7 febbraio 2010 – Corsa in Roero

Sul tappeto di neve pesta e sporca del cortile, stamattina, giacciono due moncherini abbrustoliti di fiammiferi. Solo due: è un buon segno. Si può dire che oggi faccia quasi caldo: fino all’altro ieri, per scongelare e sbloccare il lucchetto che chiude il cancello d’ingresso dal viale, ne dovevo impiegare almeno cinque o sei. Data la mia tecnica incerta e maldestra nell’accensione, poi, ciò significa che di cadaveri, a terra, ne restano, di solito, almeno dieci; nell’aria, un odore acre di carne bruciacchiata, quella dei miei polpastrelli. Soprattutto quando, onde evitare di sfregare furiosamente a vuoto la testa del povero fiammifero, con la foga del cane che si gratta per il fastidio delle pulci, mi ingegno per accendere un legnetto mentre l’altro sta per giungere a consunzione completa. Ecco, diciamo che un esperimento scientifico richiede spesso, da parte del suo autore, una buona dose di sacrificio ed abnegazione. Ed io non ho ancora raggiunto la perfetta coordinazione dei tempi. E non possiedo un paio di guanti in tessuto ignifugo. Accade così che il silenzio delle gelide mattine invernali sia squarciato dalle più raccapriccianti oscenità…

Si sente il crepitio delle ruote dell’auto che schiacciano la crosta di neve, ma quasi sommesso, attutito. Non quegli schiocchi secchi, netti, come di assi di legno che cadono dall’alto. Ed è diverso anche il profumo dell’aria. Come ieri: per la prima volta in questo lungo freddo inverno, l’ho notato, ieri mattina. Come definirlo, non saprei, ma fa quell’effetto sulle narici, che se ne accorgono subito. E la luce, più intensa, più calda. E ancora, qua e là, un cinguettio. C’è poco da illudersi; le previsioni meteo annunciano ancora giorni e giorni di freddo, di nevicate. Ma non oggi: carpe diem.

Una decina di km di auto per raggiungere il mio punto di partenza, Ceresole d’Alba. Oggi, come ieri, concedo un po’ di soddisfazione alla mia pigrizia. Stesso giro, identico, da non dover nemmeno chiedere al neurone solitario uno sforzo supplementare. Circa 40 km su e giù per le colline. Abbandono la fida Opel a Ceresole, sulla piazza della scuola. Lo zainetto in spalla non manca mai: anche se l’itinerario è breve e mi porterà via poche ore in tutto, non potrei mai partire senza una giacca in più, un rotolo di pergamena per le emergenze ed una tasca per tutto, chiavi, documenti, telefonino. Calzo le scarpe da corsa, il nuovo acquisto di quest’anno, strategico, nei saldi, e storco il naso. Lo scorso autunno, ho comprato un paio di scarpe davvero belle, comode, perfette per le mie esigenze di distanza ed i miei piedi massacrati; con quelle, sembra di correre su un tappeto di gommapiuma. Così, con la mia solita mania del criceto che si fa la scorta di semini nelle guance, mi son detta: prima che queste si distruggano, compriamone subito un altro paio, così ho il ricambio. Dev’essere un retaggio di cultura ancestrale. Ricordi d’infanzia: mia mamma aveva sempre gli armadi, la credenza e l’armadietto dei medicinali pieni di articoli acquistati in serie, in blocco, in pallet, cosìcché, se qualcosa si fosse rovinato o esaurito, zac, subito pronto il sostituto. E fin qui, la mia poteva anche essere un’idea saggia. Peccato che il negozio non avesse più lo stesso tipo di scarpa, e peccato ancor più grave che io mi sia lasciata indurre a comprarne un altro paio che “è praticamente la stessa cosa”. Nulla di più falso. Queste scarpe bianche e gialle che mi sto allacciando sono tutt’altra pasta; meno ammortizzate, più rigide ai lati. E, soprattutto, fanno sì che il mio piede sinistro, dopo un tot di chilometri, cominci ad emettere strazianti lamenti. Caviglia dolente, dita che si irrigidiscono. Pazienza: ora che le ho, le scarpe, e dopo aver dovuto accendere un mutuo cinquantennale per finanziare l’acquisto, le uso, garantito; ci corro fino a completa distruzione. Solo, ho l’accortezza di riservarle agli itinerari più brevi.
A ben pensarci, è proprio vero che mi sono imborghesita. Fino a qualche anno fa, non mi sarei nemmeno posta il problema della scarpa con cui correre; un paio di scarpe “da ginnastica” strappate via su un banco del mercato, per quattro soldi, e andare. Adesso, riesco persino a percepire, ed a patire, la differenza tra due paia di scarpe che, sulla carta, sono entrambe di ottima fattura e di alta gamma. Sono convintissima che si tratti di un tipico caso di necessità indotta, nel mio caso, dal tempo passato a leggere riviste e siti di corsa, discussioni, dibattiti e chi più ne ha più ne metta. Se non avessi mai saputo che una suola sottile e rigida può provocare, a lungo andare, dolori alle articolazioni, non li avrei mai provati, quei dolori. E di esempi del genere potrei citarne a decine. Su un giro, come oggi, da quaranta km, un tempo non mi sarebbe passata per l’anticamera del cervello l’idea di portarmi appresso una borraccia; poi ho letto da qualche parte che la sete, anche per poche ore, può causare qualche fastidio ai muscoli, e alè, la gola appena secca si traduce subito in una serpeggiante apprensione. Manco fossi la principessa sul pisello. Ma forse tutto ciò ha una sola spiegazione; sto invecchiando, tutto qui.

