5 giugno 2011 – GPS: se lo conosci, lo eviti…

Un lato della scatola mostra, sullo sfondo, la fotografia di due escursionisti in mezzo ad un bosco: uno con l’aria di chi è stato trascinato lì per forza ma vorrebbe essere da tutt’altra parte, l’altro con il tipico sguardo sereno e beato che si riserverebbe alla vista di un maniaco assassino armato di motosega. Cominciamo bene.
Apro l’involucro con la cautela che si deve ad un oggetto di un certo valore, non di proprietà ma ricevuto in prestito. Ne estraggo quattro o cinque libretti di istruzioni in ogni lingua, due CD d’installazione, un cavetto per il collegamento al computer. Bello è bello, per carità: grande quanto un pugno, pochi pulsanti, quindi semplice da usare, almeno in teoria. Lo custodivo sul mobile dell’ingresso da mesi: precisamente, da quando ho maturato la decisione di partecipare al “Tour d’Oisans et des Ecreins”, trail da 180 km, quattro giorni e tre notti di viaggio su e giù per i monti tra Le Deux Alpes e Le Bourg d’Oisans, zone che conosco fin dove arriva l’asfalto, per via dei miei trascorsi ciclistici. Stando al minaccioso avviso pubblicato dagli organizzatori sul sito internet della gara, il percorso non sarà tracciato con bandelle, vernice e tutto ciò che di norma si usa per guidare i corridori lungo la retta via in un trail; toccherà accontentarsi della segnaletica permanente del sentiero francese “GR54”, della carta di viaggio e della traccia GPS.

Eccolo, il punto dolente. Sarà obbligatorio avere con sé il GPS con il tracciato della prova, fornito dell’organizzazione. Ora, non è certo per una quisquilia del genere – non saper dove andare – che rinuncio ad iscrivermi ad una gara con simili numeri, per di più in una zona di montagna spettacolare; però, la faccenda del GPS è stata da subito, da quando ho spulciato il regolamento, il mio cruccio. Possedevo già un marchingegno del genere, un Garmin Edge 305: regalo di compleanno di qualche anno fa, usato poche volte e poi finito in fondo ad un cassetto, perché io non sopporto nemmeno di conoscere l’ora, quando scorrazzo in bici o a piedi, figuriamoci calcolare distanze, dislivelli, medie orarie. Al di là della filosofia, però, ricordo che avevo tentato con sincero impegno di far funzionare quel coso con un minimo di razionalità, ma avevo poi desistito, arrendendomi all’illogica macchinosità dei comandi, alla facilità disarmante con cui il GPS perdeva il segnale o impazziva passando troppo vicino ai cavi dell’alta tensione o nei sottopassaggi.

Solidale con la mia preoccupazione, il buon Giorgio, appunto mesi fa, ha estratto dal fondo di un cassetto – dev’essere una sorta di destino comune per certi ammennicoli elettronici – un GPS Garmin più avanzato del mio, dal nome altisonante, “eTrex Legend Hcx”. Regalo di Natale di gran pregio, ma quanto mai inopportuno per uno come lui, che sta all’elettronica come io sto a Pamela Anderson. “Ho convissuto con il mal di testa da Natale a Capodanno nel tentativo di farlo funzionare – spiega – e poi l’ho richiuso nella scatola ed ho lasciato perdere”. In tutta sincerità, conoscendo il personaggio, non mi stupisce; non certo per mancanza di fiducia nei suoi neuroni, ma per il semplice fatto che Giorgio è del tutto inadatto a qualsiasi attività che richieda più di dieci secondi di concentrazione. E lo dico io che certo non brillo per pazienza. Lui mostra evidenti sintomi di idrofobia già al solo pensiero di dover accendere il computer, che ha comprato solo nel momento in cui l’Ordine dei Veterinari ha imposto l’unica, e direi davvero minima, incombenza elettronica professionale: la registrazione via Internet dei codici dei microchip canini. Inaudita limitazione imposta alla libertà personale, che al pover’uomo vale se non altro il premio fedeltà conferito dalla casa farmaceutica produttrice del Maalox.
Magari sì, gli capita di voler consultare qualcosa su Internet, che so, il sito di una corsa, visto che anche lui condivide questa passione; però, due secondi dopo, già inarca il sopracciglio se il portatile non ha ancora recepito il suo pensiero e non s’è automaticamente estratto dal cassetto, sfilato di dosso la custodia, aperto sul tavolo ed acceso. Quando finalmente s’arriva alla schermata iniziale di Windows, la stanza mostra ormai i chiari segni del passaggio di Annibale con l’intera squadra di elefanti, titolari e riserve. Insomma, sarebbe stato più opportuno regalargli una pallina di gommapiuma antistress.

