6 e 8 gennaio 2009: notturne sulla neve

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare: così dicono… In realtà, in questo caso, più che di gioco duro, si dovrebbe parlare di gioco gelido. Ci sono occasioni in cui vorresti tanto che le previsioni del tempo si rivelassero completamente sballate; ovvio che, in quelle occasioni, invece, ci azzeccano con precisione millimetrica, anzi, se possibile, non bastano a rendere un’immagine abbastanza tragica di quel che accadrà. Così è stato nella seconda metà di dicembre 2008 e nei primi giorni di gennaio 2009, da queste parti: neve, neve, e ancora neve, e, tra una nevicata e l’altra, pioggia e ghiaccio, per non farci mancare nulla. Insomma, tempi durissimi per il ciclista incallito, e pure per il podista, il cui osso sacro è seriamente minacciato dall’asfalto scivoloso. Non resta che rinchiudersi in casa e costringere la bici all’immobilità sui rulli: anche lo spirito più vagabondo deve talvolta rassegnarsi a far fatica senza andar da nessuna parte.

…o no? Ma insomma, siamo uomini o caporali? Ci lasciamo annientare così dalla furia degli elementi? Non sia mai! Meno male che, ogni tanto, quando il mio neurone è in pausa caffé, ci pensa qualcun altro, a generare idee folli ed a propormele. La prima vede la luce, luce si fa per dire, il giorno dell’Epifania, uggioso e nevoso quanto basta: e se tentassimo una camminata con un po’ di dislivello? Alla proposta generica, Mik allega due o tre ipotesi di itinerari; la mia scelta cade sulla salita da Piossasco al Monte San Giorgio: solo perché Piossasco è, tra i possibili punti di partenza, quello più vicino a Carmagnola; dovendoci arrivare in auto, con questo tempo da lupi, preferisco metter sotto le quattro ruote meno strada possibile.

Detto, fatto; poco dopo le otto, quella sera stessa, siamo al punto di partenza, abbigliati di tutto punto e dotati di scarpe da trail e, per me, anche di bastoncini. Sei chilometri di salita su mulattiera, in mezzo al bosco ed ai pini, affondando, ma non troppo, in una coltre di neve morbidissima, polverosa, quasi asciutta, che infatti non s’infila nelle scarpe, benché arrivi ben presto a salire oltre la caviglia. In salita riusciamo a tenere un buon passo, anche se io sbuffo e fatico, temendo che Mik decida di tener fede, anche a piedi, alla sua indole di scalatore folle e di mollarmi, di punto in bianco, per schizzare su verso la meta. E’ pur vero che qui è difficile sbagliare strada… Ma io, lasciata a me stessa, ne sarei capace! E poi toccherebbe mobilitare i soccorsi, l’Esercito, la Marina, la Legione Straniera per venirmi a cercare. Per carità Gian, vedi di darti da fare. Ma il compagno di merende stasera non pare avere intenzioni minacciose. Per mia fortuna, è in convalescenza da malanni vari!

E’ un’esperienza strana. Se non avessi fatto, proprio ieri in Liguria, una sorta di battesimo della camminata sulla neve, qualcosa di più dell’attraversamento di un piccolo nevaio, stasera sarei senza dubbio ben più preoccupata, anche se, in realtà, non c’è nulla di cui preoccuparsi. Nemmeno del buio c’è da preoccuparsi; ormai sono anni che vado a correre in ore serali ed anche notturne… Il bosco è immobile, non si sente rumore né suono, solo il fruscio dei rami, solo la neve che di tanto in tanto scivola tra gli aghi, chissà perché proprio in quel momento in cui passiamo. E non sono nemmeno da sola, né lontana dall’abitato. Nonostante tutto questo, non riesco a ricacciare del tutto indietro il timore, semplicemente, di essere qui. Forse per questi pini così alti e così scuri, questi tronchi che si proiettano verso il buio, questi rami che disegnano figure contorte che nella fantasia diventano subito minacciose. Come nelle illustrazioni sui libri di fiabe, quelli che da bambina ho divorato in quantità quasi pari a quella dei barattoli di Nutella. Il bello, però, è che non serve la pila frontale. Il riverbero della neve basta già a permetterci di vedere dove mettiamo i piedi; mi vien da chiedermi da dove arrivi, questa luce… Anche questo fa parte del mistero.

