7 novembre 2010 – Camminata sui monti sopra Varazze

Lo spiazzo accanto all’uscita dell’autostrada, tra Celle e Varazze, è una delle tappe di viaggio che la Opel ormai conosce a memoria: ha già passato tante e tante ore ad aspettarmi, paziente, vicino al piccolo chiosco e di fronte ad un bel tratto di costa adattato a passeggiata, con tanto di piastrelle, lampioni e panchine. Matteo ed io ci arriviamo alle prime luci del giorno, con bellicose intenzioni camminatorie e corsaiole per la giornata. L’itinerario di oggi è stato combattuto: il mio compare aveva proposto, in alternativa, un altro giro, lungo una traccia che lui stesso aveva precisato di non conoscere. Per carità: già quando la via ti è nota, chissà perché io finisco sempre nei guai… Non ho alcuna voglia di mobilitare la Protezione Civile e le squadre di soccorso con i cani da valanga, per riuscire a tornare all’auto. E’ risaputo che chi lascia la via vecchia per la nuova, spesse volte nel guano si ritrova. Lascio a lui l’emozione della scoperta, quando vorrà; per oggi, preferisco rifugiarmi nella tranquillità di una via nota, e già così nutro comunque qualche timore.

La giornata si annuncia bella e limpida, a dispetto delle previsioni meteo infauste. Attraversiamo l’Aurelia in un punto da suicidi: per fortuna, a quest’ora l’automobilista domenicale medio ronfa ancora, della grossa. Sarà un luogo comune, ma a me, che vengo dalle nebbie della pianura, il mare ha sempre l’effetto di allargare il cuore… Solo d’inverno, però, quando in giro non c’è traccia di turista né di bagnante. D’estate è meglio che me ne tenga ben lontana; folla e cagnara mi suggeriscono propositi pluriomicidi. Ora si sente solo il fruscìo delle onde, che accompagna il passo un po’ strascicato dei primi metri di corsa. Respiro l’aria asciutta, a pieni polmoni, mentre corriamo lungo lo stretto marciapiede protetto dal guard rail: oltre a noi, pochi loschi figuri alle prese con la passeggiata o la corsetta mattutina. Leggera brezza, spiagge deserte e silenziose. Una brevissima salita ci porta in vista di Varazze; bellissima la passeggiata ancora deserta, le palme un po’ rattrappite dal freddo ed agitate dalla brezza, i colori del primo sole. Corro, ma fatico un po’: l’avvio, come sempre, è lento e tormentoso. Per me, ovviamente; Matteo è fresco come una rosa, non batte ciglio, chiacchiera, la falcata leggera. Una decina di km di corsa prima della salita, ha annunciato Matteo: quindi, me ne aspetto come minimo il doppio… Corriamo lungo la vecchia ferrovia, ora trasformata in pista pedonale e ciclabile: un lavoro egregio, la strada che fugge accanto agli spruzzi delle onde, le gallerie fredde. Pochi, sparuti passanti, qualche cagnotto a passeggio. I chilometri scorrono con il racconto della trasferta di Matteo a Casole Valsenio, ad un raduno di speleologi o qualcosa del genere: di certo non c’è da annoiarsi, già solo a sentir le peripezie della trasferta. Non parliamo poi di quelle della permanenza! Spuntiamo accanto all’Aurelia tra Cogoleto ed Arenzano: qui imbocchiamo una via che porta verso l’interno. Al primo accenno di pendenza, smetto di correre: oggi gira così… Chissà perché, in presenza di qualcun altro, avverto la fatica molto più che quando son da sola. Forse temo il confronto. E dire che con Matteo non c’è confronto, soprattutto se si parla di corsa; sarebbe come sfidare Angelina Jolie in un concorso di bellezza & eleganza o Garri Kasparov in una prova d’intelligenza.
Non posso fare a meno di notare un enorme ammasso di strutture e lamiere arrugginite all’interno di un’ampia area recintata: è lo stabilimento Stoppani, mi spiega Matteo, un’azienda chimica oggi non più in attività, responsabile in passato di un grave inquinamento della zona. Nella mia ignoranza, non ne sapevo nulla. Un luogo tetro, immobile, che sembra doversi polverizzare da un attimo all’altro, un ambiente da film dell’orrore. “Stoppani”, mi riprometto di ricordare questo nome ed andare a cacciare il naso qua e là in Internet.

