rimbambito. Per questo, ci vorrà ancora qualche ora, però. Ma non ho fretta; questa notte quasi tiepida, ora che la salita torna a far sudare, è piacevolissima. L’aria è così limpida che il cielo s’infiamma in pochi istanti; inutile che tenti di orientarmi, non riesco ancora ad indovinare dove sorge il sole. E nessuno mi chieda com’è orientata la valle, perché proprio non lo so, anche se dovrei. Le gallerie, la cappelletta votiva sulla sinistra, le prime case di Sambuco: è una sequenza che dovrei avere stampata in mente, ma che ogni volta si presenta con una veste diversa. Quest’inverno son passata di qui a piedi e c’era neve dappertutto… Ora si sente il profumo della prima fioritura, misto all’odore dell’erba umida. Procedo con cautela, al risparmio: le gambe sembrano in buona forma, ma il viaggio è molto lungo. Intanto, sbocconcello pezzi di focaccia bianca e sorrido. Ma guarda tu… Sono secoli che ricevo valanghe di rimproveri per la mia alimentazione sconclusionata, a dir poco criminale; tutti consigli non richiesti, che entrano da un orecchio, viaggiano nel vuoto alla velocità della luce ed escono dall’altro. Poi, un bel giorno, arriva a dire la sua nientemeno che un veterinario: com’è, come non è, colpisce nel segno. Almeno per ora, finché è vivo l’effetto della campagna terroristica messa in atto dal buon Giorgio contro le barrette. Così, ieri ho fatto incetta di focaccia in panetteria. Non so se la focaccia all’olio sia poi tanto meglio delle barrette: ma vediamo di non rompere troppo i santissimi; panini, non ho voglia di prepararmene, e poi sono poco pratici, sbriciolano e sporcano dappertutto. Sulla frutta secca, poi, siamo d’accordo. Lui, Giorgio, sarebbe il tipo che, a colazione pranzo e cena, smonta dalla bici ed allunga le gambe sotto il tavolo di qualche trattoria; per fortuna che non è ciclista… Per me non se ne parla nemmeno, ogni sosta è un sacrilegio, una piccola stilettata alla dignità del giro in bici. Oggi però dovrò aver cura di concedermela, qualche sosta; altrimenti, la zavorra finirà per tritarmi le spalle e la schiena. E mi abbatterò rovinosamente su qualche prato, lungo la via.

A Pietraporzio è ormai chiaro, quanto basta per spegnere le luci. Le cime, ancora striate di neve, in pochi istanti s’incendiano di rosa, uno spettacolo che ogni volta mi dà gioia, nonostante la fatica. Una striscia di fumo sale da un comignolo: del resto, qui, la temperatura non è certo confortevole, non a quest’ora del mattino. Rispetto alla partenza, s’è già perso più di qualche grado. Passa qualche auto con gli sci sul tettuccio; ne capisco poco, ma mi sembrano sci da discesa: chissà dov’è che gli impianti sono ancora aperti? Forse a Vars, ma mi pare strano. Il lungo tratto di strada dritta, poi il tornante che supera lo scalino e conduce alle poche case di Pontebernardo: è il primo punto in cui posso buttare l’occhio verso il fondovalle, senza voltarmi. Colore incerto del cielo, tra il grigio e l’azzurro: la luce non è ancora sufficiente per capire se davvero la giornata sarà limpida. Di fronte a me, spuntano le Barricate. Stupende le cascate che si gettano giù dalla parete: pochi mesi fa erano ghiacciate, lunghe immobili colate di vetro.
Ormai conosco ogni metro di questa lunga, silenziosa salita. Mi godo il breve tratto quasi pianeggiante che precede la galleria: sulla piazzola, un fuoristrada e, poco oltre, un capannello di gente, tutti vestiti di colore grigioverde, cacciano a turno l’occhio in un cannocchiale con tanto di cavalletto. Chissà cosa cercano sulla parete… Mi volto anch’io, ma tutto quel che vedo è roccia ed arbusti appesi lassù, radicati chissà come. Del resto, che io non abbia l’occhio di lince è fatto noto.
