8-9 novembre 2008 – Vagabondaggi autunnali tra Piemonte e Liguria – II giorno

Tra tutti i possibili suoni di una sveglia, la vibrazione del telefonino è uno dei peggiori! Mamma mia che tristezza, iniziare la giornata con un frastuono, ed inseguire il cellulare a tastoni, come se si cercasse di schiacciare una mosca, prima che quello, a furia di vibrare, precipiti per terra. Dovrebbero essere le sei e venti. Vero, ieri sera s’è detto di scender dalla branda alle sei e mezza… Ma io odio essere in ritardo, e so che Matteo alle sette e mezza sarà puntualissimo. Che saranno mai, dieci minuti, di fronte all’eternità?
Il guaio è che nemmeno io ho alcuna voglia di alzarmi; finisco per poltrire ancora un po’, facendo però uno sforzo per restare cosciente. Se ripiombo nel sonno, è finita, riemergo a mezzogiorno! Basta, prendiamo una decisione coraggiosa: giù un piede, giù anche l’altro, è fatta. Luca è già più che attivo; Mik riemerge dal letargo dell’orso brontolando sull’ora… E tutti quanti ci tuffiamo sulla Nutella. Troppa grazia: Luca è dotato anche di polvere solubile per fare la cioccolata calda con il latte! Quanti vizi; del resto si sa, la crema della crema del ciclismo mondiale, ma che dico, interplanetario, merita solo il meglio!

Faticosamente ci buttiamo fuori di casa. Non appena spuntiamo lungo l’Aurelia, vediamo una sagoma semovente in lontananza; non può che essere Matteo: chi mai potrebbe essere in bici a quest’ora di una domenica mattina di novembre, se non lui? Beh, a dire la verità, se vivessi da queste parti, a queste temperature, credo che uscirei in giro a qualsiasi ora del giorno e della notte, altro che!
Avevo scommesso che Matteo sarebbe partito in bici nel cuore della notte almeno almeno da Savona… Invece no, il marrano mi fa perdere la posta in palio; è saltato in sella ben più vicino, ad una ventina di km da qui. Vabbè, pazienza, andiamo, che è meglio. Direzione Diano Marina e, da lì, Diano Aretino: già, se solo ci accorgessimo del bivio… Invece no; Mik e Luca si sono già involati; Matteo l’ho arpionato io e non lo mollo finché non avrà finito di raccontarmi le vicende speleologico-fedifraghe della settimana appena trascorsa in Valle Imagna, ad un qualche raduno di gente che va per grotte. Ovviamente l’aspetto professionale della questione mi interessa ben poco; è il resto dell’avventura che mi incuriosisce! Eh sì, perché Matteo tanto gentile e tanto onesto pare, ma sotto sotto è un vero Casanova! Anche se in certi momenti mi dà da pensare… Infatti, non gli risparmierò, più avanti. sarcastiche battutacce quando il poverello osserverà che Mik ha cambiato la sella! Ma insomma, giù le zampe, passi la concorrenza femminile, ma che anche gli occhi maschili vadano a posarsi laddove di solito si posano i miei, è concorrenza sleale!!!

Meno male che ci accorgiamo dello sbaglio, o meglio, si accorgono dello sbaglio, poco oltre Diano. Fosse stato per me, s’arrivava minimo minimo a Mentone. Il bivio per Diano Aretino è saltato; indietro tutta! Con un po’ di giravolte nel paese, imbocchiamo la strada giusta: una bella salita, qualche rampa; si vede il mare, i raggi del sole squarciano i nuvoloni che guatavamo stamattina presto dalla finestra di casa. Pochi km ed il mare sparisce; siamo un’altra volta in mezzo ai boschi. Attraversiamo il paese su per una ripida rampa di ciottoli e lastre di pietra che mi impensierisce un po’: non sarà mica che le ruote scivolano, qui sopra?
Alla fine della salita, troviamo Luca e Mik in attesa, subito prima di un tratto di saliscendi che attraversa qualche borgata. Bellissime, queste case che spuntano dal nulla, queste piccole botteghe che vendono di tutto, con le insegne che hanno l’aspetto di anni ed anni fa; fan quasi tenerezza rispetto ai colori ed alle linee chiassose dei giorni nostri. E’ banale ma è proprio così: sembra che, qui, il tempo si sia fermato.