Procediamo su asfalto, sino ad un luogo ormai a me ben noto, per esserci passata più volte sia in occasione del Gran Trail Rensen che in almeno un paio di gite occasionali; una borgata con un affittacamere, un ponte, alcuni edifici incassati nel fondo della valle, che mi impressionano perché vedranno il sole si e no poche ore al giorno, e forse per niente, nella stagione fredda. Fervore edilizio anche qui, ma con gusto, per fortuna. Matteo lascia che sia io a decidere il ritmo in salita; più che altro, io faccio quel che posso, come sempre, e pian piano. Ci vorrà un bel po’ di dislivello, prima che il motore si decida a girare decentemente.

Calpestiamo un po’ di asfalto, sotto un sole tiepidino, o sarà forse il calore della salita. Matteo indica un sentiero che sale ripido verso destra: è il nostro. Siamo diretti, se non ho capito male, verso il Rifugio Padre Rino. Un giorno o l’altro dovrò munirmi di una cartina dei sentieri: almeno smetterò di brancolare nel buio ogni volta che capito a spasso da queste parti. I nomi ricorrono, ma mai che abbia un’idea geograficamente sensata di dove mi trovo. Meno male che la guida turistica è autoctona e, soprattutto, sempre provvista di mappe. Così, quando, di fronte ad un bivio, il dubbio ci coglie… Evitiamo di sprecare fiato e passi nella direzione sbagliata.

S’alza un po’ di vento, man mano che saliamo. Il cielo non è più così limpido come prima, anche se, voltandoci, vediamo ancora il mare a colori accesi. Una leggera nebbia ci ruba la luce e porta in cambio una sottile agitazione, almeno a me.
Il vento cresce d’intensità. Prima sono folate, più forti o meno a seconda, credo, del pendio, della posizione più o meno riparata; veli di nebbia che ci avvolgono e si ritirano, a tratti; ciuffi d’erba che si piegano, onde che corrono sul prato, sembra che la violenza dell’aria debba strapparci via dal sentiero da un attimo all’altro. Un metro dopo, è quiete assoluta, un raggio di sole che mi fa sperare che sia passata, che sia stato solo un episodio storto, e poi ancora nebbia. Sempre più fitta e tenace. I contorni appaiono e scompaiono. La pendenza è più aspra, ma le gambe diventano di legno. Freddo, penetrante. Matteo è davanti, è perfettamente a suo agio; s’infila una giacca in più, con molta flemma. Io non riesco quasi più a respirare, le raffiche sono violente, forse è più la paura, la profondissima inquietudine, che la reale minaccia. Soffio come un mantice, mi trascino, brividi ovunque. Devo vestirmi anch’io, altrimenti congelo. Subito. Per quel poco che riesco a vedere, sembra che, poco più in su, il sentiero si stringa quasi in un canale; dev’essere finita la salita… Sì, me lo ricordo, questo posto, ci si arrampica fin lì e basta. Un’assurda ma incontrollabile paura mi spinge fin lì, fino al punto che speravo fosse un po’ più riparato dalla furia del vento; macché. Devo vestirmi, comunque. Levo lo zaino, ma le mani gelate quasi non rispondono ai comandi. Tribolo ad aprire lo zaino, fatico ad infilare la giacca; non ci riuscirei, le dita rigide come chiodi, se non fosse per l’aiuto di Matteo. Ancora una volta resto senza parole: io sono un grumo lagnoso e tremolante di ossa e ciccia, diciamo più ciccia che ossa, e lui se ne sta lì come se fosse sdraiato in spiaggia a prendere il sole, serafico come sempre. Dai Gian, vedi di darti una calmata. Almeno ogni tanto, evita le scene isteriche. Primo, non portano a nulla, di certo non ad un miglioramento repentino del meteo. Secondo, lo sai già, è matematico, è certo almeno quanto il fatto che due più due fa quattro: se c’è il Genovese di mezzo, son casini. Grandi o piccoli, sono comunque garantiti, non c’è niente da fare. Fantastica sul prosieguo della gita, lui: adesso scendiamo giù al posto tal dei tali, poi torniamo su. Tornare su? Ma neanche con l’argano, guarda. Io voglio una sola cosa, uscire da questo gelido avamposto dell’inferno, scendere ad una quota ragionevole, tornare a vedere il sole. Se stavolta mi sarà concesso di salvarmi dall’ibernazione, non torno quassù nemmeno dietro congruo compenso. Ho detto.