M’infilo in galleria: fa freddo; il vento crea una corrente gelida. Il rumore di un camion che incrocio in questo tratto è amplificato fino a diventare un frastuono insopportabile; le gallerie sono un gradito conforto solo quando piove. La strada sale un po’ più ripida, in uscita, poi mi porta in due tornanti verso il rettilineo del Villaggio Primavera. Con calma e cautela: le gambe vorrebbero frullare, ma è meglio mordere il freno. Che desolazione… E’ vero, l’ora non è certo da picco di traffico turistico, anzi, ma qui è tutto chiuso, immobile. Il bar, le case, i giardini. Luce limpida, cristallina, anche se il sole non mi grazia ancora dei suoi raggi sulla schiena. Qualche sbadiglio di troppo: il primo bagliore del giorno è il nemico più insidioso per chi ha sonno. La testa pesa un po’ troppo, mentre spingo con cautela su per la rampa e poi oltre i due tornanti che salgono a Bersezio. Il chilometro traditore per superare l’abitato: pende sempre un po’ di più, fino ad arrivare all’orrendo scheletro di cemento che voleva essere, chissà, forse un albergo o un complesso residenziale. Simpatica sorpresa: la griglia di cemento oggi è popolata; c’è vita, pecore, per la precisione, ed un cane da pastore rifugiato giù, al piano terra. Che la natura voglia riconquistarsi quel che era suo?

Nel tratto pianeggiante, sbocconcello la focaccia. Scorre acqua ovunque intorno a me: suggestive cascate giù dai pendii, corsi d’acqua improvvisati e vivaci attraverso il prato, acqua limpidissima, che mette allegria. Mi infonde fiducia tutto questo gorgoglio, lo scintillio dei raggi del sole sulla superficie, il verde acceso dell’erba nuova nata sotto la neve. Non credo potrei mai apprezzare un paesaggio desertico, mai.
Ad Argentera, una famigliola con due bambini a spasso: insonni anche loro, a quanto pare… Alla fontana in paese faccio il pieno alla borraccia e bevo anch’io, a garganella. Un po’ di sete l’avevo, ma, fino ad ora, non mi sono azzardata a bere, se non qualche sorso, per una ragione molto semplice: nella borraccia c’è ancora un liquido di natura indefinita, acqua in cui ho sciolto, un tot di giorni fa, una bustina di non so nemmeno cosa. Una delle tante che si trovano nei pacchi gara delle corse. A dire il vero, non ho nemmeno controllato se si trattasse di sali o, che so, di un prodotto per la pulizia della catena: a giudicare dal gusto che l’intruglio ha assunto adesso, sarei portata a propendere per la seconda ipotesi. Buttiamo via tutto e speriamo di non recare troppo danno alla popolazione ittica della Stura.

Mi mancano, al colle, i cinque km più belli dell’intera salita, un tornante dietro l’altro: la pendenza è tutt’altro che proibitiva, eppure, nel giro di poco, mi ritrovo sotto le ruote la guglia del campanile di Argentera, che alla fontana guardavo da sotto in su. Prati a perdita d’occhio e fischi delle marmotte scatenate: non parrà loro vero di avere finalmente un po’ di compagnia! Viaggio ancora all’ombra, mani fredde e piedi peggio; la strada è sporca di ghiaia e terra, ma in buone condizioni. Ammiro, come sempre, la maestria dei camionisti alle prese con i lunghissimi rimorchi nei tornanti, con il fiato sospeso, rimpiangendo di aver studiato poco, oltre la fisica, anche la geometria. Tornante dopo tornante, ecco la vasca della grossa fontana in pietra, con l’angolo tristemente spezzato e l’acqua che corre via impetuosa a bordo strada, un fiume in piena, in miniatura. Poi il pianoro che conduce al colle: prato, i primi timidi fiori, il bar che sembra quasi aperto. E’ forte la tentazione di entrare per un doppio caffè: ma non si può, non è il caso di perdere tempo. Ne perdo un po’ in vetta, ma a fin di bene: approfitto della sosta non solo per vestirmi, ma anche per riporre le luci nello zaino. Sul piazzale, nemmeno un’anima. Il cielo, dal lato francese, è promettente almeno quanto lo è stato finora: nemmeno un baffo di nuvola.

