5 marzo 2011 – In MTB alla riscoperta delle Langhe

Mannaggia a me ed al mio disordine cronico, aggravato, incancrenito. Ho già tirato fuori tutto, esplorato ogni anfratto della borsa, del sedile, dello spazio sotto il sedile, del cruscotto… Niente. Eppure ieri sera le ho prese, ne sono certa. Già, le ho prese nel cassetto. Ma chissà dove le ho poi abbandonate. Mai che mi riesca di iniziare un’azione, anche la più banale, e concluderla come si deve. La interrompo per cominciarne un’altra, e un’altra ancora… E le calze, chissà dove le ho smarrite nel tortuoso tragitto dal cassetto alla borsa, passando magari per il cucinino, il bagno, se non persino il garage. Fatto sta che qui, adesso, non ci sono. Bene, complimenti Gian. Fa un freddo siberiano, c’è persino la nebbia: per l’occasione, mi ha seguita da Carmagnola a Cherasco, dove immagino si possa contare un giorno di nebbia ogni dieci anni. E mò che faccio? Partire a piedi nudi, o meglio, indossando le sole scarpe, no, non se ne parla nemmeno. Proprio io che patisco il freddo ai piedi anche indossando calze a prova di ascensione hymalaiana invernale… Tornare a casa? E no… Per una volta, da millemila anni a questa parte, che mi trovo abbastanza di buon’ora – sono passate da poco le nove – in luogo ameno per farci partire un bel giro in bici, ed ho anche la bici al seguito, no, non torno a casa. Sarebbe un delitto. Mumble mumble. Idea!

Una volta tanto, devo concedere a mia sorella brontolona un po’ di ragione. Mi rimbrotta spesso, lei, per l’abbigliamento che sfoggio in ufficio, a suo dire, e non solo a suo dire, troppo sciatto: jeans, maglioni, maglioni, jeans. Non va bene, si fa brutta figura con i clienti, non ci si può presentare in jeans e scarpe da ginnastica, ecc. ecc. Naturalmente, la riprovazione espressa arriva al culmine di un crescendo di sguardi traversi, allusioni più o meno velate, battute velenose. Io faccio orecchio da mercante: un po’ perché sono una freddolosa cronica e, se potessi, d’inverno vivrei incapsulata in una tuta da sci; un po’ perché il tempo speso a lottare per infilare un paio di collant, abbottonare una camicetta, stirare un tailleur, è tempo sottratto alla vita, nel modo più stupido possibile. Ed anche perché non mi va che la gente mi giudichi dall’abito che indosso: quel che so fare, sul lavoro o altrove, lo so fare nello stesso modo, sia che indossi una tuta, sia che sfoggi un abito di paillettes. Quindi, se piaccio, sono così; se non piaccio, arrivederci e grazie.
Oggi, però, lo strappo alla regola l’ho fatto: un appuntamento per lavoro a Cherasco, un abituccio da mercato anche un po’ da madama, per dirla tutta (in fondo, alle soglie dei trent’anni, ormai madama lo sono anch’io), ed un paio di calze autoreggenti. Le comiche, tra l’altro: le ho comprate di taglia sbagliata, talmente lunghe che mi tocca farci il risvolto, roba da uccidere sul nascere qualsiasi pensiero lascivo. Ma adesso son proprio soddisfatta della scelta di questa mattina. Già archiviato l’appuntamento, direi che a questo punto le calze autoreggenti non servono più: però, se le risvolto a tre o quattro strati intorno al piede, ecco risolto il problema. Calzino da bici sui generis: infilo il tutto, piede ed involto, dentro la scarpa e sono a posto. Infilo i guanti ed il berretto; ammucchio sul sedile gli inutili abiti borghesi; vinco la ritrosia ad uscire dall’abitacolo al freddo ed al gelo… Scarico la mountain bike, tribolo come al solito per sistemare la ruota anteriore, fatto. Pronti, partenza, via. La Opel resa lì, fida compagna di sempre, accanto al piccolo cimitero di Cherasco ed al casello dell’autostrada Asti-Cuneo. Accanto, un SUV ed una station wagon lucidissimi, fiammanti, BMW: sono ragionevolmente tranquilla; un eventuale ladro, dovendo scegliere, non toccherà il mio amato bene.