Non mi sono ancora accorta della fatica: buon segno; speriamo solo che sia merito delle gambe e non solo della compagnia di Matteo, con i suoi racconti. Bella discesa su Pontedassio; risaliamo un po’ la strada di fondovalle, dove trovo anche una fontana, e poi imbocchiamo il bivio per il Colle d’Oggia. A quanto pare, però, qui non ci siamo solo noi: ci fa compagnia un esercito di rumorosissime auto da rally che viaggiano in direzione contraria alla nostra. Il frastuono dei motori fa impressione; sembra ogni volta che stia per arrivare un bolide a velocità folle; invece no, l’auto passa a velocità tutto sommato moderata, incollata all’asfalto anche nelle curve più strette. E comunque non sono certo i piloti di rally a farmi paura; credo proprio che sappiano bene quello che fanno. Mi terrorizzano ben di più gli automobilisti della domenica, che della guida in montagna di solito non hanno un concetto ben chiaro! Quelli sì, te li trovi davanti all’improvviso, che allargano o tagliano una curva…

Come se non bastasse il rally, pare che sia anche in corso una battuta di caccia al cinghiale, a detta di alcuni cartelli appesi lungo la strada, con tanto di foto dell’animale: casomai qualcuno non sapesse cos’è un cinghiale… E infatti si sentono gli spari in lontananza, ma nemmeno troppo! Speriamo bene che nessuno ci scambi per un branco di ungulati, anche se credo non si sia mai visto un cinghiale con scritto “Nove Colli Cesenatico” sulle chiappe. Va bè che oggi l’ingegneria genetica fa miracoli.

Sola e soletta, questa volta, procedo per questa bella salita tranquilla, strada abbastanza ampia, il solito asfalto bagnato – qui ha piovuto persino ieri, mentre noi, scorrazzando su e giù per il versante piemontese, l’abbiamo scampata – e le solite foglie viscide per terra. Ho già le ganasce in azione: meno male che di pappatoria oggi ne ho portata tanta!

Trovo i colleghi fermi ad un bivio; prendo la salita a sinistra senza nemmeno pensarci: mi fermano loro, facendomi notare che la strada, quella che sale al Colle d’Oggia, è chiusa per il rally. Ma porca miseriaccia che jella, proprio qui? E adesso dove si va? Poco male, proviamo a tirare dritto per l’altra strada. Ci troviamo subito in una borgata, Ville San Pietro: c’è una cartina, della serie “Voi siete qui”, ma non è che se ne capisca poi molto. Ancora una volta, tirem’innanz, che da qualche parte andiamo. I miei colleghi si fermano dubbiosi all’uscita del paese; chiedono lumi ad una signora, che ci segnala che la stradina va a finire a San Bernardo di Conio, dove, tra l’altro, scende anche una delle strade che arriva dal Colle d’Oggia, dove avremmo, credo, dovuto passare stando al piano di viaggio originario.

Gli incauti si avviarono… Ignari! La stradina, di lì a poco, si impenna con rampe inaudite: panico, mi trovo più volte a serio rischio di cadere per terra su un fianco; le pedivelle si piantano in posizione parallela al terreno e non vogliono saperne di andar giù; la ruota anteriore tende a staccarsi pericolosamente da terra… E così una, due, tre volte, finché arrivo a giurare “Alla prossima scendo!!!”. Ma non sia mai: a prezzo di immani fatiche – ‘azz, qui si sente eccome, il sovraccarico di lardo… – arrivo in vista del paese, che raggiungo dopo l’ennesima impietosa rampa, suscitando un po’ di pena in un gruppo di turisti a passeggio. San Bernardo di Conio non avrà mai visto tanta gente tutta assieme: dev’essere la folla degli appassionati del rally!
I miei compagni di merende sono ovviamente freschi e riposati come roselline; son solo io, che arrivo su da quella stradina in uno stato tale che forse nemmeno il mio Skipper mi riconoscerebbe. Mi sforzo di far finta di nulla, anche se ho lasciato un paio di polmoni giù per le rampe; dove si va adesso? Proposta, Pieve di Teco, poi si vedrà. Magari, Colle di Nava e Colle di Caprauna dal lato piemontese, vedremo. Aggiudicato: intanto scendiamo con molta calma. Anche troppa: sono qui che vado a spasso, non pedalo neanche nei tratti in cui la pendenza è proprio debole, eppure nessuno dei tre forsennati mi supera. Li ho tutti alle spalle… Che stiano tramando qualcosa di orribile a mio danno? E’ così strano!