In salita, il freddo non si sente. Anzi, non si sente nemmeno la pendenza. Son talmente impegnata a cercar di stare in piedi, ed a mettere una scarpa davanti all’altra, che quasi non mi rendo conto dei tornanti, delle debili lucine della pianura che si fanno sempre più lontane. Il buio, il silenzio, la vista in “modalità bassa definizione”, come ironizza Mik – nessuna pietà per una povera talpa! – creano un’atmosfera sospesa, in cui quasi non mi rendo conto né dell’ora né del luogo né dello sforzo. Però passiamo di tornante in tornante, quindi per forza stiamo salendo. Nemmeno della distanza riesco a dare una valutazione corretta: quando mi sembra ragionevole pensare d’aver percorso più o meno metà strada, un leggero venticello mi fa rabbrividire e lascia intendere che la cima è ormai vicina. Mik conferma; ancora un paio di curve e la strada si perde in un’ampia radura, ovviamente coperta di neve, da cui la vista spazia sulle luci della pianura. Ancora pochi metri dietro l’ultima propaggine del bosco e ci troviamo di fronte l’abside di una piccola chiesetta che, con il beneficio d’inventario della mia mostruosa ignoranza, parrebbe essere romanica. Se il retro è così bello, chissà la facciata: mi affretto a fare il giro intorno a questo edificio di culto bonsai e, come previsto, scopro una splendida struttura di pietra e legno che, se non era così in origine, è stata comunque ristrutturata con cura e gusto, direi.

Fermi quassù, però, non conviene restare: il vento e gli abiti bagnati fanno immediatamente venir la pelle d’oca. Scartata l’idea peregrina di Mik di scendere a valle per via retta, lanciandosi giù dal pendio a mò di bob umani – non mi stupirei affatto di vederglielo fare davvero – ci rimettiamo sui nostri passi, ripercorrendo a ritroso uno dopo l’altro tutti i tornanti. Benché il passo sia svelto, il freddo arriva lo stesso a mordere le ossa e soprattutto le mani, tanto che ho la netta sensazione che qualcuno ci abbia giocato lo scherzo di allungare la strada, dopo il nostro passaggio. Le luci della città son sempre là sotto, lontane, e non ci arriviamo mai, per quanto camminiamo! Le uniche tracce son quelle delle nostre scarpe: mi sa che nessun altro, stasera, si avventurerà quassù. O quasi: ormai giunti alle prime case di Piossasco, incontriamo due loschi figuri, in tenuta non certo montana ma, direi, da struscio cittadino in mezzo alle vetrine, che si avviano verso l’alto. Ma che diamine ci faranno qui, questi due, a quest’ora? Probabilmente, la curiosità è reciproca…
A conclusione di tutto ciò, poco meno di dodici chilometri e poco più di quattrocento metri di dislivello. Soprattutto, benedetto chi ha inventato, per le automobili, il riscaldamento!

