8 agosto 2010 – Courchevel X Trail

La mia giornata è stata lunga ed intensa: sveglia alle quattro e mezza, pedalata in MTB nel Roero a caccia di sentieri, camminata con mammà, ancora bici, poi una doccia veloce, un bagaglio raffazzonato e via, partenza in auto, destinazione Courchevel; tutto ciò che è finito nel mio pancino, oltre la colazione, è stato un po’ di frullato di yogurt, pesche e miele. Credo sia quindi comprensibile il mio sgomento, quando la cameriera dell’albergo, una simpatica fanciulla che mastica un po’ di italiano perché, confida, ha il fidanzato a Genova, ci scodella sotto il naso due piatti contenenti ciascuno due foglie d’insalata. Scondite. Si leva immediato, altissimo, l’ululato di protesta del mio stomaco vuoto; alzo lo sguardo e leggo negli occhi di Giorgio la mia stessa perplessità: che significa ciò?
Per natura un po’ schivi e poco inclini alle discussioni, conveniamo, senza parlarci, che sia il caso di mangiare e tacere, appurato che l’attesa dell’olio e dell’aceto è vana; non arriverà nulla di tutto ciò: solo un po’ di pane, perché richiesto. Il lauto antipasto è seguito da un altrettanto pantagruelico primo: una porzione di purea di patate, non proprio saporita, accompagnata da un boccone di merluzzo, per Giorgio, e da una manciata di fagiolini bolliti e mezzo pomodoro per me, che ho declinato carne e pesce. Trangugiamo anche questo, sempre più allibiti: guai, si sa mai che, a protestare, ci levino anche il poco che abbiamo nel piatto… Infine, una ciotolina con una pesca intera ed appena inumidita da uno sciroppo dolciastro. E questo è tutto… Rimpiango, ancora una volta, tra me e me, la mia antica abitudine di viaggio con la Opel come camper e la cena rimediata al supermercato, pane e formaggio molle e maialate alimentari a volontà: per timore reverenziale, è una soluzione che al mio compagno di viaggio di oggi non oso nemmeno proporre, conoscendolo ormai un po’. Ma è quella, non questa, la mia vera natura: alberghi e ristoranti mi mettono addosso un senso di disagio che non riesco a superare. Oggi, poi, siamo proprio capitati nel bel mezzo della rappresentazione di una qualche commedia dell’assurdo!

Litigo con forchetta e coltello, dannandomi per cercar di tagliare la pesca senza proiettarla diritto sulla camicia del povero Giorgio: poi ci rinuncio, alla faccia del bon ton, ed afferro la maledettissima con le dita. Si vede lontano un miglio, che il mio dirimpettaio è persona di ben altro lignaggio ed abitudini; in poche mosse precise, ha affrontato e sconfitto il nemico, lasciando il nocciolo pelato e pulito. O sarà perché è veterinario, quindi pratico di chirurgia? Mentre traffico e smadonno in silenzio, lancio occhiate oblique per la sala. I due tavoli accanto sono occupati da due madame di stazza pari, oserei dire, ad una nave superlusso della Costa Crociere; due masse immense di lardo che quasi avvolgono ed inghiottono le sedie. Temo e tremo per la portata di quei poveri intrecci di legno… Più avanti, un’altra tavolata di pesi massimi, quattro questa volta. Eppure, ancora, non capisco.

Prima di nanna, ci concediamo una passeggiata digestiva, ammesso e non concesso che ci sia qualcosa, nei nostri stomaci, da digerire, lungo il parco di Brides Les Bains e verso la via principale del paesello. Passiamo di fronte allo stabilimento termale: c’è viavai e, anche qui, una sorprendente concentrazione di uomini e donne a dire poco deformi, quintali ambulanti: per carità, io ho poco da dire, non sono certo un’acciuga, ma qui in mezzo mi sento anoressica all’ultimo stadio, per non parlare del buon Giorgio, con i suoi cinquantasette chili di pelle ed ossa, distribuiti sulla mia stessa altezza, ed i buchi che di continuo aggiunge alla cintura. Ma dove diavolo siamo finiti?

