5 luglio 2008 – La Marmotte

Ci vado, non ci vado, ci vado? Sono stata titubante per tutta la settimana. Strano, non è da me anche la sola idea di rinunciare ad una granfondo, però quest’anno sono già stata un po’ dappertutto ed ho provato avventure che mettono quasi un po’ in ombra le tradizionali corse da un giorno. Non voglio essere presuntuosa, ma è un dato di fatto; adesso come adesso, finire una Marmotte, a meno di guasti meccanici o problemi di salute imprevedibili, non è più un’impresa; è un obiettivo sicuro per me. Forse per questo, ha perso un po’ di quel fascino e di quel potere di attrazione che aveva fino a qualche anno fa.

Poi però il Galibier e l’Alpe d’Huez vincono qualsiasi incertezza. Bando agli indugi, si va. Infatti venerdì sera sono in campeggio, a pochi km da Le Bourg d’Oisans in direzione Grenoble, dopo aver ritirato il numero di gara su all’Alpe. Bellissimo, questo campeggio: piccolo, tranquillo, pulito, gestito da un personaggio che parla un perfetto inglese. Niente locali notturni rumorosi, niente schiamazzi di marmocchi. Uhm, troppo bello per essere vero, ci dev’essere qualcosa che non va! E non tardo a scoprirlo: grazie alla mia incrollabile abitudine di indossare pantaloni o gonne ascellari, mi ritrovo in un battibaleno preda di un esercito di zanzare Dracula. Porcaccia miseria, la prossima volta mi porto il DDT! E non è finita: presto scopro che, oltre alle zanzare, ad infestare il campeggio ci sono anche tanti, tantissimi lumaconi che non tardano a dedicarsi al free climbing sulla mia tenda!!! Nonostante la mia posizione di convinta animalista, in questi momenti avrei l’impulso di sterminare sistematicamente ogni forma di vita attorno alla mia piazzola…
Anche stavolta, come sempre, sono partita da casa in fretta e furia ed in modo del tutto disorganizzato. Un campeggiatore degno di questo nome viaggerebbe con pentole, pignatte, fornellino, un tappetino da mettere all’ingresso della tenda… Io niente, ho giusto la tenda ed il sacco a pelo, qualche pezzo di focaccia, qualche Muffin ed una bottiglia di Coca Cola comprati poco prima al supermercato. Come alimentazione pre gara non è il massimo, ma mi accontento… Non è ancora buio e sono già a nanna.

L’indomani la sveglia suona alle cinque e mezza. Ho dormito poco e male per via del freddo – portarmi un pigiama pesante sarebbe stata un’idea troppo intelligente perché potessi elaborarla io! Metto il naso fuori controvoglia: il cielo è chiaro, limpido; le cime dei monti sono già illuminate. Colazione veloce a Mars e Coca Cola, anche qui in pieno stile corridore. Poi scarico la bici e, per caso, butto l’occhio al copertone posteriore: la linea nera centrale, in un punto, fa una specie di “S”; passando le dita sui bordi della ruota, si sente un rigonfiamento. E questa roba che diavolo è? Ohibò… E’ vero, adesso che ci penso, è già qualche giorno che ho l’impressione che la ruota posteriore “saltelli” un po’, come quando si viaggia su asfalto irregolare. Ma è sempre così, quando ho un problema meccanico: mentre sono in giro, mi riprometto di arrivare a casa e controllare, ma il pensiero si dissolve irrimediabilmente non appena infilo la chiave nella serratura del cancello. E mo’ che faccio? Cambio il copertoncino o lascio perdere? La mia pigrizia genetica fa sì che io scelga la seconda opzione. In fondo, ho fatto tanti km con la ruota in questa condizione; penso di poterne fare ancora 180!

Detto ciò, mi avvio verso Le Bourg d’Oisans con la mia ruota oscillante. Nelle griglie di partenza c’è già mezzo mondo: quelli che, come me, si sono iscritti all’ultimo secondo sono nell’ultimissimo settore, in fondo, derelitti. Mi trovo in griglia con Franco, Matteo, Claudio e Pietro: bene, visto che per noi la partenza sarà tra un paio di secoli, almeno si chiacchiera! Parlando del più e del meno, accenno alla condizione del mio copertoncino: la cosa suscita la profonda indignazione di Matteo, che, senza possibilità di replica, si mette lì, mi ruba la ruota e fa opera di meccanico. Io viaggio quasi sempre con un copertoncino di scorta, che prontamente viene piazzato al posto di quello danneggiato. L’operazione avviene sotto gli sguardi a metà tra l’interrogativo ed il divertito dei colleghi di griglia; anche se io sono lì con il cuore in gola per la paura di non fare in tempo, prima del via, scopro che Matteo è più veloce dei meccanici di Formula 1! In un battibaleno mi ritrovo con la ruota bell’e a posto, persino gonfia al punto giusto, cosa che difficilmente si ottiene con le pompette portatili. Anche se mi resta un timore di fondo: se il copertone s’era ridotto in quello stato, doveva esserci una ragione; secondo me, la sua sostituzione non risolve affatto il problema… Comunque, ormai son qui e non ci posso fare niente. La prossima volta mi farò furba e ci penserò prima. Forse…