L’ultimo nodo e sono pronta. Scaccio i pensieri noiosi come mosche: un’occhiata di sbieco all’orologio del campanile, le otto e cinque. Cinque minuti più tardi di ieri mattina. Mi avvio lungo la strada che da Ceresole porta verso la frazione Casanova. Calpesto una poltiglia di sale e sabbia e neve che si scioglie; fa freddo, ma saremo a zero gradi, forse addirittura qualcosa in più. La stessa luce tersa della scorsa mattina, riflessa dalle distese bianchissime di neve sui campi; la stessa vista mozzafiato sull’arco alpino, le poche cime a cui so dare un nome che si delineano pian piano, staccandosi dal blu scuro del cielo senza una nuvola: il profilo adunco del Rocciamelone, il massiccio del Rosa e poi, ultimo a spuntare sopra i tetti del paese che si allontanano alle mie spalle, il Monviso. Non ho mai capito un accidente di tutto ciò che ha a che fare con la fisica, ergo, non ho mai capito un accidente di ottica; insomma, non so spiegarmi il motivo per cui, nelle giornate così limpide, le montagne sembrano molto più vicine, più grandi. Sarà che le innumerevoli nevicate dei giorni scorsi hanno provveduto a pulire l’aria per benino. Ieri ho scattato, già qui nel primissimo tratto del mio itinerario, parecchie foto all’alba, ma oggi non posso fare a meno di ripetermi: anche se le inquadrature sono più o meno sempre le stesse. In realtà, ieri la strada e la natura portavano i segni della nevicata appena conclusa; asfalto ricoperto da uno strato viscido e scivolosissimo e bianco, rovi e gaggie piegati sotto il peso della neve; ciascun paletto a bordo strada aveva il suo cappuccio immacolato e le mie scarpe, dalla suola bella liscia, non offrivano presa sicura, tutt’altro. Toccava, talvolta, correre a piedi piatti e saggiare la tenuta del passo, per evitare che la scarpa scivolasse all’indietro. Altrimenti, facciata a terra garantita!