Non ho indossato la giacca, ma la discesa è lunga ed io arrivo in fondo brinata. Superiamo Pieve di Teco, ci avviamo verso il Nava, poi ci fermiamo: perché, boh? Come al solito, non ho coscienza alcuna dell’itinerario; pare, però, che abbiamo saltato un’altra volta un bivio. Poco male: è un’ottima occasione per tornare indietro e scovare la fonte del meraviglioso profumo di pane e focaccia che abbiamo captato, tutti, poco prima. Nasi al vento, giriamo le bici e torniamo indietro: manca poco a mezzogiorno, è proprio l’ora giusta per fermarci in panetteria e, nel frattempo, chiedere lumi sulla strada per il Caprauna. Alla fine s’è deciso di salire lì: poi, una volta in cima, si tornerà giù diretti al mare. Almeno, io farò così, onde evitare di rientrare con il buio; se il resto della ciurma vuole scendere in Piemonte ed andare al Nava, prego… Ma non li vedo così convinti, nemmeno loro.

La panetteria è uno spettacolo: una distesa di pizze e focacce di ogni genere; nel retro, poi, si intravede una torre di teglie con altra focaccia. Roba da perdere il senno! Mi contengo, limitandomi ad un pezzetto di pizza rossa.
Ci attardiamo a sbafare il meritato pranzo fuori dal negozio: si vede proprio, che oggi nessuno di noi ha questa smisurata foga di prestazione… Tutt’altro. Per quanto mi riguarda, sento un gran bisogno di qualche giro così, tranquillo, anche se ho già la testa alle imprese del 2009. Non che, di norma, io possa permettermi giri forsennati, però viaggio sempre con l’occhio all’orologio, curando di evitare tutte le perdite di tempo… Un po’ di tregua, ogni tanto, fa piacere, e poi in queste giornate d’autunno anche le gambe vanno un po’ in letargo. Meno male che c’è la bici, altrimenti dormirei tutto il giorno.

Concluso l’appetitoso pasto, ci rimettiamo in marcia verso il Colle di Caprauna. Trovare la strada giusta non è semplicissimo: dalla statale svoltiamo a sinistra, Vessalico, Ranzo, Borghetto d’Arroscia. La salita arriva sempre troppo tardi, ma è tanto tanto bella, benché il cielo ormai abbia deciso di coprirsi e non assisterci più. Fino ad Aquila d’Arroscia, il fondo stradale è decente; poi, più avanti, ci ritroviamo d’improvviso in un luogo dimenticato da Dio e dall’ANAS: una stradina minuscola, sempre più piccola, enormi crateri con un po’ di asfalto intorno, pietre, fango che avanza dal bosco, foglie… Non saprei a dire quanti km percorriamo su questo tratto; fatto sta che è una tensione incredibile; la bici ad ogni metro tende a scivolare, a ribaltarsi in qualche buca; io già non sono un fulmine di guerra in condizioni umane, figuriamoci qui!

Gli unici esseri più o meno umani che incontriamo sono i cacciatori, con i loro fuoristrada. Per il resto, non c’è un’anima, e per forza, chi si avventurerebbe mai su di qua, per di più in bici da corsa? Mi domando come sia possibile non avere ancora squarciato qualche copertone. Inaudito, davvero. L’unico squarcio è quello della merendina di Matteo, un boato tale da farmi temere che qualcuno del gruppo sia stato scambiato per un cinghiale. Verrò poi a sapere più tardi del dramma consumatosi in quel momento, quando alcuni preziosi granelli di zucchero si sono staccati dalla merendina e sono crollati a terra, perduti per sempre: una tragedia di proporzioni immani per il povero Matteo, che ne resterà dolorosamente segnato a vita.

Ormai sono rassegnata a questa salita tipo ciclocross… Quando, all’improvviso, si sbuca su una strada decente, ampia, bella. Oh ma cavoli, non sia mai che non ci complichiamo la vita, eh, noi! E’ tardi, ma non ammetto di troncare qui l’ascesa. Svoltiamo a sinistra, verso l’abitato di Caprauna, dove ci fermiamo un attimo alla fontana: fa freddo, ma io sono a secco ed ho sete ugualmente. Ci vorrebbe anche una cioccolata calda… Ma non è il momento di tergiversare! Pochi istanti di pausa in quest’altro bellissimo paese un po’ fuori dal mondo, poi su verso il colle. Mancheranno circa 400 m di dislivello: i miei compari si involano e, come sempre, mi mollano lì. Pazienza, non è una novità. Salgo con calma; scatto qualche foto alle nuvole basse, che conferiscono a questo luogo un aspetto insieme lugubre e meravigliosamente suggestivo: grigio il cielo, verde scuro il bosco. Si intuisce lassù, verso sinistra, una sella che potrebbe essere il colle; non sembra più molto distante. Approfitto della quiete per rispondere a qualche messaggio con il cellulare; a poco meno di un km dalla cima, ecco i tre elementi che tornano giù. Faccio per girare indietro anch’io, per evitare di far loro perdere altro tempo, ma Matteo è irremovibile: mi accompagna fin su, rifacendo un pezzo di strada, e Luca con lui. Mik no, Paganini non ripete: piuttosto che tornare indietro un metro, preferisce restare lì immobile ad ibernare! Curioso, il personaggio. Se a fondovalle gli proponessi di aggiungere un’altra salita, non batterebbe ciglio: ma la stessa, no, niente da fare!

