8-9 novembre 2008 – Vagabondaggi autunnali tra Piemonte e Liguria – I giorno

Ci sono quei giorni che, chissà perché, lo sai già da un sacco di tempo prima, che saranno speciali. Quei giorni che attendi per giorni, con ansia, e già sai che andrà tutto bene, che sarà bellissimo, che persino Giove Pluvio sarà senza dubbio alcuno dalla tua parte.
Non mi guardo allo specchio, ma credo di avere un sorrisone a trentadue denti, anzi, a ventinove, quelli che mi rimangono dopo corsi e ricorsi dal dentista; comunque, dicevo, un sorrisone paralizzato lì in bella mostra sulla faccia, fin dall’istante in cui la sveglia trilla. Sono le cinque e mezza; sono a nanna da poco più di quattro ore, perché ieri sera ovviamente ero di corsa come al solito ed ho tirato tardi tra pulizie e preparazione del bagaglio, o meglio, lancio casuale di capi di vestiario nel sacco da portar via. Schizzo giù, mangiucchio qualcosa ma non molto, tracanno l’intera caffettiera, mi precipito a raccattare i vari pezzi della bici… Ed accatasto tutto davanti al portoncino: compresa la scatola di viveri per la sera. Già, forse è anche questa, una delle cose che mi mette più allegria: stasera niente pizzeria, niente cena fuori, si va a casa di Luca e ci si fa pappa lì da lui! E’ assurdo, a ben pensarci: a casa mia, per me, cucino solo se proprio non ne posso fare a meno, e il massimo della mia cucina è una pasta o un minestrone di legumi la cui preparazione consiste nel buttare tutto in acqua e sale e far bollire. Eppure, l’idea di mettermi lì a far la pasta stasera, in compagnia, mi mette addosso un bellissimo senso di allegria. C’è tutto, nella mia scatola: pasta, sugo, olio, sale, pane, Nutella… Tutto, o quasi: me ne accorgerò solo quando sarà troppo tardi, che manca il caffè!

Per la gioia dei miei vicini di casa, visto che sono le sei e mezza, in extremis per le scale mi metto a gonfiar le ruote della bici: proprio in quel momento, ecco il potente rombo di motore della Y di Mik, puntualissimo, anche troppo! Tutto lascia presagire che questo fine settimana sarà eccezionale: persino la proposta di presentarsi qui alle sei e mezza, avanzata in tutta spontaneità proprio da lui… Io mi ero già preparata a combattere con ogni mezzo lecito ed illecito per ottenere di partire presto, e zac, sono stata presa in contropiede! Un vero shock!

Carichiamo tutto, con mia gran meraviglia: ho sempre poca fiducia nella capacità di trasporto di quella macchinina, eppure… Via subito, subitissimo, nella nebbia, direzione autostrada. L’appuntamento è alle sette e un quarto a Ceva: il cartellone luminoso all’ingresso dell’autostrada lancia un terroristico allarme nebbia e scarsa visibilità, ma come al solito esagera. Un po’ di nebbia, sì, la troviamo… Ma poi, d’improvviso, sulla destra, spunta la vetta di un meraviglioso Monviso imbiancato fino giù giù, contro un limpidissimo cielo che si fa pian piano più chiaro. Che spettacolo… Dopo una settimana di pioggia incessante, in cui si vedeva solo nuvole e nebbia, mi ero dimenticata che così vicino a me ci fossero le montagne. E’ Mik a farmi notare l’effetto della prima neve, il risalto della linea netta di demarcazione della quota neve appunto. E’ uno spettacolo bellissimo: ma sì, è inutile che mi stupisca, è solo l’inizio, il degno inizio, di una meravigliosa avventura!