Mi butto in discesa sfidando il freddo pungente dei duemila metri, quota che a quest’ora del primo mattino non perdona, nemmeno a giugno. Sono circa le sei e mezza. In ombra anche la discesa: potrò godere la schiena al caldo forse sulla salita al Vars, forse. Il sonno, puntuale, si presenta a confondermi le idee: ci vedo e ci sento, ovviamente, ma sembra che le informazioni arrivino al cervello nebulose ed in ritardo. Tenere d’occhio la strada, schivare buche e crepe, badare di non stamparsi sul radiatore di un TIR in salita, tutte operazioni banali che però diventano all’improvviso ostiche. L’aria fredda della discesa mi congela le orecchie e le dita sui freni: guardo scorrere i metri, che ormai conosco uno per uno, con il desiderio spasmodico di raggiungere il fondovalle. Solo il cielo azzurro mi conforta: ci arriverò, tra poco, al sole… E’ solo la luce diretta, piena in faccia, che ha il potere di spazzare via il sonno.
Ogni volta che supero Larche, in discesa, e mi trovo davanti ai cartelli di divieto di passaggio per le bici, ho un po’ di timore. Immagino che la Gendarmerie, di fatto, non si sia mai sognata di far applicare quel divieto, vista la quantità di ciclisti che circola di norma su questa strada; però, se volessero… La frana, pochi km prima del fondovalle, è sempre lì, minacciosa di muoversi. Un’occhiata in alto, prima di passare, non è mai di troppo.

Finalmente al bivio per il Colle di Vars. Approfitto di un angolo appartato per una sosta tecnica e per togliermi di dosso qualche strato, soprattutto la giacca, che appendo allo zaino, fuori, perché asciughi un po’. Il primo tratto, fino a Saint Paul, è ancora in ombra. Ritrovo i cartelli che segnano i km progressivi mancanti al colle, il solito asfalto francese a gobbe, la stradina che si stacca a sinistra e porta verso il forte di Tournoux; il verde brillante della vegetazione e le pareti rocciose, ornate dalle cascatelle. Le due gallerie, ravvicinatissime… E poi, finalmente, nel curvone, il sole sulla schiena. Un’iniezione di gioia. C’è già qualche auto in più in circolazione. Supero le due curve prima di Saint Paul, ma con la mente un po’ confusa, che va per conto suo: va bene, tagliamo la testa al toro, povera bestia. C’è il muro di un capanno che può fare al caso mio, così ben esposto al sole; mi fermo, punto la sveglia di qui a dieci minuti, mi siedo ed appoggio schiena e testa alla parete. Pochi minuti di sonno immediato e profondissimo, da cui mi risveglio intontita come se avessi ronfato per ore, e con i brividi, perché ho addosso vestiti umidi di sudore. Dinuovo in sella: da qui in poi la salita si fa più seria. Lo spettacolo intorno è meraviglioso; i primi raggi di sole sulle cime, che si incendiano di rosa, le striature di neve, i pascoli, i fischi delle marmotte, i primi fiorellini. Gli immancabili motociclisti in assetto da turismo: qui non c’è posto per i novelli Valentino Rossi. Qualche saliscendi, mani e piedi che tornano a scaldarsi, un po’ di timore per le rampe degli ultimi 5 km, che non so se le mie gambe poco allenate in bici, quest’anno, riusciranno ad affrontare. Ma, superato il ponticello nel curvone ed il pugno di case, s’ha da fare. Salgo con cautela: mi sorprende, fin da subito, la facilità con cui girano i pedali, meglio di prima, oserei dire. “Basta un giorno così”, canta Max Pezzali: oggi è davvero “un giorno così”, semplicemente stupendo, di gioia perfetta. Mentre supero i tornanti che tagliano il pendio, mentre osservo il bellissimo cane maremmano del pastore, che scende ad immergere le sue zampone nel ruscello ed a bere avidamente, mi torna in mente la domanda che, qualche tempo fa, mi ha rivolto un amico: “Perché lo fai?”. Me lo sento chiedere spesso, a dire la verità, ma Giorgio è una delle poche che non mi ha rivolto queste parole con sufficienza o sarcasmo, tutt’altro; la risposta gli interessa davvero. Prendo il telefonino, do ancora uno sguardo intorno a me, poi compongo la rivelazione: “Mi chiedi perché lo faccio? Se tu fossi qui in questo momento, capiresti”. Il messaggio parte, il telefonino torna in tasca; alzo lo sguardo e strizzo gli occhi per il sole abbacinante. Un giorno pagherò la mia avversione per gli occhiali da sole, almeno con le zampe di gallina, che del resto già fanno bella mostra di sé, insieme a due rughe sulla fronte. Lo sviluppo del mio neurone s’è fermato ai quindici anni, ma il resto del carrozzone, ormai, si avvicina inesorabilmente ai trenta!