Continuo a non capire. Una vetrina di abiti da donna: è il mio compare a farmi notare le dimensioni degli abiti, e pure quelle della commessa. Dalla misura extra-large in su. E, impresso sul vetro, uno slogan: “Brides Les Bains: le pais pour maigrir!”. Un lampo colpisce ed incenerisce il neurone: finalmente… Adesso, e solo adesso, capisco! La cena, il tonnellaggio medio dei presenti, le terme, ora sì che tutto si spiega! Siamo capitati in un paese a tema, interamente dedicato alla dieta. E noi che domani dobbiamo correre la bellezza di 53 km ed oltre 4000 m di dislivello in salita! Scoppiamo a ridere per non piangere, e per non sentire i lamenti strazianti delle pance vuote… Giorgio non osa insistere sull’argomento, lui che è paladino del mangiare sempre e comunque il meno possibile, ma sono certa che, in questo momento, un bel panino con il gorgonzola se lo scofanerebbe pure lui.
Sono allibita al pensiero di tutta questa gente che si concentra qui da ogni parte di Francia per comprare, chissà a che prezzo, l’illusione di poter dimagrire: una, due, tre settimane a stecchetto, per poi tornare a casa con una fame atavica e strafogarsi di tutto quel che si trova, commestibile o no, nel raggio di un chilometro. E recuperare i chili persi, ed aggiungerne altri, probabilmente. Il mio compagno d’avventura è molto duro su questo punto, ma non posso che ammettere che ha ragione: non servono terme, viaggi, massaggi e costrizioni dall’esterno; l’unico ingrediente necessario a perdere peso è la forza di volontà. Sembra facile, per lui che di autodisciplina ne ha da vendere, ma so bene che non è facile affatto: io stessa non sarei in grado di mantenere un minimo di decenza, sulla bilancia, se non imponendomi ore di sport e fatica, come in effetti faccio. Se mai dovessi smettere di muovermi, per il modo in cui mangio, lieviterei come un pandispagna… E, già così, restare sul filo dei sessanta chili è impresa titanica.

La sveglia suona, impietosa, alle tre meno dieci. Prima ancora di rendermi conto di dove, come e perché, mi getto con la foga di un piranha sulla borsa della colazione, anzi, sulle borse: una, quella che ci ha lasciato ieri sera la cameriera; l’altra, quella che ci siamo procurati, in extremis, subito dopo aver raccattato i numeri di gara a Courchevel ed appena prima dell’ora di chiusura del supermercato. La prima contiene qualche fettina di pane integrale, marmellatine monodose senza zucchero, miele monodose, due fettine di formaggio, un po’ di frutta e due bottigliette d’acqua; la seconda, una scatola di grassissimo morbidissimo Camembert, una porzione abbondante di soffice torta spolverata di zucchero a velo ed un mattone di pane dolce, “Pur Beurre”, il solo nome è un programma. Se non altro, posso dire di aver posto rimedio alla carestia di ieri sera. Giorgio osserva con disgusto: non credo abbia mai visto nessuno farsi fuori in un solo pasto, in pochi istanti, i tre quarti di una confezione di Camembert da tre etti… E l’ultimo quarto non l’ho mangiato solo perché, nella mia somma magnanimità, l’ho ceduto a lui! Che goduria…

La giornata sembra promettere bene. Aria frizzante ed una meravigliosa, perfetta stellata. Abbandoniamo l’albergo immerso nel silenzio: pochi chilometri e siamo a Courchevel 1300. Alle tre e mezza della notte, il buio nasconde i trampolini del salto con gli sci, che ieri mi hanno fatto profonda impressione: se penso che ho paura a sporgermi dal balcone del secondo piano… L’idea di buttarsi giù lungo una pista di cui non si vede nemmeno la sommità, e volare con gli sci, senz’altra difesa che la tuta e la propria pelle, mi pare la peggiore delle follie suicide. Però chissà, forse un trattamento del genere mi farebbe passare la paura del vuoto!

Primo punto a favore dell’organizzazione di questa corsa: il parcheggio. Ampio e dirimpetto al punto di partenza. E l’accoglienza con the caldo e caffé: francese, ma pur sempre caffé. Non immaginavo ci fossero tanti italiani, per giunta volti noti: raggiungere questa località è tutt’altro che semplice; il viaggio è lungo e tormentoso, in questo periodo dell’anno in cui più o meno tutti si mettono in viaggio. Si vocifera che il trail sarà tosto: del resto, basta guardare i numeri; una bella dose di dislivello in poco più di cinquanta km, non occorre una laurea alla Normale di Pisa per capire che la salita sarà impegnativa e, ahimè, la discesa pure.

Osservo Giorgio di sottecchi; è teso, come sempre. E non è certo colpa della corsa; è la sua condizione naturale. A me, ormai, la partenza di una corsa non fa più alcun effetto, almeno finché so che, a meno di imprevisti, l’impresa è più o meno alla mia portata. Cinquantatrè km: dovrei farcela. L’unico mio dubbio è il cancello orario al terzo ristoro, sette ore per poco più di trenta km in cui però è concentrata la gran parte del dislivello. Secondo Matteo, il mio oracolo consultato nei giorni scorsi, è un vincolo piuttosto stretto; che, tradotto dal suo linguaggio sempre volto all’incoraggiamento, significa assolutamente impossibile. Giorgio, però, non ne sa nulla, ed io mi guardo bene dal renderlo edotto. Già così, so che quest’uomo mi darà il tormento per correre, correre, correre; figuriamoci se poi andassi a dirgli che c’è un limite orario oltre il quale si finisce fuori gara…