Oggi saremo in quattro: a Ceva troveremo Luca e Gianpaolo, alias GPC del forum di Bicidacorsa. Sono curiosa… Gianpaolo ha fama di essere un ciclista con i controcavoli, soprattutto in salita; vediamo un po’ che personaggio è! Io quei tipi lì me li immagino sempre tiratissimi e gasatissimi, e dire che i più forti che conosco sono in realtà persone molto semplici ed alla mano. Gianpaolo infatti non fa eccezione: è già lì sul piazzale, in largo anticipo, lui che fra tutti è quello che ha fatto più strada per unirsi al giro. Pantaloni da bici, scarpe belle da festa, mi ispira un sorriso non appena lo vedo! E la bici… Una meraviglia: un cimelio, direi, e spero che il proprietario non si offenda; lo dico in senso buono, mi è piaciuta davvero tanto! Anzi, gongolo ogni volta che vedo qualcosa del genere: dimostrazione del fatto che non è l’abito che fa il monaco… E che quelli che “vanno forte” davvero non hanno bisogno della bici ipertecnologica iperleggera ipermoderna ipervattelapesca, anzi, agli “iper” di solito fanno mangiare la polvere! Che ci posso fare, a me piace tantissimo l’immagine del ciclismo epico e del ciclista dall’aspetto un po’ “antico” che poi, con la sua aria sorniona, rifila solenni batoste a tutti.

Questa pare proprio voler essere la prima vera mattina d’inverno. Il freddo è pungente; i termometri segnano temperature di poco sopra lo zero e la terra luccica al sole, segno inequivocabile di brina. Lassù, oltre il tetto dell’ospedale, le cime delle montagne sono già incendiate dai primi raggi, che giocano anche con i vetri gialli di una cappella proprio qui di fronte al piazzale. Sembra che dentro la cupola qualcuno abbia acceso un enorme falò.
Batto i denti, indosso tutto quel che ho, e così Mik: anche lui è un freddoloso cronico! Di lì a poco, ecco la Opel grigia di Luca, che oggi, a quanto pare, ha rinunciato ad una performance con le PowerCranks, optando per la bellissima Bianchi e le pedivelle normali. Siamo tutti più o meno pronti; i rigori dell’inverno hanno raffreddato un po’ i nostri entusiasmi, ma bando ai tentennamenti… Tra frizzi e lazzi, si parte!

Ovvio che le possibilità in partenza sono due, girare a destra o girare a sinistra, ed io imbrocco subito quella sbagliata. Si va verso Battifollo, ma, con mio immenso sollievo, non via fondovalle da Ceva a Bagnasco. Luca, fido tour operator nonché ormai esperto conoscitore delle mie fobie, ha studiato per oggi un giro che riduce la pianura al minimissimo indispensabile e ci porta quasi subito verso la salita. E, come sempre, alla minima pendenza, i miei compari si involano.

Bella: strada larga, ancora poco traffico a quest’ora mattutina; ci siamo proprio solo noi, in mezzo agli alberi dalle foglie gialle e marroni che scendono pigre e cullate da qualche soffio di vento. Non posso che tirare fuori la macchina fotografica!
Mi accorgo ben presto che c’è qualcosa che non va: ok, ho portato la ruota da 26 anziché quella da 29, quindi dovrò fare un po’ di fatica in più sulle salite ripide; questa però non è affatto una salita ripida, nulla di tremendo, e la fatica che sto facendo qui è troppa, decisamente. Sento le gambe rigide, non riesco a spingere come vorrei; quasi ci fosse il freno chiuso a bloccare la ruota. Cominciamo bene… E’ vero che, nelle ultime tre settimane, non ho toccato la bici… Ma sono stata tutt’altro che ferma! Boh, speriamo che sia solo l’effetto della prima salita, speriamo che sia solo il freddo. Bando alla tristezza, si sta alzando il sole, limpido, splendido; i raggi violenti, bassi come d’inverno che si riflettono sull’asfalto lucido. Pazienza se s’avrà da faticare un po’ di più: mi spiace solo per i miei colleghi di viaggio, già costretti ad interminabili attese quando io sono al meglio della mia condizione; figuriamoci così… Mi distraggo ascoltando i rumori della mia bici che, una volta tanto, rumori proprio non ne fa: l’ho ritirata dal meccanico proprio ieri; è bella pulita e sistemata come non mai! Anche se mi viene da pensare, vista la faticaccia nera che sto facendo, che quel buontempone di Michél, il meccanico, mi abbia sostituito la ruota libera da 26 con una da 21…