La nebbia rende gelido il mio avvio, quell’interminabile istante in cui il neurone, in un estremo impeto di buonsenso, si domanda “Ma chi me lo fa fare?”. E’ un battito di ciglia, poi la strada comincia a salire, e con essa la temperatura del corpaccione. In sella ad una MTB attrezzata da fuoristrada, la lotta contro la forza di gravità è durissima, ma, se non altro, ci si scalda. La speranza è che, guadagnando un po’ di quota, si riesca a vedere il sole. Confido che la nebbia non tardi poi troppo a dissolversi. Prendo il passo dell’asino stanco, scalo i rapporti senza vergogna della tripla; dal momento che guardarmi intorno è inutile, prendo il telefono e chiamo mammà, giusto per avvisarla che non avrà altre notizie di me troppo presto.

Come previsto, la nebbia si dirada man mano che salgo; i toni del grigio cedono il posto ad un bell’azzurro del cielo ed al verde dei nuovi ciuffi d’erba nei prati e lungo il ciglio della strada. I primi fiori spuntano spavaldi: macchie azzurre, violette, gialle. Sugli alberi le prime, timide gemme. Salgo rimuginando l’incontro di questa mattina a Cherasco, una possibilità di lavoro che purtroppo non posso cogliere perché non ho ancora, ahimè, il dono dell’ubiquità. Ciononostante, è stata un’esperienza istruttiva: ho avuto a che fare con due professionisti di notevole esperienza ma, nel contempo, semplici, cordiali ed alla mano nell’aspetto e nel modo di fare. L’ideale, per me che ho sacro terrore delle persone formali, ingessate, che “se la tirano”, ecco. Nelle situazioni in cui vedo molta apparenza ed ostentazione, istintivamente mi vien da pensare che ci sia qualcosa sotto, o meglio che non ci sia quel che si vuol far credere. Insomma: un nulla di fatto per me, ma mi ha messo di ottimo umore. E poi c’è il sole… Cosa potrei chiedere di più alla vita? Senza troppa fatica, supero i pochi km che mi portano alle prime case di La Morra, alla rotonda e poi su, verso il centro. Ignominiosamente ricorro alla coroncina anteriore piccola, per superare l’ultima rampa: la giornata su due ruote sarà ancora lunga; meglio non sinistrarsi troppo presto i muscoletti.
Dal belvedere di La Morra, lo sguardo spazia su un suggestivo mare di morbida nebbia, da cui spuntano qua e là i cocuzzoli delle colline e le cuspidi dei campanili. Potrei apprezzare la poesia, se solo non sapessi di dover scendere là sotto… Invece mi tocca, per forza. Giù in picchiata: la strada è umida, viscida, ma ho cieca fiducia nei copertoni spessi e nei freni a disco. Almeno, l’avrò finché non mi sarò spalmata a mò di Nutella sul cofano di qualche SUV. Mi congelo subito e via. Per fortuna, i freni sono reattivi al minimo tocco della leva, anche se le dita sono irrigidite. Direzione Santa Maria. Sembra di immergersi in un dipinto un bianco e nero dai contorni sfumati, che si delineano man mano che ci si avvicina. I due o tre km da Santa Maria fino a Gallo sono un vero supplizio: freddo, nebbia e traffico, direi insolito in questo posto. Infatti qualcosa di anomalo c’è: gran fermento a Gallo e viavai di auto da rally. No, cavoli, speriamo non oggi… Svicolo in tutta fretta dal centro del paese, in direzione di Serralunga; oltre la tenuta Fontanafredda, imbocco la strada secondaria per Monforte. Scruto il sentiero segnato che sale a Castiglione Falletto in mezzo ai vigneti: è un mare di fango… Non è ancora tempo per questo genere di avventure, o meglio, non è ancora stagione. Proseguo lungo la strada e, al bivio, tiro dritto per la frazione Castelletto, che di solito accantono in favore della bella salita parallela, a Perno. Anche qui la pendenza non è da sottovalutare. Un paio di tornanti, il passaggio in mezzo a due belle abitazioni ristrutturate, una delle quali porta sul campanello nomi stranieri, credo olandesi; qualche alberello da frutto che è lì lì per espellere i primi fiorellini. Pian piano, una pedalata dietro l’altra e con tanta pazienza, sempre a caccia, con lo sguardo, dei più sperduti tratturi. Con questo bel mezzo che mi ritrovo sotto il posteriore, ho una gran voglia di tentare l’avventura! Un gruppo di case, un ripido tornante che sempre m’inganna perché pare annunciare un tratto in piano, l’ultima rampa con ampia vista sulla collina e mi ricongiungo con l’altra stradina parallela. Un breve tratto in leggera discesa mi riporta alla strada principale che sale da Castiglione e, meno di un km dopo, a Monforte. La nebbia intorno sembra diradarsi un po’. Qualche passante con la sacca del pane o il giornale sottobraccio; nessun ciclista, per ora: li incontrerò più tardi.