Forti dell’ottimo risultato del nostro primo esperimento, due sere dopo, decidiamo di rimetterci in marcia, più che mai fiduciosi. Peccato che, in quei due giorni, la neve non abbia smesso di cadere… Particolare che non sarà irrilevante.
La meta prescelta, questa volta, è sulle pendici del Monte Musinè. L’idea sarebbe quella di andare da Caselette a Madonna della Bassa, un po’ più di venti chilometri tra andata e ritorno: se solo la quantità di neve sul sentiero fosse la stessa di martedì scorso. Per fortuna, in un impeto di buonsenso, mi faccio venire il dubbio che non sia così ed opto per gli scarponi da montagna, alti oltre la caviglia, al posto delle scarpe da trail. E’ da tempo che ho pensionato gli scarponi, in realtà. Quand’ero ragazzina e partecipavo, qualche volta, a qualche gita del CAI o qualche escursione con mio padre, la montagna per me si basava su due solidissime certezze. Una era il fatto che le uscite su sentiero si misuravano in metri di dislivello, non in distanza lineare, e l’altra era appunto il fatto che “in montagna si va con gli scarponi”. Le gare di trail hanno spazzato via entrambi i miei punti fermi: in questa disciplina, infatti, la distanza conta eccome… E la caviglia bloccata non è più un obbligo imprescindibile, ma anzi sarebbe solo un fastidio.
Ma ho il sospetto che, stasera, gli scarponi serviranno eccome. E meno male. Alla partenza, da Caselette, ci è subito chiaro che la neve ci darà del gran filo da torcere. La pioggia caduta nelle ultime ore ha trasformato il tratto iniziale del sentiero in un torrente di acqua e neve marcia, scivolosa, appiccicosa. Eppure qui qualcuno si è avventurato; ci sono tracce di passi e forse addirittura di sci. Poi, man mano che faticosamente avanziamo, l’acqua sparisce, ma la neve è comunque pesante; soprattutto, è tanta, troppa. Avremo percorso sì e no due chilometri ed io affondo già fino a metà polpaccio; se non avessi i bastoncini, sarei già finita faccia a terra chissà quante volte. E la cosa peggiore è che, mentre io incespico e fatico in modo ignobile ad ogni passo, Mik lì davanti sembra levitare sulla neve, leggero ed agile come un camoscio, che in questo frangente mi pare l’animale più adeguato alla situazione: un bel termine di paragone sarebbe l’antilope, ma mi sa che di antilopi nei boschi del Musinè non se ne vedano spesso. Nutro più di qualche dubbio sull’opportunità di proseguire, ma non oso esprimerlo: temo che Mik non prenderebbe nemmeno in considerazione l’idea di tornare indietro. E, comunque, non ho il fiato per parlare. Mi rinchiudo nel mio affannato silenzio, mentre cerco di ricacciare indietro la paura che sento salire su, combattendola con gli argomenti della logica: ma cosa vuoi che possa succedere qui; siamo vicinissimi alla città; è vero che è difficile camminare, ma di certo qua non si resta bloccati; non fa nemmeno così freddo… Però la logica non è mai stata il mio forte e soccombe al pensiero delle mie calze ormai fradice. Vero che gli scarponi sono impermeabili ed alti… Ma sono scarponi da escursionismo, mica stivali da pescatore, ed io qui affondo fino al ginocchio! Mi pare di correre i quattrocento metri ostacoli, ma al rallentatore… Non oso pensare a quanto urleranno domani i muscoli delle gambe, costretti a questo movimento così insolito ed innaturale!

Per fortuna che la luce non serve, nemmeno stasera. Sono nitidissime le luci della pianura, sulla nostra sinistra; se solo l’aria fosse un po’ più limpida, dall’altra parte della valle si vedrebbe la Sacra di San Michele.

Quando ormai sono rassegnata al mio destino, all’idea di macinare dieci e più chilometri in questo stato, impiegandoci chissà quante ore, quando ormai ho liberamente scelto di sottopormi al martirio, per la salvezza del mio buon nome di uomo che non deve chiedere mai… Mik se ne esce con un “mi sa che non riusciamo ad andare dove avevo programmato”. Trattengo un attimo il fiato, per essere certa di aver capito bene… E poi butto fuori un sospiro di sollievo tale che, per il rinculo, quasi finisco a terra, manco fossi un palloncino bucato di colpo. ‘azz… Va bene, siamo qui in mezzo ad un bosco, al freddo, sotto la nevicata e mezzi sepolti, ma se non altro non peggioreremo la nostra condizione! Ed io che già temevo, donna di poca fede, di dover fare ricorso al telo termico, che in ogni caso ho portato nello zaino…

Su una provvidenziale mappa appesa ad un tabellone di legno lungo il sentiero, Mik mi mostra dove siamo e dove andremo: dovremmo percorrere un tratto di sentiero in discesa e raggiungere l’abitato di Almese. Da lì potremo proseguire ancora un po’, finché ne avremo voglia, su asfalto. E’ solo per darmi un contegno, che non mi metto a far le capriole. Anche perché, in ogni caso, non è finita; bisogna appunto scendere! Riprendiamo a fatica la marcia; mi rimetto a ruota, per sfruttare vigliaccamente almeno le impronte lasciate dagli scarponi di Mik, che mi aiutano un po’: l’ho sempre detto, io, che l’acqua e la neve non sono i miei elementi. Questa sarebbe stata una sera da racchette, altro che.