Tengo la giacca GoreTex per tutta la prima salita; non mi viene per nulla voglia di levarla, né tantomeno di cercare un posto ove riempire la borraccia. Troppo freddo, per adesso.
Verso la vetta, il panorama si apre sull’immagine di una torre diroccata, quasi lugubre, alta e slanciata, nera per effetto della luce violenta del sole, che svetta contro il blu del cielo. I miei colleghi sono lì in paese, mi aspettano; insieme ripartiamo giù in discesa, verso Bagnasco. Scendo con estrema cautela: la strada è ancora tutta in ombra e dà l’idea di essere molto, molto scivolosa. La temperatura, beh, non oso pensare quale sia… Ma, nonostante la giacca ed i guanti invernali, arrivo giù brinata. Colpa anche del fatto che non ho portato il paraorecchie: il guaio è che l’ho perso in casa, e si sa che ogni cosa che si perde in casa mia viene inglobata e scompare nel nulla eterno… Ergo, devo ricordarmi di comprarne un altro, prima o poi.
Il contrasto tra i tratti di strada illuminati e quelli in ombra è violentissimo in questa stagione, soprattutto oggi, prima giornata serena dopo giorni e giorni di pioggia. L’aria è ancor più limpida e fredda. Arrivo giù a Bagnasco mezza ibernata: c’è un po’ di pianura adesso; tutto sommato, non va nemmeno male… Così mi scaldo un po’, soprattutto le dita!
Speriamo solo di resistere. Luca si mette davanti, la solita locomotiva, e a me già vengono i sudori freddi, questa volta non per colpa del clima. Quando si comincia così, di solito per me finisce a mazzate… Infatti, tempo trenta secondi e mi ritrovo con il cuore in gola, a pestare come una forsennata su pedali che non ne vogliono sapere di andare giù. Ci devo almeno provare, a stargli a ruota! Anche se poi, come sempre, di stare davvero a ruota non sono capace e finisco, regolarmente, con il mettermi con la ruota anteriore a fianco di quella posteriore di Luca: che significa, prendere comunque un sacco d’aria di fronte. Per fortuna, a quanto pare, oggi i miei compagni han deciso di avere pietà: Luca non mi stacca – potrebbe farlo come e quando vuole – e gli altri due non superano. Si accontentano, insomma. Meno male, perché a me quelle due o tre blande risalite lungo il fondovalle fanno schizzare il cuore in mezzo alle orecchie, tanto che a Priola, qualche km dopo, arrivo con il mal di testa. Sulla destra un cartello, “Viola”: fantastico, fine della tortura; si torna in salita. Imbocchiamo una stradina minuscola le cui intenzioni sono chiarissime fin da subito: rampe, rampe ed ancora rampe, su un tappeto di foglie secche, ricci di castagne, asfalto rovinato, quando c’è. Stavolta la giacca la tolgo eccome, approfittando del tratto in piano sull’esterno del primo tornante. Luca e Mik partono all’impazzata; GPC li insegue poco dopo… Ed io resto qui con la mia fatica. Faticaccia nera, adesso più che mai me ne rendo conto. Non è solo nelle gambe, è anche nelle braccia che sembrano quasi molli, senza la forza per aggrapparsi al manubrio ed aiutare la spinta dei garretti. Mi prende un po’ di sconforto, anche perché non capisco bene cosa stia succedendo. Il cuore batte in modo strano: certo, è solo una mia sensazione, non può essere altrimenti, ma mi sembra che abbia un ritmo del tutto irregolare, sconclusionato. Del resto, è dallo scorso sabato che ho questa sensazione, correndo a piedi: di male al petto, battito come “rallentato”, fiato che viene a mancare. Forse è solo un momento di stanchezza: però, ho davvero paura di non farcela, oggi! Non riesco nemmeno ad impugnare il manubrio come vorrei…