Imbocco la discesa verso Dogliani. Non ho una meta precisa, piuttosto qualche curiosità. Lascio il mio itinerario al caso: vorrei andare a cacciare il naso lungo qualche stradina che, in passato, ho sempre solo notato distrattamente, passando oltre. Per esempio, quel bivio che c’è nella curva, dopo la rampa in discesa lunga e dritta che porta giù nella cupa valletta verso Demonte. Detto fatto: colpo di freni, svolto su per la ripida stradina stretta, il fondo ricoperto di foglie secche e resti dei ricci delle castagne. Sale decisa, senza sconti, e mi porta, in qualche centinaio di metri, in vista di una borgata. Alla mia destra, una distesa di vigneti; alla sinistra, una scoscesa parete di sabbia e boscaglia. Cani latrano da ogni dove: mi sa che sto per invadere una proprietà privata… Infatti, la salita va a morire in mezzo alle case. Pazienza: marcia indietro, torno giù al fondovalle. Poche centinaia di metri verso Dogliani ed ecco, sempre a sinistra, un altro bivio. E proviamo anche questo. Ho una mezza idea di dove potrebbe andare a finire, ma non ci faccio molto affidamento: il mio senso dello spazio e dell’orientamento è miserrimo, di solito. Anche qui, s’è risparmiato sull’asfalto: una rampa dietro l’altra, senza misericordia per i garretti del ciclista. Dall’oscuro fondovalle ad una splendida vista su prati e vigneti. Non si può dire che il cielo sia azzurro e luminoso; la foschia non ha ancora ceduto del tutto, però il sole dispensa un po’ di conforto. Qualche cascina isolata, un bivio in cui svolto a sinistra; un gruppo di case, un agriturismo o qualcosa di simile. Passo con circospezione, sempre timorosa di invadere la proprietà altrui: no, la strada continua a salire. Al bivio successivo, mi accorgo con sorpresa che, una volta tanto, ho visto giusto: sono arrivata sulla bella stradina che sale da Dogliani e va a confluire nella strada principale tra Monforte e Roddino. Svolto a destra, verso Dogliani, per godermi il morbido tratto in cresta ed il panorama mozzafiato sulla collina, fino al punto in cui la strada comincia a scendere decisa. Poi torno indietro: non voglio scendere a Dogliani, preferisco andare verso Serralunga e poi si vedrà. Un lungo tratto a saliscendi, con fondo stradale non sempre in ottime condizioni. Una targa in pietra sul muro di una cascina ricorda che quelle mura hanno dato asilo ad una brigata partigiana nel ’43.