La partenza è semplice, senza tanti fronzoli: tutti riuniti nel prato, davanti all’arco gonfiabile. Il pendio davanti a noi non si vede, ma è ben evidenziato da una fila di torce parallele: è lì che ci buttiamo al segnale del via. Una rampa micidiale in mezzo all’erba, tanto per gradire, lungo la linea di salita più ripida possibile. Il mio compare, pur con le sue primavere in più, trotta che è una meraviglia; io invece, come sempre, annaspo in piena carenza di ossigeno. Le partenze sono sempre un momento critico; così, poi, sono una coltellata in mezzo alle scapole! Giorgio scappa avanti, si volta, aspetta, chiacchiera con molta leggerezza; vorrei rispondere a tono, ma tutto quel che esce dalla mia gola è un rantolo strozzato. Per fortuna, mi sembra di capire che il resto del mondo, qui intorno, non sia molto più pimpante di me.
Dalla traccia in mezzo al prato, si converge, con pendenza un po’ più umana, su un sentiero. D’un tratto, il gruppo in cui procedo s’imbatte in un vero e proprio fiume di luci che salgono verso di noi: un attimo di smarrimento… Che succede? Da dove arrivano, questi? E’ vero, c’è anche il percorso corto da 30 km, ma quelli partono alle otto… Mi sa tanto che qui è successo un pasticcio; qualcuno ha sbagliato strada, chissà se noi o loro. A me sembrava ovvio imboccare la salita segnata dalle torce; più evidente di così… Fatto sta che, adesso, ci troviamo intruppati al fondo di un’interminabile colonna di corridori e, naturalmente, su un sentiero che rende quasi impossibile il sorpasso. Che nervi… Dal fondovalle, risuona ancora la musica ritmata che ha accompagnato la nostra partenza, e la voce nel microfono che commenta le prime fasi della gara. Calma e sangue freddo: ci sarà tutto il tempo per correre, dopo. Per ora, meglio approfittare del rallentamento forzato e risparmiare le energie.

Alla luce della lampada frontale, intuisco pochi metri del sentiero, pochi tratti per volta; il buio ci accompagnerà almeno per un’ora di salita, forse più. Tornanti su tornanti in mezzo alla vegetazione: la prima ascesa è lunga, circa milleduecento metri in un colpo solo, salvo saliscendi non previsti, e si annuncia impegnativa. Poco male. Mi sembra d’aver preso un buon passo. Il sentiero è asciutto, roccioso; si sente solo il tonfo dei piedi, il respiro ritmico. Dietro a noi, la scopa a chiudere la fila. Siamo già ultimi: mica male! Non ha importanza: sono pronta a scommettere che, prima della vetta, avremo già messo il sale sulla coda a più di un avversario.

Una striscia appena percettibile di blu più chiaro annuncia l’arrivo del giorno, finalmente, e scioglie la sottile tensione che sempre mi accompagna al buio. Chissà come vive la notte su sentiero una qualsiasi persona con vista in buona efficienza. Per me, è una gran fatica, una tensione continua che si trasmette alle gambe, ogni passo da misurare con cautela, senza mai riuscire a mettere a fuoco l’ostacolo. La prima luce dell’alba ci rivela uno spettacolo mozzafiato sull’intera corona di cime, nette nei loro contorni scuri; i lumini giù nella valle sfumano pian piano, insieme all’eco della musica che ancora risuona.

Raggiungo la prima avversaria nel tratto di bosco, ripido, appena prima di uscire allo scoperto in mezzo a cespugli di mirtilli e rododendri. Se non altro, scarico a lei il tormento della scopa alle calcagna. Mi arrampico di buona lena su per i tornantini; non devo esagerare, ma mi sembra di star bene. Vuoi vedere che questa è finalmente una giornata sì? Sarebbe drammatico scoprire che è merito della cena di ieri sera… Le poche volte che riesco ad alzare lo sguardo, il paesaggio che ammiro è meraviglioso. Cime a perdita d’occhio, in un cielo azzurro che più non si può. Anche se, per i miei gusti, c’è qualche baffo di nuvola di troppo: quelle nuvole alte, sottili e frastagliate che mi fanno temere il peggio.

Infatti, le nubi si estendono con velocità impressionante; sono già un lenzuolo grigio, compatto, che si avvicina a noi, ancor prima che si arrivi nei paraggi del primo ristoro. Siamo ormai oltre quota duemila metri e non c’è più traccia di alberi intorno a noi; siamo esposti al soffio di un vento ancora leggero, ma gelido. Raggiungiamo, uno dopo l’altro, alcuni avversari un po’ lessati dalla salita; il sentiero intanto aggira un primo accenno di cima, passa accanto ad una tavola con l’indicazione dei punti cardinali. Intorno a noi, le strutture degli impianti da sci; di fronte, un rifugio dall’aspetto ultramoderno: nemmeno brutto, a parere di Giorgio… Semplicemente orribile, secondo me.
Ci imbattiamo nel tavolino del primo ristoro: sorpresa, c’è anche un bel cagnone che già ieri abbiamo incontrato in giro per Courchevel e poi spaparanzato sulla porta d’ingresso del supermercato. Un cane di razza a me ignota, dall’aspetto del molosso, ma meno massiccio, e dal carattere indifferente: sembra quasi un po’ scocciato di essere qui. E come dargli torto? Scommetto che preferirebbe una cuccia calda ed un osso da spolpare a fondovalle…