Non vorrei sembrare presuntuosa, ma credo di avere, con l’informatica & affini, un rapporto un po’ meno conflittuale; bene o male, ho vissuto gli sgoccioli dell’epoca del glorioso Commodore 64 con i dischetti grandi, sottili e flessibili e le cassette dei videogiochi, da caricare nel mangianastri proprio come quelle musicali, cinque, sei, nove, dieci minuti di attesa per poter giocare; ho persino imparato, ai tempi della scuola, i rudimenti di qualche linguaggio di programmazione; sono in tutto e per tutto internet-dipendente, mi piacciono i telefonini con diecimila funzioni compreso il caffé macchiato ed il cappuccino con cacao, non parliamo poi delle fotocamere digitali. Senza contare l’uso assiduo del computer per lavoro. Eppure, traumatizzata dall’esperienza sconfortante vissuta con il mio Garmin, pur avendo accettato con entusiasmo il prestito di Giorgio, l’ho poggiato sul mobile dell’ingresso di casa, da dove il marchingegno ha potuto, giorno dopo giorno, alimentare il mio senso di colpa. Mi sentivo il suo sguardo pesante e penetrante sulla schiena, ogni volta che passavo lì davanti.

Stamattina, una mattina fiacca, triste ed umida di pioggia, ho deciso di affrontarlo. Una volta messe le pile, operazione non di poco conto, l’ho acceso e mi sono dedicata all’esplorazione delle varie funzioni: ottimo inizio, la grafica è ad icone, colorata, intuitiva direi; le operazioni essenziali, rilevazione dei dati di un percorso ed impostazioni varie, sembrano quasi ovvie. Bene, allora proviamo a trasferire sul GPS un percorso creato su qualche programma per disegnare gli itinerari, tipo Openrunner. Bisogna installare sul computer il programma contenuto nel CD. Qual è il problema? Ecco il CD. Già. Peccato che il computer non lo veda nemmeno. Non si accorge manco che ci sia, un CD. Ok, cominciamo bene. Tento di aggirare il problema, girando su Internet per tentare di trovare quel programma per altra via, poi mi rassegno: dopotutto, i computer in ufficio sono due… Mi trasferisco con tutto l’ambaradan, macchinario, cavetto, CD, libretti d’istruzione e naturalmente i fedelissimi cagnoni alle calcagna, nell’altra stanza; accendo l’altro computer. Stavolta il CD viene identificato. Perfetto. Con qualche esitazione e più d’uno smadonnamento, riesco persino a far capire al cassone elettronico grosso che gliene ho appena collegato uno più piccolo. Incredibile, si parlano.

Il guaio è che, spesso, in laboratorio gli esperimenti riescono benissimo. E’ nelle situazioni di vita reale, poi, che si manifestano i casini. Ergo, vorrei tentare, già oggi stesso, il collaudo sul campo, anche se diluvia. Con il programma Openrunner, traccio nientemeno che il percorso del mio solito itinerario di corsa dei giorni in cui ho poco tempo: dieci km, partenza ed arrivo a casa. Scopro tra l’altro, con sorpresa, che la mia valutazione del tutto spannometrica, dieci km appunto, è confermata dalla rilevazione sulla mappa con una differenza di pochi metri. Salvo l’itinerario in formato .gpx e lo trasferisco alla scatolina con i bottoncini. Così, sono pronta per fare qualcosa che, in un mondo sensato e razionale, mi varrebbe il ricovero urgente in clinica psichiatrica: farmi indicare da un congegno elettronico una strada che conosco a memoria al punto da poterla percorrere, a parte l’incrocio con il trafficatissimo stradone che va a Bra, ad occhi chiusi.