Una leggera brezza piega i fili d’erba e spinge qualche ciuffo di nuvole bianche a macchiare il perfetto blu del cielo. L’ultimo tornante, ancora una curva; la fine della salita si avvicina, anche se le gambe avrebbero spinto volentieri ancora un po’. Ma ne avranno ancora occasione, tra poco. Al colle, la madama del bar è intenta a disporre tavolini e seggiole sulla terrazza. Mi fermo un attimo, per indossare la giacca, poi giù verso il Refuge Napoleon ed i laghetti. Di qui in poi, è la fine della poesia: si entra in Vars, o meglio, in una delle tante Vars che animano la strada fino a Guillestre, una più orribile dell’altra. Stazioni sciistiche, e ho detto tutto. Non sembra nemmeno possibile che il versante di Saint Paul e questo lungo cui sto viaggiando si uniscano allo stesso colle. Pare che stiano su due pianeti diversi… I palazzoni sembrano deserti, gli androni chiusi ed impolverati; non è stagione, questa. Bandiere colorate sventolano a vuoto, per nessuno; è un mortorio. La pendenza è sostenuta nell’attraversamento del primo paese, poi si fa un po’ più dolce. In alcuni tratti, tocca risalire. Una splendida corona di montagne consola lo sguardo, dovunque ci si volti, ma è bene fare attenzione alle buche ed ai dossi amabilmente installati nei paesi. L’ultima decina di chilometri verso Guillestre sa, finalmente, di montagna, anche se si scende giù in basso; verso il fondovalle, sono già in azione gli irrigatori per i prati.

Alla rotonda di Guillestre, doverosa pausa. Mi sbarazzo finalmente delle bande rifrangenti, che finiscono al fondo dello zaino, e di una delle due magliette che indosso, che va a penzolare da uno spallaccio, a mo’ di stenditoio. Riparto al caldo caldissimo del fondovalle: a quest’ora, la strada si è animata, anche di ciclisti. Mi supera una coppia; squadrano con curiosità il mio equipaggiamento. Evito di tentare il dialogo: viaggiano più veloce di me e sono francesi… Meglio evitare figure in stile “Nù vulevam savuar l’indiriss”. Riparto sbocconcellando la focaccia, verso le bellissime Gorges du Guil, dove la strada si arrampica sulla destra e s’infila in tante brevi gallerie scavate nella roccia. Una splendida cascata lungo la parete mi arriva quasi in testa: non sarebbe nemmeno spiacevole… La borraccia, a proposito, è quasi vuota, ma dovrò attendere una decina di km, lunghi e noiosi, un leggero falsopiano in salita lungo la corrente schiumosa del fiume. E’ il tratto che le mie gambe temono di più; la salita c’è, ma è impercettibile, drena energie e non dà soddisfazione. I turisti si accalcano a scattar foto a chi si lancia tra le rapide con piccoli gommoni o canoe. Mi distraggo scrivendo messaggi sul telefonino, che qui nella valle così stretta, tra l’altro, non dà gran segno di vita. Raggiungo un pugno di case che ben ricordo: correva l’anno 2007 quando qui, a sera inoltrata, ho trovato riparo, raggomitolata contro un grosso portone di legno, da un improvviso e violento temporale. Quella sera sono poi ripartita, un’ora dopo, intirizzita ed in compagnia di una splendida stellata.

La fessura di cielo che vedo oggi da quaggiù si è popolata di nuvole bianche, un po’ troppo in fretta, per i miei gusti. Chissà se oggi il mio destino mi ha preparato l’incontro con il temporale? Un po’ d’inquietudine c’è, anche se il meteo prometteva, fino a ieri, una giornata calda ed asciutta. Se temporale deve essere, però, gradirei finirci in mezzo dopo aver scollinato l’Izoard.