Coca Cola a volontà, anche se è gelida, e poi bocconi di formaggio, di frutta secca, e cubetti di zucchero. Riparto quasi subito, la maglietta umida appiccicata alla pelle dall’aria gelida. Incombe sulle nostre teste una cima rocciosa, con una croce in vetta; a giudicare dal brulicare di figure umane lassù, mi sa che ci tocca proprio salirci. Supero la sella con le mandibole in movimento, in compagnia di un ascetico Giorgio che non mangia mai, e mi ritrovo ancora in salita: un sentierino stretto, molto ripido, a tratti un po’ esposto, di quelli da cui è meglio che io non guardi giù. Anche perché il ristoro è già un puntino minuscolo… La pendenza è tale che i piedi, di quando in quando, scivolano indietro. Ma vedere gente che si sposta dal sentiero per lasciarmi passare è cosa che mi galvanizza: la salita è l’unico terreno in cui posso dare un po’ di sfogo al mio spirito agonistico. Il compare, dietro, mi tallona da vicino. Il passaggio in cima, Rocher de la Loze, è un attimo, poi giù, lungo un sentiero che sembra da subito troppo bello per essere vero. Stetto, ma dal fondo morbido, terra, senza asperità, pietre aguzze, fango né tratti scoscesi. L’ideale per i miei garretti che oggi, spero di non dirlo troppo presto, sento freschi e leggeri, ben disposti alla corsa. E infatti si corre: da subito, giù veloce, tornante dopo tornante. Se non ricordo male, non dovremmo scendere poi molto: quattrocento metri, forse cinquecento, per poi tornare con il naso all’insù, fino a superare quota 2.600.
Sento le gambe fresche e sciolte come non mai. La mia è sempre la solita corsa un po’ goffa ed incerta, ma è comunque qualcosa di meglio della semplice discesa a passeggio. Anche Giorgio si stupisce: “Ti si vede raramente correre in discesa!”. Sì, vero, ma oggi va così! Il sentiero prosegue morbido e comodo, a tornantini in mezzo al pendio erboso, fino a raggiungere una strada sterrata che tocchiamo appena: pochi metri in piano e si torna a salire, verso destra, su per un sentiero sassoso ed appena accennato, lungo un corso d’acqua. Il cielo è ormai quasi coperto. Una ciucciata alla borraccetta del miele, per non farmi tradire dalla salita. Riprendo con cautela: si annuncia un’altra bella rampa, prima su sentiero abbastanza impervio, pietroni, e poi su una vera e propria comodissima strada sterrata. Un po’ di debolezza bussa alla mia porta, ma basta rallentare appena e poi guardare avanti: qualche gruppetto, qualche corridore solitario, arrancano piano. E’ una strada, vero, ma bella ripida. Li riprendo, quei signori, oh se li riprendo! E pazienza se poi mi mangeranno in insalata in discesa. L’entusiasmo fa presto a tornare alle stelle. “Ed ora, in modalità locomotiva”, esclamo, con una buona dose di megalomania per la verità. “Ed io, in modalità vagone attaccato alla locomotiva”, sospira il buon Giorgio, che qui, per qualche attimo, sembra tribolare più del solito. Resta qualche metro indietro e, cosa inaudita e preoccupante, tace. La strada ha una superficie sassosa, poco confortevole, più simile qua e là ad una pietraia, ed una pendenza che non concede requie. Tallono le mie lepri, sempre più vicine, ma con un occhio ogni tanto rivolto indietro, a vedere che il mio compare sia ancora lì. Preoccupazione inutile, non cederebbe nemmeno se una valanga lo travolgesse in questo istante e, in ogni caso, non si lamenterebbe. Più testardo di un mulo: e se lo dico io, che di cocciutaggine me ne intendo… Io invece mi lagno di continuo, ma è solo quando smetto di brontolare, che sto male davvero.

Attraversiamo una pista da sci, terra nuda e desolata in questa stagione; molto più in alto, si vede la sagoma di un rifugio. Un escavatore parcheggiato nella curva distrugge gli ultimi cocci della poesia della montagna: che scempio quassù… Ancora qualche curva, qualche rampa; Giorgio dice di soffrire la quota, ma intanto schizza avanti, con balzo felino, forse perché sente aria di ristoro. “Abbiamo fatto 110 m di dislivello in 10 minuti”… E ci credo, con pendenze del genere, il dislivello lo macini in fretta! Eccolo lassù, il banco del ristoro. Eroici, questi volontari; stanno proprio sul colle, esposti al vento freddo, imbacuccati come omini Michelin nelle spesse giacche a vento. Stare immobili o quasi, quassù, per ore, dev’essere terribile. 2.659 m, Sommet de la Vizelle, ma non è ancora la Cima Coppi. Il menu per me è sempre lo stesso: fiumi di Coca, nocciole, frutta secca, formaggio, zucchero.