L’attesa per il via è ancora eterna. Partono le prime griglie, partono quelle avanti a noi; quando tocca finalmente a noi, i primi saranno già sul Glandon! Bah: in altri tempi, avrei già dato di matto un po’ di volte per l’impazienza, ma oggi proprio la cosa non mi tange. Quando finalmente arriva il momento del via, si parte come accade di solito in questa granfondo – e, in generale, a questo tipo di manifestazioni che non si svolgoni in Italia: calma e gesso, passo da gita turistica, nessuna esasperazione, nessuno che tenti di passar sulle orecchie a chi lo precede.
Cinque o sei km di pianura, poi si svolta a destra per il Glandon. Sono circa le otto, splende il sole, fa caldo. Due rampe per superare la prima diga, ancora un po’ di saliscendi, poi inizia la vera e propria salita, poco più di 20 km alla vetta. Il Glandon non è un’ascesa difficile, tutt’altro; a tratti con pendenze cattive, pochi e brevi, alterna lunghi tratti in cui dà respiro. Come al solito, però, io fatico ad avviare il motore: dico a Pietro di andare su con il suo passo, mentre metto il rapportino da carro funebre e mi rassegno a soffrire. Benché fossi nell’ultima griglia, mi trovo in mezzo ad un mare di gente, ai ciclisti più strani, chi vestito ed equipaggiato da vero prò, chi sembra capitato lì per caso con bici improbabili ed altrettanto improbabile vestiario. C’è ancora il fiato per le chiacchiere, gente che discute in ogni lingua: è questo il bello della Marmotte!
Salgo piano fino al primo paese: da lì, la strada spiana e poi scende di un centinaio di metri fino al fiume, in un paesaggio che ogni volta mi impressiona per quant’è spettrale. Dal fiume, poi, una lunga rampa con pendenza sostenuta riporta su alla quota precedente: ogni volta c’è qualcuno che, all’attacco della risalita, è costretto a fermarsi perché s’è dimenticato di levare il padellone… Un po’ di tappo, un po’ di fiatone, poi si riparte con il ritmo di prima. Da qui in poi, la strada è ancora lunga, una decina di km, ma senza più strappi. Il caldo si sente sempre più: sto bevendo come una spugna! Vorrei anche mangiare, ma per ora non ci riesco; mi accontento di un po’ di miele del sacchetto Ambrosoli. Sto faticando parecchio: anche qui, forse colpa della stanchezza accumulata nelle varie avventure delle settimane scorse; son passati sei giorni dalla Super Rando, ma mi sa che gli effetti si fanno ancora sentire! Poi c’è anche un po’ di preoccupazione: la ruota posteriore, come pensavo, non è affatto a posto; qualcosa di strano ce l’ha. Ma non posso fare altro che pedalare, almeno per ora, e sperare che tenga.