I brividi che mi tormentavano poco fa, al parcheggio, sono già spariti. Al loro posto, una sensazione improvvisa di caldo, ma ingannevole. So bene che, nel giro di un paio di km, la temperatura sotto la mia giacca raggiungerà un livello ideale, a patto, ovviamente, di non fermarsi, nemmeno di rallentare. Lascio la strada principale, al bivio per i Cantarelli: “strada dei gianìn”, così si chiama da queste parti. Gianìn, per i forestieri, è il vermiciattolo; lungo questa strada, a metà circa, c’è uno stabilimento, l’In.Pro.Ma., che, se non erro, è una sorta di inceneritore di scarti animali, da cui spesso si sprigiona un tanfo terrificante, indescrivibile, un misto di marciume e di chissà che altro. Da qui, credo, l’associazione d’immagine con i vermi. Oggi però è un caso fortunato: domenica, nessuna colonna di fumo bianco in vista.
La strada dei gianìn ha, in alcuni punti, un microclima tutto suo: due o tre avvallamenti in cui, in questa stagione, i raggi del sole non arrivano mai. Così, la neve resta ghiaccio, la strada scintilla di una miriade di brillantini, naso e labbra si congelano all’istante, restando insensibili. Hai voglia a tirare su il collare di pile: nessun conforto termico, ma in compenso rischio di soffocare. I sentieri che si staccano dall’asfalto, coperti di neve, restituiscono testimonianza di chi e di cosa è passato da lì: zampe e passi, tracce di ruote di fuoristrada, movimenti forse di ieri che il gelo ha fotografato. Il sole ancora basso splende quasi rabbioso, anche se la sua luce è fredda; ombre lunghissime ma nette. Solo tre colori, l’azzurro intenso del cielo, il bianco della neve, il contrasto nero dei rami e dei tronchi. Sono scomparsi anche i cacciatori, che, fino a non molto tempo fa, scalpitavano e sparacchiavano senza posa in questa zona. La seconda sacca di gelo siberiano è proprio in corrispondenza dell’impianto industriale; le scarpe fanno crepitare la neve ghiacciata. Per fortuna, la rampa in salita, la cosiddetta “rampa dei gianìn”, riscalda il cuore e le ossa e mi porta sul piccolo altopiano, fuori dalla boscaglia. Mi restituisce il panorama sulle montagne e sulla collina di Pralormo. Il sole basso, accecante, mi mostra le immagini come in negativo, solo per quell’istante in cui riesco ad afferrarle, prima che gli occhi si arriccino per lo schiaffo della luce troppo intensa. Discesa, risalita, un altro bivio, verso i Berteri; qui il sole è proprio in faccia, violentissimo. Corro alla cieca, posso guardarmi solo ai lati, distese di neve e striscie create forse dal vento, che scappano via, e tracce di animali a disegnare traiettorie frutto di chissà quale istinto, di inseguimento di qualche preda o fuga da qualche predatore, chissà.

Scateno, come sempre, le ire di tutti i cani della frazione; grossi e piccoli, voci tonanti o stridule, nessuno si fa sfuggire l’occasione di dare sfoggio della propria abilità di guardiano. Non capita spesso, soprattutto di questi tempi e climi, di avere un potenziale pericolosissimo podista killer a portata di zampa. Cortili, tettoie, attrezzi, tutto coperto di neve, che nasconde anche le brutture ed il disordine. Ci vorrebbe, a questo proposito, una bella nevicata in casa mia, che nasconda le calze spaiate, i fogli della banca ed i mezzi pacchi di biscotti dispersi negli angoli più impensabili. Un cagnone, più ostinato dei colleghi, continua ad abbaiare anche quando sono già lontana, ben oltre la frazione, lungo l’ampia curva ai piedi del costone della collina. Altro tratto in cui la luce, di buon mattino, stenta a farsi valere. Vince l’ombra azzurra del gelo. Minuscole stalattiti ornano il parapetto in metallo del ponticello; il mio fiato è una nuvola che appare e scompare al ritmo dei passi, mentre corro ancora incontro al sole.

