7-8 luglio 2018: GRANFONDO LA FAUSTO COPPI DI CORSA A PIEDI

 

Si sa, è persino superfluo ricordarlo: ad un’impresa di proporzioni maiuscole, bisogna avvicinarsi con consapevolezza delle proprie forze e con la massima serenità d’animo. Proprio quella che venerdì sera, in viaggio verso Cuneo, pervade ogni fibra del mio essere quando butto l’occhio per caso alla lancetta che indica la temperatura del motore e la vedo pericolosamente pendente a destra, molto, troppo vicina alla tacca rossa. L’istinto mi spingerebbe ad inchiodare nel bel mezzo del rettilineo e schizzare fuori dall’abitacolo prima che la Zafirona prenda fuoco, ma qualcosa mi dice che potrebbe non essere una buona idea. Calma e gesso. Gian. Ricorda i diagrammi di flusso dei motivatori fighi. Si presenta un problema: come lo affronto? Visto che non c’è nessuno a portata di mano su cui scaricare la colpa, passiamo all’analisi delle possibili soluzioni. Dunque, ho superato Fossano, non manca molto a Murazzo, lì c’è la piazzetta con la fontanella. E’ acqua, non è l’apposito liquido verdognolo che ci ha versato il meccanico la scorsa volta, ma per raffreddare andrà bene lo stesso. Già, sono recidiva: non è la prima volta che succede questo guaio, negli ultimi tempi, ma è risaputo che io detengo il titolo di campionessa mondiale di testa infilata sotto la sabbia. Era già successo un mesetto fa; avevo portato l’auto dal meccanico, il quale, con schifata rassegnazione, aveva constatato che la vaschetta del liquido di raffreddamento era vuota e l’aveva riempita. Ad onor del vero, tuttavia, nemmeno lui si era preoccupato del motivo per cui si fosse svuotata.

 

Arrivo, con estrema cautela ed attacchi d’ira furiosa da parte degli automobilisti che mi sorpassano, alla piazzetta di Murazzo. Parcheggio: la ventola del motore fa del suo meglio per rimediare ai danni di una proprietaria scriteriata. Ok, l’acqua c’è, ma cosa uso per portarla dalla fontanella al motore? Non è possibile. La mia auto è una discarica ambulante. Non è possibile che, in qualche recondito anfratto, non si nasconda almeno una bottiglia di plastica vuota. In effetti no, la bottiglia non c’è. Però c’è una pietanziera in metallo. Chi non ha una pietanziera in metallo sempre pronta nel bagagliaio?

Dandomi un tono da meccanico di lungo corso, sollevo il cofano e lo fisso con l’asticella. Com’è ovvio, il motore è uno degli innumerevoli argomenti su cui non capisco un accidente; tuttavia, la buona memoria fotografica fa sì che io possa puntare la mano, con mossa sicura e molto cinematografica, dritta sul tappo di una vaschetta sulla destra. Mi arrovento i polpastrelli senza fare un plissè: uno straccio, quello in auto ce l’ho… Ricominciamo. E svitiamo con cautela, che ci manca solo l’ustione di terzo grado da vapori roventi.

Pazientemente rifornisco la vaschetta traditrice. Ci vuole un bel po’ di tempo e di trasporti. Fiduciosa, riavvito il tappo: occhio e croce, da qui a Cuneo mancheranno dieci chilometri. Se la perdita non è un’emorragia, ce la posso fare. Come tornare a casa, poi, è una questione che, al momento, non mi tange. I problemi vanno affrontati uno per volta.

 

La prima sfida del sabato mattina è la colazione. Metti insieme una che ha intenzione di correre per quasi 180 km in mezzo ai monti con uno che ha intenzione di seguirla ed assisterla in bici, con borse e bagagli di ogni genere: ecco che mezzo chilo di pasta, alle sei e mezza del mattino, scivola via come acqua fresca, seguito da formaggio, succhi di frutta, qualcosa di dolce. Con tanti saluti agli chef da tre ravioli nel piatto, noi per cento grammi di fusilli a testa non scaldiamo nemmeno l’acqua.

 

Alle otto siamo in Piazza Galimberti, dove già fervono i preparativi degli stand per la distribuzione dei numeri di gara della Granfondo ciclistica Fausto Coppi, che si correrà domani. Ivano non sarebbe poi nemmeno così fuori posto, dal momento che la bici ce l’ha, sia pure carica di borse e borsine come se dovesse partire oggi per Capo Nord. Sono io che c’entro davvero poco, essendo a piedi. Ad attenderci c’è Chiara, collega di Ivano e tostissima ciclista sia su strada che in MTB: ha appena smontato dal turno di notte in ospedale ed è fresca come una rosa. Ivano insiste perché io stia seduta e con la schiena appoggiata, ma è mica facile, con l’ansia della partenza. Intanto, dallo stand della ditta Biotex, che produce abbigliamento sportivo, la sorpresa: mi ritrovo in mano una divisa completa, che dovrò indossare per la prima giornata di corsa. Sorpresa non proprio, visto che sapevo già da qualche giorno che, per questa occasione, avrei corso “sponsorizzata”, però non credevo che sarebbe successo davvero. Mi rigiro tra le mani, un po’ incredula, la maglietta nuova e morbidissima, molto diversa da quelle che uso di solito. Intanto, il rivenditore scava tra i capi alla ricerca di un pantaloncino che possa contenere il mio ingombrante posteriore: nella taglia M che mi ha proposto potrebbe entrare una chiappa, forse. Mi cambio al volo, nascosta dietro ad un gonfiabile: eccomi qua, pronta per la partenza. Giusto il tempo di qualche foto ufficiosa, grazie alla seconda Chiara accorsa in piazza stamattina, la Chiara martire compagna di Ivano, e di qualche foto ufficiale con tanto di fotografo, con Gualtiero, rivenditore Biotex, e Davide, organizzatore della Granfondo… E si parte, così, senza tanti fronzoli.