Procediamo lungo l’Alta Via, in direzione del Rama, almeno così mi pare di aver capito. Sono luoghi che ho già calcato, ne sono certa, ma, se mi abbandonassero qui, potrei forse vivere cacciando cinghiali o assalendo turisti. Dubito che saprei trovare la strada per il mare. Di certo non oggi, con la nebbia che avvolge tutto. Matteo mi consola con un po’ delle sue sempre abbondanti provviste; lo seguo come un cagnolino, confidando di vedere prima o poi il sentiero che punta verso il basso. C’infiliamo nella vegetazione, fino ad imboccare un budello stretto, tortuoso ed infido – il sentiero facile, secondo Matteo – che ci precipita giù, deciso. Finalmente. Mi si apre il cuore, e pazienza se qui mi gioco le caviglie. Giù, giù, conta solo scendere adesso, e più scendiamo, più l’umore risale dal risvolto dei calzoni. La luce del sole, poi, è un toccasana, un’iniezione di gioia diretta in vena. Ricordo bene questo tratto; l’inverno scorso ho tentato di risalirlo, ma mi sono imbattuta nella neve troppo alta per poter raggiungere la cima. Ricordo il panorama sul mare, una serie di tornantini, il tratto iniziale, oggi finale, a salti in mezzo al bosco, ed un guado che, lo confesso, attendo oggi con un po’ di preoccupazione. Vero, ho imparato l’estremo rimedio per superare i guadi difficili: basta levarsi calze e scarpe… Ma la temperatura, oggi, non è precisamente confortevole.

Beh, temevo peggio. Il guado è già alle spalle; riguadagno il sentiero dopo aver malamente superato in arrampicata, con unghie gomiti e ginocchia, un tratto franato. Mi godo la vista del mare, ora un po’ più grigio, com’è un po’ più grigio anche il cielo, che semvra velarsi. Tracce di vita, le prime case dell’abitato di Sciarborasca. Si pesta finalmente un po’ di asfalto; ottima occasione per attaccare la riserva di fichi secchi, con un occhio alla piccola casetta in legno in mezzo al prato, alla nostra destra, dalla cui finestrella spunta il muso di un cavallo. Se n’è già andato il desiderio inconfessabile, ma più volte confessato, di una cioccolata calda; qui si sta bene, il sangue è tornato a circolare fino alla punta delle dita.
Una breve sosta alla fontanella, poi s’imbocca una viuzza in salita, roba da ramponi, e dire che è asfaltata… Mi verrebbe da aggrapparmi con le mani a terra, visto che, con questa pendenza, la terra ce l’ho a poca distanza dal naso! Altro che barriere architettoniche… Chi vive quassù dev’essere in piena salute, altrimenti è spacciato! Patisco la mancanza dei bastoncini; la schiena si lagna della posizione così innaturale, con le mani a spingere sulle ginocchia. Superiamo in breve spazio un dislivello da ascensione himalaiana; per fortuna, alla fine della strada, dietrofront: abbiamo scherzato… Era solo per aggiungere un picco nel profilo altimetrico della gita.

