6 marzo 2010 – Bici in Langa: un vero amore non si spegne mai

“Ciao Tittone, Gian se ne va… Oggi è il giorno della riscossa!”. Il povero Skipper, strappato così alle braccia di Morfeo, il pelo tutto scompigliato dalle mie manifestazioni di affetto, apre appena un occhio, emette un grugnito cavernicolo, dopodiché riabbatte il testone sul mio cuscino. Non importa un accidente, a lui, della mia riscossa; tutto quel che gli interessa è riscuotere la sua pappa. Ma stamattina ho già provveduto a riempirgli la ciotola, e lui a svuotarla. Ora ronfa beato sul lettone.

Ormai son passati più di due mesi dal fortunatissimo Capodanno in cui il mio giretto in bici si è concluso con volo parabolico sul cofano di una Opel Corsa: siamo a marzo e mi ritrovo con meno di quattrocento km nelle gambe. Onta e disonore, dopo anni ed anni di onorata carriera e percorrenza annua a cinque cifre. In parte, la mia inerzia è stata colpa della stagione siberiana, o forse solo dell’inverno normale che sembra anomalo dopo anni di inverni tiepidi; in piccola parte, però. A fermarmi è stata soprattutto la paura. Non è che mi siano mancate le occasioni per pedalare un po’, magari nelle ore centrali della giornata, meno gelide; però, ogni volta, mi sono lasciata travolgere dai pensieri più assurdi e catastrofici, truculente immagini di cadute, di incidenti, di fratture che mi avrebbero costretta all’immobilità per chissà quanto tempo, o anche peggio. Così, quasi sempre, ho finito per indossare le scarpe da corsa e via, a piedi. Quelle poche volte in cui, invece, sono saltata in sella, ho vissuto ore e chilometri di angoscia, con la sensazione di dover precipitare per terra da un attimo all’altro, di sentire la bici che perde i pezzi, di essere travolta; angoscia amplificata dal freddo, dall’umido, dalle giornate uggiose. Sono arrivata a credere che non sarei più salita in sella, e persino a pensare di liberarmi delle bici. Per fortuna, in tutto ciò, ho deciso di sospendere il giudizio: almeno fino alla prima giornata di tepore e sole.
La primissima è stata, infatti, lo scorso martedì; due orette di pedalata strappate all’ufficio, sotto un sole caldo che nulla c’entrava con il clima dei giorni immediatamente precedenti e di quelli a venire. Partita a pedalare con tutto il mio carretto di fobie, rientrata leggera, in senso metaforico s’intende; contenta come una Pasqua, con il primo segno di leggera abbronzatura impresso dai pantaloni sotto il ginocchio. Ed ho cominciato a scrutare le previsioni meteo per il fine settimana: disastrose, ferali, per la domenica, ma più che mai gaudiose per il sabato, a patto di coprirsi bene. Così, ieri ho preso la gran decisione, e sapevo che non mi sarei tirata il bidone, questa volta.