 

Mi sembra ieri ed è già passato un anno dal primo tentativo di questa impresa, matto e vittorioso. Adesso si ricomincia. Ivano mi precede in bici e va diretto a casa sua, a recuperare un elemento di fondamentale importanza che è stato dimenticato: la maionese. La mia copertina di Linus. Tanto, io sotto casa sua devo passare. In verità, come l’anno scorso, per me la prima parte dell’itinerario, da Cuneo a Costigliole, è un po’ più lunga di quella dei ciclisti. Le bici passeranno lungo la strada statale, ovviamente con la strada chiusa al traffico motorizzato: se io seguissi oggi lo stesso tragitto, potrei lasciarci la pelle o per soffocamento da smog, o per incontro ravvicinato con qualche veicolo. Idem per Ivano. Quindi, noi si va al Passatore ed a Bosco di Busca. Poi, da Busca, sempre per evitare il traffico, si percorrerà un bel tratto di strada in parte sterrata fino a Costigliole.

Corro lungo il Viadotto Soleri, che per la seconda volta nella mia vita attraverso a piedi, poi via in direzione Cerialdo, dove ritrovo Ivano che ha già rimediato alla dimenticanza e mi aspetta sotto casa. Sono i primi passi; io cerco di capire come sto ed intanto scruto il cielo, cercando di capire che intenzioni abbia per oggi. Le previsioni meteo sono ottime, anche per la notte. In mano ho la bottiglietta di plastica con la praticissima maniglia di gomma: già nei primi chilometri, incarico la scorta di andare a caccia di fontanelle per diluire un po’ i sali troppo concentrati.

Nel tratto di pianura iniziale, incontriamo e siamo sorpassati da parecchi ciclisti. Per il momento sono rilassata, fin troppo: non mi accorgo del bordo strada sconnesso e rimedio una di quelle storte da abbattere un buon numero di santi, ma continuo a correre: guai a fermarsi, il dolore diventerebbe insopportabile e cronico. Un po’ di pazienza e passerà tutto, spero. Sarebbe davvero un modo imbecille per buttare la giornata, anzi le giornate, alle ortiche.

 

Fin qui, la temperatura è stata tutto sommato gradevole. A Busca però dev’esserci un microclima tutto particolare: non appena arrivo nella via centrale, ho la netta sensazione di essere entrata in un altoforno. Una mazzata di caldo che mi inchioda all’asfalto. Cerco con lo sguardo una fontanella sotto cui buttare subito la testa, ma non ce n’è traccia. Calma, Gian. Ivano, giustamente dubbioso circa il mio senso dell’orientamento, mi indica la deviazione per la strada che diventerà sterrata poco più avanti; lui mi precede andando a percorrere un tratto di statale ed attendendomi più avanti, quando poi si tratta di girare a sinistra. Per ora, io devo solo andar dritto.

 

Proprio dove la stradina che ho imboccato diventa sterrata, nei pressi di un ponticello, vedo da lontano un affollamento: man mano che mi avvicino, mi accorgo che ci sono un elicottero ed un’ambulanza. Un trattore fermo lì accanto nel campo e gente che guarda e commenta. Per un attimo, ho la tentazione di chiedere cosa sia successo, ma poi mi vergogno della mia stessa curiosità morbosa e tiro oltre. Qualche centinaio di metri più avanti, sento il fischio di una sirena: mi volto, vedo la camionetta dei Vigili del Fuoco che si aggiunge ai soccorsi. Lì per lì, mi viene da pensare ad un incidente che possa aver coinvolto il trattore: il pensiero, inevitabile, è che io son qui a correre e divertirmi, sia pure a modo mio, mentre qualcuno sta probabilmente passandosela parecchio male. Verrò poi a sapere che si è trattato invece di un incidente tra un ragazzino in bici ed un’auto.

 

Sento già le gambe irrigidite ed i polpacci caldi e pesanti: non è un buon segno, affatto. Non c’è un briciolo di ombra, lungo questa stradina sterrata con il sole a picco. Approfitto persino del muro di un capannone, che offre un po’ di riparo, e cerco di fare attenzione a sassi e buche, perché sto trascinando i piedi un po’ troppo. Ad un bivio, ecco Ivano che mi aspetta, come promesso. Si svolta a sinistra e si sale un po’: dislivello che ai ciclisti non tocca, ma mille volte meglio il dislivello piuttosto che il caos dello stradone. Io però ho assoluta necessità di una fontanella. Confido che lassù, poche centinaia di metri, ce ne sia una: fiducia premiata, infatti. C’è. Ci butto la testa sotto, mi bagno abbondantemente le gambe, immergo la maglia e la indosso fradicia. Mi sento subito un po’ meglio. La scorta tecnica, diligente, rimpingua le borracce. Qui si sale leggermente, in una bella zona residenziale nella parte alta di Costigliole.

“Ricordi – commenta Ivano – l’anno scorso, qui nella discesa, c’era quell’auto che ti piace tanto, la Dokker”.

“Sì – rispondo – E c’era anche la triathleta gnocca che correva”

“Perché io mi ricordo la Dokker – si rammarica la scorta – e non la triathleta gnocca?”.

In effetti la Dokker c’è ancora, parcheggiata più o meno nello stesso punto. Della triathleta, nessuna traccia.