Imbocchiamo una bella strada, più o meno asfaltata, che risale la montagna con ampie curve ed offre una stupenda vista sulla vallata, nonostante il cielo grigio, triste, che confonde il mare sullo sfondo. Un’altra salita accattivante per le due ruote. Tento di indovinare il percorso sul pendio, davanti a me, oltre le poche abitazioni abbarbicate quassù. In basso, in fondo al vallone, un ponte dall’aspetto un po’ precario oltrepassa il torrente del colore del metallo, come il cielo, come l’aria. Quant’è piacevole marciare di buon ritmo sull’asfalto. Non s’inciampa, non ci si storce… La strada prende a salire più decisa, a tornanti; tra una curva e l’altra, osservo i lavori in corso per rimboschire la montagna: gli incendi non hanno risparmiato questo splendido versante. So io dove l’appiccherei, il fuoco, agli autori di simili prodezze.
Che senso ha, una strada asfaltata quassù, in un posto così arido e deserto? Mi risponde l’apparizione, quasi irreale, di alcuni cavalli in un recinto e, più avanti, di un gruppo di case, di costruzione abbastanza recente, direi. Dev’essere davvero misantropo, chi vive quassù: lo invidio… Qui di certo non rischi che qualche fratturagonadi venga a turbare il sonno del giusto, la domenica mattina, per proporti “La Torre di Guardia” o il catalogo della Folletto. E se, nonostante tutto, qualche temerario osasse comunque sfidare la sorte, lo potresti precipitare giù dal monte o seppellire senza che nessun testimone ti inchiodi in tribunale. Ecco: se proprio dovessi ancora chiedere qualcosa ad una vita a cui non posso chiedere proprio nulla più dell’infinità che già mi ha donato, chiederei un lavoro che mi permatta di vivere fuori dal mondo e ridurre il contatto con i miei simili alle strette necessità di sopravvivenza. Quassù, per esempio. Località Ciazze.

E adesso? La strada asfaltata finisce dritta in un cortile. Ammesso che qui non c’impallinino prima, dove si va adesso? La relazione dell’itinerario a cui si affida Matteo parla di un percorso “evidente ed agevolmente percorribile in mountain bike”. Sarà pure evidente, ma qui intorno io non riesco a scorgere nulla che abbia l’aspetto di un sentiero. Attraversiamo con circospezione una spianata sterrata che ha tutta l’aria di un passaggio privato: mi sembra già di scorgere la canna della carabina dietro una finestra… Che i Liguri non brillino per senso dell’ospitalità, del resto, è fatto noto.

In effetti, una traccia di sentiero c’è. Una pallida idea tra rovi, sterpaglie e fango. Matteo procede sicuro, lungo una linea che solo lui riesce ad intuire, o forse ad inventare. Ecco, lo sapevo, ci avrei scommesso. Non poteva mancare l’incasinamento di rito. Da un sentiero inesistente, ci ritroviamo in quattro e quattr’otto in mezzo ad una palude. Mi consolano un po’ gli echi delle voci che ancora sento, provenienti dalle case: finché siamo vicini ad un baluardo di civiltà, forse non siamo del tutto spacciati… Matteo sguscia come un’anguilla da una pozza all’altra; io tengo un occhio incollato ai suoi piedi e l’altro che saetta alla ricerca di qualche punto d’appoggio un po’ meno fangoso. Mi ricorda tanto un topolino da laboratorio, nel bel mezzo di un labirinto, nel corso di un esperimento per lo studio del senso dell’orientamento: lo vedo procedere sicuro lungo una linea che potrebbe essere ben descritta da un gomitolo srotolato per terra. “Dovrebbe essere di qua”, proclama: già… Ma di qua, dove? E’ un unico acquitrino, senza capo né coda… Tracce del passaggio di cavalli; da qualche parte si andrà. Ma i cavalli li abbiamo visti prima… Non è affatto detto che si siano spinti al di là di questa trappola di fango ed erba marcia! “E se lasciassimo perdere, almeno finché siamo in grado di tornare indietro?”. Figuriamoci, da quest’orecchio la mia guida non ci sente. L’inquietudine mi corre sulla pelle: tra non molto, la luce calerà… E se il buio ci sorprendesse quassù? Saremmo panati. Lo so, forse esagero, ma è orribile la sensazione di sentirsi in trappola.