Supero con un po’ di apprensione lo “scalino” che mi conduce, in due tornanti, al bivio per la salita dell’Izoard. Che emozione tornare qui, ogni volta. Il sole è forte, molto caldo; ancora qualche km a gola secca ed arriverò alla fontana di Arvieux. Anzi, ad una delle innumerevoli fontane. Il primo tratto della salita, quello fino al paese appunto, è sempre un supplizio. Forse perché ci arrivo ogni volta con le gambe stanche, forse perché so che Arvieux è tappa obbligata perché offre un provvidenziale bagno pubblico e gradevolissime fontane in cui buttare la testa, quando fa caldo. Come oggi. Cumuli bianchi si rincorrono in cielo, ma non sembrano così minacciosi; solo ogni tanto coprono il sole. Immergo nella grossa tinozza della fontana le mani, le braccia, il viso; faccio il pieno alla borraccia. La piazzetta pullula di motociclisti. Dinuovo in sella, per affrontare l’avversario più rognoso: il lungo rettilineo che porta al primo tornante. Oggi non tira vento; il sole è caldo ma non certo degno delle più torride giornate estive; eppure soffro, oh come soffro. Potere della suggestione… Una certa pendenza, poniamo del 10%, sarà ben la stessa pendenza su una strada dritta o su una strada a tornanti, no? Eppure, il terribile drittone tra Arvieux e la fine degli abitati è angosciante. I pedali non sentono ragione, non vogliono saperne di andare giù. Del resto, qui si sale sul serio; basta vedere a che razza di velocità scendono i ciclisti che incrocio. Lo zaino pesa, le unghie si conficcano nel nastro del manubrio; di tanto in tanto dò uno sguardo alla ruota libera: i rapporti, non c’è niente da fare, sono proprio finiti… Procedo talmente piano che ho paura di alzarmi in piedi sui pedali: rischio di rovinare a terra. O almeno, questa è la mia sensazione… Sembra che le ruote affondino nel catrame nero della strada. Povera Ridley…

L’ultimo abitato e poi via, ancora cinquecento metri di sforzo, mentre dai giardini si diffonde nell’aere un intenso profumo di vivande. Ora di pranzo, quasi. Stringo i denti ancora un po’, il naso in su a desiderare il bosco: finalmente, l’ampio curvone. Da qui in poi, la fatica pesa meno; la strada s’insinua, ampia e dolce, tra i pini, profumatissimi, ed i tavolini da picnic piazzati strategicamente qua e là. Potrei disegnarla su un foglio ad occhi chiusi, questa salita. Mi arrampico con calma, con pazienza, fingendo di ignorare le proteste della schiena; ritrovo lo squarcio in mezzo alla vegetazione, attraverso cui si vede, piattissimo, il fondovalle, tagliato in due dal tremendo rettilineo, diviso in riquadri di coltivazioni di diverso colore. Tanti ciclisti in discesa, ma una sola nella mia direzione, una ragazza alta, slanciata, che mi supera ad una velocità tale da farmi percepire lo spostamento d’aria. Mento a me stessa, dicendomi che senz’altro è colpa dello zaino che porto sul groppone.
Gli occhiali scivolano di continuo sul naso; dovrei proprio decidermi, prima o poi, a procurarmene un paio decente, adatto allo sport, con le lenti graduate. Per il momento, però, quelli che indosso sono più che sufficienti per godermi lo spettacolo della Casse Deserte, bellissima sempre, ma a maggior ragione oggi, con tanta neve ancora accumulata a chiazze, a fare da contorno, e vivaci rivoli d’acqua che corrono lungo l’asfalto. E il sole provvidenzialmente libero dalle nuvole, che gli girano intorno. Perfetta meraviglia, mi sembra di scoppiare di gioia. Non riesco a trattenermi: mi fermo un attimo, solo per afferrare un po’ di neve e passarmela sulle braccia, sul viso, poi via, verso il monumento a Coppi e Bobet, verso gli ultimi tornanti. Non ricordo d’aver mai visto tanta acqua in questo angolo di paesaggio lunare, sabbia ed imponenti pinnacoli di roccia bianca. La fatica per ora è scomparsa; non sento altro che la voglia di arrivare lassù. Manca pochissimo… Con il sorriso stampato in faccia, mi alzo più volte sui pedali. Grappoli di motociclisti si fermano nelle curve, a scattare foto che, per quanto belle, mai renderanno giustizia a questa meraviglia. Terzultimo tornante, penultimo, ultimo. Una signora applaude, “Bravò, bravò”; un gruppo di centauri italiani discute sul da farsi a proposito del pranzo: sarà aperto il Refuge Napoleon, il secondo che incontro oggi, appena sotto la cima, verso Briançon?