Stamattina il cielo è di un blu incantevole; il sole sta appena sorgendo e, in fondo alla via, tra due ali di palazzi, si distinguono già le montagne, un azzurro uniforme che tra poco sarà il bianco della neve. Ne dev’essere caduta una quantità notevole nei giorni scorsi; il manto è uniforme, fin giù, verso la pianura. Del resto, per domani le previsioni l’han promessa anche qui… La prima luce è violentissima; crea riflessi abbaglianti sulle vetrate dei palazzi. La tentazione vorrebbe che io schizzassi fuori subito: ma sono le sette e, poco fa, in giardino, ho potuto notare, con un certo disappunto, che l’acqua della pioggia dei giorni scorsi, raccolta nei vari secchi e contenitori, è gelata. Uno strato sottile di ghiaccio, che si rompe a toccarlo con un dito, ma c’è. L’aria è tagliente. Mi costringo ad infliggermi ancora un paio di “Sole 24 Ore” arretrati, in attesa che il sole mostri un po’ più di convinzione. Con il tepore sulla schiena, la temperatura a zero gradi riesce un po’ più sopportabile. Alle otto in punto, saluto il mio idolone peloso e me ne vo. Corazzata da inverno ma non troppo: canotta traforata, pile con il collo alto, una maglietta a maniche corte sopra il pile ed un giacchino antivento sopra tutto. Pantaloni ¾ che una volta erano felpati ed ora sono sottili al punto da perdere quasi i brandelli. Copriscarpe, guantini di seta e guanti di pile sopra; infine, fascia per le orecchie e giacca Gore Tex nel borsello da manubrio, che non si sa mai. Per la gioia dei vicini di casa, gran trambusto in cantina per gonfiare le ruote e tirar fuori la bici, restituita proprio ieri dalle sapienti mani del meccanico. Con un rimbrotto: “Era in decomposizione”… Una volta s’arrabbiava, povero meccanico, lui che tiene così tanto alle sue creature, come fossero tutte figlie sue. Si struggeva, smaniava, mi rimproverava in malo modo. Poi deve aver capito che è tutto inutile, io da quel lato lì non ci sento: pulizia e cura del mezzo meccanico sono amenità che non mi riguardano; non ho voglia né costanza di preoccuparmene. Quando il rumore di ferraglia che la bici produce mentre pedalo supera un certo limite di decibel, semplicemente vado da lui, il mago della brugola, e gli affido l’ammasso di fango e detriti vari sotto cui, scava scava, con un po’ di fortuna, si potrà ritrovare il mio velocipede.
Oggi la bici brilla al sole, proprio come canta De Gregori in una delle pochissime canzoni che il mio neurone riesce a sopportare. Poche, proprio poche: non ho il cranio per saper apprezzare le altre. “Canzone impegnata”, per me, non è una connotazione positiva… Via, si parte, subito con il sole basso in faccia, che abbaglia. In un attimo sono in campagna, giusto per accorgermi che la temperatura non è esattamente sahariana. Non c’è pozza che non sia ghiacciata; ghiaccio anche nelle bealere, brina sull’erba. Non male, per essere a marzo. Tutt’intorno la corona delle montagne, come se fossero vicinissime – e in effetti, per fortuna, lo sono: da qui, appena fuori Carmagnola, si vedono digradare verso sud. E va tutto bene finché resto lungo la stradina delle cascine: la faccenda si fa ardua quando invece sbuco sulla strada statale. Per i prossimi dieci km almeno, avrò il sole, basso ed accecante, proprio in faccia. E pazienza, per me non è un problema, anzi; il guaio è che l’avranno in faccia anche gli automobilisti a cui toccherà l’ingrato compito di sorpassarmi. Speriamo che mi vedano… Nel dubbio, io accelero: è contro i miei sacri principi di ciclista da turismo, lo so, ma qui si tratta di portare a casa la pellaccia. Mi sposto il più possibile a bordo strada ogni volta che alle spalle sento avvicinarsi un motore, sperando di non essere travolta; la mia fiducia nel genere umano automobilistico è quasi nulla. Soprattutto da quando ho sperimentato, qualche settimana fa, l’esperienza della coda all’ASL di Torino, allo sportello per il rinnovo delle