Attraverso il centro del paese, correndo rasente al lato della strada dove c’è un po’ di ombra. Lo scudiero è andato alla ricerca di altra acqua. Breve tratto di strada assolatissima e trafficata tra Costigliole e Piasco: Ivano mi raggiunge nientemeno che con una borraccia di acqua frizzante, meravigliosa sensazione. A Piasco, è il momento di qualche istante di sosta seria, sotto la tettoia dove ci sono i distributori di acqua e di latte. Una barretta di Ovomaltina, acqua e sali a volontà, poi ancora in marcia attraverso il centro del paese, in direzione della Valle Varaita, in leggera salita e sbocconcellando pane e formaggio. So già che i prossimi km saranno ancora penosi per un po’: fino a Venasca è leggera salita, ma rognosa con questo caldo assassino; idem da Brossasco all’attacco della prima salita. A Venasca è d’obbligo una sosta alla fontana proprio nel centro del paese, con getto particolarmente abbondante e gelido, ideale per un’altra doccia completa. Il completo Biotex asciuga davvero in fretta, cosa che oggi non è una buona notizia, ma solo oggi. Poi, io riparto, mentre Ivano si defila: “Ti raggiungo più avanti”, promette. Lo so, lo so qual è la sua meta: una meravigliosa panetteria che mi ha già fatto scoprire tempo fa. Mi godo la brevissima frescura della stretta viuzza centrale di Venasca e poi ancora al sole, lungo la strada che conduce a Brossasco evitando lo stradone principale. A me il caldo piace molto, intendiamoci, sono una lucertola, però in effetti lo patisco durante uno sforzo così intenso.

Non appena mi immetto sulla strada principale, la scorta mi raggiunge. “Stai andando come un treno… E non è detto che sia un complimento”. Infatti, è vero: fin qui sono stata anche troppo veloce, nei limiti di quanto io possa definirmi “veloce”. Ma l’avventura è appena cominciata; non devo rischiare di scoppiare. In effetti, da Brossasco al bivio per Valmala è una pena: caldo, leggera salita, traffico. Ma un cartello stradale riporta il sorriso: “Attenzione, curve pericolose”, con tanto di freccia a “S”. Come non immortalare il mio prominente lato B insieme al cartello? Già penso alla didascalia: ha ragione chi mi definisce obesa e culona; lo dicono anche i cartelli stradali! Colpa di Ivano, è lui che mi ha contagiata con la mania delle foto alla segnaletica stradale. Così, tra una risata e l’altra, si arriva all’attacco della salita di Valmala, dove, finalmente, mi concedo un po’ di tregua dalla corsa. Fino al Santuario, si cammina: spedita, per quanto possibile, ma si cammina.

 

La salita di Valmala non va sottovalutata: circa 10 km, poco più di 700 m di dislivello ed alcune rampe impietose. Procedo di buon passo, chiacchierando. Per fortuna, Ivano non è mai a corto di argomenti ed è sempre molto teatrale nei suoi racconti: sarebbe davvero difficile annoiarsi. Anche per questo, tra gli altri mille motivi, è un ottimo compagno di viaggio per le mattane sportive. Chiacchiera, ma non mi perde mai d’occhio. Tiene al successo della mia impresa almeno quanto me. Tuttavia, in questo momento, non credo di essere per lui motivo di preoccupazione; sto bene, bevo e mangio regolarmente, non ho ancora neppure avuto la necessità di fuggire agilmente e rapidamente dietro a qualche cespuglio, cosa davvero insolita per me.

Ci sorpassano alcuni ciclisti. Uno, in MTB, ci chiede con voce dolente quanto manchi alla fine della salita. 7 km, più o meno. Non mi pare così male in arnese; eppure, lo ritrovo poche centinaia di metri più avanti, sulla panca accanto al bagnetto pubblico della frazione. Bagnetto di cui, per inciso, ovviamente approfitto, anche senza urgenza. Non sia mai. Intanto, il ciclista spiega ad Ivano che ha l’auto a Lemma, perché è partito da lì per salire dalla Strada dei Cannoni al Colle della Bicocca. Ora non ce la fa più, almeno così dice. E’ un bel guaio, caro mio: o sali da qui e poi scendi a Lemma, oppure scendi a fondovalle, ma poi a Lemma ti tocca risalire. Non hai scampo!

Riparto di buon passo, mentre Ivano fa rifornimento d’acqua e sistema il bagaglio. Più avanti, sento le voci di entrambi, un tornante sotto, ma il ciclista cotto dev’essere cotto sul serio, perché si ferma di nuovo. Ahilui, conosco bene quella sensazione.

Nella seconda parte, la pendenza si attenua. Sembra che qualche nuvola voglia velare il cielo: ecco, non sarebbe una cattiva idea! Quassù, comunque, il caldo è già molto meno nefasto. La fontana sul piazzale del parcheggio per il Santuario arriva più in fretta di quanto pensassi: breve pausa accanto alla vasca di pietra con l’acqua gelida. Un escursionista con due minuscoli levrieri, una comitiva di maturi pingui turisti che mostra evidenti segni di eccessive libagioni alcoliche. Bevo uno yogurt. Con la schiena sudata, qui fa persino freddo. Meglio che io mi affretti a ripartire: da qui al colletto da cui poi si scende a Lemma mancherà poco più di un chilometro ed un leggero tratto di salita. La scorta ciclistica mi precede e mi attende proprio al bivio. La strada verso destra va verso il Colle della Ciabra, quella a sinistra scende a Valmala; quella in mezzo è la mia: qualche km di discesa decisa, in mezzo al fitto bosco, verso Lemma. Ivano mi affida una barretta e poi scende giù direttamente al paese: ha i pattini dei freni che ormai chiedono pietà; non può permettersi di restarmi affiancato mentre corro in discesa. Cosa che, in verità, io non vorrei nemmeno se i pattini fossero nuovi: proverei dolore per i freni e per i cerchi. Va benissimo separarci per un po’: io sto bene, non ho bisogno di nulla, trotto allegramente. Certo, non invidio chi domani da questa stradina stretta e sconnessa dovrà scendere in bici da corsa, magari in gruppo.