Le rampe si susseguono una dopo l’altra; non capisco se sia la strada che davvero pende tanto, oppure la mia fiacca che rende le pendenze più severe. Mi distraggo con qualche foto, badando bene a non perdere l’equilibrio facendo lo slalom tra le buche che, man mano che si sale, sembrano sempre più grosse e profonde. Cavoli, ma dove l’ha scovata, Luca, questa stradina? E’ bellissima, incredibilmente suggestiva nella sua solitudine di foglie, umido, bosco e castagne. Se mi perdessi qui, non mi troverebbero più: e potrebbe non essere affatto una prospettiva spiacevole! Scatto qualche foto, nell’illusione di poter poi rivivere la stessa sensazione che provo ora: ma la foto non rende mai fino in fondo la vera idea di come sia qui. Sono talmente presa, un po’ dalla preoccupazione per il mio stato, un po’ dalla bellezza dell’itinerario, che quasi mi dimentico che su in cima c’è gente che mi aspetta. Vorrei andare anche solo un po’ meno lentamente, ma proprio non ce la faccio. Mi costa fatica persino prendere la roba dalle tasche sulla schiena: sono un rottame! Però stavolta taccio, per decenza: non è mica possibile che ogni volta che vado in giro in compagnia salti fuori qualche guaio… Stavolta no, niente scuse, soffro in silenzio, in qualche modo ce la farò.

Al Colle San Giacomo trovo, come sempre, il trio delle meraviglie in attesa. Non mi fermo, scendo giù; nemmeno il tempo di commentare il curiosissimo parcheggio di un furgone, messo lì in retromarcia su per un sentiero ripidissimo… Ed ecco che la ruota posteriore, nel tornante, scivola, sbanda un po’, mi fa prendere un bello spaghetto. Meglio scendere con cautela: la strada è bagnata; foglie secche e fanghiglia fanno il resto. Certo che, in fondo, chi mi suggerisce di montare copertoncini più larghi, almeno in questa stagione, non ha mica torto!

La temperatura non accenna a salire. Finché si va su, tutto bene, ma le discese restano un calvario. Per le mani, per i piedi, per tutto!
Il passaggio a San Grée è l’unico momento triste della giornata: cemento e vetri rotti, gli ultimi resti di una stazione sciistica ormai in disuso. Che strazio… Questi edifici già erano, senza dubbio, immondi obbrobri quand’erano nuovi; adesso, peggio che mai. Ma ce li lasciamo alle spalle in fretta, per scendere a Pamparato, dove, per la prima volta della giornata, riempo anch’io la borraccia. Niente sali né integratori di altro genere: c’è già dentro una rigogliosa coltura di muffa dalle proprietà beneficissime, ne sono certa!

Dalla fontana ripartiamo in direzione della Colla di Casotto. Come al solito, viaggiando in compagnia, non ho ben coscienza del luogo in cui mi trovo; questa salita l’ho già percorsa almeno iun paio di volte, ma non me la ricordo più. L’inizio è promettente: una bella rampetta, un cartello che indica l’obbligo delle catene da neve in un certo periodo dell’anno. Poi, però, l’amara sorpresa; la strada si appiattisce, diventa qualcosa che sembra un lungo, lunghissimo, interminabile falsopiano, senza un tornante che sia uno, nemmeno a pagarlo! Si viaggia in mezzo a boschi e qualche casolare isolato, qualche cane disturbato dall’intrusione; non ne vedrà tanti, di esseri umani, da queste parti.
Qualche nuvolone va a chiudere la valle, dando quasi l’impressione di voler buttare giù uno scroscio d’acqua: non appena il sole si nasconde, brividi! Io arranco senza speranza: sto facendo una fatica inaudita, non vado proprio avanti, su una pendenza a dir poco ridicola. Cerco di intuire dove possa andare a scollinare la strada: non è mia abitudine, desiderare con ansia la fine di una salita, ma sono proprio cotta cottissima; la fiacca non mi dà tregua, unita poi al nervoso che ribolle dentro. Mi alzo sui pedali, ma anche lì è una gran fatica, perché ci vorrebbe forza nelle braccia; invece non c’è nemmeno lì, anche le braccia sono vuote, peggio che andar di notte. E chissà quanta strada c’è ancora da fare, fino alla cima, fino a stasera. Mollare, accorciare il percorso? No, questo mai. Finché riesco, faccio finta di niente, poi si vedrà.