patenti, per mia mamma: ero in compagnia di un bel po’ di simpatici soggetti che candidamente si lagnavano di revoche di patenti, a loro dire, immeritate. Tanti costretti a sottoporsi ad esami vari, compreso l’esame del capello, che dubito siano richiesti a chi è stato cuccato per semplice eccesso di velocità. Mi sa che ci sono di mezzo gomiti alti, nasi aspiranti et similia. Col cavolo che un pilota in quello stato, e con la luce violenta proprio negli occhi, si accorge del ciclista… Per fortuna, stamattina circolano solo automobilisti senza vizi, perché supero indenne Ceresole ed all’ultima rotonda prima di Sommariva Perno arrivo viva e vegeta; un po’ ibernata, questo sì, ma è inevitabile. Il freddo punge però solo nei tratti all’ombra; altrove, i raggi sono forieri di teporino e conforto. A patire sono soprattutto i piedi, nonostante i copriscarpe. Le ho già provate tutte: calze spesse, doppie calze, copriscarpe, scarpe invernali. Non c’è nulla da fare; le mie povere appendici inferiori si congelano a pochi metri da casa et voilà, si scongelano quando rientro, con molto comodo. La leggera salita verso Sommariva Perno, finalmente in direzione tale da non avere più il sole negli occhi, mi concede un minimo di calore prima della discesa, ed anche, in centro paese, una zaffata di profumo di pane fresco. Qui mi si tenta, mi si vuol mettere in difficoltà…

Superate le prime curve, con vista spettacolare su Langhe e montagne, svolto a destra, verso Pocapaglia. Il tratto di strada più gelido della giornata, quello che precede il bivio per Valle Rossi; è il più freddo sempre, anche nei giorni di bel tempo, forse perché corre al fondo di una valletta in ombra per buona parte del mattino. Guardo con orrore la stradina che si stacca sulla destra e sale su, a Pocapaglia, con una pendenza da rampichino: orrore… L’ho affrontata una volta sola, faticando non poco a tenere la ruota anteriore incollata all’asfalto; non è stata un’esperienza piacevole. Per me, una salitella più blanda, due tornanti all’ombra che mi riportano sulla bella balconata verso la collina. Bivio per Macellai, in mezzo alle ville; semaforo verde, incredibile dictu. Il rettilineo verso Pollenzo è da sempre malridotto, con l’asfalto, come si dice da queste parti, “grottoluto” e pieno di buche. Ma il tremore del manubrio oggi è quasi gradito, perché risveglia un po’ di circolazione nelle dita intirizzite. Oltre la rotonda, l’ultimo tratto di strada che davvero mi preoccupa: un chilometro prima del bivio per La Morra, carreggiata stretta e caotica e passaggio su uno dei tanti ponti sul Tanaro. La luce si fa pian piano più forte; confido che la salita, tutta esposta al sole, sia una goduria per le mie ossa infreddolite. Infatti è così, grazie anche alla pendenza che è subito impegnativa. La prima salita degna di questo nome della giornata: son così contenta che mi verrebbe da affrontarla di slancio… Solo che il mio slancio durerebbe si e no duecento metri, mentre La Morra è a qualche chilometro, cinque o sei. Meglio prenderla con cautela e godersi il panorama: le montagne, immancabili, e poi Bra e la pianura. Sembra di avere un binocolo, tanto sono nitidi oggi i dettagli. Caldo sul viso e sulle orecchie, sotto la fascia di pile. Fatico un po’, per arrivare a Rivalta: però, pensavo peggio, molto peggio, dopo tanto tempo di inattività ciclistica quasi totale. Le auto occupano quasi per intero la piazzetta: sarà ora di messa, nell’orrenda chiesa che qualche architetto con ambizioni da artista ha tirato su proprio qui. Proseguo la salita, ora più morbida, tra frutteti e vigneti, ancora grigi, spogli di gemme che non si fanno vedere. Tra i filari, si affaccendano loschi figuri che brandiscono cesoie e tagliano qua e là. Uno splendido labrador, a bordo strada, mi ignora, tutto intento com’è a puntare verso il folto del noccioleto: intuisco anch’io, subito dopo, la presenza del padrone.

