6 maggio 2009, sera – Genova, camminata notturna a Punta Martin

“Due pezzi di quella lì con il pomodoro… Due di quella con il formaggio… E ancora due di farinata”. Il mio cagnone e Matteo hanno una caratteristica in comune: per farli contenti, basta metter loro qualcosa di buono tra i denti. Con la differenza che per Skipper vado a caccia di biscotti a forma di osso, mentre con Matteo vado sul sicuro con un bel carico di focaccia. Che poi, diciamola tutta, stasera farà molto comodo anche a me. Io di pizze focacce & affini vado letteralmente matta e, per giunta, sono senza cena dopo un pranzo a base di pomodori con olio aceto e sale: ottimi ma non proprio energetici. Ormai ad Arenzano sono di casa; le focaccerie le becco a colpo sicuro. Anzi, le esploro con tale dedizione che all’appuntamento sul piazzale dei bus di Voltri, alle 19, riesco ad arrivare un po’ in ritardo rispetto a Matteo. Puntualissimo, lui: è già lì con la bici, che in un attimo e qualche tribolazione meccanica scompare inghiottita dal bagagliaio della Opel. Si parte per gli ultimi, per me, km di auto: destinazione Acquasanta, il paese che un giorno al mio compare ciclopodista dedicherà una targa, “Qui visse Matteo…”. Una stradina infame, minuscola eppure con un traffico degno della tangenziale di Milano all’ora di punta!

Sulla piazzetta del minuscolo paese, con vista sui bellissimi archi dell’imponente ponte della ferrovia, mettiamo in moto le ganasce per far sparire la prima rata di focaccia: meglio consumare prima quella al formaggio, sentenzia Matteo, che poi se s’asciuga non è più buona. Ho la bocca troppo piena per ribattere, ma, tra me e me, penso che questa roba qui sia talmente libidinosa che resterebbe ottima anche dopo due giorni!
Son quasi le sette e mezza quando abbandoniamo la Opel. Pieno alle borracce e via: passiamo di fronte al Santuario, che ovviamente non può che chiamarsi “Nostra Signora dell’Acquasanta”, e ci arrampichiamo per un sentierino di cui mai avrei indovinato l’esistenza. Dal giardinetto della casa accanto, un grosso micio dal pelo lunghissimo ci squadra con aria interrogativa. Si litiga un po’ con i rovi e s’arriva ai binari, da superare con atletico salto della ringhiera e rapida corsa dall’altra parte. Ma guarda tu… Non avrei mai e poi mai detto che in questo buco di posto, non me ne voglia Matteo che ci vive – lo sa, che mi ci trasferirei di corsa anch’io, in un posto così – ci fosse una stazione. E pare anche ben servita! Da lì in poi, il sentiero alterna tratti chiusi nel bosco a tratti che offrono una bella vista sulla vallata e sul mare; la pendenza per ora non si sente, la fatica nemmeno, distratta dal racconto della partecipazione di Matteo in Sardegna ad una sorta di raduno di speleologia, o qualcosa del genere, nel ponte del 1° maggio. Raduno ben riuscito sia dal punto di vista del lavoro che dell’esperienza personale, a quanto pare: però, tre giorni di festa e di forzata lontananza dalla bici io non li potrei mai e poi mai concepire!

Matteo è sempre di compagnia, chiacchiera volentieri anche quando io non ho più gran fiato per rispondergli. Superiamo una casa isolata in cui fa la guardia uno splendido pastore tedesco che ci accompagna per tutto il perimetro della recinzione.
Rumori di foglie e rami spezzati: dall’altra parte del canalone saltano via alcuni camosci, forse disturbati dal nostro passaggio. Per ora riesco più o meno a tenere il passo di Matteo, che si preoccupa di non esagerare: meno male, perché ho una gran voglia di camminare, ma non di far le corse come se fossi in gara. Qui il sentiero lo consentirebbe ancora, ma io preferisco distrarmi con i fiori ed i profumi portati dal vento. La temperatura è gradevole: pensavo, a dire il vero, che avrei trovato più caldo… Nel profondo della piana carmagnolese, oggi il sole era feroce, per non parlare poi della cappa di umidità!