Finalmente la Colla arriva. Mik, Luca e GPC sono immancabilmente lì: mi dispiace soprattutto per Mik che già ha una bella tosse… Tutte queste attese al freddo in cima ai colli, dove tira la corrente, saranno di certo un toccasana! Tiro dritto, giù verso il fondovalle, non prima di aver debitamente espresso a Luca la mia opinione poco lusinghiera circa la scelta infelice di questa infelice salita. Come se fosse colpa sua!
La discesa su Garessio, cinque o sei km, è anch’essa gelida. Sarà quasi mezzogiorno: pausa di riflessione a Garessio, dove GPC fa scorta di viveri presso un negozietto di alimentari. Il povero Mik, in preda alla tosse, si lamenta: “Mi avrete sulla coscienza…”. Ovviamente non viene preso sul serio, anzi: io lo consolo, “Ti immolerai per una nobile causa”; Luca, però, pensando alla prossima destinazione del nostro giro, è il più feroce… “Ti faranno un monumento… Sul Colle Quazzo: ecco, un monumento al ciclista del Quazzo!”. Altro che la statua di Pantani sul Fauniera! Manca poco che mi stenda a terra dalle risate…

Sotto un cielo sempre più grigio e nuvoloso, ci riavviamo verso il centro del paese. A dire il vero, prima del Quazzo ci sarebbe da fare un’altra salita; peccato che non ne troviamo l’imbocco. Poco male. Passiamo la ferrovia: ah ma questa volta non mi faccio più fregare; visto che i binari non sono perfettamente perpendicolari rispetto alla strada… Io sgancio i pedali e li oltrepasso a piedi! La chiappa destra fa ancora troppo male, segno che il ricordo è ancora ben vivo nella memoria. Così Mik può subito vendicarsi; stavolta è lui, a sghignazzare!

La salita del Quazzo in realtà è una bellissima salita; attacca con qualche rampa dura, poi si attenua; passa, anche qui, in mezzo ai boschi, dove oggi circoliamo solo noi ed i cacciatori. Davvero: caso strano, oggi non abbiamo ancora incontrato nessun ciclista, ma proprio nessuno. Un po’ la cosa ci lusinga: nessuno osa altrettanto! In questa stagione, tutti a fare i criceti nella ruota, su e giù per l’Aurelia o per gli stradoni di fondovalle… Un po’ di freddo, di nebbia, di grigiore autunnale abbattono qualsiasi volontà. Ma noi no, non ci fermiamo davanti a nulla! A meno che non si tratti di un TIR, allora lì può anche darsi…

La fatica è sempre tanta; questa volta, però, se non altro, la salita è gradita. Qualche tornante, qualche rampa in più, e si comincia passando accanto ad un bel santuario. Spero solo di resistere ancora; mi preoccupa non tanto la stanchezza delle gambe, che bene o male riesco a far girare, ma questo senso di vuoto in tutti i muscoli. Ed ho una fame boia, continuo a mangiare come un inceneritore!
Cielo scuro, nuvole che sembrano fumo e corrono veloci, rubando quel poco di conforto che possono dare i raggi del sole di novembre, intorno solo silenzio, solo qualche latrato di cani in lontananza.
Foto in cima al Colle Quazzo, in acrobazia come sempre per riporre la macchina fotografica prima che la strada cominci a scendere. Poi giù verso Calizzano: in paese, supero il gruppetto fermo alla fontana e mi infilo in una stradina minuscola tra le case, per poi sbucare in direzione di Caragna e del Colle dei Giovetti. Solo che non si va lì. Novità: Luca ha preparato, anche qui, una sorpresa. Si lascia la strada principale per imboccare una stradina minuscola verso sinistra, direzione Vetria. Capperi, sono secoli che pedalo da queste parti, ma la stradina di Vetria m’è sempre sfuggita. Anche qui, altro posto da lupi; inutile negare che sono un po’ preoccupata: le forze sono proprio al lumicino e non so cosa mi riservi questa salita. Devo mettere pazienza, salire con calma, dosare le forze. Mi stupisco io stessa: mi ritrovo a pensare che ormai siamo nel primo pomeriggio; ci saranno ancora un paio d’ore di luce a disposizione, quindi per forza la gita di oggi sta per volgere al termine. E la cosa insolita, per me, è concludere il pensiero con un sospiro di sollievo: “Meno male”. Niente da fare, oggi non va, ho voglia e, credo, davvero bisogno di qualche ora di tregua. Sarà che quest’anno, ancor più che negli anni passati, ho fatto vera indigestione di uscite in bici lunghissime, di giorni passati sui pedali con in mezzo poche ore di sonno, di allegra tensione, ma pur sempre tensione, in vista delle granfondo, delle randonnée, delle varie follie: fatto sta che, adesso, mi ritrovo ad avere una gran voglia di bici, ma un po’ più tranquilla. Il fatto che le giornate siano brevi, in questo momento, non è per niente un danno. Ho voglia di arrivare a Ceva, caricare la bici, godermi il San Bernardino ed il viaggio verso Andora senza nemmeno il pensiero di dover guidare… Sono viziata, lo so! Che sia la stanchezza fisica che si traduce in una richiesta di pausa?