Euforia, ecco. Se non faccio attenzione, va a finire che mi si stampa in faccia un sorriso da un orecchio all’altro, e chi m’incontra può pensar male della mia condizione psichiatrica. Ne avrebbe tutte le ragioni, non solo oggi, ma oggi in particolare. Ed io avrei voluto smettere di pedalare? Vendere le bici? Ma se in questo preciso istante, in questo bellissimo luogo, sono l’essere più felice al mondo… Mi immetto sulla strada che sale a La Morra da Cherasco e poi su, l’ultima rampa, davanti alla caserma dei Carabinieri che ha l’aspetto – e infatti lo è – di una villetta a schiera. Tiro su la cerniera del giacchino antivento; mi attende una discesa gelida. Un rapido sguardo sulle Langhe, da quassù, sui fazzoletti scuri che si scambiano con i fazzoletti ancora bianchi di neve, poi giù, pronta a soffrire. Scendo da Santa Maria o da Annunziata? Santa Maria significa un lungo tratto di falsopiano in discesa, in ombra e freddo, per raggiungere Gallo. Da Annunziata invece si fila giù, dritti, fino allo stradone che congiunge Barolo a Gallo, un chilometro o due di pianura dove, in ogni caso, si spinge e ci si scalda. Vada per Annunziata. Con molta cautela: il timore della discesa, chissà poi perché, nella stagione fredda in me è ancor più vivo del solito, se possibile. E poi, quel rettilineo subito oltre la rotonda, che termina con una curva secca a destra ma sembra un trampolino verso il vuoto… Lo spettacolo che si gode da quassù è meraviglioso, anche se in realtà non è natura; i filari di viti, disegnati con squadra e goniometro, a perdita d’occhio, e qualche sparuto albero sopravvissuto per scommessa, poco hanno a che fare con la natura.

All’incrocio con lo stradone di fondovalle arrivo con le dita mezze congelate. Lo stop è sacro: di questi tempi, mi ritrovo a cedere la precedenza non solo quando ne ho l’obbligo, ma anche quando vi avrei diritto io. Mi immetto verso Gallo: di lì a poco, mi supera la Panda del postino, che, subito dopo, pensa bene di svoltare a destra, tagliandomi la strada. Mi viene istintivo di aggrapparmi ai freni; la schivo per un pelo… Poi, con l’autocontrollo e la buona disposizione d’animo che mi contraddistinguono, raccolgo tutto il fiato che ho in corpo: “Che ca%%o fai… – altro respirone – Str%%%%!”. Ma dico io, si può essere così menefreghisti ed imbecilli? Ma un minimo di sale in zucca, un minimo! Non dico il rispetto del prossimo, ci mancherebbe altro, o il dispiacere di far del male, ma almeno un po’ di sano egoismo; non lo capisci, cretino al cubo, che se m’investi o mi fai cadere, tu che sei sul lavoro andrai ad avere un sacco di grane? Perché è pur vero che non ho voluto infierire contro il tapino che mi ha tagliato la strada, quel giorno disgraziato, perché in fondo s’è spaventato tantissimo pure lui, ed è stato corretto, e sono sicura che abbia detto il vero, sostenendo di non avermi vista. Ma tu mi hai appena sorpassata, non puoi non avermi vista. Te ne sei fregato e basta…
Non reagisce, il malnato, forse non mi ha nemmeno sentita. Che possa strozzarsi in pausa pranzo con il suo stesso panino. Via di qua: prossima salita, Serralunga d’Alba. E’ parecchio tempo che non salgo da quella parte lì: di solito, punto dritta verso Monforte, via Perno o Castello, a caccia di pendenze a doppia cifra; oggi però preferisco restare sulle vie principali, per evitare di incappare in fango, sabbia o rimasugli di neve. Passo accanto all’immenso ingresso della tenuta Fontanafredda e via con i primi due tornanti, in cui approfitto della situazione per attaccare le mie risorse alimentari. La salita è l’unica circostanza in cui riesco a staccare una mano dal manubrio. Oggi ho deciso di essere virtuosa e di mettere nelle tasche il necessario per un’alimentazione varia: cioccolato bianco… E cioccolato nero. Per la precisione, mezza tavoletta di cioccolato bianco con mandorle e miele, ghiottissimo regalo di natale di un conoscente svizzero, ed un tubetto, tipo dentifricio, altrettanto ghiottissimo omaggio di mia cugina, che è stata di recente alla manifestazione “Eataly” a Torino e che, di fronte a tanta materia per appetiti robusti, ha pensato ovviamente a me.