Sembra di non guadagnare quota, eppure le luci del mare sono sempre più lontane, laggiù in fondo. Si vede la costa, mentre la luce pian piano perde d’intensità e noi sbuchiamo fuori dal bosco, su sentiero ormai scoperto che si fa via via più impervio. Osservo con invidia ed ammirazione Matteo che si muove da una roccia all’altra con sicurezza e passi leggeri, come se davvero non avesse peso, come se avesse per chissà quale inspiegabile ragione la certezza che non inciamperà e non cadrà: io invece inciampo e cado anche procedendo a quattro zampe. Ho dimenticato i guantini da bici e mi sto già scorticando le mani, preziose tanto quanto i piedi, in queste circostanze, se non di più. C’è davvero qualcosa che mi sfugge; l’equilibrio è una dote che non mi è stata consegnata, proprio mai, nemmeno un briciolo. Se su queste rocce provo a camminare in posizione eretta, come sarebbe appena normale, ho la sensazione di barcollare ed infatti rischio ad ogni piè sospinto un incontro molto, troppo ravvicinato con il sentiero; inoltre, più il tracciato si fa scosceso e leggermente esposto, più devo concentrarmi per non guardare altro che la punta dei miei piedi, a pena di sentire subito il senso di vertigini e le gambe molli. Ora che il gioco si fa duro, i duri rallentano a dismisura, anche perché ad ogni metro devo studiare prima dove mettere i piedi, poi dove piazzare le mani, spesso anche dove posare il didietro che, data la dimensione importante, è un ottimo punto d’appoggio con cui sollevare il mondo, o almeno me stessa. Il mio povero compagno d’avventura si allontana un po’, poi si ferma desolato, aspetta con la pazienza di Giobbe, e la barba sul suo viso intanto s’allunga a vista d’occhio. Ogni tanto mi porge un appiglio caritatevole in più… Meno male che ci distrae il tramonto, la cerchia delle montagne sempre più scure, il sole che va giù, si nasconde dietro alle cime, fino a ridursi ad un minuscolo spicchio color rosso fuoco, che in un attimo ci lascia, pure lui. Non possiamo fare a meno di fermarci un attimo ad ammirare lo spettacolo. “Arriviamo in cima con la luce”, Matteo è fiducioso: io un po’ meno… Anche perché non so bene dove sia, la cima; ho rinunciato ad individuarla, anche perché tutto ciò che sembra cima non lo è, ne nasconde un’altra ed un’altra ancora. Qui il vento è più forte e gelido; in cima mi vestirò, per ora lascio che la pelle d’oca si faccia spazio sulle braccia, ho altro a cui pensare. In un paio di passaggi un po’ delicati ed esposti, Matteo deve far ricorso a tutta la sua diplomazia per convincermi a passare in un certo modo, che poi è quello giusto: “Girati… Appoggia il piede qui… La mano là…”. Se qualcuno potesse ascoltare, ma non vedere, giurerebbe che ci troviamo su un sesto grado, come minimo; invece, l’unica cosa che sia di sesto grado o superiore è la mia inettitudine quassù! Questa poi è la condizione di luce peggiore per me e per la mia miopia. Ma pare che ci siamo quasi. Ancora un paio di passaggi articolati: “Ma siamo poi sicuri che la discesa non è così?”. Sono scettica… Matteo però mi assicura di sì e, una volta tanto, gli credo. Mi conviene, credergli: in fondo, se in questo istante non sono ancora in preda al terrore più cupo, è solo per la sua presenza, che ha sempre su di me un effetto calmante: a maggior ragione, oggi che so che lui è proprio a casa sua.