Così elucubrando, arrivo in cima alla salita. La discesa che segue è davvero critica: strada stretta, fondo umido completamente ricoperto delle immancabili foglie secche, dei ricci, di fango e pietrisco. Sembra di scendere con le ruote sul sapone. Di lì a poco, incontriamo, a breve distanza l’uno dall’altro, gli unici due ciclisti di tutta la giornata: una signora che sale in mountain bike ed un giovane che ci supera in discesa, ben più stabile e sicuro sulle ruote spesse e rumorose: in mountain bike anche lui.
La discesa, stupenda, porta dritti a Priola. L’ultimo tornante mi regala un’emozione forte: scendo sull’esterno, curva a sinistra, ed incrocio una Panda che ha, caricati sul tettuccio, due tronchi lunghissimi, che sporgono in modo spropositato sia davanti che dietro rispetto all’auto; per un pelo non mi trovo uno di quei tronchi direttamente in mezzo alla fronte! Ma si può? Questo è un pazzo furioso!

Ritrovo i compagni di merende al bivio con la statale di fondovalle. Ne percorriamo un tratto, verso Bagnasco: per fortuna, questa volta, la pendenza è leggermente a favore. Oggi in pianura, quel poco di pianura che questo giro prevede, ho sofferto meno del solito: ahimé, ho imparato a riconoscere questo come un pessimo sintomo, ormai. Di solito, se mi sento un po’ meglio in pianura, fatico ben più della norma in salita, sempre. Chissà perché. In ogni caso, non amo il piattume e sono ben contenta di arrivare a Bagnasco. Ultima salita a Battifollo: ripercorriamo a ritroso il tratto iniziale dell’itinerario. Ormai si tratta solo più di stringere i denti. Sono KO, non c’è proprio niente da fare, mi sento più vuota e cotta che mai. Qui la pendenza è davvero ridicola, eppure questi pedali sono pesanti come macigni. Ritrovo però la bellissima immagine della torre di Battifollo, ora illuminata dai raggi bassi del sole che scende. Arrivo in cima con vero sollievo: bene o male, anche oggi ho portato a casa la pagnotta. Manca un buon tratto di discesa; la temperatura, che nelle ore centrali della giornata ha concesso una parentesi quasi mite, sta scendendo in fretta, soprattutto nei tratti in ombra. Piombiamo, si fa per dire, su Ceva; meno male che Luca mi aspetta all’incrocio, perché io mi son già persa la strada per tornare alle auto! Che bello, però… Mi coccolano sempre un sacco, questi compagni d’avventura! Essere la schiappa della compagnia ha anche i suoi vantaggi: qualcuno, di tanto in tanto, prova pietà per te!