Tolgo la maglietta che ho avuto indosso finora e la scambio con l’altra, penzolante dallo zaino; non profumerò certo di mughetto, ma almeno in discesa starò all’asciutto. Indosso anche la giacca, perché quassù la temperatura è confortevole solo a condizione di restare immobili, contro il muretto in pietra, a fare la lucertola al sole. Manca poco all’una, quando inizio la mia incerta discesa verso Briançon. Incerta perché all’improvviso mi assale la paura: già alla prima curva, sono appesa disperatamente ai freni. Sarà l’andirivieni di moto che mi mette inquietudine: così mi ritrovo a fare, come dice il buon Ivano, le curve quadre…
I centauri italiani, partiti appena prima di me, sono già appollaiati sulle seggiole del rifugio. Immagino stiano osservando con commiserazione le mie traiettorie ad angolo; per giunta, ho l’impressione che la bici proceda a sobbalzi… Senz’altro è frutto della mia immaginazione. E’ suggestione. Attendo con ansia che il tratto di curve nel bosco lasci il posto alla più dolce discesa oltre l’abitato di Cervieres. Dovrei aver percorso, secondo i miei calcoli spannometrici, circa 130 km e 3.500 m di dislivello. Posso concedermi, nei tratti in falsopiano, una crostatina al cioccolato: se solo fossi un po’ meno maldestra, potrei evitare il sacrificio della mezza crostatina che si spalma sull’asfalto…
La temperatura aumenta a dismisura scendendo su Briançon. I brevi tratti di risalita, che percorro con indosso ancora la giacca, mi fanno provare l’ebbrezza dell’effetto serra; i raggi del sole, incuranti delle nuvole, picchiano senza pietà. E sarebbe un piacevole calore, se solo non mi toccasse subirlo attraversando il caos delirante della città. La borraccia è vuota; l’unica fontanella che vedo è a secco. Pazienza: urge fuggire via da questo catino infernale. Tra cemento, supermercati, bar, parcheggi, semafori e gas di scarico, imbocco la lenta risalita verso il Monginevro, sperando di sopravvivere almeno fino al primo curvone, il vero attacco dell’ascesa. Mi sembra di impazzire: gola riarsa, testa che scoppia, le gambe non girano più; non un filo d’acqua, solo il miraggio dell’asfalto tremolante visto attraverso i fumi delle marmitte. Caos, capannelli di gente, pullman: datti una mossa, Gian, levati di qui, subito. Si tratta di superare il bivio per il Colle della Scala, un breve rettilineo e poi è fatta. Nel senso che lì c’è la grossa, bellissima cascata di una fontana. La raggiungo dopo aver abbattuto, uno ad uno, tutti i santi del calendario, con il capoccione in fiamme: il tempo di appoggiare la bici e mi ci ritrovo sotto, con tutta la testa e buona parte del busto. Immagino che non sia stata un’idea geniale: il cranio è percorso da una dolorosissima fitta, immediata, per effetto dell’acqua gelida; però poi passa tutto. Mi dedico qualche minuto di pace: mi godo il getto sulle braccia, sui polsi, sulle gambe; riempo la borraccia e soddisfo anche i reclami del pancino, con un’ennesima porzione della focaccia che ho centellinato fin qui. A mangiarla così com’è, asciutta, però, non riesco più; la immergo nell’acqua e via, senza troppo badare al gusto. Nel mentre, si ferma qualche istante un ciclista che immagino francese: lo saluto, “Bonjour”, replica “Bonjour” e riparte.