Ancora una volta, nella breve ma ripida risalita successiva, benedico la tripla. E, di tanto in tanto, butto l’occhio alla ruota posteriore. Ieri sera ho fatto una riparazione fai da te; ho sostituito la camera d’aria bucata ed ho colto l’occasione per piazzare la fascia protettiva in kevlar tra la camera nuova ed il copertone. Non sono affatto certa di aver fatto un buon lavoro, ma per ora sembra che tenga. Via lungo la strada principale, in leggera salita in direzione Roddino. M’infilo di botto in una stradina sulla destra: pochi metri, poi mi accorgo che una telecamera mi punta minacciosa… E’ l’ingresso di un hotel di lusso, o qualcosa del genere, in località Bricco. Torno sui miei passi, anzi, sulle mie pedalate. Ma oggi sono senza pace: sulla sinistra, un altro bivio attira la mia attenzione. Una ripida discesa che passa accanto ad un palazzo ristrutturato, dall’aspetto molto lussuoso: trattasi infatti, dicono i cartelli, nientemeno che di un “resort”. Un paio di curve e la strada diventa sterrata, ma facile. Pedalo accanto ad una chiesetta e ancora avanti, fino a sbucare nuovamente sulla strada principale tra Monforte e Roddino. Torno verso Monforte e m’infilo ancora una volta a sinistra, dove i cartelli indicano la località San Giuseppe. Una ripida rampa, un bel tratto in cresta che porta dritto nel cortile di un’azienda vinicola. Che meraviglia, questo posto, e che invidia per chi ha la fortuna di poterci vivere e lavorare. La stradina, che raccoglie tutta la luce del sole possibile, è adorna dei primi fiorellini. Torno, per l’ennesima volta, sulla tratta principale, verso Roddino, questa volta senza distrazioni. Mamma mia quant’è faticoso il falsopiano in salita. Mi attacco, per consolazione, alla boccetta di miele, il mio unico sostentamento della giornata: non sarà un toccasana per i denti, ma che bontà. Passo oltre i campi da golf ed il ristorante, sforzandomi di ignorare l’invitante profumo. Appena prima di Roddino, svolto a sinistra in direzione di Serralunga: una bella discesa con il panorama del castello, severo e minaccioso, in lontananza, e la vista sulle strade di Perno e Castello, ora dall’altro versante della valle. Breve risalita con vista, invece, su un altro orrendo centro benessere, o qualcosa del genere; una costruzione pretenziosa, brutta e che nulla c’entra con l’ambiente che la circonda. Una “spa”, come va di moda dire adesso. Passo oltre, non molto: sulla destra, mi attende la stradina che scende diretta a Sinio. Noto con piacere che sono comparsi il cartello che indica la direzione per ciclisti ed escursionisti, nonché un bel cartello che avvisa i viaggiatori a quattro ruote della possibile presenza di altri viaggiatori a due. Giù verso fondovalle: ormai non fa quasi più freddo. Brevissima deviazione in un tornante, verso una stradina sterrata; anche qui si va a finire nel cortile di una cascina che pare deserta da un po’. Sul pendio, in pieno sole, l’azzurro dei primi fiorellini. Ancora discesa, qualche curva, qualche buca. A Sinio avolto a destra sulla strada principale di fondovalle; la seguo fino al bivio per Albaretto Torre. Vorrei raggiungere il paese lassù, stavolta non lungo la solita, abituale salita da capre, bensì seguendo una stradina che si stacca a destra appena prima della minacciosa rampa indicata al 18% di pendenza. La stradina, più modesta, prende avvio in piano, accanto ad un pioppeto. Minacciosi cartelli avvertono di un “pericolo per il pubblico”: impiego un po’ a collegare gli avvertimenti con il trambusto di Gallo d’Alba per il rally. E’ evidente che la corsa passerà anche di qua.