Dopo la seconda diga, che si supera con alcuni tornanti, ed il tratto lungo il lago, breve discesa e poi ultimi 3 km prima della cima. Su al Glandon c’è folla di turisti e familiari al seguito dei ciclisti; applausi ed incoraggiamenti a volontà, per tutti! Trovo anche Pietro, che ha voluto aspettarmi: mi spiace che perda del tempo per me! E’ andato davvero forte, mi ha staccata di diversi minuti.
Sul colle si crea un bell’ingorgo. Mi avvicino ai tavoli del ristoro dalla mia parte, a destra, per riempire la borraccia, ma le bottiglie sono tutte vuote: con un po’ di stizza, rinuncio, troverò acqua giù in discesa. Riparto subito per evitare di perdere tempo; Pietro mi affianca e mi sorpassa. Appena un km dopo il colle, dopo un tornante, rilancio e subito sento un botto violentissimo: faccio appena in tempo ad abbassare gli occhi ed a vedere il copertoncino posteriore saltato via dalla ruota. La bici sbanda a destra e sinistra: non so per quale strano caso, visto che di norma non so a quale freno corrisponda ciascuna leva, riesco ad impugnare quella giusta, quella del freno anteriore, e con molta cautela tento di rallentare. Non è per merito mio ma solo per fortuna sfacciata che non sbatto una craniata per terra: la bici si ferma a pochi cm dal bordo strada, cioè da un bel salto da cui non sarei riemersa troppo bene. Lì per lì, ho l’impressione che il copertoncino si sia tagliato; mi assale lo sconforto, significherebbe la fine della mia gara. Poi guardo meglio, no, è integro. Non appena mi passa la tremarella per lo spavento, cerco di darmi una mossa e cambiare la camera d’aria: per fortuna ne ho due. Vedo gli altri concorrenti sfilarmi accanto a grappoli e mi sforzo di non farmi prendere dall’ansia: lo so, che finirò a fondovalle sola solissima, ma non c’è nulla da fare, inutile angosciarsi. Dai Gian, calma, è sempre solo una gara. Adesso cambi, gonfi e via. Non ho la pompetta con me, ma solo le bombolette, che tra l’altro, piccolo particolare irrilevante, non ho mai usato. Chissà come si fa? La necessità aguzza l’ingegno; inserisco la bomboletta nel “rubinetto” e quest’ultimo a contatto con la valvola della camera d’aria, apro la bomboletta e via, in un attimo la gomma è gonfia. O meglio, non è certo gonfia com’era in partenza, ma non mi fido ad aggiungere ancora pressione: non so che cavolo abbia ‘sta ruota, ma non la vedo affatto bene!
Raccolgo le levette, mi metto addosso la camera d’aria come si faceva una volta, incrociata sulla schiena, e via. Peccato che ‘sta maledetta ruota sia quanto mai instabile ed in curva scivoli a destra ed a manca: mi tocca scendere pianissimo, molto più di quanto la mia incapacità cronica mi porti a fare di norma. Vorrei controllarmi ed essere razionale, ma ho una rabbia addosso infinita… Intorno a me ci sono ormai gli ultimi baluardi della granfondo. Una cosa, però, non posso fare a meno di notare: è la quantità abnorme di ciclisti fermi a cambiar la camera d’aria a bordo strada, in particolare all’inizio della discesa, ma poi anche più avanti. Decisamente troppa gente, perché sia solo colpa del caso. Nessuno mi toglie dalla testa che su quella strada sia stato sparso qualcosa, puntine o chiodi o simili, “anti-ciclista”. Anche se non mi fermo a controllare ed anche se, visto che siamo in Francia, sarebbe una forma di ostilità verso lo sport del tutto insolita.

Dopo un’eternità di tempo e mille difficoltà in ogni curva, giungo finalmente al termine della discesa. Mi attende il pezzo che temo di più, oltre venti km di piattume sullo stradone che conduce a St Michel de Maurienne, all’attacco del Telegraphe. Qui soffro come un cane, non riesco a tenere una ruota manco a morire, arranco, mi arrabbio, pian piano scivolo via da ogni gruppo a cui tenti di aggrapparmi. All’improvviso vedo Pietro che riparte da bordo strada: fantastico… Un raggio di luce in questo abisso di incavolatura! Ha forato anche lui. Ripartiamo insieme, io con più entusiasmo, confortata dalla presenza amica. St Michel finalmente arriva; nella piazza centrale, c’è un affollamento di ciclisti che approfittano dell’idrante per scacciare la calura. Ce n’è un altro più avanti, dove ci fermiamo anche noi prima di affrontare i 12 km della salita al Telegraphe. Sono solo 12, mai duri, ma molto regolari; non concedono un solo attimo di respiro. A questo s’aggiunge poi il caldo e, soprattutto, il traffico di auto che, per forza, vista la quantità di ciclisti, devono viaggiare pianissimo: che goduria quando una di esse sta proprio davanti a te, facendoti respirare il gas di scarico a pieni polmoni… Vabbè, se non altro la salita mi fa riprendere dallo shock del tratto di pianura. Viaggio in compagnia di Pietro; pian piano recuperiamo qualche posizione. Raggiungiamo un curioso personaggio con la divisa della mia squadra: è Manolo, un ciclista spagnolo molto entusiasta e chiacchierone. I cartelli chilometrici piazzati lì dall’organizzazione sono abbastanza sballati: ben più attendibili sono i cippi a bordo strada.