Finalmente la cima, Punta Martin: non perché sia stufa di salire, tutt’altro, ma perché significa la fine della mia tribolazione. Dovremmo aver fatto un salto di poco meno di 800 m di dislivello, circa. E’ vero, è sorprendente: da qui in poi, siamo su un sentiero in mezzo al prato… Pare incredibile! Ed anche un po’ beffardo. Matteo mi spiega che da qui faremo un giro: non cerco di capire, mi fido… Tanto io ormai qui potrei essere dovunque; mi godo le luci del mare e la luna, bellissima, alta, quasi piena. Dal vento freddo mi difendo con giacca e berretto. La mia guida prosegue sicura senza luce, mentre a me riesce già ben difficile vedere dove metto i piedi con l’aiuto della frontale, ovviamente a scrocco perché la mia è rimasta a casa. Doppia invidia. Il sentiero scende leggermente, si rituffa nella vegetazione; sarebbe da correre, se ne fossi capace, ma per carità! Anzi, non vedo l’ora che arrivi la seconda salita promessa: arriva infatti, ad una palina segnaletica, con una secca svolta a destra. Saliamo con il sottofondo di un cane che abbaia, inconsolabile; sembra molto vicino. Ci sono alcune luci sulla montagna, un po’ più in basso rispetto a noi, forse c’è qualche casa. Siamo quasi su una strada, tanto è bello e dolce questo sentiero, ma mi sa che è troppo facile, perché all’improvviso Matteo taglia su per il prato e scompare nel buio. Ossignur, speriamo bene… Mi chiama, deve aver trovato la retta via; salgo anch’io, un po’ titubante.
Alle volte si ha l’illusione di essere persi in un luogo dimenticato dal mondo, sperduto chissà dove… E invece no, come per magia ci si ritrova di fronte ad un tavolino da picnic. Ne approfittiamo per qualche attimo di riposo e tranquillità… Ed anche per far fuori quel che resta della focaccia: pomodoro e formaggio, nonché farinata. Io ho una fame che pare che non mangi da una settimana: l’ho sempre detto, che sono un motore poco efficiente; consumo davvero troppo. E sono mezza ibernata quando ci rimettiamo in marcia, dopo aver approfittato della fontanella. C’è ancora un brevissimo tratto di salita, appena sufficiente a farmi passare i brividi; da qui, boh… Si distinguono, alla luce della luna, tracce di sentieri che passano sulle cime di queste collinone arrotondate; Matteo mi fa notare, “Siamo dov’eravamo prima”: ah sì? Ne prendo atto, potrei davvero essere ovunque.

La discesa è sempre troppo lunga per i miei gusti. Ad un tratto abbandoniamo il sentiero bello per scendere giù lungo un tratto più scosceso, che sembra puntare dritto verso il fondo di un canalone nero: mi consolano i segni dell’Alta Via, l’unica traccia di direzione in messo ai salti ed al fitto del bosco. Seguo la mia guida incespicando come sempre, guardando le pigne che vorrei raccogliere ma non è il momento, qualche insetto che illumino con il cerchio della frontale. Poi la via torna ampia ma… In un attimo in cui sono immersa nei miei pensieri, vedo Matteo fermarsi all’improvviso. Davanti a noi, ad una decina di metri di distanza, due punti luminosi, quasi immobili. Attimi interminabili, l’essere ignoto sembra spostarsi ma no, resta sul sentiero. Lì per lì non capisco: “Cos’è, un camoscio?”. “No, una mucca”… In un istante sento mancare il sostegno delle gambe. Troppo vivo ancora il ricordo della mucca che ci ha “puntati”, durante la notte della prova del Trail Valdigne in Val d’Aosta, il terrore di scappare ed il rischio, scampato per un pelo, di finire giù per un pendio troppo ripido. Adesso metto a fuoco anch’io: non c’è una sola mucca, ovvio; c’è la mandria, bestie quasi tutte a terra, che riposano, ma troppi occhi che ci fissano. Sono terrorizzata, muovo indietro qualche passo, ma Matteo mi fa notare che no, non è l’idea migliore. Basta fare il giro largo: mi prende per un braccio, cerca di tranquillizzarmi… Ma ho il cuore che scoppia, continuo a fissare le bestie, pronta a cogliere il minimo cenno di movimento: ma se anche lo cogliessi? Cosa potrei fare? Una mucca è di certo ben più ferma sulle zampe rispetto a me; se mi mettessi a correre, al terzo passo sarei già lunga distesa per terra e adios, sarei il primo caso di macellazione bovina al contrario. E poi c’è un’altra paura ancora peggiore, quella per Matteo. Ma lui non batte ciglio… Lo seguo col cuore in gola; dopo aver descritto un ampio arco, torniamo su quello che sembra essere il sentiero, ripido e scivoloso. Non lo è, perché non ci sono le tracce colorate sulle rocce; ma, spostandosi ancora un po’ a sinistra, Matteo ritrova la traccia dell’Alta Via. Che senso dell’orientamento!