 

Le fresche frasche mi consentono una comoda sosta tecnica con la dovuta riservatezza, poco prima di giungere a Lemma, dove trovo Ivano spiaggiato sulla seggiola del piccolo bar. Non appena arrivo, lo vedo che si fionda alla finestrella del locale e chiama qualcuno: ne esce una signora che mi squadra con aria a metà tra l’ammirazione ed il timore e mi fa i complimenti per l’impresa, di cui la mia scorta le ha narrato i dettagli.

Breve pausa focaccia, mentre sulla piazzetta approdano due persone con un bellissimo Chow Chow a cui, in questo momento, non invidio la pelliccia. Il padrone lo solleva di peso e lo sistema sul sedile anteriore del fuoristrada, troncando senza pietà le mie speranze di poterlo coccolare. Il cane, non il padrone. Alè, si riparte con le dita ancora unte. Qualche km di discesa fino al bivio per la Colletta di Rossana: man mano che si scende, la temperatura torna a salire. Qualche nuvolone all’orizzonte: chissà che non decida di oscurare il sole almeno per qualche minuto!

Ad ogni passo, mi tornano in mente immagini e sensazioni della stessa mattana compiuta l’anno scorso. Qui stavo molto peggio: incoraggiante. Al bivio, Ivano mi attende all’ombra di quel che resta di un edificio industriale. Altra breve tappa, altro yogurt, altro pieno alla borraccia. Da qui alla Colletta, qualche km di leggera salita, che cerco di correre con cautela. C’è un bel viavai di ciclisti. In cima, la scorta si ferma per invertire le due borse appese alla bici: mi spiega che è per tenere la borsa degli alimenti dal lato dell’ombra… Che sciccheria! Un giorno o l’altro mi ascolterà e farà del suo talento di assistente una professione. Poi mi sorpassa, annunciandomi che, come al solito, mi attenderà al bivio a fine discesa. Mentre vado giù, incrocio una famigliola che sale in bici: impressionante la ragazzina, che avrà dieci anni o poco più e sale con una ruvida Graziella, con un passo invidiabile. Dietro di lei, il fratellino ed il padre con due MTB. Non posso fare a meno di incitarla con ammirazione: speriamo che coltivi il talento!

Altro bivio. Non quello con la statale; ce n’è un altro, poche decine di metri prima, dove Ivano mi attende con una borraccia fresca di acqua e menta. Da qui parte un tratto di strada che taglia un angolo del giro, ma soprattutto mi permette di evitare una parte dello stradone, abbastanza trafficato e penoso sotto il sole feroce del tardo pomeriggio. Mentre io corro tra i frutteti, la scorta mi precederà a Dronero, dove c’è la bottega di un ciclista e dove forse sarà possibile ottenere al volo la sostituzione dei pattini dei freni. Innumerevoli le sue raccomandazioni sull’itinerario da seguire: a quanto pare non si fida proprio del mio senso di orientamento… E non ha torto, anche se qui ormai conosco la strada.

 

Approfitto del telefono, che Ivano ha voluto che mi prendessi in questo tratto, per chiamare casa e rassicurarmi sulle condizioni della caninità. E sì, anche di MADRE. Tutto a posto. Posso procedere serena. A Morra, passando in centro paese, come l’anno scorso mi concedo una breve sosta con innaffiatura completa sotto la fontanella. Ecco, qui un anno fa ero stravolta e seriamente dubbiosa circa il prosieguo dell’avventura. Oggi non si può dire che io sia fresca come una rosellina di campo, ma va meglio, anche se la calura non dà tregua. Coraggio e pazienza, si tratta solo di arrivare fino alla prossima salita, manca poco. Poi si prende quota ed intanto scende la sera.

 

Torno per forza sullo stradone, nell’area industriale. Mi telefona Ivano, per chiedermi la posizione. Non so nemmeno se abbia risolto il problema meccanico o meno, ma mi sembra che sia passato davvero poco tempo. Tra poco lo scoprirò. Intanto, mentre corro sul lato sinistro della strada, vedo un’auto che si ferma, rischiando il tamponamento a catena e causando un mezzo ingorgo: un volto noto, è Isacco! E che diamine ci fa, qui? Rispondo al saluto ma non mi fermo, perché succede un cataclisma. Qualche minuto dopo, me lo sento arrivare alle spalle, stavolta in bici: è reduce da un allenamento in montagna e mi accompagna per un breve tratto, fino a Dronero. Non apprezza, chissà perché, l’olezzo che emana dalla mia personcina: afrore, per non dire fetore, di Eau de Fogne de Calcutte by Dior. Che ti devo dire, figliolo, prova tu a correre per settanta km, occhio e croce quelli percorsi fin qui, in una torrida giornata di luglio e profumare di mughetto. Intanto ricompare Ivano, reduce dall’inutile viaggio della speranza: la bottega del ciclista, normalmente aperta di sabato, oggi ovviamente è sprangata. Mannaggia, ci speravo.