La stradina è buia, incassata tra la parete della collina ed il bosco; alla mia destra scorre un torrente. Una salita appena accennata, all’inizio; il fondo in buone condizioni, a parte qualche crepa. Ho l’impressione di vedere i segni di un allagamento, anche se non troppo recente. Il cancello, il cortile di una casa; la strada sfila a destra, raggiunge un punto in cui la valle si apre e s’illumina. A sinistra , imponenti ed aspri contrafforti sabbiosi: incredibile, mi sembra di ritrovarmi all’improvviso in un ambiente completamente diverso rispetto a quello di poche centinaia di metri fa! Un paesaggio suggestivo ed insieme spettrale. Poi la salita, quella vera, comincia; una serie di curve mi fa passare accanto ad alcune abitazioni. Cani a cui non par vero di poter esercitare la loro autorità di guardiani; credo proprio che di qua passi ben poca gente. Non perdo di vista la mia meta, lassù, la torre di Albaretto e, poco più avanti, la più prosaica torre metallica punteggiata di ripetitori. Fin lassù… La stradina si snoda tra i noccioleti. Qui la neve è caduta ben più abbondante che in pianura; ricopre, man mano che salgo, i prati e crea allegri giochi d’acqua. Visto che, ormai, ho perso la speranza di trovare una fontanella aperta, mi fermo a raccogliere qualche manciata di neve e la butto nella borraccia, sperando che un po’ si sciolga, anche se, per ora, la temperatura è tutt’altro che torrida. Poi riprendo la salita. Supero una rampa micidiale, per fortuna breve, che non mi aspettavo; non ho il coraggio di far scendere la catena sul padellino, ora che sono proprio nel punto più aspro… Sputo un paio di bronchi, ma sono oltre. Si sale ancora, ma dolcemente, mentre la piazza di Albaretto si intravede già più definita. Che contrasto, la neve ed i fiorellini che spuntano nelle poche chiazze di verde. Ed il cinguettio multiforme, incessante. Un gruppo di abitazioni, poi la strada piega infine a sinistra. Ecco, dov’è che si va a finire: proprio nella rotonda del ristorante, dove la strada che sale da Albaretto si innesta sulla principale in cresta tra Alba e Bossolasco. Il parcheggio del ristorante è gremito; s’ode un gran ticchettio di posate. E che profumo! Direi che un’altra ciucciata di miele ci sta…

E mo’ dove potrei andare? Intanto raggiungo la località Tre Cunei, dove ammiro un edificio, proprio in corrispondenza del bivio per Lequio, ristrutturato in modo magistrale. Un capolavoro. Potrei tornare giù a Sinio da Borine: una strada che in bici da corsa avevo il terrore di imboccare, quasi una mulattiera. Ma sì, perché no. Un chilometro di lieve discesa ed ecco il bivio, Borine. Anche qui, evidenti tracce dei preparativi del rally. C’è un divieto di passaggio, ma è per domani… Meno male. Le curve mi portano ben presto in picchiata verso il cupo, selvaggio fondovalle; l’asfalto è sempre più sconnesso: non buche ma veri e propri crateri, sassi, terra, sabbia, un disastro, curva dopo curva, con la sabbia della parete della collina che si sgretola e rovina giù, e tutt’intorno boscaglia e gaggie attraverso cui filtra qualche raggio di un sole ancora incerto. Cartelli perentori indicano i punti dove gli spettatori non potranno piazzarsi. E’ un vero peccato che qualcuno abbia avuto la geniale pensata di far correre una gara di auto quassù: di questo fondo stradale già disastrato resterà poco o nulla…
Giù, in fondo, la valle si apre e la strada torna ad assumere condizioni decenti. Mi ritrovo ad un centinaio di metri dal bivio con la stradina che sale ad Albaretto, appena percorsa; è dall’altra parte del torrente. Tiro dritto per Sinio; se riesco a ritrovarla, vorrei percorrere la strada che sale diretta a Montelupo Albese. Già risalire le rampe di Sinio è una bella impresa da fachiri; mi guardo intorno circospetta, seguo quella che mi sembra la via principale. Quasi per caso, riconosco a destra la piazza della chiesa: ecco, quel giorno in cui ho scoperto l’esistenza della direttissima Montelupo – Sinio ero sbucata proprio qui… Attraverso la piazza e prendo a salire su per una successione di rampe cattive, irregolari; mettici pazienza, Gian, vedrai che fai anche questa. Intanto, scruto l’orizzonte alla ricerca del profilo della mia meta. Pedala e pedala, di lì a poco l’occhio mi cade su un cartello bianco e rosso, uno di quelli che, inequivocabilmente, indicano i sentieri. Punta una strada sterrata che scende, passando tra i vigneti. Magari… Forse… Chissà… Non sembra nemmeno troppo fangosa… Ma sì, perché no, proviamo. Alla peggio, torno indietro.