In vetta, Luca mi cede l’ultimo pezzo della sua focaccia: che tesoro! Come ha fatto a capire che ho una fame mostruosa e non ho più voglia di merendine?

Questa volta, l’unica in tutta la giornata, la giacca la indosso, eccome. Fa un freddo boia e la discesa è molto lunga, una trentina di km prima di Albenga, secondo me. Km che scorrono veloci, perché Matteo questa volta resta pazientemente a tenermi compagnia. Stavolta tocca a lui ascoltare, mentre io dò sfogo a qualche mia paturnia. Fa dannatamente freddo, ho le mani che tremano nonostante i guanti. E il peggio arriva nella piana di Albenga: tanta, troppa orrenda pianura, tanto traffico e le gambe che, sembra incredibile, si inchiodano di colpo. E’ pazzesco; sembra proprio che lo sentano: se la strada si appiattisce, basta, è finita, sciopero. I miei compagni di viaggio ogni tanto si girano, come a dire “Embé?”. Embé… Non ce la faccio, punto e basta! L’Aurelia è il mio incubo; manca ancora qualche km, che agonia. Meno male che c’è il mare. Matteo cerca di ripararmi dal vento, ma è inutile, io non so stare a ruota, e poi adesso non ne ho nemmeno la testa; sarei solo pericolosa. Lasciatemi guardare il mare. Passiamo Laigueglia, il Capo Mele che mi dà un po’ di requie – è la cosa più simile ad una salita che abbia visto negli ultimi km – e finalmente Andora. Già, finalmente… Con sorpresa!

Imbocchiamo contromano una strada a senso unico, quella che ci porta a casa di Luca: saranno 100 m di via ampia, con un sacco di spazio di parcheggio libero ai lati; pericolo, zero assoluto… E’ un attimo, ci si avvicina una solerte vigilessa che ci intima di scendere dalle bici, “altrimenti verbale a tutti e quattro”. Superato l’attimo di smarrimento, devo compiere un atto di suprema violenza su me stessa per evitare di esprimere quello che sto pensando: ma avrei un’ottima idea circa il luogo in cui la gentil dama se lo potrebbe collocare, il verbale. Ma dico io, ma proprio non hai niente di meglio da fare nella tua inutile esistenza? Quattro ciclisti in contromano in una strada deserta, eh sì questi sono i drammi dell’umanità… Non sto a riportare, per decenza, la cascata di improperi che le rivolgo nella mente, ma mi stupisco io stessa della vastità del mio vocabolario colorito. Certa gente ha addosso una divisa, capirai, la divisa da vigile urbano poi, e si sente onnipotente. Sarei proprio curiosa di sapere se sarebbe intervenuta con altrettanta solerzia, se al posto dei nostri visi sfatti dalla stanchezza ma tutto sommato innocui avesse incontrato quattro facce da patibolo. Ho una rabbia tale, addosso, che tornerei indietro a riempirle la faccia di ceffoni. Ma che vada al diavolo, lei è là con la sua luna storta ed io sono qui in compagnia di tre baldi fanciulli con cui ho trascorso un’altra stupenda giornata.

Approfitto ancora dell’ospitalità di Luca per una bella doccia ristoratrice: quando esco, trovo tre belve assatanate intorno al tavolo, intente in esperimenti culinari di dubbia opportunità: pane, sugo al pomodoro e formaggio, pane miele e Nutella, altre invenzioni che preferisco non approfondire… Per me, Luca pepara due bellissime fette di pane con la semplice Nutella; ma guarda, quanto sono solerti e premurosi questi gregari!
Ci attardiamo ancora qualche momento, a goderci gli ultimi scampoli di risate. Poi, ahimé, è il momento dei saluti: Matteo torna in bici a recuperare la Mini, affrontando almeno una ventina di km di Aurelia al buio; Luca va verso casa, Mik ed io pure. E, siccome non guido, posso godermi il panorama del cielo rosso sul mare. Mi piacerebbe fermarmi ancora un attimo, solo un momento, in spiaggia, perché la sera sulla sabbia umida è qualcosa di impagabile… Ma non posso chiedere troppo; sarà per un’altra volta. Torniamo ad arrampicarci, questa volta in auto, con un po’ di malinconia, e quando scolliniamo verso Garessio è proprio finito tutto. Con la speranza che, presto, ricominci.

Come sempre… Grazie di cuore a tutti!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!