La salita di Serralunga è tranquilla; altri la definirebbero “pedalabile”: io mi accontento di dire che risparmio le tre coroncine posteriori più grandi, ma non è che stia proprio andando a spasso. Alla mia destra, i vari piani di colline: la torre rotonda di Castiglione Falletto, il castello di Perno e, sullo sfondo, la vetta troncata del Monviso, che, da qui, appare più tozzo e spuntato rispetto all’immagine che ammiro dal balcone di casa. Ancora poca strada e mi trovo davanti il castello di Serralunga: controluce, sembra un’enorme lama nera conficcata nella collina, tanto è sottile, visto da qui. Severo, senza fronzoli, imponente. Sono stata in visita qualche anno fa, accompagnando mia mamma ed una sua collega; una visita privilegiata, solo per noi tre ed una coppia di turisti. Oltre il paese, qualche chilometro di salite e discese alternate, morbide, in cresta alla collina tondeggiante; poi un tornante che porta su al bivio con la stradina che scende giù a Valle Talloria. Ancora avanti, una splendida cascina ristrutturata, con un cancello in ferro che è da solo un’opera d’arte. Più avanti, ahimé, una costruzione sulla destra che invece è un pugno in un occhio: già da lontano, ha l’aria di essere qualcosa di molto pretenzioso. Infatti, passando accanto all’incrocio con la stradina che vi conduce, un cartellone conferma la mia impressione: ristorante, ecc. ecc… Spa. Io mi domando che cavolo sarà mai una spa. Per me, anche prima di sostenere l’esame di stato come dottore commercialista, una spa è sempre stata una sola cosa: società per azioni. Cosa sia una spa a cinque stelle con tanto di “L” finale, bacio in fronte e calcio nel deretano, lo ignoro. Ma, chissà perché, credo sia meglio continuare ad ignorarlo. Non mi servono le cinque stelle, mi bastano le due ruote per trovare la mia felicità!
La strada passa intorno ad una cascina diroccata, “Cascina Arione”, si legge su un cartello appeso ad un albero. Di ciò che una volta era, probabilmente, il fienile, restano soltanto i piloni in mattoni. Che bella foto, se solo avessi portato la macchina fotografica. Ma l’ho lasciata a casa apposta: con due strati di guanti, non sarei riuscita a scattare “al volo” e, d’altro canto, non volevo tentazioni che mi costringessero a qualche sosta qua e là. Si smonta di sella solo agli stop! Manca poco all’incrocio con la strada che collega Monforte a Roddino. Mi ci immetto osservando, con la coda dell’occhio, un ciclista che arriva da Monforte. Mi sorpasserà tra poco… A Roddino, la strada spiana proprio davanti alla trattoria; si respira a pieni polmoni, per rifiatare ma soprattutto per aspirare i profumi di pietanze. Nessuno mi sorpassa: forse il ciclista misterioso ha svoltato per Serralunga. Breve discesa, sufficiente a congelarmi. Non credo manchi molto a mezzogiorno, ma il ghiaccio non accenna a cedere. Le profonde impronte lasciate dalle ruote dei trattori nel fango, a bordo strada, sono pozze gelate; sull’asfalto, di tanto in tanto, una colata di neve che si scioglie. Un altro tratto di risalita oltre la chiesetta; si passa in una strettoia rimasta così, ormai da tempo, da quando la corsia di destra è franata. Alla curva successiva, inequivocabile rumore di cambio: mi volto, eccolo, il ciclista. Attacchiamo bottone con il poco fiato che resta ad entrambi; il collega è di La Morra e va verso la Pedaggera.