Davanti a noi, un’altra collinetta: chissà se ci saliamo? La risposta arriva subito; no… Giriamo a sinistra, abbandoniamo l’Alta Via ed iniziamo una lunga discesa in mezzo al bosco, seguendo il perimetro di una proprietà recintata. Mi sembra di sentire ancora lo scampanìo delle mucche… Beh, se ci sono, spero che stiano oltre la rete, e che la rete basti a contenerne l’irruenza. Qui sotto la luna non aiuta più, troppo fitto il bosco; attraversiamo qualche traccia di ruscello che si sente, più impetuoso, in lontananza. Anche qui riesco a restare indietro, inciampandomi in qualsiasi cosa. Raggiungiamo una casa ancora illuminata, nonostante l’ora; due cani inferociti strepitano e ringhiano contro di noi… Spero che il padrone di casa non decida di uscire con la carabina! Per fortuna, poco dopo, l’asfalto, il mio amato asfalto. Di solito, chi apprezza i sentieri detesta il bitume; per me invece significa la fine delle difficoltà. Da qui si cammina, per qualche km, scendendo lungo la strada che alle nostre spalle raggiunge il Passo del Turchino: una delle mete di allenamento ciclistico di Matteo. Che fortunaccia sfacciata, lui esce di casa e sulla soglia si trova una salita! Altra ragione di invidia bruciante. Passiamo in mezzo ad un gruppo di case sonnacchiose, alle finestre però ancora qualche luce; tutt’intorno i pendii e la luce bianca della luna. In discesa, se non c’è da faticare, ci si raffredda in un attimo; ma non c’è tempo di soffrire troppo: si vede già Acquasanta, il ponte della ferrovia, sotto cui passiamo un attimo dopo, per chiudere l’anello. A dire il vero, avrei sofferto volentieri ancora un po’; mi spiace che sia già finita, mi spiace dover salutare Matteo e tornare a casa. Sono le due passate, il viaggio sarà lungo ed io ho già voglia di tornare, già penso quando potrò chiedere il bis, sempre che il mio compare abbia voglia di trascinarmi a spasso un’altra volta.

L’ultimo ostacolo è il posto di blocco dei Carabinieri a Voltri; ho l’assicurazione scaduta… Ma solo da oggi, cioè da due ore e mezza; sudo come non ho sudato in tutta la camminata, ma mi danno via libera. “Lei da dove viene?” “Vicino a Torino” “Ah, e come mai è a Genova?” “Per fare una camminata notturna sui monti”. Il gendarme è perplesso ma, forse temendo un attacco di follia violenta, mi spedisce… Rientro a casa alle cinque, dopo un primo antipasto di sonno in autostrada; in ufficio alle otto, mezza rintronata, ma ne è valsa la pena!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!