Arrivati in cima, dico a Pietro che è meglio non fermarsi qui ma raggiungere il ristoro a Valloire. Facciamo la breve discesa e poi un paio di km di risalita: Pietro è un po’ in crisi, secondo me più psicologica che fisica; faccio del mio meglio per incoraggiarlo un po’, anche se pure io, dal canto mio, non sono proprio fresca come un fiorellino di campo, anzi. Decido che ormai la speranza di fare un buon tempo è andata a farsi friggere: tantovale fare una buona pausa ristoratrice, con calma. Come dice Franco, a volte il tempo che sembra perso non è perso affatto… E poi ai ristori francesi c’è sempre quel formaggio adorabile, penso sia Camembert: non sarà proprio energia immediata, ma è buonissimo; me ne spazzolo un bel po’ di fette! Anche Pietro fa il pieno. Lamenta i crampi, ma, duro come sempre, riparte. Saliamo pian piano, con calma: il tratto quasi dritto che arriva fino al tornante dei rifugi, a -8 km dalla cima, è sempre impietoso. Anche se, per fortuna, il cielo si sta coprendo: almeno ci salviamo dalla calura tremenda che di solito cuoce le teste in questo tratto. Speriamo solo che le nuvole non esagerino: a dire la verità, ho il serio timore che ci beccheremo il temporale prima della cima… Procediamo pian piano, in mezzo ad una processione di anime dolenti; Pietro continua a brontolare ma non molla mai. Affrontiamo con cautela i tornanti, che per me, dopo il lungo tratto quasi dritto, suonano sempre come una liberazione; poi, a – 4 km, la pendenza si attenua un po’. Ormai si vede la fine, lassù in alto: ci sono solo più le rampe degli ultimi 2 km, in particolare dell’ultimo, e poi è fatta. A circa un km e mezzo dalla vetta, Pietro si ferma un attimo e mi dice di proseguire; obbedisco, ma dall’alto controllo la situazione e mi metto tranquilla solo quando lo vedo ripartire. Ormai, conosco questa salita come le mie tasche; nemmeno l’ultimo km fa più paura. Arrivo in cima ed approfitto del ristoro, mentre aspetto che giunga su anche Pietro; non appena è su anche lui, io parto in discesa. Tanto, tra il fatto che lui scende come un pazzo furioso ed io devo usare mille cautele per via della mia paura e della mia ruota ballerina, mi riprenderà in un attimo.
Metto la giacca perché il cielo è coperto e quassù fa fresco; poi mi rassegno ai 7 km di terrore fino al Lautaret ed ai 30 e passa da incubo fino all’attacco dell’ultima salita, l’Alpe d’Huez. Un buon discesista, qui, può permettersi numeri da circo ed arrivare giù davvero a velocità impressionante; io invece ci metto una vita, scendo con la tensione, perdo tempo e bestemmio mentalmente in turco… Meno male che prima o poi anche quest’angoscia ha fine. Gli ultimi 15 km son tutti da pedalare: il lago, la leggera risalita, il tratto piatto fino alla rotonda. All’attacco dell’Alpe mi fermo ancora un attimo al ristoro, giusto il tempo di mangiare qualcosa e riempire la borraccia, poi via, verso una delle mie salite preferite in assoluto. Rampe e tornanti, tornanti e rampe: qui un po’ di soddisfazioni me le tolgo, perché salgo ancora abbastanza bene laddove molti dei ciclisti che sono ancora qui a questo punto arrancano, vanno a zig zag, si fermano a bordo strada. Ma per me è facile, questa salita la adoro! Fa caldissimo come sempre, anche se ogni tanto qualche nuvola copre il sole. Ad un tratto mi affianca Matteo: è già arrivato su da un bel pezzo, mi ha vista mentre scendeva, torna su per qualche km per accompagnarmi, tanto lui non patisce… E’ fresco come una rosa! Si chiacchiera, mi aggiorna sulle vicende degli altri, Franco e Claudio, anche loro già arrivati al traguardo da un po’. Poi, dopo un tornante, ecco Pietro seduto su un muretto: fantastico, temevo che si fosse fermato sul Lautaret come aveva annunciato, invece è lì! Sono contentissima di vederlo. Riparte, si aggrega a noi; piano piano, tutti e tre andiamo su. Incrociamo Franco in discesa. A – 4 km, dove c’è l’area picnic, approfittiamo dell’ultimo ristoro idrico e salutiamo Matteo che scende al campeggio; poi, tra un lamento e l’altro del buon Pietro che come sempre brontola ma è un osso duro, affrontiamo l’ultimo scoglio. Ancora qualche tornante, ma la pendenza qui è più umana e ormai la vetta è vicina. -3, -2, poi il drittone d’ingresso al paese, -1, ormai è fatta. Tagliamo il traguardo insieme, restituiamo il chip e via.

L’indomani, mi sarebbe piaciuto partecipare alla cronoscalata dell’Alpe, la Grimpée. Però la mia ruota posteriore non è d’accordo. Già a sera, in campeggio, la trovo sgonfia; la rigonfio, ma l’indomani mattina è dinuovo a terra. Inutile che cambi la camera d’aria; è ormai evidente che c’è qualcosa che non va proprio nella ruota. Mi rassegno a tornare a casa con le pive nel sacco: egoisticamente, per fortuna, si scatena un temporalaccio appena finisco di impacchettare tenda, armi e bagagli. Così la rinuncia alla cronoscalata non mi dispiace nemmeno troppo! Domani ci sarà lavoro per il mio meccanico.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!