Invece, al successivo incrocio, io m’infliggo la lunga discesa di Costepomo. Perché non sia mai che, nel mio primo vero giro del ritorno in sella, il primo dell’anno che sia davvero gioioso, io non vada a zampettare sulla salita di Albaretto Torre. Ancora una volta, davanti agli occhi, in discesa, il castello di Serralunga e l’immancabile Monviso, che veglia su tutto. In una curva, una strettoia che non mi aspettavo: una frana s’è portata via metà della strada, che si è assestata mezzo metro più in giù. Tornante dopo tornante, con le mani che s’irrigidiscono sui freni, e ghiaccio, ancora ghiaccio. Pare incredibile, con un sole così limpido e violento. E nemmeno una nuvola all’orizzonte. Com’è possibile che domani, davvero, nevichi? Eppure i vari siti meteo lo annunciano da giorni. Butto l’occhio intorno: si intravede un’auto che risale una delle stradine minuscole dirette, da Valle Talloria a Serralunga, ma chissà com’è l’asfalto. Poco importa, ci tornerò più avanti nella stagione. Al bivio, destra, Albaretto. 34×27, è il meglio che ho a disposizione, speriamo che basti. E poi piano, piano, con pazienza, giù una gamba, giù l’altra e stringere i denti. Ce la faccio, oh se ce la faccio. Come andrà la salita, lo so già ancor prima del primo tornante. In cima son sempre arrivata, per carità; ma, se già soffro lì, so che soffrirò fino in punta. Oggi, nessuna traccia di sofferenza. Ho una voglia matta di rivederla, questa strada, metro per metro. Così, arranco pian piano, in compagnia prima di un tamarro con la Punto nera che passa sparando musica “tunz-tunz” a tutto volume, e poi di un buon numero di persone in stivaloni e cappellaccio, al lavoro tra i filari delle viti. Lo strappo più duro, alla cappelletta, e poi un altro, verso l’agriturismo. Un anziano, lì sul cancello, mi incoraggia: “Forza, che dopo la salita c’è sempre la discesa, stia tranquilla!”. Vero. E’ un’affermazione molto meno ovvia di quel che può sembrare. Con la bici è proprio così. Nella vita, un po’ meno; ci sono persone per cui è tutto in discesa, altre per cui la salita sembra non finire mai. A me, per fortuna, è toccata la sorte della prima categoria; non certo per merito mio.
Alla prima curva in cui la strada spiana, cioè, scende sotto il 10%, tre cagnetti si lanciano all’inseguimento: il padrone, intento a trafficare con un macchinario indefinibile, li richiama urlando come un ossesso, in un linguaggio altrettanto indefinibile. Le tre bestiole, tutt’altro che minacciose, se ne infischiano. Ripartire in salita è una bella grana… Ormai si vede già la torre di Albaretto. Mancano un paio di strappi severi, ma ormai è fatta. Un giorno o l’altro suonerò alla porta del medico che ha la targa in una delle ultime curve… Nemmeno sull’ultima rampa d’ingresso in paese ho il coraggio di alzarmi in piedi: la strada è sporca e scivolosa; corro il rischio di volare per terra ad un passo dalla vetta. Fatto: la piazzetta, la torre. Nel chilometro che segue, in falsopiano, mi concedo il premio dell’ultimo frammento di cioccolato bianco. Soddisfatta. I lunghi giorni lontano dalla bici non hanno poi compromesso così tanto i garretti. In fondo, il fatto di non avere il benché minimo talento per la bici non sempre è uno svantaggio; significa che la situazione, se non altro, non può peggiorare! E poi, in fondo, Albaretto ed io ci vogliamo bene… Lo sa, quella salita lì, che potrebbe mangiarmi in insalata, se solo lo volesse; dal canto mio, è vero che io le vado a passeggiare in testa di continuo, ma lo faccio sempre con molto rispetto, direi con timore reverenziale, con il rapporto da rampichino. Se solo mettessi su boria e tentassi di aggredirla, mi ributterebbe giù a Valle Talloria in un batter d’occhio…

Tutta contenta, mi avvio per la seconda parte del viaggio, quello che, nella mia testa, è già “il ritorno”. Secondo i miei calcoli, potrei avere più o meno settanta km alle spalle, e sessanta ancora da percorrere, quando imbocco la strada che, poco oltre i Tre Cunei, va verso Benevello. Blanda discesa, ancora fredda, anche se, finalmente, nelle pozze si vede un po’ di acqua allo stato liquido. Benevello e poi Manera: da lì, breve risalita verso Mompiano, che affronto con gran baldanza. Le gambe non hanno battuto ciglio sinora; più o meno, è come se fossi appena partita. Incontro qualche ciclista: come i lombrichi che spuntano subito dopo la pioggia, ecco i freddolosi che mettono il naso fuori adesso, nel primissimo pomeriggio, bardati come se dovessero affrontare la traversata dell’Antartide. Io non sento più nemmeno il freddo: sarà che, oggi, mi sento capace di qualsiasi cosa. Altro che il terremoto in Cile, che pare abbia spostato l’asse terrestre di otto centimetri: con l’euforia che ho addosso oggi, potrei afferrarlo ai Poli, l’asse, e girare la Terra al contrario. Non lo faccio, solo perché adesso qui siamo alla fine dell’inverno, almeno stando a quel che dice il calendario; capovolti, ci ritroveremmo alla fine dell’estate! No, non è proprio il caso.