Ancora in sella. L’idea è di raggiungere Sestriere intorno alle quattro: per quell’ora, dovrei incontrare il buon Giorgio, che oggi all’una è partito da lì, in compagnia di un amico e di un cagnotto, per un allenamento di corsa su sentiero. Chissà se ce la faccio? Il Monginevro non è certo una salita che preoccupa, ma se nelle gambe ci sono già Maddalena, Vars ed Izoard e se il ciclista non si chiama Fausto Coppi.. Ecco, anche il Monginevro ha il suo perché. Lo affronto con cautela, sperando che il sole ora feroce non asciughi troppo in fretta la maglietta ed i capelli. Il traffico non fa concessioni ai miei zig zag; auto, moto, camper, uno dietro l’altro, senza misericordia. E qualche ciclista che sorpassa senza salutare. Mi sento un po’ fiacca, ma non è il momento di mollare; quanto a rallentare, non se ne parla, ne va dell’equilibrio. Di tanto in tanto, le narici riescono a captare il profumo del bosco, subito sopraffatto dalla fumata nera di un furgone o di una bagnarola mai revisionata. Tornanti su tornanti, ampi e morbidi: toh, un paio di km prima della vetta, ecco il presunto ciclista francese, alle prese con il magnete del contakm. Non mi sembra nulla di grave: passo, saluto ma non mi fermo; del resto, non saprei nemmeno chiedergli se è tutto ok.
L’ultimo rettilineo prima di Monginevro è un bel calvario. Ormai qui i panorami sono finiti: solo più casermoni ed impianti dedicati allo sci, più quel che resta delle strutture costruite per le Olimpiadi. Mi prende la nostalgia della Valle Maira, delle rampe e delle pareti minacciose del Vallone di Elva, di quelle quattro case in pietre e tetti in lose… Qui è il festival della pacchianeria. Discesa verso Claviere e Sauze: breve, quasi indolore, uno stradone che sembra una tangenziale.

A Sauze, riempo la borraccia per l’ennesima volta. Alla fontana, un ragazzo con bici ed abbigliamento da Downhill ed una vistosa ferita sul braccio tatuato: “Non è nulla, ho preso un albero”… Urca! Se lo dice lui! Quattro parole, poi riparto. L’ultima salita, Sestriere: mi sento pimpante, di ottimo umore. Ormai è fatta. Comincio a pensare “al dopo”: una volta scesa a Pinerolo, avrò davvero voglia di infliggermi la pianura quasi assoluta fino a Demonte, per andare a riprendere l’auto? A ben pensarci, potrei anche tirare dritto per Carmagnola… E tornare al recupero della Opel domani, magari in bici da casa, o in treno fino a Borgo e di lì a piedi, di corsa, poco più di venti km. La tentazione è forte… Le mie elucubrazioni vengono spazzate via dall’arrivo del ciclista presunto francese, che in realtà francese non è, ma torinese. Mi affianca, attacchiamo bottone. E’ partito da Torino, è andato a Briançon, ora è di ritorno, ma si fermerà a Sestriere, dove ha una casa e dove troverà pronto un bel piatto di pasta, per grazia della consorte che lo attende. Avrà una sessantina d’anni ed un bel passo, anche se, come tutti i ciclisti sempre, oggi guardacaso è in giornata no. Resta di stucco quando gli racconto il mio giro… Non posso negarlo, concedetemelo questo sprazzo di megalomania; faccio la ruota del pavone, sono contentissima dei complimenti… Mi sforzo di rispondere ai suoi brevi allunghi, salto in piedi sui pedali per non farlo andar via; il collega, magnanimo o forse a torto intimorito, resta a fianco. Inutile dire che chiacchieriamo dal primo all’ultimo metro: nel giro di undici km di salita, ciascuno conosce una buona fetta della vita dell’altro. Intanto, tengo d’occhio l’orologio sul cellulare, una volta tanto: quando mancano un paio di km a Sestriere, ricevo il messaggio di Giorgio che ha concluso l’allenamento. Affronto in piedi l’ultima rampa con vista sullo scempio di questa povera montagna; a mio parere, sarebbe stato facile costruire in maniera appena più decente, ma del tutto impossibile raggiungere livelli ancor più indegni di bruttura. E la desolazione di questo luogo non sembra solo dovuta alla stagione estiva, almeno a giudicare dalla fioritura di cartelli “vendesi” ai vetri dei tristissimi alloggi negli alveari, o sulle serrande degli esercizi commerciali.