Le uniche orme che accompagnano le nostre sono quelle di qualche piccolo abitante del bosco: lepri e volpi, con tutta probabilità. Saranno loro a provocare i flebili rumori, i fruscii, gli schiocchi di rami che si sentono ogni tanto.
Poco oltre la tavola segnaletica, giungiamo al bivio con la strada che in teoria avremmo dovuto seguire; mi affretto a tirar dritto dall’altra parte, casomai Mik avesse un ripensamento… Tavolini da picnic: allora siamo vicini alla civiltà, anche se poi la strada si immette in una pineta in cui mi è quasi difficile intuire la giusta direzione. Ma poi, una rete, un cordolo di pietra spazzano via ogni dubbio: è la strada giusta, siamo ad Almese. Finalmente, con gran gioia dei miei garretti, l’asfalto.

Ancora un dubbio mi tormenta: ma, al ritorno, dovremo ripassare di qua? E’ lacerante… Ma lo tengo per me; se Mik rispondesse di sì, sprofonderei nella disperazione; a volte è meglio non sapere cosa ci aspetta. Me ne preoccuperò quando sarà il momento.

La stradina asfaltata è una ripida discesa verso il centro del paese. Passiamo in mezzo alle case, a giardini carichi di neve, ad alberi ancora addobbati con la veste natalizia. Sono quasi le undici, ma molte finestre illuminate lasciano intendere che non siamo i soli nottambuli, anche se gli altri son più saggi e se ne stanno al caldo delle stufe. Noi, di quel caldo, respiriamo solo il profumo del legno che sbuffa dai camini. Se qualcuno uscisse portandoci una tazza di cioccolata fumante… No, non penso proprio; già i pochi automobilisti che incontriamo ci guardano come se avessero visto due fantasmi. Se qualcuno ci venisse incontro, sarebbe solo per vestire entrambi con un’elegantissima camicia di forza!

Mi sforzo di non pensare ai miei piedi zuppi: calze bagnate, pozzangherina privata in ogni scarpone. Ovvio, sono impermeabili: l’acqua non entra, ma, quand’è entrata, non esce più! Beato Mik che, con le ghette, è rimasto all’asciutto…

Anche nella piccola Almese non manca il capannello di facce patibolari ramazzate fuori dal bar all’orario di chiusura, sulla piazzetta centrale. Passiamo con fare spedito, diretti verso la strada del Col del Lys: come compromesso della serata, sfumata la prima opzione, ci accontenteremo di percorrerne un pezzetto. D’accordo, a mezzanotte faremo dietrofront. Ormai trotto con allegria: poco fa, il mio compagno di viaggio ha sciolto i miei angosciosi dubbi, annunciandomi che a Caselette torneremo via strada asfaltata, via pianura… Fantastico, ora non ho più nulla da temere, se non l’andatura di Mik che, su terreno agevole, prende letteralmente il volo. E meno male che gli scarponi sono troppo pesanti ed ingombranti per correre, altrimenti sarei panata! Mi metto a marciare anch’io alla bell’e meglio, sperando che fiato e gambe resistano ancora un po’… E che qualche abitante delle ville che si affacciano sulla strada, spaventato dall’abbaiare forsennato dei cani da guardia, non ci scambi per ladri e non decida di accoglierci a fucilate! Tocca anche schivare un pilota di Panda che crede evidentemente d’essere un rallysta provetto, a giudicare dalla foga con cui prende una curva sul ghiaccio! Un po’ è anche colpa nostra però: non siamo per niente visibili! Meno male che ci sono i lampioni.