La discesa su Alba è lunghissima, una decina di km, ma un po’ meno fredda delle precedenti, finalmente. Soffia un po’ di vento e, in alcuni tratti, è necessario pedalare. Distese di filari a perdita d’occhio, ma i colori dominanti sono ancora il marrone, il verde scuro; nessuna traccia delle tonalità accese dell’estate, se non nei pochi coraggiosi fiorellini azzurri, minuscoli, ai bordi della strada. Dall’altra parte della vallata, si vedono bene i profili di Diano e La Morra. Ma dalle montagne verso nord, verso la Valle d’Aosta, sono evidenti le nuvole scure in arrivo, come promesso. In caso non ci si fosse resi conto di quanto Alba sia vicina, ci pensano le narici a sottolinearlo: gli ultimi km della discesa sono allietati da un profumo penetrante, inebriante, di cioccolato, che inspiro intensamente, manco fossi un aspirapolvere. Meraviglioso!

Complice l’ora di pranzo, riesco a superare Alba senza troppi patemi. Il traffico non manca, ma è sopportabile; in ogni caso, per non saper né leggere né scrivere, mi guardo intorno a mò di periscopio ad ogni metro, vedendo ad ogni pedale sospinto qualche simpaticone che spalanca la portiera senza guardare o svolta infischiandosene delle precedenze. Per non parlare poi dei miei più odiati nemici, i pedoni, quelli che si lanciano ad attraversare la strada come se fossero soli nel deserto… In men che non si dica, torno a passare il Tanaro e vado ad imboccare la stradina che, infilandosi dietro gli stabilimenti della Miroglio, conduce alla terribile rampa di Castelrotto. In effetti, così terribile non è, perché è molto breve; però, a vederla da sotto, sembra che la strada sia stata appoggiata alla collina in verticale… 34×27 e tanta pazienza anche qua; sembra che io pedali al rallentatore, in realtà non è così, è che di meglio non riesco a fare. Il calduccio però, tra sole e fatica, qui è meraviglioso. Raggiunta faticosamente la cima, svolto a destra: un’altra rampa mi attende, quella di Guarene. Un paio di settimane fa, dopo anni in cui mi sono sempre limitata a passare in bici, sono stata qui con mammà, a spasso per il paese: abbiamo scoperto un vero gioiello di edifici ristrutturati con grande gusto e cura, e di giardini elegantissimi.