Il bivio per la frazione Capelli è la porta verso un altro mondo. Basta imboccare la salita che porta, in un paio di tornanti, al grappolo di case sulla collina, per sentire sulla pelle, nelle ossa, un calore inaspettato, ed immediato. Una serpentina stretta tra le case, un nanetto di pietra scolorito dal tempo, un anziano che cammina curvo col paltò, la neve che si scioglie e si allunga in mezzo alla strada, un pannello per gli annunci mortuari. Poi tornano a farmi compagnia gli alberi di nocciole. Ieri, sì, lo spettacolo da queste parti era davvero impagabile: i rami erano stracarichi di neve, sembrava di correre in un lungo corridoio con il pavimento, le pareti, la volta di cristallo scintillante. Mi sarebbe piaciuto saper scattare una di quelle foto suggestive, un particolare, la goccia in punta al ramo, il riflesso del sole. Il risultato pratico è stato un po’ deludente, visto che, così, non son riuscita a mettere a fuoco né il dettaglio né lo sfondo, ma pazienza, quel che conta è l’intenzione. La curva della cappelletta offre uno spettacolo senza confini sul Monviso, blu e nitido al punto da poter quasi distinguere, come su una carta geografica, le sfumature delle sue costole di roccia sotto la neve. Poi la strada si rituffa in mezzo ai noccioleti, per riemergere solo più avanti, oltre la rampetta che conduce all’altra frazione. San Grato: una chiesa, un bar ristorante ancora chiuso, un camino che fuma e profuma di legna. Alcune ville, belle, per carità, ma troppo chiassose, troppo sfarzose, nulla c’entrano con l’austera bellezza dei tronchi nodosi dei vecchissimi castagni lungo la strada, e giù sul pendio. Tronchi che richiederebbero, per essere abbracciati, due e più persone; alcuni sormontati da una nuvola enorme di rami, chioma folta d’estate, altri che muoiono in monconi di ramo tagliato; alcuni cavi, tormentati, altri colonizzati da una sorta di edera che dà l’impressione che l’albero sia un caso anomalo di castagno sempreverde.
Con buona pace degli architetti che le hanno concepite, le quattro o cinque villone di San Grato non mi piacciono nemmeno un po’. Mi piacciono invece, proprio tanto, le cascine ben ristrutturate che si incontrano proseguendo nel cammino, lungo la strada alta, verso Monteu. Strutture semplici, quattro muri ed un tetto, archi in mattoni, imposte in legno; linee severe, semplici, consapevoli del tempo passato sui loro comignoli; cortili in terra battuta e le piante che qui crescono per natura, la nocciola, il castagno, il roseto, il fico, persino le zucche che, in autunno, pendono dai fori delle reti. Altro che le palmette e gli ulivi ed i prati rasati con la macchinetta da barba.
La cappelletta sulla sinistra, con il suo alberello di rose. Un’altra breve salita e poi la pendenza s’inverte; giù, in poche curve, verso Monteu, non prima, però, di essermi affacciata allo splendido belvedere che mi fa ammirare il castello di Monteu dall’alto, oltre le rocche di terra che si disgrega. Blanda discesa; passo accanto al vigneto dove, d’estate, rubacchio talvolta qualche grappolo d’uva: lo scorso autunno, del resto, quell’uva non l’ha raccolta nessuno; è rimasta lì, fino a diventare uva passa e poi a cadere. Peccato.

La strada si immette sulla via principale che conduce all’abitato di Monteu. Il ponte d’ingresso al paese è un palco privilegiato su un doppio spettacolo naturale: sulla destra, la montagna di terra gialla che si sgretola e trascina con sé quel che resta della boscaglia, un salto di cui non si vede il fondo, nascosto dalla vegetazione fitta e nera del colore invernale; sulla sinistra, le onde delle colline, strato dopo strato, nei colori azzurro e verde che digradano verso l’orizzonte, nei contorni sfumati dalla nebbiolina che il sole solleva dai pendii innevati. Sulla piazza del paese c’è già un po’ di movimento; la messa domenicale, la puntata al bar per il caffé. Il castello, ora proprio sopra la mia testa, con una piccola torre ed una scaletta metallica che a quella torre salta in cima. La strettoia e poi la lunga discesa verso i Tre Rivi. La vista spazia prima sul paese di Santo Stefano Roero, sul cocuzzolo della collina a sinistra, e poi verso San Rocco, in lontananza Vezza d’Alba e le Langhe. In qualche punto, la strada ha ceduto; un paio di strettoie sono le tracce ancora ben visibili della pioggia abbondante dei due anni scorsi, che s’è mangiata il terreno. Vigneti a perdita d’occhio, filari ordinati, spogli e deserti; la collina bianchissima con la cappelletta in cima, una cappelletta ed un albero.