 

Altra sosta alla fontanella, con l’ingombrante posteriore poggiato sul duro porfido. Saluto Isacco, che ci abbandona qua. Ancora di corsa lungo il centro, sul ponte e finalmente in direzione di Montemale. Finalmente perché la salita mi offrirà un po’ di riposo dalla corsa. Circa nove km a La Piatta Soprana: impegnativi i primi cinque o sei, dove la stanchezza comincia a farsi sentire con prepotenza. Ivano, a cui nulla sfugge, se ne accorge e fa il possibile per tenermi allegra, ma ho la testa che gira e le gambe vuote. Stringo i denti perché so che manca poco: dopo il bivio per il B&B Liretta, la strada torna ad essere in piano o quasi. Riprendo a correre con enorme sforzo e gambe di legno. Ivano mi precede a La Piatta; lo trovo intento a chiacchierare con due persone. Mai avevo visto forme di vita in questo luogo dimenticato dal mondo e dalle compagnie telefoniche!

 

Panchina, toma, pane, qualche istante di tregua. E qualche foto. Si fa sera e, all’ombra, restare fermi con gli abiti sudati fa già tutt’altro effetto. Non ci rimango a lungo, infatti. Mi attende qualche km di discesa ripida lungo questa stradina boscosa, su cui Ivano mi precede sempre per ragioni di pattini dei freni. Io ne approfitto per sciogliere un po’ le gambe, per quanto possibile. Sono davvero stanca, ma non ho dolori particolari, né preoccupazione oltre il dovuto. Sono abbastanza sicura di farcela. La mia è presunzione, forse, visto che non sono ancora neppure giunta a metà del giro, ma sarà che lo conosco talmente bene… Salvo incidenti, ce la dovrei fare.

 

Ivano mi attende in fondo, all’incrocio con la strada che da Caraglio va a Pradleves e poi sale al Colle di Fauniera. L’anno scorso, qui era buio o quasi. Stasera, indosso il giacchino rifrangente per prudenza, ma ho ancora margine di luce. Il tratto da qui a Pradleves è da prendere con le pinze, in leggera salita, ma scorre via con una certa facilità. Obiettivo è la sosta all’Agriturismo La Poiana, raggiunto l’anno scorso al pelo della chiusura. Quest’anno ci arriviamo ampiamente in orario: altro punto a favore del mio morale. Un the caldo con il limone ed il cambio d’abito per la notte. Il locale è affollato; la signora che serve le consumazioni ricorda il mio passaggio di un anno fa e ricorda anche che, nel 2017, sono arrivata qui ad ora più tarda. Ha in braccio una gatta un po’ spaventata dalla folla.

 

Con gli abiti puliti per la notte, si sta subito meglio. Ripartiamo entrambi: ora ci attende la lunga salita al Colle di Fauniera, 21 km oltre il ponte di Pradleves. C’è ancora un po’ di luce. Saranno 21 km di passo, per quanto svelto. Qui è importante centelllinare le forze. Solo dopo qualche km dall’inizio della salita, metto in testa la pila frontale. Sì, decisamente sono in anticipo rispetto all’anno scorso. Si procede, senza mai restare privi di argomenti di conversazione: Ivano è continua fonte di discussioni, raramente serie, il più delle volte facete. Così, tra frizzi e lazzi, arrivare a Campomolino è un attimo. Sosta sulla piazzetta illuminata dalla luce gialla dei lampioni, ancora un po’ di pappa. Da lì in poi, anche per Ivano diventa più difficile tenere viva la conversazione: i sei km che ci separano dal Santuario di San Magno sono spietati. E la sua bici è pesante, molto. Non per niente San Bernardo da Mentone, titolare della cappelletta piazzata in corrispondenza della rampa più ripida, è il santo più bestemmiato dai ciclisti.

Di tanto in tanto, passa un’auto. Ma a Campofei, quando manca poco a mezzanotte, si sentono ancora le voci dei ragazzini della colonia. Il passo, per ora, è abbastanza svelto e sicuro, anche sulle ultime due rampe che precedono il Santuario. Qui ci concediamo un’altra sosta a suon di Pocket Coffee: pochi istanti, però, perchè quassù adesso fa freddo davvero. Poi ripartiamo e ci lasciamo alle spalle le ultime luci: da qui in poi, avremo sopra la testa un tappeto fittissimo di stelle. Non ci sono più pendenze tremende, ma almeno un paio di lunghi traversi in salita, più penosi in bici che a piedi ad onor del vero. All’ultima baita c’è una luce esterna accesa; sono illuminate anche le finestre: c’è, a quest’ora di notte, qualcuno che lavora. Ed addirittura qualcuno che scende in auto. Un breve momento di sosta a circa tre km dalla vetta: ci sediamo per terra a guardare le stelle. Ne vediamo entrambi una, al limite del confine della montagna con il cielo, che oscilla vistosamente: e quella che roba è? Allucinazione collettiva? Si muove! Ivano, superato un momento iniziale di smarrimento, spiega che no, non si muove affatto; il movimento è una illusione ottica data appunto dal fatto che quella stella, o qualunque cosa sia, si vede da qui proprio in corrispondenza del confine tra la sagoma del monte ed il cielo. Ma non ne sono mica tanto convinta: secondo me, si muove davvero!

 

Va bè, faccia un po’ quel che vuole. Se si tratta di UFO, speriamo che non decidano di venire a rompere le scatole sulla Terra proprio stanotte. Ancora in marcia, per gli ultimissimi km. Qualche auto parcheggiata in altura; il tratto antipatico con le bandiere disegnate da tempo immemore sull’asfalto. Al colle Esischie, Ivano si ferma qualche istante: stavolta è lui che ha bisogno di reintegrare gli zuccheri alla svelta. Io proseguo con il naso verso l’alto a guardare il cielo. L’ultima curva a destra, quella che precede il colle, arriva molto prima di quanto pensassi. In effetti, percorso a piedi, il Fauniera è meno insidioso che non in bici. Ci vuole solo tanta pazienza, ma in questo ormai sono campionessa olimpica!