Declino gentilmente l’invito del mio collega ciclista a condividere un piatto di pasta: ormai sono le quattro e mezza; difficilmente sarò a Pinerolo prima delle sei. E da lì, ovunque decida di dirigermi, la strada sarà ancora lunga. Mi fermo alla fontana, proprio in cima alla salita, in mezzo al paese; infilo la giacca, perché i raggi del sole, già obliqui ed un po’ incerti tra le nuvole sparse, non bastano a calmare i brividi. Breve pausa: pochi minuti dopo, ecco che arrivano Giorgio, il suo amico Filippo ed il tenerissimo Presidente, altresì detto Stupor Mundi, Consolatio Afflictorum, ecc. ecc. Il cagnotto, per intenderci, bello, fulvo e baldanzoso. Chissà come può, con quelle zampotte così corte, tener dietro a quei due satanassi dei suoi compagni podisti umani. Un saluto veloce, poi giù per la discesa: lunga e terribile, puro terrore nel viavai di auto, camper e motociclisti che se ne infischiano della linea di mezzeria.

Adesso, però, fatico a credere che si tratti ancora di suggestione. La bici procede davvero a balzelloni. Ho la netta sensazione di sapere di cosa si tratta; in realtà, l’avevo già pensato scendendo dall’Izoard, ma non avevo osato fermarmi a controllare. Il dubbio lascia sempre uno spiraglio aperto alla speranza ed è meglio di un’impietosa certezza… Mi fermo di lato, faccio girare la ruota anteriore sollevandola da terra: eccola lì, la bolla. Il mio fido copertoncino da 28, che mi ha accompagnata per tanti, tanti impervi km, forse troppi, si è deformato. E mò? Un copertoncino di ricambio ce l’ho; il necessario per la sostituzione, pure. E’ la voglia che mi manca: la buona volontà per fare la sostituzione e per procedere, poi, con la gomma mezza sgonfia, perché la pompetta portatile, è risaputo, fa quel che può. E se nascondessi la testa sotto la sabbia? Detto, fatto. Riparto, procedo come se stessi pedalando sulle uova, prego il copertoncino di non scoppiare, altrimenti è matematico che qui finisco sotto un’auto. E non desidero altro che la fine di quest’incubo di discesa, in cui, come se non bastasse il problema meccanico, ci si mette anche il vento a complicare la faccenda. Scendo piano quanto basta, a balzelloni: Pragelato, Sucheres-Basses, Fenestrelle, i due tornanti col pavè che mi fa gelare il sangue nelle vene, pensando al mio copertoncino sinistrato. Brivido di angoscia ogni volta che sento un’auto alle spalle… Il tratto più piatto, tra Perosa Argentina e Pinerolo, è una lotta impari contro il vento. Ormai il dubbio non si pone più: con la bici in queste condizioni, l’unica decisione saggia è riparare al sicuro per la via più breve. In una parola, andare a casa. Da Pinerolo a Carmagnola ci sarà poco più di una quarantina di km. Lo ammetto: non è che questo inconveniente meccanico capiti poi così a sproposito… Con la luce morbida del tardo pomeriggio, mi tuffo nel traffico di Pinerolo; sbaglio strada un po’ di volte, poi finalmente l’azzecco. Buriasco, Vigone, Pancalieri, lunghi km di pianura tra campi di grano e granturco, e gaggie e trattori,, acqua fredda e limpida che corre nelle bealere, estratta dai motori, le montagne ormai alle spalle, il morale alle stelle, l’aria fresca della sera sulla pelle. Le gambe girano a meraviglia, la schiena non si lagna nemmeno più; mi godo la galoppata, veloce, ad effetto martello pneumatico, per via della bolla sul copertoncino. Reggerà fino a casa? Poco male. Casalgrasso, il ponte sul Po; l’altro ponte, sul Maira, frazione La Motta, finalmente Carmagnola. “Quanti km hai fatto oggi?”, chiede provocatoriamente Luisa, la cugina, non appena metto piede in giardino. “Circa 275… Per cinquemila metri di dislivello in salita, mal contati”. Mi godo l’assalto di Skipper, mi abbatto sulla sedia, contemplo la Ridley appoggiata al muretto, immobile. Con una bottiglia da un litro e mezzo di Coca Cola fredda in mano, rivolgo l’ultimo pensiero alla Opel, che mi attende paziente a Demonte: tranquilla piccola, in un modo o nell’altro, domani, tornerò a prenderti!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!