Oggi passo e basta; l’ultima salita arcigna, per oggi. Poi, un breve tratto di riposo verso Castagnito. E’ qui che attacco il tubetto simil-dentifricio di Gianduja. Non l’avessi mai fatto… Svitato con grande maestria il tappo, aperto il tubetto, me lo spremo in bocca con cautela: una folgorazione. Buono, ma non solo buono, di più, fantastico, incredibile! Mi attacco al tubetto con entusiasmo, manco dovessi mungerlo, e pazienza se tutto ciò rischia di causarmi una denuncia per atti osceni in luogo pubblico: nella vita ci sono priorità, il Gianduja è una di queste! A malincuore, però, in discesa devo affrettarmi a riporre il tubetto. Giù in direzione di Vezza; poi, nel tratto di pianura prima del bivio per San Rocco, torno ad armeggiare con il tubetto. Mai e poi mai avrei pensato fosse così buono. La salitella di San Rocco mi sembra un cavalcavia: sarà il cioccolato, o forse il conforto del sole finalmente caldo. In cima, prima esperienza del genere nella mia carriera ciclistica, vengo assalita da un cane lasciato libero, ma con la museruola: parecchio incarognito, sembra. Insieme a lui, un bel volpino fulvo, che si atteggia a cane aggressivo ma ha una fifa blu ed arretra, terrorizzato, dietro un’auto parcheggiata, non appena mi fermo e gli tendo la mano. Breve discesa e poi a destra, via verso l’ultima salita seria della giornata. Qui i ciclisti spuntano come funghi, da soli, in coppia, a gruppetti e grupponi. Su verso Monteu Roero, con buon passo e poca fatica, e, inaudito, senza scomodare il 27. Anzi, negli ultimi tornanti assumo un’andatura in posa molto plastica, in piedi sui pedali… In cuor mio so che sto per morire, ma faccio un po’ di scena, solo perché so che è finita. Con la vista su Santo Stefano, sul cocuzzolo di fianco, all’ultimo curvone, ho quasi concluso la mia fatica. Oltre il ponte di Monteu, sulle Rocche in pieno sole, svolto a destra per andare a Ceresole via San Grato e San Bernardo, in modo da tagliare via tutto il traffico; approfitto della blanda risalita per affondare un ultimo colpo ai danni del tubetto di cioccolato. Questa volta non è fame né bisogno, è proprio pura golosità!

Le gemme degli alberi di nocciola sono già gonfie, lì lì per aprirsi; speriamo che resistano ancora un po’, perché da domani si annuncia tregenda. Le tartarughe, nel giardino di casa, non si sono ancora fatte vive quest’anno: e di solito quelle bestioline lì non sbagliano… Il vento porta qualche baffo di nuvole in un cielo ancora ostinatamente limpido; una nube bianca sbrindellata s’è impigliata sulla cima del Monviso. Tra le ville e le cascine, a San Grato il campanile mi annuncia che sono da poco passate le due. Verso San Bernardo, i primi cenni del digradare della collina verso la pianura: non più vigneti e noccioleti, ma campi coltivati a filari regolarissimi di minuscoli steli verdi, appena spuntati. Conosco ormai ogni sasso di questa strada che percorro innumerevoli volte, sia a piedi che in bici. Gli ultimi km prima di Ceresole sembrano fatti apposta per riposare le gambe, tra campi appena appena ondulati. Restano poi, oltre il paese, cinque o sei km di strada un po’ più trafficata, che ripercorro con la stessa foga dell’andata; questa volta però la pendenza gioca a mio favore. Gli ultimissimi km corrono invece tra campagna e cascine; l’itinerario che mi sono scovata per evitare il viale d’ingresso a Carmagnola, Via Sommariva, stretto e rettilineo, dove passare in bici, a mio parere, è una candidatura per un viaggio premio al reparto di ortopedia, quando va bene.

Le poche decine di metri che mancano a casa sono un’improvviso assalto dei pensieri cattivi, a tradimento: ecco, non puoi ancora dire che è finita; ironia della sorte, potresti cadere o scontrarti proprio qui… Percorro la via come se stessi camminando sulle uova; mi avvicino all’incrocio in punta di ruote. Con la mano sul cancelletto d’ingresso, tiro finalmente un sospiro di sollievo, anche se mi dispiace che sia già finita. 135 km con dislivello indefinibile, potrei dire 1.500 m tanto per abbozzare una cifra, ma non ha molta importanza. Poggio la bici al muro e le sorrido, con gratitudine, e quasi provo rimorso per aver pensato di potermene disfare. No no, io non esisto senza di lei. Ora non mi resta che salire con cautela sul marmo degli scalini d’ingresso: più di una volta le tacchette mi hanno tradita e mi sono ritrovata a terra con le chiappe doloranti. Ma non sarebbe più un incidente in bici: lo declasserei ad un volgare caso di incidente domestico…

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!