Dalla rotonda dei Tre Rivi, imbocco la direzione di Canale; per un paio di km, mi trovo a correre lungo un tratto un po’ più noioso e trafficato. E mi rendo conto, con un brivido, di quanta gente si metta al volante pensando a chissà cos’altro. Sono io che corro contro sole; eppure, le auto che mi arrivano incontro, spesso, scartano all’ultimo, come se fossi apparsa in quello stesso istante. Eppure, se chi guida badasse a quel che fa, non potrebbe non vedermi già ben prima di incrociarmi, dal momento che questo tratto di strada è rettilineo. Per fortuna, la corsa a piedi offre un gran vantaggio: alla peggio, posso sempre saltar via dall’asfalto, sulla riva erbosa o dentro il canale. Non è che sia il massimo della vita, ma sempre meglio di un alterco con la fredda e durissima lamiera.

Al bivio per San Michele, sulla sinistra, sono via dalla pazza folla. Comincia la salita. Di fronte al mio naso, molto vicina eppure molto più in alto, c’è la chiesetta della frazione, davanti a cui dovrò passare. Il cuore se ne accorge subito, che la faccenda si fa impegnativa. Passi corti, corsetta lenta ma inesorabile. L’importante è non cedere alla tentazione della camminata, mai. Mi distraggo cercando un senso nelle geometrie dei regolarissimi filari delle viti; poi, puntuale come un orologio svizzero, si ripete il solito rito al tornante: due cagnetti, tanto piccoli quanto fetenti, si precipitano a rotta di collo fuori dall’aia di una cascina, piantano un baccano infernale, puntano dritti alle mie caviglie. Li lascio avvicinare il più possibile, poi mi giro di scatto: ecco che inchiodano, lasciano la scia della frenata, quasi ruzzolano per terra e battono in ritirata. Mi volto, riparto, rieccoli all’inseguimento; la scenetta si ripete finché non sono lontana a sufficienza dal confine invisibile del loro territorio. Ancora qualche abbaio di riprovazione, ma poco convinto, e poi se ne tornano alla magione. Io proseguo invece sbuffando come un mantice. Questa salita è insidiosa: comincia dolce e si inasprisce sempre più. Un cartello, appena oltre la curva, ammonisce: 18%. Beh, non so se sia proprio 18, ma la rampa che sembra alzarsi ad angolo retto proprio davanti a me non è certo una carezza. Solo un brevissimo tratto in piano, per prendere fiato, e poi l’affronto. Più che corsa, è ostinazione nel riprodurre il gesto della corsa, anche se il passo è brevissimo e la fatica esagerata. Anche per la misura delle pendenze, ho un metodo tutto mio: parlando di corsa, questa è la pendenza alla quale l’aria che riesco a buttare nei polmoni non è sufficiente; quando espiro, in realtà sento ancora l’esigenza di inspirare altra aria, sono in debito di ossigeno. Il tratto è breve; la pendenza si attenua in una curva tutt’altro che piana: ma sembra già riposante al confronto.
Il muraglione della collina è della stessa terra gialla che compone tutto qui intorno; si vede scavata una sorta di grotta, si vedono le radici dei cespugli che pendono nel vuoto. Se ci passi le dita, è terra che si sbriciola. Gli ultimi metri di salita, poi la strada spiana in cresta. Splendida vista su Santo Stefano e Monteu, sul Monviso e giù verso le montagne cuneesi, un trionfo di azzurro e bianco dominanti.