Meraviglioso il paesaggio da quassù, non si vede proprio null’altro che montagne, intorno. Un posto da sogno, e poi oggi, caso più unico che raro, sto bene: cosa potrei chiedere di più alla vita? Si riparte in leggera discesa, masticando, ma ben presto la pendenza torna ad invertirsi. Ripida rampa verso un altro colle, Col du Fruit, appena più basso del precedente. Siamo appena oltre il quindicesimo km e camminiamo da parecchio, ormai: non si può certo dire che abbiamo battuto la fiacca, però si procede pian piano, per forza. Il dislivello è notevole. Camminiamo tra imponenti formazioni di roccia, fino alla freccia segnavia, e poi altra discesa, anche questa all’apparenza amica: mi sembra troppo bello per essere vero! Occhio Gian, prima o poi la fregatura arriva… Intanto, corricchio di buona lena; la mia caviglia sinistra, martoriata da una quantità ormai incalcolabile di storte in ogni trail, per ora non si lamenta, non dà cenno di vita. Non cantiamo vittoria troppo presto, però.

La discesa si conclude al km 20, circa, su un bel ponticello di legno che supera il torrente. Ci tocca ora un lungo tratto in piano, o quasi, lungo il corso d’acqua e con un sole sempre più avaro dei suoi raggi. Si chiacchiera e si cammina, per risparmiare e recuperare le forze; è ancora lunga, anche se, almeno in teoria, duemila metri di dislivello sono ormai alle spalle. Nei nostri paraggi, due corridori francesi con la maglia rossa: uno di loro è visibilmente stanco; corre, ci supera, poi si siede esausto; l’altro lo aspetta. Giorgio li giustizia: “A far così, non andranno lontano”. Una mandria di mucche pigre, quasi tutte sdraiate nel campo, ci osserva ruminando. Il pianoro è interrotto da una prima, breve ma impegnativa salita, uno scalino di un centinaio di metri di dislivello che di scodella su un altro tratto in piano, verso il Refuge du Sault. “A mezzogiorno, la mezza al massimo, potremmo essere al prossimo ristoro”, gioisce Giorgio. Ma sì, a questo punto posso anche dirglielo: “Già, peccato che il cancello orario sia alle undici e mezza…”. Casca dalle nuvole, il poveretto, ma maschera il colpo. “Non m’interessa – concludo – facciano quel che vogliono, io non ho intenzione di tirarmi il collo”. E, con questa convinzione, attacco la salita, quella vera. Sentierino stretto e ripido, da prendere come sempre a passettini brevi e con tutta la forza dei bastoncini. Giorgio tace. Certo che sono stata proprio crudele… Avrei potuto tacere del tutto! Ma confesso che questa sottile cattiveria mi dà un maligno piacere… Non ho idea di quanto manchi, come distanza e dislivello, da qui al ristoro; il mio compare ha con sé l’altimetria, ma non è che sia illuminante. E poi, comunque, più di quel che sto facendo non potrei fare, inutile che mi preoccupi.

L’ascesa è impegnativa, ma nulla di tecnicamente preoccupante, almeno fino al primo colle, il Col de Chanrouge. Idem la discesa, molto breve per la verità. Ma poi… Lo sapevo, lo sapevo io che non avrei dovuto farmi illusioni. Si torna quasi subito a salire, ma solo per breve tempo su sentiero. Alzo il naso e subito una solenne bastonata s’abbatte sulla mia baldanza: il colle è almeno duecento metri più in su… E ci si arriva solo per una pietraia ripida, di pietroni grossi, per giunta con un buon condimento di neve… Dai Gian, tanto s’ha da fare, buttati… Ma non è affatto cosa semplice. Fatico a seguire la traccia, che tra l’altro nemmeno esiste; mi sposto a quattro zampe, quando non anche a forza di chiappe; sfrego, mi graffio, mi schianto contro le pietre, faccio un passo avanti e tre indietro. In una parola, mi sorpassano tutti… Sembrano danzare là dove io avanzo come un goffo bruco, ed ogni volta che tiro su gli occhi, il colle è sempre lassù, alla stessa distanza. Sui nevaietti, poi, la gioia è suprema. Addio caviglia; una, due, tre storte, brucia già da piangere. Il mio calvario sembra non avere fine; il buon Giorgio s’è stufato quasi subito di aspettarmi, è sparito all’orizzonte, sarà già in cima. Lo intravedo appena, mentre riemergo dall’incubo, sparire oltre il colle, mentre io subisco, adesso, sui pochi metri di sentierino sotto lo scollinamento, la coda di chi mi è passato davanti.