Ad un tratto, sulla destra, si stacca un sentiero che punta verso il basso: se ho ben capito, è da qui che dovremmo tornare verso l’abitato. Un paio di fogli scritti fitti fitti, appesi alla sbarra che chiude il passaggio ai veicoli, ci fa però intendere che non sarà possibile passar di lì nemmeno a piedi: per quel poco che il buio mi permette di leggere, si parla di una frana… Ostinati, proviamo lo stesso a superare la sbarra, ma, poco più avanti, ci troviamo di fronte ad un pino a testa in giù. Anzi, probabilmente è qualcosa di più di un pino: è proprio un pezzetto di montagna! Qui mi impunto, le acrobazie non fanno per me, soprattutto perché, a lato della strada, non si vede nulla e, in compenso, si sente lo scorrere di un torrente. Non ho voglia di un gelido bagno fuori programma. Dietrofront, si torna giù per la stessa via, sicura ed asfaltata, da cui siamo saliti.

La discesa, come sempre, è ben più lunga ed odiosa della salita, anche se poi, di fatto, dal giro di boa fino ad Almese impieghiamo dieci minuti. Questa volta, almeno per me, il passo svelto è un obbligo per evitare che il freddo prenda il sopravvento. Dal paese, dove arriviamo intorno a mezzanotte ed un quarto, all’auto, ci sono circa cinque chilometri piatti: e intanto ha ripreso a nevicare, fiocchi grandi, fitti, che si fermano sugli abiti e sulle labbra e sulle lenti degli occhiali, che già imbiancano un po’ la strada. Percorriamo un itinerario secondario, uno dei terreni ciclistici di Mik: di sottecchi guardo la montagna alla mia sinistra e mi compiaccio dello scampato pericolo, di non dover più passare di lassù. Il freddo che tanto temevo, soprattutto per via dei piedi bagnati, non arriva: la marcia del resto è molto veloce; ormai siamo entrambi silenziosi e compresi nel nostro desiderio di raggiungere la Opel. Ci vorrà un’oretta, poco più. Dapprima passiamo in mezzo ai campi, alla luce dei lampioni, accanto ad una pista ciclabile che possiamo solo immaginare sotto la neve; poi, ci immettiamo in una borgata. Da lì, la strada cessa di essere illuminata; resta un breve tratto in mezzo al bosco, dove, d’improvviso, nonostante la semi-cecità causata dalle lenti bagnate, scorgo una grossa forma tondeggiante che incrocia la nostra traiettoria, per fortuna ad una certa distanza da noi, e si fionda in mezzo al bosco fino a sparire: quasi certamente un cinghiale. Confesso che, da lì, mi volterò un paio di volte indietro, casomai il nostro occasionale collega di scorribande notturne dovesse decidere di tornare per approfondire la conoscenza…

Ma ormai ci siamo. Un breve tratto di strada statale, ormai coperta da un velo di neve già ferma, e poi attraversiamo una delle vie di Caselette, una bella strada in salita in mezzo alle case: chissà quanti sono i viandanti che di solito, all’una di notte passata, animano la movida notturna di questo paesello… Una cartoleria, un negozio di alimentari, ovviamente sprangati. Il desiderio di una cioccolata calda non è ancora sopito nel fondo del mio cuore, ma mi sa che non ci sia proprio trippa per gatti! Al massimo, a quest’ora si potrebbe trovare aperto un night club… Ma non a Caselette!

L’effetto del caldo improvviso è micidiale. A fatica riesco a riconsegnare Mik vivo e vegeto a Vinovo – troppo suonata anche per rendermi conto che avrei dovuto cedere la guida – e poi, spento il motore sotto casa, prima ancora di riuscire a sfilare la chiave dal cruscotto, mi addormento sul volante. Per fortuna che il freddo mi risveglia dopo pochi minuti: almeno riesco a completare il passaggio al letto… Sono le due e mezza; la sveglia suonerà alle sei. Domani, anzi oggi, è un altro giorno!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!