Fontanelle, di questi tempi, neanche l’ombra: ci sono, ma desolatamente chiuse, perché il gelo invernale farebbe scoppiare i tubi. In barba a qualsiasi scrupolo, raccolgo un pugno di neve gelata a bordo strada e la sgranocchio, con calma, come fosse una granita. E’ una sensazione quasi piacevole, quella dei denti che tritano i minuscoli aghi di ghiaccio. Non credo, con ciò, di potermi levare la sete: ma, almeno, mi inumidisco la bocca. Qualcuno di mia conoscenza inorridirebbe all’idea di mangiare neve raccolta per terra. Chissà quante sostanze nocive ha raccolto cadendo a terra, chissà quanti microbi, chissà… Per quel che ne so io, se si ha cura di non prenderla proprio sul ciglio della strada, non credo che un pugno di neve contenga molte schifezze in più rispetto a quelle che potremmo trovare nei cibi comprati al supermercato. E poi, questo sistema immunitario, lo vogliamo tenere un po’ in allenamento, oppure no? Altrimenti, a che serve?

Al bivio, percorro un breve tratto della strada che da Santo Stefano scende a Canale, ma l’abbandono quasi subito, prendendo a sinistra la strada verso Borgata Lora. Un brevissimo ma spietato anello che, nel giro di tre km, forse nemmeno, mi tuffa cento metri più in basso e poi mi riporta proprio a Santo Stefano, con una rampa altrettanto impietosa. La discesa è impresa doppiamente ardua: un po’ per la pendenza – quando passo di qui, in salita, in bici da corsa, la ruota anteriore tende a staccarsi da terra, e correre in questa condizione, a piedi in discesa, non è così semplice – un po’ perché il tratto più ripido è anche ostinatamente in ombra, quindi ricoperto di una patina ghiacciata. Il rischio di ritrovarsi con le chiappe a terra, sul duro asfalto e su quel che resta dei ricci di castagna dello scorso autunno, non è così remoto. Vista di qua, la risalita dall’altro versante della minuscola valle fa quasi impressione. Sembra la metà, tagliata nel senso dell’altezza, di un imbuto; appena arrivo al fondo della breve ma ripidissima discesa, svolto a destra e m’impegno in un’altrettanto aspra risalita. Mi imbatto qui in un’anziana donna quantomeno pittoresca: bassa, tarchiata, un sigaro in bocca, cammina all’indietro, in discesa, frenando con il corpo una sedia a rotelle. Sulla sedia, una cassa di… Bottiglioni di vino. La saluto, ricambia in piemontese. Sento il suo sguardo perplesso sulla schiena mentre mi arrampico su per la prima rampa, che supera un tornante e va a spianare in mezzo ad un gruppo di cascine, due ben ristrutturate, una abbandonata, ma che meriterebbe un restauro come si deve. Mi accoglie l’abbaio di un cagnetto con la testa di bassotto ed il corpo di mortadella: è buffissimo, sembra quasi tagliato in due da un collare troppo stretto, ma non sembra aversene a male e trotterella, in salita, certo con meno affanno rispetto a me.
Appena oltre le cascine, la vista spazia sulla valle e sulla borgata Lora, che adesso vedo dall’altra parte, benché ci sia passata solo un quarto d’ora fa, più o meno. Vigneti e ancora vigneti, qualche contadino che armeggia con pinze e fili. Ed un bubbolio lontano, anzi vicinissimo. Questa è la voce della mia pancia: è ormai qualche km che ricaccio indietro il pensiero della fame, ma ormai l’inganno non funziona più. Il bello è che ieri sera ho dimenticato di far cena. Intendiamoci, per me la cena, come tutti gli altri pasti della giornata, non è altro che un piatto consumato in giro per casa o seduta al computer, un po’ più consistente del mangiucchiamento continuo a cui mi dedico per tutte le mie ore di veglia. Non mi piace l’idea del pasto completo da consumare seduta a tavola, per carità; è vero che ho fame di continuo, ma è anche vero che mi sazio in fretta; quindi, non avrebbe senso comporre un antipasto con un primo, perché dopo l’antipasto smetterei comunque di mangiare fino all’attacco di fame successivo. E poi, seduta a tavola, perderei tempo e mi annoierei.
Comunque, dicevo: ieri sera ho dimenticato di fare questo pasto integrativo pre nanna, chiamiamola così, la mia cena. Il guaio è che un giro di corsa da 40 km, già di per sé, si porta dietro un giorno e mezzo di “effetto inceneritore”; figuriamoci poi se, il giorno successivo, se ne aggiungono altri 40. Tutto quel che ho è una gelatina di frutta. La scarto, non senza difficoltà, in salita, e la ingurgito quasi intera. Intanto la salita mi deposita alle spalle di Santo Stefano, anch’esso paese abbarbicato sulle torri di sabbia che si sgretola. Avevo visitato, anni fa, un paese chiamato “La città che muore”: un grumo di case su una collina di tufo, lentamente consumata dall’erosione, un gioiello destinato purtroppo, per natura, a dissolversi. Qui il fenomeno è forse meno suggestivo, ma il risultato, prima o poi, credo sarà lo stesso.