Qualche ora dopo, in tarda mattinata, sono pronta per la sortita: impermeabile dalla testa ai piedi, berretto con visiera a coprire gli occhiali, GPS anch’esso impermeabile in mano. Uno spaventapasseri immobile sotto il viale, davanti a casa: seleziono la mappa. Ok. Mappa selezionata. Navigazione. Non succede un beato nulla. O meglio, sì, compare uno sgorbio di un centimetro quadrato che, mettendomi un occhio in mano, identifico come una mappa. Con sopra una cacchina di mosca che, a ben guardare, è la freccia. Bene, però adesso siamo qui, io non so dove andare, caro aggeggio, me lo devi dire tu. Ma lui niente, muto, immobile, con la freccia puntata in avanti. Capperi, che chiacchierone. Sprizzi simpatia da tutti i pori. Presumo tu voglia dirmi che devo andare in quella direzione. Ok, dai, magari sei solo emozionato, poi passa. Parto, tiro dritto per un po’. Al primo incrocio, guardo interrogativa il piccolo schermo. In effetti sembra che la freccia abbia un’impercettibile inclinazione a destra. Dai, te lo suggerisco io, si va a destra. Quando ho già svoltato, l’aggeggio ha un lampo di genio: “Svolta 1 ovest”. Cosa? Per poco non mi prende una sincope. Come sarebbe a dire, ovest? Mi stai prendendo in giro? Che caspita ne so io di dove sia l’ovest? Se sapessi dov’è l’ovest, stupido aggeggio, credi forse che avrei bisogno del tuo aiuto?
Percorro i successivi cinquecento metri alla disperata ricerca di una funzione che mi permetta di impostare l’indicazione sotto forma di “destra” e “sinistra”, senza trovarla. Nel frattempo, questa sottospecie di ciabatta che ho in mano ci prende gusto: svolta 2 sud, svolta 3 ovest, svolta 9, 10, 12… E che cavolo, non siamo mica sugli svincoli della tangenziale di Milano, dove le vedi tutte ‘ste svolte? La mappa, imperterrita, è sempre lì, con la freccina che ovviamente si sposta lungo il percorso che io ho impostato e che sto seguendo. Sono sconcertata. Adesso non mi indica nemmeno più i punti cardinali. Si vede che ha capito che me la cavo bene anche da sola ed ha deciso di risparmiare le forze. Senti, bello mio… Già non sono del migliore degli umori possibili, con la pioggia che cade da quattro giorni quasi ininterrottamente e la rinuncia ai sogni di gloria ciclistica e podistica di questo fine settimana. Se poi ti ci metti anche tu… Torno indietro al punto in cui si tratta di selezionare l’itinerario; ricomincio da capo. La frecciolina, miracolo, si accorge che non mi trovo più all’inizio del giro e si va a piazzare un chilometro dopo, correttamente lungo l’itinerario. Ma di dirmi dove devo andare non se ne parla.

Ed io dovrei affidare la mia esistenza, per centoottanta km in mezzo ai monti, ad un accidente del genere? Uhm… Ora che ci penso, mi spiego tante cose. Mi spiego come mai è ben difficile vedere escursionisti esperti che viaggiano sui sentieri con il solo GPS. Magari ce l’hanno, sì, se lo portano dietro come si porta l’orsacchiotto mignon di pelouche attaccato allo zaino, ma, al momento di capire dov’è che si va, estraggono ettari di cartine che più cartacee non si può. A ben pensarci, lo stesso vale per qualcuno di mia ottima conoscenza, che pure i GPS li vende ed in montagna non è di certo nato ieri: non l’ho mai visto ricorrere all’elettronica, e non credo si tratti solo di tirchieria, anche se il soggetto in questione è Genovese DOCG. Ascoltami bene, ammasso di plastica e ferraglia, io ho meno di quattro giorni di tempo per percorrere quei 180 kn, non due mesi. Non posso certo scervellarmi ad interpretare le tue indicazioni criptiche. Ricominciamo da capo, ancora una volta… Niente da fare. Sarà senz’altro colpa mia, non ti capisco, dannato aggeggio. O forse sei tu che ti stai prendendo gioco di me. Una cosa è certa, in quella benedetta corsa mi porterò una moneta, farò testa e croce per la scelta della direzione, o un po’ di sano calcolo combinatorio tra più monete, se le alternative all’incrocio dovessero essere più di due. Credo sia la tecnica più affidabile, oltre alla lettura delle cartine, che ahimé non so leggere. Il GPS lo terrò nello zaino, spento, giusto perché non mi venga la tentazione di scaraventarlo giù in un burrone. Non sarebbe bello, visto che non è mio.

Per tutta risposta, il trabiccolo mi comunica che abbiamo percorso 2,28 km da casa e ci troviamo a 192 m sul livello del mare. Quel che mi passa per la mente, all’istante, necessita immediata censura. Sarai anche più furbo di me, tu, distruttore di cervelli ed altre meno nobili parti anatomiche tipicamente maschili, però, rispetto a me, hai uno svantaggio tattico incolmabile: il tasto “off”… Spento, finalmente muto, il patatone di plastica finisce in fondo allo zainetto. Riprendo a correre e mi sembra quasi, pur sotto il diluvio, di intravvedere un raggio di sole… Mi folgora il ricordo della foto sullo sfondo della scatola del Garmin. Ah, ecco… Adesso sì che capisco il perché!

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PS: spero che alla Garmin, o a qualsiasi altra casa produttrice di GPS, non venga in mente di farmi causa, ma non posso farci nulla se non ho conseguito una laurea in fisica nuclerar pura,applicata, aggravata e continuata. Per farmi perdonare, posso offrirmi come “beta tester” volontaria per il vostro prossimo software che confido realizzerete a prova di idiota…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!