Non so come e perché, ma, così come la palude ci ha ingabbiati all’improvviso, altrettanto all’improvviso ci espelle su una traccia, qui sì evidente, di sentiero, addirittura segnato. Proprio quello che stavamo cercando. Che sollievo… Tolto il peso, mi sento quasi più alta di qualche centimetro. Scendiamo, a tratti su pendenze anche ripide, in direzione dell’Eremo del Deserto. Ci sono segni del passaggio di ruote di bici: notevole… Se questo è il “sentiero agevolmente percorribile in MTB”, allora il mio concetto di MTB ha bisogno di una robusta revisione… Attraversiamo un torrente in un guado dall’aspetto molto tormentato: terra, pietre buttate all’aria, radici scoperte, piante divelte. Il sentiero travolto; lo recuperiamo più avanti, nel fitto del bosco che crea una volta naturale e sembra anticipare l’arrivo della sera. L’eremo appare improvvisamente, sotto i nostri piedi, in un tratto in cui il sentiero cala ripido ed accidentato. Ordinato, lindo, ma senza traccia di vita, almeno sembra. In compenso, c’è vita nell’agriturismo che sorge proprio lì accanto: tre cagnoni schizzano fuori dal cortile, abbaiando furiosamente, salvo poi inchiodare e rinculare non appena mi fermo. Calpestiamo asfalto, adesso, finalmente, sulla via del ritorno, tra un’area picnic e splendide piante imponenti, fino al Passo del Muraglione ed alla località Le Faie, nome che comincia a suonarmi familiare. Marciando lungo l’asfalto, improvvisiamo i soliti calcoli di fine gita, lunghezza, dislivello, ore impiegate. E, quand’eravamo ormai certi di averla scampata… Spuntiamo sul lungomare di Varazze e comincia a piovere. Quattro gocce che si trasformano ben presto in una mezza bufera: soffia un vento rabbioso, quand’è ormai buio. Speravo in un tranquillo rientro al passo, per sciogliere le gambe e contemplare il mare placido; tocca invece filare, con le raffiche che quasi ci ribaltano e le onde che si infrangono furiose contro il muraglione del porticciolo e la scogliera. Non l’avevo mai visto così arrabbiato… Bastano poche centinaia di metri, per ritrovarci fradici, al buio, a non riuscire a procedere per la violenza del vento. Non ho cuore di scavare nello zaino alla ricerca della pila frontale, nonostante il rischio di mettere un piede in fallo: in fondo, ormai, le mie estremità inferiori ricordano questo percorso quasi a memoria… Sfrutto, anche a piedi, la scia di Matteo, che corre in faccia al vento: dopotutto dovrebbe esserci abituato, lui che è un autoctono. Ma la schiuma delle onde, azzurra nel buio della sera, schizza fin quasi a noi e ci sorprende entrambi. I fari delle auto in viaggio lungo l’Aurelia ci abbagliano. Manca davvero poco, ormai… Un po’ mi spiace rinunciare a scendere giù in quello splendido angolo di passeggiata ben attrezzato, più in basso della strada, proprio di fronte al casello autostradale di Celle, l’ultimo assaggio di mare prima di tornare a casa, ma direi che non è il momento ideale per andare a toccare l’acqua. Rischio che qualcuno debba poi venirmi a ripescare al largo di Bastia. L’ultimo brivido, attraversare l’Aurelia al buio in questo punto infame; neanche stavolta è la nostra ora. Alla poesia della contemplazione del mare, non ci resta che preferire la prosa del piatto di tortelli con la ricotta. Sarà per la prossima volta.

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!