 

Ivano non mi ha ancora raggiunta. La luce della sua pila frontale spunta poco dopo, dalla curva. Ci sistemiamo seduti sulla roccia, appena oltre il colle, per essere un po’ al riparo dal vento, che questa notte è comunque molto leggero. Fa freddo, ovvio: siamo sudati e stanchi. E felici. Sappiamo bene entrambi che, una volta giunti quassù, è fatta, anche se mancano ancora più di cinquanta km. Il cielo è meraviglioso, stelle a profusione. Niente luna, almeno per il momento. Mangiare e bere, ormai è l’unico imperativo. Pochi minuti, perché io da quassù non mi muoverei più, ma il freddo è in agguato. Anche qui, l’anno scorso ero davvero sfinita. Stavolta, ovvio, sono stanca, ma nella norma.

 

 

Rimettere le gambe in corsa è dolore puro, almeno per i primi cinquecento metri. Ivano farà qualche tratto in discesa, fermandosi di tanto in tanto ad aspettarmi. Al Valcavera mi sembra di aver già caldo: era proprio solo questione di muoversi un po’. La discesa dal Fauniera nel Vallone dell’Arma è lunghissima, venticinque km a Demonte, ma quest’anno Ivano ha avuto un’idea di genialità ancora superiore rispetto all’anno scorso. Ha portato la sua auto a San Giacomo, che è il primo degli abitati che incontreremo: quindi, avrò un appoggio tra quindici km per cambiarmi e dormire un’oretta. Sarà importante: lo scorso anno, l’auto era a Demonte, cioè alla fine della discesa, ma arrivarci è stata una sofferenza. Per chi corre a piedi, la discesa non è come quella dei ciclisti. E’ faticosa ed anche dolorosa, dopo tanti km.

 

Curva dopo curva, perdo quota. Tengo sempre d’occhio la luce della pila di Ivano, che mi precede volta per volta, attendendomi qua e là per chiedermi se io abbia bisogno di qualcosa. Mi assale il sonno, ma solo per qualche momento. E’ ancora buio pesto: l’anno scorso, qui, albeggiava già. In compenso, è spuntato uno spicchio di luna. Continuo a scendere: qui conosco davvero ogni metro, ogni pendenza e contropendenza. Ancora buio e silenzio, almeno fin quando ci avviciniamo al Rifugio Carbonetto. Ai campanacci delle mucche si aggiungono i latrati di alcuni cani: due, povere bestie, legati alla roulotte del pastore; il terzo, un bel maremmano che ci tiene d’occhio da una collinozza sulla sinistra. Ivano passa rapido in bici e si allontana; io preferisco camminare con cautela, perché il bestiolone non sembra apprezzare la mia corsa. Continua ad abbaiare e si avvicina, fino a scendere sulla strada. Proseguo piano, senza gesti bruschi: ha ragione lui, sta proteggendo le sue bestie. Mi sa che né il pastore, né i gestori e gli ospiti del Carbonetto saranno troppo lieti del nostro passaggio. E’ ancora buio pesto, quindi dev’essere davvero presto.

Mentalmente, una bella fetta di discesa è già andata. Sette, otto km. Ne mancano più o meno altrettanti all’auto. Vorrei che Ivano mi precedesse e si prendesse un po’ di riposo, ma lui non sente ragioni. Mi deve fare da presidio, anche se io adesso sto bene ed ho più o meno tutto sotto controllo. Si scende ancora, a tornanti e su qualche lungo tratto quasi in piano. Qua e là, si sentono in lontananza i campanacci lenti delle mucche al pascolo, invisibili nel buio. Ho perso la cognizione precisa del punto in cui mi trovo, ma non dovrebbe più mancare molto a San Giacomo, ormai. La luce della centrale idroelettrica però mi coglie di sorpresa: non me l’aspettavo ancora. L’auto di Ivano è proprio qui, sul piazzale. Un leggerissimo chiarore a fondovalle: “Sono le cinque e dieci”, annuncia la scorta.

Calma, Gian, tieni a freno l’euforia. Mancano comunque ancora quaranta km almeno e tutt’altro che facili. Adesso ti cambi, ti dai una ripulita alla bell’e meglio con le salviette, anche se è come svuotare il mare con il cucchiaino da caffé delle bambole, indossi qualcosa di asciutto e pulito. E poi dormi un po’. “Però un’ora è troppo… Sto bene, non ho bisogno, metti la sveglia tra mezz’ora”, chiedo ad Ivano. La risposta non è ripetibile in fascia protetta. Ok ok, dormiamo un’ora. La mia scorta ha pensato a tutto, anche al materassino da campeggio steso per lungo dietro il sedile di guida della Station Wagon ed alla coperta. Mi ci accomodo: sarebbe un giaciglio perfetto, se non avessi centoquaranta km nelle gambe. Crollo a dormire ma, dopo un tempo indefinibile, mi risveglio, o meglio, mi ritrovo in uno stato di mezza coscienza con i muscoli che urlano per il male. In qualunque posizione io mi giri, ho male. Ed ho anche fame, tanta. Speriamo che quest’ora passi in fretta…

Al suono della sveglia, sono già pronta e scattante. Riesco persino ad uscire dal bagagliaio senza che mi parta un crampo. Ivano porterà l’auto a Demonte, dove la abbandonerà nuovamente per continuare il giro al mio seguito in bici. Gli raccomandando di riposarsi ancora un po’ e partire con calma: io sono a posto, mi avvio in leggera discesa con una stecca di croccante alle mandorle ed una di torrone morbido per colazione. Per ora, tengo addosso ancora la giacca ed i pantaloni ¾, perché l’aria è davvero frizzante.