La gelatina di frutta non è servita a nulla. La pancia è vuota come e più di prima. Afferro un’altra manata di neve, la sbocconcello pian piano: raggiungo così il centro del paese. La chiesa, alla mia destra, e la rampa ripidissima che porta in piazza: l’affrontano due temerarie madame col cappotto bello della festa; le vedo salire un po’ incerte, puntellarsi l’una con l’altra, ma non le seguo; passo dalla comoda strada bassa. Centro paese, direzione Canale e poi bivio per Monteu Roero. Avrò ancora quindici, sedici km di corsa; un paio d’ore, contando le salite. Proprio sul bivio, incontro i primi, ed unici, ciclisti della giornata: tre volti noti con cui scambio qualche battuta. Un po’ mi si stringe il cuore: vorrei esserci anch’io, in bici… Ma la paura delle strade umide e sporche si somma a quella, ancora fresca, dell’incidente di Capodanno. Non avrei mai pensato che quella botta, tutto sommato senza gravi conseguenze – gli incisivi di porcellana sono già al loro posto e belli più di quelli naturali – avrebbe lasciato un segno così ostinato e duraturo. Ho paura della bici, adesso. Passerà, con le belle giornate, se mai arriveranno… Ma adesso ne provo paura e preferisco lasciarla in cantina, a riposare un po’. Ci salutiamo e via, ciascuno per la propria strada. A dire il vero, per un attimo provo l’impulso di chiedere se per caso uno di loro può elargirmi qualcosa da mangiare, anche solo una caramella, una bustina di zucchero. Ma non oso: taccio e riprendo la mia corsa, per l’intera discesa, mangiando neve. Non serve a lenire la fame né la sete, ma inganna per un poco il senso di vuoto nelle viscere.