Infilo la via ignota, suscitando la ferma riprovazione di un cagnetto che tiene compagnia al padrone nelle viti. Spiegate alla bestiola le mie intenzioni del tutto pacifiche, procedo in discesa, in equilibrio precario. Si apre un’altra valletta; la strada procede verso un pugno di case. Mi sembra di vedere una strafa asfaltata che si stacca proprio dalle case e va in direzione opposta alla mia. Scendo con cautela: il fango sembra aumentare man mano che procedo; fango, pozze, pietre. Appena prima delle abitazioni, noto per un pelo un altro cartello: per il sentiero si deve andar di lì. Beh, posso provarci; mal che vada, anche qui, torno indietro. Mi avvio baldanzosa in sella: dieci metri dopo, le ruote sono già mezze affondate nel fango. Ostinata e curiosa, procedo a piedi, con la bici per mano, sfruttando qua e là l’appoggio appena più saldo del tappeto di foglie morte. Mi addentro lungo una strada sterrata che, in condizioni meno umide, dev’essere agevole e bellissima, sotto una vera e propria galleria formata dai rami degli alberi spogli e colonizzati di una sorta di edera. Anche procedere a piedi non è facile. Guardo in su: non c’è più traccia di Montelupo, sono troppo a ridosso della collina. Proiettata fuori dal mondo, direi, anche se non credo sia impresa impossibile tornare indietro. Non ancora.
Riemergo alla luce e scorgo, come una caccia al tesoro, un altro cartello. Questa volta, l’indicazione per Montelupo mi manda lungo un sentierino strettissimo, “single track” in gergo, ed anche parecchio ripido, con uno sbarramento di legno che credo serva ad impedire il passaggio alle moto da cross. Che si fa? Ormai sono qui… Tantovale provare. Il fondo mi sembra in condizioni discrete. Mi carico sulle spalle i miei quindici kg di bici ed inizio una lenta, faticosa risalita. Tutto bene, almeno all’inizio; la trappola funziona. Di lì a poco, il sentiero diventa via via più fangoso: mi trovo a dover trasportare o trascinare la bici senza nemmeno un appoggio saldo per i piedi, che scivolano via. E la pendenza, manco a farlo apposta, aumenta. Così come la mia pressione. Scruto con ansia oltre gli alberi, in alto: nulla, non si vede nulla. Continuo a salire, a scivolare, ad aggrapparmi alle piante, io, lo zaino, la bici. Il sentiero sparisce sotto lo scroscio di un bel torrentello: procedere verso l’alto diventa un’impresa disperata. Mi trovo d’improvviso a dover superare una strettoia tra due rocce, in mezzo a cui scorre il fiumiciattolo, e non ho alcun appoggio saldo per le suole; più mi muovo, più sprofondo, più scivolo. Finisco a mani nel fango un po’ di volte, prima di riuscire, con sovrumano sforzo, a trascinare la bici oltre le rocce; un altro attentato alla spina dorsale per superare il successivo salto. E’ un bel sentiero a tornantini, ma non finisce mai… Tiro avanti aggrappandomi a tutto quel che capita con la mano sinistra, mentre con la destra un po’ reggo ed un po’ trascino l’ammasso di metallo, gomma e carbonio. Meno male che non c’è nessuno ad assistere… Come minimo, sarei marchiata a vita per la mia dabbenaggine!