La mattina è decisamente fresca e limpidissima. Mi attendono dieci km fino a Demonte, ma le gambe, a parte gli strazianti cigolii iniziali, rispondono bene. Questo tratto di strada alterna discesa e tratti di breve risalita. Incontro parecchi mezzi degli addetti alla sorveglianza del percorso di gara: la Granfondo Fausto Coppi partirà tra poco. Protezione Civile, Carabinieri, tutti a presidiare la strada. Impiego un po’ più di un’ora a raggiungere Demonte, dove si fa una breve sosta per colazione: altro the caldo con il limone, ottima terapia per le intemperanze della mia pancia. Gli avventori mattutini e mattinieri del bar ci guardano incuriositi.

 

Via i pantaloni lunghi: da qui si proseguirà con la maglia a maniche corte della GF Coppi, gialla e nera, ed i pantaloncini corti. Anche perché il termometro non tarderà a salire, ed anche molto. Attraversiamo le viuzze di Demonte, dove un bellissimo maremmano saluta il nostro passaggio con il suo abbaio tonante. Poi ci dirigiamo verso l’attacco della salita della Madonna del Colletto, oltre il fiume. Pochi km da Demonte, anche qui già presidiati dai Carabinieri. Lo scorso anno, proprio qui mi avevano raggiunta i primi corridori del percorso corto della granfondo. Oggi ancora nulla, ovviamente; i ciclisti sono appena partiti.

Nel lungo tratto in piano, il sole comincia a scaldare. Meno male che la salita inizia presto ed offre qualche tratto al riparo degli alberi. Io ho ancora fame… E qui Ivano cala l’asso: un panino al gorgonzola troppo grosso persino per il mio immane appetito. Ce lo dividiamo in due, per propiziare i km di salita ripida che ci attendono. Anche qui si va su a passo svelto, rampa dopo rampa. Incontriamo e siamo superati da parecchi ciclisti, che nulla hanno a che vedere con la gara. Tra poco dovrebbe arrivare anche Walter, inossidabile presidente del Team Nordovest di cui faccio parte. Si è appena informato al telefono sulla mia posizione. Dice che, non sentendosi troppo bene, ha deciso di non partire per la Granfondo; da Cuneo verrà direttamente alla Madonna del Colletto, in bici. Alla faccia, chissà se fosse stato bene!

 

Lungo la salita, una sola provvidenziale fontana, già presidiata dai volontari dell’assistenza di gara. Poi più nulla fino alla vetta, che arriva, anche questa volta, prima di quanto io mi aspettassi. La musica a tutto volume del punto di ristoro in cima ci preavvisa che ormai anche questa è fatta. Vado a sedermi sulla pietra all’ingresso della chiesetta, all’ombra, mentre tutto intorno fervono i preparativi per il banchetto del ristoro della GF e del punto di soccorso. Pochi istanti dopo, ecco che arriva Walter. Ha ancora sul manubrio della bici il numero di gara: ovviamente, solo un imbecille potrebbe pensare che lui sia arrivato qui come primo ciclista della GF o che voglia far credere una cosa del genere. Nulla togliere alle doti atletiche del Sommo President, che tra l’altro in bici mi dà regolarmente la paga, ma insomma, per sua fortuna è già in pensione da un po’… Eppure, l’inflessibile giudice di gara presente sul posto non gli dà pace. Walter ci prova, a spiegare che si trova lì perché ritirato, che non ha seguito il percorso, che sta semplicemente facendo il turista: il giudice ne pretende ed ottiene l’ufficiale squalifica. Notizia che viene accolta dal President, da me e da Ivano con un’alzata di spalle: si ride per non piangere… Probabilmente il solerte giudice è molto orgoglioso di aver fatto il suo dovere di paladino della giustizia sportiva. Poi, come se non bastasse, ci si mette anche una corpulenta madama non più nel fiore degli anni, seduta anche lei all’ombra della chiesetta: “Ma che senso ha tenere il numero di gara?”, blatera. Ma stai zitta, vecchia befana. Mi alzo di scatto, inferocita: “Ma perché non vi fate tutti gli affaracci vostri, voi che il culo sulla sella non l’avete mai messo in vita vostra?”. Parlo al plurale, ma è alla megera che mi rivolgo. Me ne vado prima di arrivare a suggerirla che dovrebbe proprio metterlo, il suo deretano sulla sella, per contribuire a ridurne il volume esagerato… Meglio ripartire, và. Con la furia addosso, perché se c’è una persona che mai e poi mai si comporterebbe in modo scorretto in una gara è proprio Walter. Ma lui non se la prende; è ben più abituato di me a dare il giusto peso agli eventi. In questo caso, il giusto peso è zero.

La discesa su Valdieri è bella ripida. Ivano e Walter mi accompagnano, percorrendo qualche tratto e poi fermandosi ad attendermi. Dopo pochi tornanti, accompagnato da ben tre moto, ci supera il primo ciclista del percorso corto, un vero missile vestito di scuro. I primi inseguitori giungono solo dopo parecchi minuti. Da qui in avanti, occorre prestare attenzione massima a non scartare, per non farsi travolgere e non far cadere nessuno. Un’ultima sosta tecnica, prima del tratto Valdieri – Cuneo che non offrirà più alcuna chance di riservatezza.