Purtroppo, dall’altra parte, la faccenda non è meno drammatica, affatto. Pochi tornantini ripidissimi e scivolosi mi precipitano dritta all’attacco di un lungo e ripido nevaio. Gli altri l’affrontano usando il deretano a mò di slittino: a ben pensarci, è la soluzione migliore, anche perché la pendenza alla fine si attenua, ma a me l’idea di scivolare anche solo per cinquanta metri senza controllo mette i brividi. Occhiata disperata ai bordi del nevaio: o neve, o pietraia scoscesa… Tantovale provarci. Con cautela infinita, reprimendo a stento un moto di terrore, cerco di non guardare giù e misuro i passi piantando il piede di taglio, i bastoncini come uncino, un passo e poi un altro passo, pronta a sentire l’appiglio che cede ed a ruzzolare fin giù. Non cede: ma è il corridore che mi segue, forse l’ultimo dietro di me, a perdere la presa. Lo fermo puntando il piede in modo che la sua scarpa va a frenare contro la mia caviglia, quella sana: ottimo lavoro di squadra!
Un paio di ere geologiche più tardi, sono in fondo al nevaio, ma ancora una volta sulla pietraia. Così, rieccomi a strisciare, a bestemmiare in ostrogoto per le storte alla caviglia, a masticare nervoso: la giornata ha virato in una direzione molto, molto più cupa. Concorrenti intorno a me, a parte il mio inseguitore, più nessuno; in compenso, trovo un solitario picchetto dell’organizzazione, che mi spiega, in fluentissimo inglese, che nel tratto a seguire devo badare bene alla traccia di sentiero, perché tagliare il pendio potrebbe sembrare l’idea migliore ma, per qualche oscura ragione, in realtà non lo è affatto. A grandi linee, ho afferrato il concetto, anche se avrei afferrato più volentieri il mio interlocutore. Gran bell’uomo, fisico robusto, chioma fluente castano chiaro, occhi azzurri: quasi quasi potrei fingere un malore improvviso, proprio qui…

Invece, l’incrollabile senso del dovere del corridore mi spinge a proseguire, prima lungo una traccia appena accennata, che taglia il pendio ripido a zig zag, poi lungo una traccia che non esiste più: hai voglia a cercare i pallini di vernice… Mi servirebbe un binocolo. Stufa, punto diretta al bordo del laghetto, dove ritrovo infatti il vero e proprio sentiero. Cammino senza entusiasmo, scornata e dispiaciuta perché ormai la barriera oraria sarà irrimediabilmente chiusa. Chissà Giorgio, che fine ha fatto. I pochi raggi di sole che filtrano tra le nuvole fanno brillare l’increspatura dell’acqua. Cerco nello zaino la crostatina e l’addento: ma sì, consoliamoci con il cibo… Immediatamente spunta un altro personaggio a guardia della gara: “Il ristoro – mi avverte in francese – è poco più avanti!”. Mannaggia, ma fatti un po’ una padella di cavoli tuoi… Posso aver fame adesso, sì o no?