Calpesto fango e neve, neve e fango. E comincio seriamente a dubitare della validità della mia pensata. Ma ormai è fatta, indietro non si torna. Spero almeno di poter andare avanti… Quel che mi si para davanti all’improvviso è scoraggiante: il sentiero si impenna, va su dritto come un fuso, in mezzo alla neve, al fango, all’erba viscida. Tento l’attacco di petto: a momenti, finisco faccia a terra. Allora provo con le maniere dolci: un passettino, consolido l’appoggio, trascino un po’ la bici; altro passettino, altro trascinamento. Così. a venti centimetri per volta, dopo avere accuratamente abbattuto tutti i santi del calendario comprese le riserve, sbuco senza fiato su un tratto quasi in piano. La strada, da qui, piega a sinistra, finalmente in piano. Ancora qualche decina di metri sguazzando tra pozze, fango e neve, ed “uscimmo a riveder le stelle”. Posso solo immaginare la sorpresa delle due madame che, in giro a passeggio, si trovano di fronte ad una sorta di pupazzo di fango che spunta dal folto del bosco. Saluto, onde far capire che non sono uno yeti in vacanza premio, e risalgo finalmente in sella, con tutti gli ossicini doloranti, dal primo all’ultimo. Questa è la stradina che sale a Montelupo da Valle Talloria, cioè da Sinio e da localitù Bricchi. Raggiungo pian piano la vicina strada alta, che seguo, questa volta senz’altri voli pindarici, fino a Diano. Anzi no, un voletto me lo concedo ancora: evito i due tornanti che salgono al paese, in favore di un breve tratto sterrato che si stacca sulla sinistra, segnalato anche qui dal cartello bianco e rosso. Salgo, via sterrato, fino alle primissime case di Diano, sotto un pallido sole. E la neve nella borraccia non s’è ancora sciolta… Sono le tre, più o meno. L’avventura in stile Indiana Jones mi ha portato via un sacco di tempo… Ma in fondo non ha importanza: non devo mica bollare la cartolina!

Da Diano, imbocco la strada che scende a Grinzane e Gallo. Ormai è un vizio; lungo la discesa, butto l’occhio a tutti i bivi, che mi riprometto, prima o poi, di andare ad esplorare. Non oggi, però. Scendo giù, ammiro l’imponente mole del castello di Grinzane. Anche qui, ristoranti affollati nonostante l’ora già avanzata. Giù a Gallo, con circospezione: il rally ha attirato un bel po’ di gente, troppa per i miei gusti; auto e pedoni che s’infilano da ogni parte… I motori rombano furiosi. Via di qua, prima possibile. Riprendo la strada verso La Morra: un’ultima dose di miele, più per golosità che per vera necessità, anche se ormai avverto un certo languorino. Il sole è fioco, velato; la temperatura però s’è finalmente ripresa un po’. Pedalo pigramente lungo il falsopiano che sale a Santa Maria, con l’occhio a scandagliare le tracce di sentieri e stradine tra i vigneti. La rampa in centro paese, una coppia di mature madame che si fermano a chiacchierare appena oltre la curva cieca; un’auto che arriva di gran carriera e per un pelo non le travolge: le madame, imperterrite, continuano il pettegolezzo, mentre l’auto sgomma via. E non ho bisogno di leggere il labiale per immaginare cosa possa essere uscito dalla favella del pilota.
Risalgo a La Morra ricorrendo, ormai senza alcun ritegno, al padellino, ove necessario, su tra le ombre lunghe dei filari dei vigneti. Del paese, lassù, spiccano purtroppo più di tutto degli orrendi palazzoni. Meno male che, a sinistra, posso consolarmi con lo splendido cedro sul cocuzzolo della collina. La rotonda, l’ultima rampa, il drittone, l’ultimo tornante. Un inebriante profumo di vino mi accoglie in paese: possibile? Eppure siamo a marzo… E’ periodo di vinificazione marzo?

Prendo la direzione per Bra e mi godo la lunga, rilassante discesa tra noccioleti e recinti con i cavalli. La pianura torna a dominare il paesaggio. Incontro ancora qualche ciclista che sfrutta le ore più calde, anzi direi meno fredde della giornata; con qualche brivido arrivo giù, al ponte sul Tanaro. La Opel, paziente, è ancora lì. Secondo i miei calcoli spannometrici, direi un’ottantina di km, poco più di duemila m di salita e sette ore di pedalata. Carico la fida MTB in auto. Poi l’occhio mi cade sui piedi: già, me n’ero dimenticata, ma direi proprio che le autoreggenti, adattate a calzini da bici, hanno svolto un lavoro egregio!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!