Arrivati alle auto, con 140 km e 3.500 m di dislivello circa nei garretti, caricate le bici, ci congediamo da Gianpaolo, che domani non sarà dei nostri, e prendiamo la via del mare: lui verso Levante; Luca, Mik ed io verso Ponente. Si parte; il calduccio dell’auto già colpisce a tradimento, confonde un po’ i pensieri ed ispira voglia di nanna. Ma non è il momento di dormire; è il momento di aprire bene gli occhioni e godersi un meraviglioso tramonto dai tornanti del San Bernardino, il cielo che si fa sempre più scuro e si confonde con i contorni delle cime tonde e del bosco, di indovinare le lucine di qualche borgata, il fumo caldo e buono di qualche camino sperduto nella vallata, e pazienza se le curve e controcurve sono poco gradite al pancino. E’ stupenda, questa strada; peccato solo che sia piuttosto trafficata, per salirci in bici.

Zuccarello: fine delle curve, fine dell’ambiente duro e selvaggio dell’entroterra; in un attimo siamo nel caos della costa. Mi sa che ho qualche momento di defaillance: mi risveglio di colpo e mi rendo conto d’essermi persa un paio di paesi lungo l’Aurelia… Siamo a Laigueglia, altro luogo di memorie granfondistiche; come dimenticarmele, quelle partenze assassine che ho sperimentato, mio malgrado, gli scorsi febbraio e maggio nelle gare di inizio stagione? Mai più… Siamo sull’Aurelia, troppa gente, troppo caos, troppi semafori. Meno male che c’è il Capo Mele, meno male che si vede il mare.
Ad Andora, Luca ci fa strada verso casa sua: l’agognata doccia, poi mi cimento nella nobile ed antica arte della bollitura dell’acqua per la pasta, con immediato cazziatone da parte di Luca che mi fa giustamente notare: “Il sale va messo alla fine!”. Giusto, ne farò tesoro per la prossima volta, intanto butto giù una scatola intera di pasta. Ceniamo a pasta col sugo e torta di mele e chiacchiere: credo di essermi goduta pochi momenti belli così. Semplici, leggeri, bellissimi. E poi due passi lungo il mare, perché c’è forse una sola circostanza in cui amo vedere il mare, ed è la sera, nella stagione fredda, che qui non è fredda per niente. Anche se, pure qui, non posso fare a meno di voltarmi verso la montagna, indovinare le strade che vanno su seguendo i fari delle auto, immaginare dove ci arrampicheremo domani.
Prima di rientrare, doverosa una visita alle vetrine del negozio Shimano che ho notato mentre si arrivava in auto: ci sono alcune Colnago il cui prezzo è stato censurato a tutela delle persone deboli di cuore, ci sono componenti, capi di abbigliamento, un piccolo paradiso; c’è il Campagnolo 11 velocità, che chissà poi a che cavolo serve, se penso che io già ne leverei tre o quattro dal mio pacco pignoni. E infine, per conciliare la nanna, il DVD della Oetztaler Radmarathon 2008, che Luca, attrezzatissimo, ci mostra sul PC portatile: immagini che mi lasciano a bocca aperta, posti belli da togliere il fiato, anche se ci ho già pedalato tante e tante volte. E poi la corsa dei primi, quella che, da “dentro” la GF, io non potrei mai e poi mai vedere: un altro pianeta.

Vado a nanna rinfrancata, fiduciosa che domani sarà meglio, in bici naturalmente, perché, per il resto, meglio non potrebbe essere. Penso che Luca e Mik sono una splendida compagnia, che domani ci sarà anche Matteo a completare il quadro perfetto. Non so cosa ne pensino loro, ma la mia sensazione è che, nonostante le abissali differenze di prestazioni ciclistiche, si sia creato un bel gruppo, il mio gruppo ideale, persone con una passione smisurata come la mia e la libertà di viverla senza orari, senza vincoli e senza timore di non farcela. Chissà se e quanto durerà tutto questo; io spero, con tutto il cuore, a lungo, perché ora son qui con il naso sotto le coperte ed è come se avessi dimenticato tutto il resto, casa, lavoro, tutto. Beninteso, non c’è nulla della mia vita ordinaria che mi dia alcun motivo di lamentarmi, per carità: ma qui è speciale, qui si sta bene, qui è tutto tranquillo e sereno. Per me, un bellissimo rifugio.

Ora di nanna, adesso. Mik ha ceduto il controllo della sveglia: ahilui, se ne pentirà!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!