Brontolando tra me e me, mi affretto lungo il sentiero, finalmente percorribile; un lungo tratto a mezza costa e, finalmente, poco più in basso, il gazebo del ristoro di Petite Val. Ci arrivo rassegnata e dolorante, con la caviglia in fiamme. Trovo Giorgio ad attendermi ed una gran quantità di numeri di pettorale sparsi per terra, di corridori che si ritirano. In effetti, il punto di ristoro è in via di smobilitazione, ma nessuno dei volontari dell’organizzazione sembra sapere alcunché del cancello orario. Il nostro passaggio viene comunque rilevato. Non sappiamo, in parole povere, se possiamo considerarci in gara oppure no. Intanto, mi rifocillo per benino. Il mio compagno di viaggio non si pone nemmeno il dubbio; si prosegue, punto e basta. Lo seguo, ovvio, ma titubante: un po’ perché il mio pessimismo cosmico mi porta a pensare di essere ormai fuori tempo, anche se nessuno ce lo vuol dire, e un po’ perché ho paura che le segnalazioni del percorso vengano rimosse prima del nostro passaggio. Vero, ci sono le tacche di vernice, però…
Torno a salire, in compagnia del mio cattivo umore. Strada sterrata, con pendenza non troppo impegnativa. Ci guardiamo attorno per capire dove si andrà a passare: dal grafico dell’altimetria, ormai non dovrebbero più attenderci salite lunghe né impegnative. Vedo un colle sulla mia destra, sagome di persone che si muovono in cresta; sarà forse lì? A quanto pare, no; passiamo in mezzo ad un alpeggio, poi lungo un sentierino in mezzo all’erba che taglia il tornante, infine pieghiamo decisi verso sinistra, ancora sulla strada. C’è una piccola truppa con noi, almeno una decina di persone. La strada fa una sella, Col des Salauces, e riprende a scendere. Di umore sempre più cupo, continuo a brontolare, stizzita, mi lagno del male alla caviglia, provocando le ire di Giorgio, a stento represse. Poi mi scatta la molla: e va bene, vuoi che corriamo? Allora corriamo, e mò son cavoli tuoi. Sento le gambe ancora inspiegabilmente sciolte e me ne stupisco moltissimo io stessa; mi lancio in una bella galoppata, appena frenata da un minimo di attenzione per buche, pietre ed irregolarità della strada, tanto che quasi quasi potrei pensare di tentare il sorpasso del gruppone. Ma è meglio che, in discesa, io eviti le spacconate. Infatti, la strada va a convergere in un sentiero, niente di tremendo, ma che mi fa perdere un po’ di terreno rispetto ai fuggitivi. Sentiero stretto, a mezza costa, su e giù, tra i rododendri. Vedo sulla destra un colle, molto più in alto di noi: c’è gente lassù… Vuoi vedere che è quella, la nostra destinazione? Giorgio sostiene che non sia possibile, che è troppo in alto. Uhm, staremo a vedere. Per ora, sembra che abbia ragione lui; stiamo scendendo molto e in tutt’altra direzione. Con gran pianto e stridore di denti, altra pietraia: breve, per fortuna, ma sufficiente a mettermi in agitazione e farmi perdere altro terreno. Oltre a non capire come posso stare in piedi, non riesco nemmeno a vedere la direzione… Mi richiama l’urlo di Giorgio; il sentiero vira tutto a destra e riparte in salita. E che salita. Lo attacco con la furia del mio pessimo umore. Raggiungo in pochi metri il gruppo che sale lento, troppo lento: resto un po’ lì dietro, a friggere, poi mi butto, ci provo, taglio un tornante e supero l’intera colonna. “Forza Italia”, esclama qualcuno… Da lì in poi, ci metto l’anima, a rischio di un coccolone, con il cuore che picchia in testa ed i polmoni che non hanno più spazio per far entrare l’aria. “Cavolo se vai”, sbuffa Giorgio… Come se avesse buttato benzina sul fuoco. Scolliniamo in un attimo, e meno male. Col de la grande Pierre, quota 2.400 secondo l’altimetro del mio compare. Da qui in poi, una lunga galoppata sotto un sole che sembra voler ristabilire il suo dominio, e in un ambiente che sembra più quello della Costa Azzurra: manca solo il profumo del mare. Pietra bianca, calcarea, friabilissima e scavata in ogni dove; il sentierino corre in mezzo a pinnacoli e profonde buche, fessure, spaccature, con qualche passaggio delicato e qualche colpo d’occhio un po’ troppo esposto, per i miei gusti, sul fondovalle. Giorgio è entusiasta, corre e salta come un grillo, sparisce dietro le rocce, poi mi aspetta e scappa dinuovo. Sì, è vero, è bellissimo qui… Ma, per chissà quale assurdo meccanismo del mio neurone ormai in tilt, non l’ammetto, apposta per non dar ragione a quello che, in questo momento, è il capro espiatorio delle mie paturnie. Certo che quella pietraia mi ha proprio guastato la giornata… Molto suggestivo, panoramico, questo tratto, però sale, scende, sale, scende… Basta, per pietà, che qui si prenda una decisione! O su, o giù, ma facciamo una scelta…

Giù, per fortuna, dopo un tempo ed una distanza interminabili. Di corsa, su un tratto di sentiero più riparato, fino al bivio tra i percorsi lungo, il nostro, e breve, quello da 30 km. “Dobbiamo salire ancora a 2.300 m”, annuncia il mio tormento: “Corri, che i Francesi sono già dietro”… Avrei voglia di tirargli un bastone tra le gambe, altro che correre. Sono fiacca e senza più voglia: uno di quegli abissi di tristezza in cui precipito di tanto in tanto, quando le cose osano andare diversamente da come io vorrei. Ma chissenefrega se i Francesi ci riprendono! La tentazione è quella di fare un capriccio, piantarmi qui e non muovermi più…

Per fortuna, ben presto arriviamo all’ultima salita. Con la S maiuscola: una rampa ripidissima da salire usando le radici degli alberi come scalini. Tifo sfegatato di un gruppo di escursionisti panciuti. Più o meno è come risalire una pertica: pochi, affannosi metri ed usciamo dinuovo allo scoperto, fuori dal bosco, con il panorama della valle da una parte e dall’altra. Giorgio è lì, poco avanti; si lascia raggiungere. Tornantini aspri, un’anticima, ma non è ancora finita. Mi imbatto in uno dei volti noti italiani, seduto su una roccia: strano, costui è uno che fila… Se è qui, significa che non sta bene. Me lo conferma, infatti. Sarà colpa del sole, che tutto ad un tratto s’è messo a picchiare cattivo sulle nostre teste. Non posso fare altro che lasciargli il gel che ho nel taschino; magari, una buona dose di zucchero pone rimedio al malanno. Anch’io mi attacco, per l’ennesima volta, alla borraccetta di miele. Dei Francesi, alle spalle, più nessuna traccia: mi sa che quest’utima salita ha messo distanza di sicurezza tra noi e loro, anche se sono quasi certa che ci riacchiapperanno in discesa.