La strada di Santo Stefano è particolare: vista dall’alto, sembra una corda lasciata cadere in verticale, arrotolata su se stessa. I tornanti si accatastano l’uno sull’altro, fino al fondo del catino. Il castello di Monteu svetta contro il cielo sempre più blu della giornata che matura. Riprendo a salire, sempre corricchiando; abbasso la cerniera della giacca:. La neve scioglie, sparge torrentelli che seguono la pendenza della strada. Al bivio, ritorno a calcare la stessa strada dell’andata: sono sulla strada che dai Tre Rivi sale a Monteu. Pendenza dolce, costante, ottima esposizione al sole. Le gambe reagiscono bene all’ennesimo cambio di ritmo. Solo i rumori cavernicoli della fame turbano la poesia del momento. Il tornante, quello mi tocca prenderlo tutto all’interno, grazie all’automobilista che mi sorpassa proprio ora e nulla sa, è evidente, di quanto un tornante possa essere ripido nell’interno. Conto i passi alla cima, le tappe ideali che mancano all’auto. Lo strappo finale è cattivo; altri due tornanti, duri, e poi la strettoia nel paese. Monteu: passo davanti al bar, con disappunto. Se almeno avessi con me qualche moneta, potrei prendere una cioccolata… Oh ma Gian, possibile che ti sia ridotta così? E basta! Neanche fossi sul punto di iniziare la traversata del Sahara! Un’ora e mezza ed hai finito… E poi, con tutta la riserva di lardo che ti trascini addosso, ce ne vuole del bello e del buono, prima di morir di fame!
Riuscire ad umiliarsi da soli, con un discorso del genere, credo sia un sintomo discretamente significativo della schizofrenia. Orecchie basse, morale a terra, tiro dritto in centro paese, poi sul ponte dove la frana si mangia ogni volta qualche centimetro di strada in più. E riprendo a salire verso San Grato. Meno di un km di salita blanda, dolce, dove posso tornare a rubacchiare neve. E’ nei tratti in piano ed in discesa che posso fare banchetto; come se tenere le mandibole in movimento potesse in qualche modo attenuarla, la fame. Il sole è ormai alto, per quanto può essere alto a febbraio; sta facendo del suo meglio per offrirmi un po’ di conforto. Castagno dopo castagno, raggiungo la chiesa della borgata. Curioso: ieri ricordo d’essere partita alle otto in punto da Ceresole e di essere arrivata qui a mezzogiorno; oggi, partita alle otto e cinque, eccomi qui a mezzogiorno e cinque. Ci potrei regolare l’orologio, se l’avessi.

Da qui all’auto, saranno circa sette, otto km di saliscendi, tra noccioleti e serre. Procedo di buon passo: appetito a parte, non sento alcun disturbo, né di gambe, né di schiena, che ieri invece si lagnava un po’. Sgranocchio neve e penso ad altro. Penso alla Nove Colli Running, quando, dopo 40 km, sarò appena ad un quinto del percorso, penso alle ore infinite che dovrò trascorrere picchiando le suole a terra, penso al dolore che dovrò essere in grado di sopportare il più a lungo possibile. Dopo una 100 km su asfalto, sono distrutta: come farò ad affrontarne il doppio? In fondo, non ha importanza. Tutto ciò appartiene al pensiero razionale, cioè non appartiene a me, che quel sabato, a mezzogiorno, sarò comunque al via, costi quel che costi. Perlomeno, a Cesenatico e dintorni, a fine maggio, farà caldo. Lo spero.

San Bernardo, altro bivio, a destra. Leggero saliscendi, le serre, la chiesa e poi ancora a sinistra. Passo accanto alle cascine e ad un laghetto dalla superficie di ghiaccio ricoperta di neve. La strada fa l’ultimo tuffo in basso, per poi tornare allo stesso livello con una rampa altrettanto secca: quasi un piccolo canyon. Non restano che gli ultimi tre o quattro km di curve e passaggi accanto alle cascine. Qui il paesaggio, in poca strada, è mutato del tutto; non più collina e noccioleti, ma campagna piatta, appena ondulata, pioppi e terra dissodata sotto la neve. Misuro i passi che mancano alla Opel e ancora ingurgito neve, anche se ormai è quasi fatta. Misuro i sassi, le buche, a momenti persino i fili d’erba: questa strada è casa mia… Passo in mezzo a due ali di pioppeto: il desiderio, mai così forte, è di sentire la brezza di un primo mattino di luglio, che ne accarezza le foglie. Ma no, nulla di tutto ciò; i rami svettano bianchi ed ostinatamente spogli. Il ripetitore, le prime case di Ceresole; mi impongo di correre proprio fino al solito stop. Da lì, cento metri al passo per raggiungere la Opel, cambiarmi e via. Dispensa, puoi cominciare a tremare: il flagello delle cavallette è in arrivo!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!