Nella strettoia del paese, uno dei volontari a guardia del percorso intima a me e ad Ivano di fermarci. La mia scorta reagisce con un ruggito, tanto che il solerte guardiano intima di avvisare i Carabinieri: per fortuna è Walter che ci mette una pezza, spiegando il motivo della mia presenza sul percorso di gara. Io proseguo con le gambe che tremano: ormai la mia capacità di raziocinio è ai minimi termini; basta un nonnulla per assestare un colpo letale al mio già scarso equilibrio psichico. E poi, ho il terrore degli ultimi venti km, più o meno: stradone di fondovalle, caldo asfissiante, traffico e ciclisti che arrivano alle spalle, a frotte. Devo solo pensare che, prima o poi, finirà: quindi, via, di corsa, il più in fretta possibile, con le forze residue. Viaggio il più possibile a bordo strada: mi superano grupponi di ciclisti con andatura molto sostenuta. Non sono più i primi, ma sono comunque i protagonisti della zona alta della classifica. Ci sono parecchie moto che fanno la spola, precedono e seguono i gruppi fino a Borgo, poi tornano indietro ed agganciano altri gruppi. Nella corsia opposta, in direzione di Entracque, si ammassano le auto. Il traffico non è del tutto bloccato, ma ovviamente è molto rallentato.

 

Soffro davvero molto. Spesso sento la testa leggera, cosa che è un pessimo segno. Mi fermo ad ogni fontanella per bagnare la testa, che però dopo pochi minuti torna asciutta per il caldo torrido. Quasi non si respira. Io amo il caldo, ma invecchiando ho preso a patirlo un po’ quando faccio sport. Oggi poi, dopo tutti i km passati, non ne posso davvero più, tant’è che un paio di volte mi abbatto a bordo strada, appoggiata a qualsiasi cosa. Imploro almeno la fine del tratto di stradone, fino a Borgo San Dalmazzo. In cielo non c’è nemmeno una nuvola in cui sperare per un po’ d’ombra.

Qualche ciclista passa ed incita a squarciagola. Mi sforzo di rispondere, ma anche alzare una mano diventa una fatica sovrumana. Dovrei pensare ad altro e non ai km che mancano… Eppure non c’è modo, la testa è sempre lì. Ivano mi segue a qualche metro di distanza, ma qui non si può chiacchierare stando affiancati. Troppo pericoloso.

 

Finalmente la galleria che annuncia l’abitato di Borgo. Da qui, per me, piccola deviazione: i ciclisti percorrono la circonvallazione, mentre io passo in centro. La graditissima sorpresa di una ciclista che mi raggiunge e scatta un bel po’ di foto: è Maddalena, la mamma di Isacco. Mi spiace solo non essere in condizione di salutarla con il dovuto entusiasmo. Il caldo è davvero assassino, ora. Devo fare ancora una pausa, breve ma indispensabile. Mi siedo su un muretto in cemento, bevo e mangio una barretta di Ovomaltina. Ora mi serve solo più roba dolce. Chiedo ad Ivano quanti km manchino: ancora otto… Pochi, ma saranno infiniti. Meglio ripartire. Alla rotonda mi ricongiungo con il percorso dei ciclisti. Un lunghissimo tratto ancora nell’abitato, prima di arrivare alla stradina secondaria che confluirà nel Viale degli Angeli a Cuneo. I volontari che presidiano gli incroci mi salutano quasi tutti; idem, adesso, i ciclisti. Gli scalmanati ormai sono passati; chi arriva adesso è già più contemplativo, o più scoppiato. Osservo le maglie gialle finché le vedo sparire all’orizzonte: ancora nessuna traccia del bivio… Ma dov’è? Quanto manca? Le forze ormai sono al lumicino…

 

Finalmente la stradina. Manca davvero poco, un’inezia. O un abisso, dipende dai punti di vista. Meno male che i ciclisti mi fanno coraggio. Vedere il palazzone dell’Agenzia Entrate, una volta tanto, è una soddisfazione, anzi, una liberazione. I tre km finali lungo il Viale Angeli concedono, se non altro, un po’ d’ombra. Ivano fa leva sul mio orgoglio per spremere l’ultimo residuo di forze, ma questo rettilineo è infinito. Quando manca ormai meno di un km, le moto scorta annunciano l’imminente arrivo del primo concorrente del percorso lungo. Ivano l’aveva previsto, innumerevoli ore e km fa: “Pensa se dovessi arrivare due minuti prima del primo corridore del lungo…”. Infatti va a finire proprio così, tant’è che la mia prima preoccupazione, all’ultima curva e nel rettilineo finale in Piazza Galimberti, è proprio quella: potrei ingombrare l’arrivo del vincitore! E’ con parecchia preoccupazione che cedo alle insistenze di Ivano per un arrivo affiancati, prendendoci per mano. Non è ingratitudine, la mia, ma buttare a terra il vincitore sarebbe, ecco, parecchio imbarazzante… Mi volto ancora, non arriva nessuno. Ce la facciamo: il traguardo, finalmente, dopo ventotto ore, due in meno dell’anno scorso. Un abbraccio stretto stretto e liberatorio. E grato, da parte mia, tanto. E questi applausi sono per me, anzi, per noi. Si avvicina lo speaker con il microfono: “Ti chiedo proprio solo due parole, perché sta arrivando il vincitore della Granfondo”. Gliene concedo ben quattro: “Non ne posso più”. E poi la scena va al concorrente che giunge al traguardo con mezzo legittimo, ma va benissimo così. Il mio compito è finito. Anzi no: l’auto, la vaschetta del liquido di raffreddamento che perde, sessanta km da qui a casa. Pazienza, che sarà mai: alla peggio, me li farò a piedi.

 

 

 

 

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!