Dent du Villard, quota 2.200, ultima vetta. Da qui, una discesa infinita, tutta da correre: prima su sentiero, stretto e panoramico, poi su strada sterrata. Correre, correre, correre, a caccia dell’ultimo ristoro. Il sentiero taglia il pendio con lunghi tratti a zig zag, si tuffa nel bosco, offrendo sempre una superficie di terra morbida e senza pietre, radici né altri ostacoli: non mi sembra vero… Giù giù, in fondo alla valle, a precipizio, c’è il lago de La Rosiere, una splendida chiazza verde smeraldo. E’ lì che dobbiamo arrivare: un abisso… Giorgio corre senza sosta; io lo seguo, con le gambe in buono stato ma la voglia ormai esaurita. Non ci si dovrebbe mai convincere di essere quasi alla fine, perché gli ultimi km hanno sempre il brutto vizio di dilatarsi a dismisura. Dall’altro versante della valle, vediamo già le prime propaggini di Courchevel 1850; la nostra meta, però, sta a quota 1300…

Ad un tornante, una tizia in tenuta da corsa sta strappando e raccogliendo le fettucce bianche e rosse. Al nostro passaggio, quasi ci aggredisce; ci ripete più volte, in francese, urlando: “Siete fuori gara! Fuori gara!”. Comincio a pensare che un minimo di coordinazione in più, tra gli addetti all’assistenza, non guasterebbe… In ogni caso, ormai siamo quasi alla fine; in gara o fuori gara, si continua, se possibile con rinnovata foga. Giorgio non risparmia epiteti poco lusinghieri all’indirizzo della gentil signora; io preferisco concederle il beneficio del dubbio; magari, a lei è stata passata quell’informazione e di più non sa.

Dal sentiero alla strada sterrata, raccattiamo ancora un fuggitivo, dall’aria parecchio stanca. Poi, finalmente, raggiungiamo l’agognata sponda del lago e l’ancor più agognato punto di ristoro. Anche qui, il nostro passaggio è regolarmente rilevato; anzi, i volontari ci incoraggiano pure: “Solo più 5 km, tutta discesa”. Ma un po’ di Coca e qualche boccone ci stanno lo stesso. La notizia è di quelle che mandano a gambe all’aria il mio cattivo umore: adesso sì che è fatta… Giorgio è elettrico come se avesse appena infilato due dita nella presa di corrente. “Cinque km, tre quarti d’ora e ci siamo”, gongola. Calma, fringuello… Ho imparato sulla mia pelle che, quando sento dire “tutta discesa”, per prima cosa porto, metaforicamente s’intende, la mano ai gioielli di famiglia, e poi mi impongo di non crederci nemmeno per un attimo. Infatti. La strada prosegue lungo il torrente e passa sotto una parete attrezzata per l’arrampicata; facciamo lo slalom tra famigiole in passeggiata, anziani bambini e cani: via dalla mia traiettoria, perché giuro che vi travolgo tutti! Ma la pacchia non dura; gli ultimi tre km sono a saliscendi: l’impegno richiesto, se vogliamo, è ridicolo, ma ormai l’unico desiderio è l’arrivo, e quel maledetto arco si allontana sempre più… Corricchiando e camminando, raggiungiamo le case di Courchevel 1300. Ultima rampetta, quasi insignificante, nel prato: mi sfugge, proprio di cuore, un epiteto poco gentile all’indirizzo di chi ha creato il percorso… Ma stavolta è davvero finita; sbuchiamo sul bordo del laghetto del paese. “Lo attraverserei a nuoto, solo per abbreviare la distanza”, osservo, sconsolata. Ancora un mezzo giro a bordo lago, poi il campo sportivo: ci siamo, finalmente, pochi secondi prima dello scoccare delle undici ore e mezza, e con un tempo molto, ma molto migliore di qualsiasi più rosea previsione. Il tempo di bere e mangiucchiare qualcosa, dentro un tendone troppo caldo, chiassoso ed affollato: è in corso la premiazione del vincitore, Dawa Sherpa, uno a caso… Poi via, verso l’auto e la doccia. Contentissima, adesso. Però, adesso, mi tocca affrontare una prova peggiore: il muso lungo del mio compagno di viaggio. Dovrei ricordarmi che non tutti sono come il buon Matteo, che mi conosce, mi sopporta ed ha imparato ad arginare le mie sfuriate, o forse semplicemente a fregarsene. Qualcuno ricorda, si offende e se la lega al dito… E prima o poi mi renderà pan per focaccia!

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Giancarla Agostini

Dottore Commercialista per hobby, di mestiere vagabonda in bici o con le scarpe da tutto, asfalto, sentiero, quel che capita. Amo la fatica e la montagna, vado piano ma vado lontano. E poi torno sempre... Perché devo scrivere!